Posts Tagged ‘Matrix

03
Ago
11

Hanna. La crudele e tenera favola di un’infanzia rubata

Voto: 6,5 (su 10)

Nikita. La sposa di Kill Bill. La sposa in nero di Truffaut. Trinity di Matrix. E l’elenco potrebbe continuare a lungo. È la galleria delle donne combattenti che ha fatto la storia del cinema. Quasi mai avevamo visto però una bambina combattente, a parte la recente Chloe Moretz di Kick-Ass (ma la violenza lì era stemperata dalla cornice pop). Hanna (una bravissima Saoirse Ronan) ha sedici anni ed è stata cresciuta dal padre Erik (Eric Bana), ex agente CIA, come una perfetta macchina da guerra, forte, scaltra e insensibile, in attesa di una probabile vendetta da compiere. Qualcosa che attendiamo, e che crea un’atmosfera di sospensione nella bellissima prima parte del film, tra i ghiacci della Finlandia.

È un film algido, glaciale, e non solo per gli ambienti dove inizia, Hanna. Sono algidi i ghiacci dove la protagonista si esercita, sono freddi gli interni asettici, vetro e metallo, dell’ufficio della CIA dove si muove l’agente Marissa Wiegler (Cate Blanchett), sono algidi i volti di porcellana di Saoirse Ronan e Cate Blanchett. Il tutto è accentuato dall’eccezionale colonna sonora techno dei Chemical Brothers, cuore e scheletro metallici del film. Joe Wright, finalmente lontano dai film in costume come Orgoglio e pregiudizio ed Espiazione (lui che dice di amare David Lynch), raffredda volutamente il suo film, donandogli calore a sprazzi, poco a poco. Perché l’andamento di Hannah segue quello della sua protagonista: creata per essere fredda e insensibile, si scopre più calda, più tenera, man mano che conosce la vita.

Hanna è infatti allo stesso tempo una spy story, un thriller e un romanzo di formazione. Hannah, a sedici anni, esce per la prima volta dal bozzolo dove l’aveva chiusa il padre, e scopre pian piano il mondo e la vita. È vergine, pura, non ha ancora visto quasi niente. Così è naturale il suo stupore, carico di paura, davanti all’energia elettrica, la sua estraneità ai discorsi vacui del mondo di oggi. Hanna ci emoziona emozionandosi di fronte alla musica, o scoprendo per la prima volta cosa vuol dire avere un’amica (e la regia di Wright cambia registro, con la macchina da presa addosso ai volti delle due ragazze nella sequenza delle confessioni tra le due).

Hanna è un film che spiazza proprio per questa alternanza di toni e registri, è allo stesso tempo crudele e tenero, come può essere la storia di una bambina strappata alla sua infanzia e adolescenza, alla sua vita. Come nella realtà, in altri modi, purtroppo accade spesso. E come in fondo accade ai bambini protagonisti delle favole (da qui il riferimento ai Fratelli Grimm), alle prese con orchi e prove difficili da superare. Hanna potrebbe essere una favola postmoderna. È un film spiazzante anche per come si snoda la storia, che devia spesso dalla strada che ci si aspetta. Anche se spesso sembra andare troppo veloce: non convincono alcuni movimenti dei personaggi (dalla Finlandia si passa al Marocco, alla Spagna e a Berlino come se ci fosse il teletrasporto) e a tratti alcuni aspetti della loro psicologia, non spiegati completamente, soprattutto man mano che si arriva alla fine. Hanna è un film difficile da definire e da incasellare (forse per questo esce ad agosto?), ma molto coraggioso. Si chiude come era iniziato, con i cigni e la casetta innevata del luna park che richiamano le scene dell’inizio del film. E la stessa battuta che Hanna la cacciatrice aveva pronunciato dopo aver ferito un cervo. “Ti ho mancato il cuore”.

Da vedere perché: è allo stesso tempo crudele e tenero, come può essere la storia di una bambina strappata alla sua infanzia e adolescenza, alla sua vita. Come accade ai bambini protagonisti delle favole. Hanna potrebbe essere una favola postmoderna

 

21
Lug
11

Captain America. Quando l’America combatteva le guerre giuste

Voto: 6,5 (su 10)

Uno scudo rotondo, con la stella e le strisce della bandiera americana. E dietro un uomo. Ecco di cosa è fatto il fumetto di Capitan America, che ora arriva al cinema con il film Captain America: il primo vendicatore. C’è una Storia più grande, quella di un intero paese in conflitto, la Seconda Guerra Mondiale: Capitan America nacque proprio in quel periodo, come strumento di propaganda e di sostegno all’America nella dura lotta contro Hitler e il Nazismo. Ed è proprio in quegli anni, nel 1941, che è ambientato Captain America.

Con un affascinante gioco di rimandi, sullo schermo vediamo proprio il fumetto di Capitan America nascere e diffondersi nelle strade, come accadde nella realtà. Dentro la Storia dell’America in guerra c’è la storia di Steve Rogers (Chris Evans, “indebolito” grazie agli effetti speciali), ragazzo troppo gracile per essere arruolato, che entra a far parte di un programma sperimentale, diventando il super soldato noto come Capitan America, che sfiderà i nazisti e il temibile Teschio Rosso.

La storia di Capitan America nasce durante la Seconda Guerra Mondiale, e il film è ambientato in quel periodo. Ma non sembra che sia così solo per questo. Si sente, nel cinema americano di oggi, una voglia di dare un colpo di spugna a tutte le guerra sbagliate, dal Vietnam all’Iraq, che sono state combattute negli ultimi sessant’anni, per tornare alla Seconda Guerra Mondiale, e riannodare i fili con l’ultima guerra giusta, l’ultima volta che l’America combatteva dalla parte dei buoni. È così in Captain America, ed è stato così anche in Bastardi senza gloria. Il film si chiude con un aereo lanciato a tutta velocità verso New York, che il nostro eroe prova a dirigere in un’altra direzione. E il rimpianto per non aver evitato l’11 settembre 2001, vero nervo scoperto dell’America di oggi insieme alla guerra sbagliata in Iraq, si sente tutto.

Il Nazismo, l’11 settembre, l’Iraq: questa è la Storia, che in un modo o nell’altro entra nel film. Poi c’è la storia, quella dell’uomo dietro lo scudo, dello Steve Rogers che diventa Capitan America: una storia drammatica, quella di un individuo con un corpo e con delle capacità che non sono all’altezza della sua volontà e delle sue ambizioni: storia attualissima nel mondo di oggi, quello dell’apparenza e dei corpi costruiti. È una storia raccontata bene, grazie a una sceneggiatura che, seppur con semplicità, rende bene il dramma del protagonista. Certo, è difficile oggi per un film di supereroi trovare una sua via tra il dark di Batman, il pop di Spider-man e il rock heavy metal irriverente di Iron Man, per citare i fumetti più riusciti nelle loro trasposizioni cinematografiche. Eppure Captain America ha quell’ironia sottile che ci era piaciuta in Iron Man, lontana dall’umorismo becero che intervallava i toni seriosi di Thor. Captain America non è un film memorabile, ma scorre piacevolmente e funziona. Merito anche del cast: se con Chris Evans, ormai abituato ai supereroi dopo I fantastici 4, e Hugo Weaving, natural born villain dopo l’agente Smith di Matrix, si va sul sicuro, è una piacevole conferma Hayley Atwell (La Duchessa), viso da cerbiatto e corpo da pin up (che negli abiti anni Quaranta sta benissimo), nei panni di Peggy, l’amore di Rogers. Per non parlare di Tommy Lee Jones, Stanley Tucci e Toby Jones.

Il sottotitolo di Captain America: il primo vendicatore ci ricorda che è in arrivo The Avengers, in cui Capitan America, arrivato ai giorni nostri dopo essere stato ibernato, combatterà al fianco di Iron Man e Thor. Si tratta di un progetto interessante, diverso dalle saghe e dai sequel: una serie di film singoli e indipendenti, ma allo stesso tempo collegati fra loro. Dei film tassello in grado di formare un’opera mosaico. Che sarà completa il 4 maggio 2012, quando arriverà The Avengers.

Da vedere perché: personaggi costruiti bene e ironia avvicinano il film più ad Iron Man che al deludente Thor.  E la storia ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale ci conferma che l’America vuole ricollegarsi all’ultima volta che ha combattuto una guerra giusta.

 

17
Giu
11

I guardiani del destino. Blade runner è il presente

Voto: 7,5 (su 10)

Blade Runner è ambientato nel 2019. Praticamente dietro l’angolo. Sì, Philip K. Dick è un autore di fantascienza, una mente paranoica ma anche un filosofo, un uomo che è stato in grado di predirci il futuro e di interrogarsi sulla nostra natura e su quello che c’è intorno a noi. Philip K. Dick non è fantascienza, è realtà: la replicazione degli esseri umani, la vita virtuale, le guerre – più che le indagini – preventive sono già tra noi. Per questo non occorre più ambientare le sue storie nel futuro: Dick è ormai nel nostro mondo, e quello che ha scritto ci riguarda tutti. I guardiani del destino (The Adjustment Bureau), tratto dal suo racconto Squadra riparazioni (The Adjustment Team), diretto dall’esordiente George Nolfi (sceneggiatore di The Bourne Ultimatum), porta Philip K. Dick nei giorni nostri, nella New York di oggi dove David (Matt Damon), giovane candidato al Senato degli Stati Uniti, la sera delle elezioni incontra Elise (Emily Blunt), affascinante e dolce ballerina. Tra loro è colpo di fulmine. Eppure, qualcosa, o qualcuno, impedisce ai due di incontrarsi di nuovo: esiste un disegno, secondo il quale non possono stare insieme. Sono destinati ad altro.

America oggi, dicevamo. Ha un’ambientazione attuale, e per nulla fantascientifica, il film di George Nolfi. Per la prima mezz’ora, dal ritmo forsennato, sembra una di quelle commedie americane dove politica e sentimenti si intrecciano. Se non fosse per quegli uomini vestiti elegantemente rètro, con cappotti e cappelli, che sembrano usciti da Gli intoccabili di De Palma. La fantascienza irrompe nel film all’improvviso, dopo trenta minuti, con la presenza di questi uomini che si fa più palese, definita, anche se comunque misteriosa. Angeli? Agenti? Guardiani? E chi li comanda? Loro lo chiamano Presidente, ma chiunque può chiamarlo come crede. Avete mai notato nella vostra vita qualcosa che non quadra, qualche contrattempo apparentemente stupido che vi fa perdere del tempo? E se dietro ci fosse questo adjustment bureau, questo ufficio degli aggiustamenti che mette dei piccoli ostacoli nelle nostre giornate perché la nostra vita non prenda un’altra strada da quella che è stata scritta?

La funzione di questi agenti è quella che nella mitologia antica era appannaggio delle Parche, le tessitrici del Fato, cioè del destino, di ciò che è stato scritto da un essere superiore. Qui, al posto dei fili tessuti da un telaio, ci sono degli schemi, una sorta di disegni da ingegnere, riportati su un taccuino. È in questo senso che diciamo che quella di Philip K. Dick è filosofia: i suoi scritti, e di conseguenza il cinema tratto da essi, si pone domande sulla nostra condizione, domande  su cui l’uomo si interroga dall’antichità. Siamo in possesso di un libero arbitrio o è solo un’illusione? Siamo gli artefici del nostro destino o c’è qualcuno che decide per noi? Cosa c’è nel segreto dell’incontro con la persona con cui passeremo la vita? In questo senso, quello di Philip K. Dick by George Nolfi è un altro modo di fare cinema-filosofia, completamente diverso da quello di Terrence Malick e del suo The Tree Of Life, molto meno autoriale e più di intrattenimento, ma egualmente intenso ed efficace.

Inquietante, misterioso, ma anche romantico e struggente (anche grazie alle interpretazioni convinte di Damon e Blunt), I guardiani del destino è un film che tiene incollato lo spettatore alla sedia, ma che si insinua nella nostra testa a lungo anche dopo la visione. Tra Matrix, Dark City (cioè Tempo fuori luogo, altro libro di Dick) e una classica storia d’amore, I guardiani del destino è un modo molto intelligente di rileggere Philip K. Dick, spogliandolo di tutti gli orpelli futuristici e distopici che hanno spesso caratterizzato gli adattamenti cinematografici dei suoi scritti, proprio per ricordarci che le sue ossessioni ormai sono quelle di tutti noi, quelle del mondo di oggi, stretto tra l’estremo controllo, la sensazione di essere sempre osservati, l’idea di essere impotenti di fronte al destino che si compie. L’ambientazione a New York, fotografata con colori brillanti e nitidi, come se la stessimo vedendo sullo schermo lucido di un laptop, giova ulteriormente al film, con i suoi grattacieli che evocano una connessione tra cielo e terra, tra la nostra vita al piano terra e gli imperscrutabili piani alti dove qualcuno, forse, ci comanda. No, Blade Runner non è il futuro, ma il presente.

Da vedere perché: è un altro modo di fare cinema-filosofia, completamente diverso da quello di Terrence Malick e del suo The Tree Of Life, molto meno autoriale e più di intrattenimento, ma egualmente intenso ed efficace.

 

31
Mar
11

Boris Il film. La tv è come la mafia: non se ne esce se non da morti

Voto: 7 (su 10)

Qual è l’anello di congiunzione tra Gomorra e il Cinepanettone? Detto così, sembra una cosa assurda, ma nell’Italietta di oggi tutto è possibile. Ce lo spiegherà René Ferretti (Francesco Pannofino), eroe dell’Italia odierna dei tagli alla cultura e del cinema omologato dai gusti televisivi. Tutto questo in Boris Il film, serie tv diventata ora pellicola in cui si ride tantissimo e in cui non c’è niente da ridere. Ferretti, regista televisivo, si ribella e lascia il set della serie tv che sta girando, Il Giovane Ratzinger, quando deve girare una scena al ralenti in cui il futuro Papa, alla notizia della scoperta del vaccino antipolio, corre felice su un prato della Baviera. Quando è troppo è troppo. Ora René è solo, non lavora più. Ma improvvisa arriva la proposta di riscatto: il grande schermo, un film d’autore e d’impegno, “un progetto alla Gomorra: un grande libro, un grande regista, e un film dove un po’ ci si capisce e un po’ no” come lo definisce il produttore, che ammette di non averci capito niente. Il libro d’inchiesta da portare sullo schermo è nientepopodimeno che La casta, di Rizzo e Stella. C’è da ricavare in poco tempo una sceneggiatura, fare il cast, e scegliere la troupe, che non può essere quella scalcagnata con cui Renè è solito collaborare. Ma le cose non saranno così semplici. Perché “la tv è come la mafia: non se ne esce se non da morti”.

“La ristorazione è l’unica cosa serie in questo paese”. Infatti nel frattempo Arianna (Caterina Guzzanti), la storica assistente di Ferretti, ha aperto un locale, e gli sceneggiatori che cureranno l’adattamento propongono una sceneggiatura “all’impepata di cozze”. Ma ci sono anche sceneggiatori che vogliono fare de La casta un horror, un film cecoviano, chi vuole ambientarlo in Brasile, chi farne una commedia frizzante. E non finisce qui… L’Italia di Boris Il film non è per niente lontana dall’Italia di oggi: il pubblico affolla le sale per Natale al Polo Nord e Natale nello spazio, i genitori chiamano i figli Francescototti (tutto attaccato), a teatro si ride per comici che ripetono un solo tormentone come un mantra. È un’Italia in cui il livello culturale è ai minimi storici.

Boris Il film non le manda a dire. Ce n’è per tutti, Garrone, Calopresti, Virzì, la Rai. Per tutte le magagne della tivù, ma anche per i vizi e i vezzi dei cosiddetti “artisti” del cinema. Boris Il film vive di momenti memorabili, come Piovani che perde l’Oscar a poker, lo Stanis La Rochelle di Pietro Sermonti che fa Gianfranco Fini, Massimiliano Bruno che fa Neo in Matrix, la vecchia troupe che torna sul set al ralenti come in un western, e il duetto tra Ferretti e l’attrice sensibile e insicura. Si tratta di un’operazione coerente e intelligente: passando dalla tv al cinema, Boris alza il tiro e ambienta la storia nel mondo della Settima Arte (arte…si fa per dire). E usa il linguaggio del cinema: la fotografia e le inquadrature sono più cinematografiche rispetto alla serie, ridiventano televisive quando vediamo una soap opera, si trasformano in fotografia “d’autore”, ammantata di bianco, nelle scene del girato de La casta.

Boris Il film si fa volgare per denigrare la volgarità, si fa stupido per diventare un intelligente apologo dell’Italia di oggi. È una commedia non trash, che alza ulteriormente il tiro rispetto a prodotti come Benvenuti al Sud e Che bella giornata. A tratti, per come viaggia dentro il lato oscuro del cinema, per come tocca la politica, raggiunge certi momenti de Il caimano. Ben scritta, ben recitata, con trovate geniali e un gran ritmo, ha solo un rischio: che sia davvero troppo colta e che il grande pubblico non colga tutte le sfumature, i riferimenti e l’ironia. Riesce però nell’intento di piacere anche a chi non è un fan della serie. A proposito del “caimano”. C’è anche lui in Boris Il film. Uno sceneggiatore di Cinepanettoni propone di iniziare il film con le parole “l’Italia è il paese che amo, qui ho le mie radici”. Ed è ancora dedicata a lui una delle battute più emblematiche del film. Quando Renè lascia il set televisivo dice: “Vado alla concorrenza”. La risposta è “Questo paese non ce l’ha una concorrenza. Siamo sempre noi”.

Da vedere perché: si fa volgare per denigrare la volgarità, si fa stupido per diventare un intelligente apologo dell’Italia di oggi. È una commedia non trash, che alza ulteriormente il tiro rispetto a prodotti come Benvenuti al Sud e Che bella giornata

 

17
Mar
11

Gnomeo e Giulietta. Liberate i nani da giardino

Voto: 6 (su 10)

Vi siete mai chiesti che senso abbiano i fantomatici nani da giardino che appaiono qua e là nei giardini di tutto il mondo? Simbolo del cattivo gusto, qualche anno fa sono stati oggetto di interesse anche di un fantomatico comitato di liberazione dei nani da giardino, che li toglieva dai giardini per lasciarli liberi di andare per il mondo.

Un po’ come faceva la Amelie Poulain de Il favoloso mondo di Amelie, mandando un nano in giro per il mondo con tanto di cartoline spedite. In Gnomeo e Giulietta, film d’animazione in uscita il 16 marzo, i nani sono protagonisti assoluti: quando noi non li vediamo si muovono, si amano, si odiano.

E sono i protagonisti della storia di amore e odio più famosa del mondo: quella di Romeo e Giulietta, di William Shakespeare. I Capuleti e i Montecchi sono i nani di due giardini contigui, che si odiano come i rispettivi padroni di casa. Gnomeo e Giulietta, lui blu, lei rossa, si incontrano, e nasce l’amore. Che sarà contrastato.

L’idea è a suo modo geniale. E che fa la distribuzione italiana? Per accentuare il contrasto tra i due clan, trasforma i due gruppi in settentrionali e meridionali, doppiando i personaggi con accenti del nord e del sud, che vanno dal veneto al lombardo in un caso, dal napoletano al siciliano nell’altro. Qualcosa di simile era accaduto con Shaolin Soccer, film orientale di qualche anno fa. È un chiaro esempio di quando non ci si fida del prodotto. In questo caso, è anche un ammiccamento ai recenti successi della commedia nostrana, che giocano sugli stereotipi e i contrasti tra nord e sud, come Benvenuti al Sud e Che bella giornata di Checco Zalone. Solo che una cosa è costruire un film su questi stereotipi, giocandoci, superandoli e smentendoli, una cosa è fare una fusione a freddo su una vicenda che parla di tutt’altro.

È un peccato perché gli gnomi sono personaggi davvero divertenti e sono disegnati bene, ovviamente al computer: piace come sono state create le superfici, e come i personaggi digitali abbiano una loro pesantezza, che è quella di chi è fatto di coccio. Anche i suoni sono curati, e quando si toccano sono rumorosi. Come al solito non manca il gioco di citazioni che va da Gioventù bruciata a Matrix fino a Salvate il soldato Ryan. Anche se molte trovate, è il caso di dirlo, sono prese da Toy Story, che è il modello di un film come questo. I dialetti fanno ridere, certo, ma sono risate che vanno così come vengono, e nascondono un po’ quella che è l’anima del film. I nani da giardino andrebbero liberati sì, ma dai loro doppiatori. Solo allora potremmo capire l’anima di questo film.   

Da vedere perché: i nani sono simpatici, e la storia di Romeo e Giulietta è sempre bella. Ma sono doppiati con vari accenti dialettali italiani, ed è una scelta che penalizza il film

 

16
Ott
09

Funny People. I “malincomici”

funnyVoto: 7 (su 10) 

Sta crescendo come il tempo questa vita mia. Così come sta crescendo Judd Apatow, e con lui i suoi attori, e con lui i suoi personaggi. Da 40 anni vergine a Molto incinta, fino a questo Funny People, Apatow ha toccato molti tabù: dalla verginità in età adulta, alla paternità inattesa. E ora tocca addirittura la morte. Funny People racconta la storia di George Simmons (Adam Sandler), comico di successo, che scopre di avere una malattia incurabile. Così chiede a Ira Wright (Seth Rogen), giovane comico in erba e suo grande fan, di fargli da assistente, aiutarlo a scrivere le battute, essergli amico in un momento difficile. Quando si è vicini alla morte si ripercorre la propria vita. E infatti George ritorna sui suoi passi: da star del cinema torna a calcare i palchi dove si esibiva agli inizi come “stand up comedian”, cioè come cabarettista solo in scena di fronte al pubblico. E torna a contattare quello che forse è stato l’unico amore della sua vita…

Potrebbe essere definito un film “malincomico”, Funny People, rubando una definizione che la critica coniò qualche anno fa per alcuni comici di casa nostra. Un termine quasi mai usato per la commedia d’oltreoceano. Eppure calza a pennello a questo film, perché è questa la ricetta di Apatow: mettere nel film battute irresistibili, per parlare in fondo di cose serie. Come si può immaginare, se non si ha un tocco delicato, la cosa è rischiosissima. Ma Apatow il tocco magico ce l’ha, possiede una delicatezza tale da farci amare un gruppo di cialtroni, rendendoli umani grazie a una sceneggiatura che mette in scena tutte le loro debolezze. Ci riesce perché prende spunto da una storia vera: Apatow ha iniziato proprio come cabarettista, dividendo spesso il palco con un giovane Adam Sandler.

Scene da una malattia montate su una canzone comica. Judd Apatow è anche questo. Il suo è un mondo dove tutto è farcito di cultura pop (ce n’è per tutti: James Taylor e Eminem, Roger Waters e i Queen, James Bond e Harry Potter, Matrix e perfino l’Ikea…). Ma è un mondo reale, dove ci si ammala davvero (e si guarisce anche), dove ci si ama e ci si odia davvero. I personaggi di Apatow sono ormai caratteri a tutto tondo. E sono interpretati da quello che ormai si può considerare il rat pack personale di Apatow (Seth Rogen, Jonah Hill, la moglie Leslie Mann). Tra loro è arrivato Adam Sandler, un attore molto più versatile di quello che si può immaginare pensando ai suoi ruoli più famosi. La sua faccia è quella del clown che sorride fuori, ma piange dentro.

Sandler e Rogen, George e Ira. L’attore di successo e il giovane in ascesa. Funny People è un Eva contro Eva al maschile, attualizzato e virato in commedia. La luce bianca, marchio di fabbrica di Janusz Kaminski, (direttore della fotografia dei più bei film di Spielberg) che ammanta Los Angeles, rende tutto più scarno, ogni sentimento, ogni dolore, come se mostrasse tutto più chiaramente, se togliesse ogni difesa. “La gente dice che sono pazzo a fare ciò che faccio, e mi dà un sacco di avvertimenti per salvarmi dalla rovina. Quando dico loro che sto bene, mi guardano in modo strano. Rispondendo: sicuramente non sei felice ora che sei fuori dal gioco”. È John Lennon, con Watching The Wheels, una canzone che parla di qualcuno che è uscito dal giro, e se ne frega del successo, a chiudere il film. È una canzone da Double Fantasy, proprio il disco uscito prima della morte. E lungo tutta la colonna sonora si sentono brani di McCartney, Ringo Starr e George Harrison. Non i Beatles, ma loro da soli. Forse per ricordarci che nella vita le cose finiscono, ci si incontra e ci si divide, ma la vita va avanti.

Da vedere perché: Dopo verginità e gravidanza, Apatow ci parla di vita e di morte. Funny People è il suo Eva contro Eva, al maschile e virato in commedia. Un film “malincomico”.

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

 

01
Lug
09

Transformers – La vendetta del caduto. Troppo Bay e poco Spielberg…

Voto: 5 (su 10) 

1Più Steven Spielberg e meno Michael Bay. Questo più o meno era stato il giudizio quasi unanime sul primo Transformers, in cui il papà di E.T. figurava come produttore e il tonitruante regista di Armageddon e Pearl Harbor era al timone di comando. Bay era riuscito, forse proprio sotto l’egida del suo produttore, a confezionare un film meno scontato di quanto ci si potesse aspettare, carico di una sottile ironia e di una nostalgia per una commedia delicata, quella degli anni Ottanta, a cui il pubblico che era cresciuto con i Transformers – l’altro target del film insieme ai teenager – era abituato. Si respirava, nel film, quel candore e quello stupore verso la novità tipici di Spielberg, fanciullino per eccellenza del cinema.

Una delle regole di Hollywood è che una formula vincente non si cambia. Non si capisce allora come mai in questo secondo episodio della franchise tratta dai giocattoli Hasbro ci sia stato un  mutamento di rotta così deciso. Forse secondo la Hasbro nel primo episodio i robot non si vedevano abbastanza? O forse Michael Bay non è rimasto soddisfatto dalle recensioni di quel film, che attribuivano al tocco magico di Spielberg gran parte del successo? O infine, il sequel di Transformers è stato messo in piedi e realizzato per seguire di due anni esatti il primo film, con l’effetto di un lavoro frettoloso? Come dice una canzone, la risposta soffia nel vento. Fatto sta che Transformers – La vendetta del caduto è puro cinema alla Michael Bay, cioè quello che temevamo fosse già il primo episodio: oltre due ore di esplosioni, combattimenti, salti da una parte all’altra del mondo. Proprio come se Bay ci tenesse a ribadire che si tratta di un suo film (vedi anche le citazioni da Bad Boys e Pearl Harbor, fatte senza alcuna autoironia, a differenza di quelle presenti in Transformers). Ma anche la tesi della fretta cattiva consigliera avrebbe un suo senso. La sceneggiatura si muove incerta, e si basa sulla storia che un vecchio Prime (un capo) Decepticon (le macchine cattive) sia rimasto sepolto in Egitto e che venga risvegliato dai suoi discendenti per portare la distruzione. Tutto questo mentre Sam Witvicky (Shia LaBoeuf) sta per andare all’università, tra mille difficoltà con i genitori e la fidanzata Mikaela (Megan Fox).

La sceneggiatura, che era il punto forte del primo film, è la zavorra di questo secondo. Da quei toni delicati da commedia adolescenziale anni Ottanta si è passati a quelli delle commedie scollacciate di oggi, alla American Pie (si notino i penosi siparietti tra Sam e i suoi genitori, tra casa e università, nella prima parte del film), che non si amalgamano per niente con quelli seriosi delle vicende dei robot, che assumono una matrice fantasy e una solennità che non servivano a questo tipo di film. A proposito di fretta: anche le scene in computer grafica dei combattimenti tra robot sembrano fatte con minor cura rispetto al primo Transformers: in particolare, in alcune scene, creature di varie tonnellate sembrano muoversi come fuscelli, non avere pesantezza, il che rende tutto meno credibile. Si aggiunga il fatto che molte scene rimandano a cose già viste (la donna robot ricorda Terminator 3, le sonde messe nel corpo di Sam rimandano a Matrix, l’inizio sembra preso da 10.000 a.C. di Emmerich) e che la scena finale di oltre quaranta minuti sfida ogni regola di cinema a proposito di sceneggiatura e climax narrativo, si capisce come questo secondo Transformers sia un passo indietro, che resetta tutto ciò che di buono era stato fatto nel primo. Siccome è inevitabile il terzo capitolo della serie, speriamo che il produttore corra ai ripari. Spielberg, pensaci tu.

Da non vedere perché: il film giocattolo stavolta diverte di meno. Più che la mano di Spielberg c’è quella (pesante) di Michael Bay

 

 












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