Archive for the 'biografico' Category

04
Apr
12

The Lady. Besson, l’uomo che amava le donne

Voto: 6,5 (su 10)

L’uomo che amava le donne è anche Luc Besson. Magari non proprio come le amava Truffaut, ma in una maniera tutta sua. Se in Truffaut, le donne, amatissime, coccolate, valorizzate, erano pur sempre dei magnifici oggetti del desiderio, e in questo servivano soprattutto come specchio per le sensazioni dei personaggi maschili, e per le ossessioni del regista, le donne di Besson sono sempre donne soggetto, eroine, donne che scrivono da sole la propria storia, come Giovanna d’Arco, Nikita, Angel-A o la Leloo de Il quinto elemento. E come Aung San Suu Kyi, la leader birmana che da più di vent’anni, in maniera non violenta, ha lottato per la democrazia contro il regime militare. È lei la protagonista di The Lady, il nuovo film di Besson, che aveva aperto il Festival del Film di Roma e che ora arriva sui nostri schermi. Aung San Suu Kyi è una donna che combatte senza violenza, fragile come i fiori con cui ama acconciare i capelli, che si ispira a Gandhi. Fragile eppure restistente, imperterrita, dedita alla causa. Proprio come tanti eroi della Storia, Aung San Suu Kyi lo diventa quasi per caso, quasi senza sceglierlo: acclamata dal popolo alla morte del padre come la leader da cui vuole essere guidato, organizza in pochissimo tempo le elezioni, e finisce per vincerle. Ma il regime birmano la mette agli arresti domiciliari, la isola dalla famiglia e dal mondo, annulla le elezioni e continua a governare.

Per raccontare quella che è una bellissima storia vera, Besson annulla quasi se stesso, elimina tutti i virtuosismi e la potenza a cui ci aveva abituato nella sua carriera, e si mette al servizio della storia, del suo personaggio e della sua attrice, Michelle Yeoh, che, senza alcun trucco, “è” Aung San Suu Kyi, solo con il suo sguardo, con il suo portamento, con la sua luce. E infatti la storia non ha bisogno di altro. È una storia forte di per sé, una storia che va conosciuta. E per questo The Lady è un film da vedere. Besson utilizza anche un po’ di musica rock, tra cui quegli U2 che proprio alla leader birmana avevano dedicato la bellissima Walk On. Stranamente, però, Besson non usa quella canzone, ma una vecchia hit dei quattro di Dublino, When Love Comes To Town, e un piccolo gioiello nascosto della loro produzione, Slug, contenuto nel poco noto progetto Passengers (quello che conteneva Miss Sarajevo). Ma, come tutto, regia, fotografia, interpreti, anche la musica è funzionale alla storia. Quello che conta è questo. Specialmente in questo momento, dove nella vita di Aung San Suu Kyi e della Birmania (l’attuale Myanmar) il vento sta cambiando (il primo aprile ci saranno le elezioni e Aung San Suu Kyi è finalmente libera e candidata), e “l’orchidea d’acciaio” è finalmente pronta per l’appuntamento con la Storia. Quella con la S maiuscola.

Da vedere perché: Quella di Aung San Suu Kyi è una storia che va raccontata

26
Gen
12

The Iron Lady. Meryl Streep, una vera Lady di ferro

Voto: 6 (su 10)

It’s A Man’s, Man’s, Man’s World. È un mondo di uomini, come cantava James Brown, la politica. Soprattutto in un paese tradizionalista e conservatore come la Gran Bretagna. Margaret Thatcher è stata una donna forte, in grado di sovvertire schemi e tradizioni, e diventare la prima donna premier del suo paese. È un mondo di uomini: Margaret, in quanto donna, in quanto figlia di droghiere, lo vede così. Il film è narrato dal suo punto di vista, e in tutte le scene della vita politica, anche se a quell’epoca non era l’unica donna in parlamento, la Thatcher è la sola donna, perché sentiva di essere sola tra gli uomini. The Iron Lady parte quasi ai giorni nostri, in cui l’ex Lady di ferro è ormai un’anziana signora che si è ritirata a vita privata, e ha qualche problema a causa di una serie di lievi ischemie cerebrali. Nonostante il suo amato marito sia defunto da tempo, lei continua a “vederlo”, a comportarsi come se fosse ancora lì. I giorni della terza età della Thatcher sono il filo conduttore della storia, che viene ricostruita attraverso i ricordi, richiamati alla memoria da un rumore, da un’immagine o da una situazione. Vediamo così Maggie ragazza, sotto i bombardamenti delle Seconda Guerra Mondiale, la sua storia d’amore con il futuro marito Denis, l’ascesa politica, fino all’elezione a premier e all’arrivo al numero 10 di Downing Street. Fino alla crisi politica delle Falkland e alla guerra contro l’Argentina, in cui dimostrerà sangue freddo e uscirà da vincitrice.

Raccontare la storia con gli occhi della Thatcher stessa può essere una carta vincente, ma anche un rischio. A livello narrativo, si tratta più che altro di un problema di proporzioni: la parte della Thatcher anziana, utile come idea per legare la storia, sembra avere troppo spazio in confronto a quella relativa alla carriera della Lady di ferro. Dando un tono un po’ monotono e patetico al film. E finendo un po’ per svilire la figura della Thatcher politica, e per lasciare il pubblico non ancora sazio di informazioni: ad esempio, tutta la vita politica tra le Falkland e la caduta del muro di Berlino è raccontata con un’ellissi narrativa e un montaggio veloce, il rapporto con Reagan da un ballo. E così via. A livello di contenuti, leggere la storia di Margaret Thatcher dal suo punto di vista significa ascoltare (non aderire, certo) solo le sue ragioni. E non vedere la sua politica da un punto di vista più obiettivo. Le politiche dalla Thatcher sono state oggetto di contestazioni (nel film vediamo delle rivolte in immagini di repertorio, ma non basta certo questo a ricordarlo), e ancora oggi sono considerate l’inizio di una crisi economica e del lavoro che oggi è deflagrata. Non è certo di politica che si vuole occupare Phyllida Lloyd, la regista del film. E da lei non ci si aspetta nemmeno il film sulla Thatcher che avrebbe girato Ken Loach. Ma una visione un po’ più ampia, quella sì, avrebbe giovato al film.

A Phyllida Lloyd, che, come Clint Eastwood nel suo J. Edgar, ha avuto il coraggio di raccontare un personaggio controverso (per non dire negativo), interessa raccontare la Thatcher come donna, come figura, come simbolo. Come la protagonista di una tragedia shakespeariana, come una Elisabetta I, anche lei leader donna in un mondo di uomini. E proprio come la Regina Elisabetta (o come una star del cinema o del rock) è raffigurata la Thatcher della vita politica: ripresa in primi piani, dal basso, in movimento, luminosa e illuminata (ad arte). Il resto, in un film che non soddisfa appieno, lo fa Meryl Streep. E non è poco, anzi è tantissimo: con poco trucco, almeno negli anni della carriera politica, e con pochissimi vezzi attoriali, semplicemente la Streep è la Thatcher, non la interpreta né la imita. È un lavoro di mimesi, di sottrazione. Non ci scordiamo che è lei, perché non stravolge il suo aspetto fisico, ma crediamo in ogni momento di guardare la Thatcher. Non a caso, un Golden Globe vinto e un Oscar prenotato. Se potete, guardate il film in lingua originale: il lavoro sulla voce è straordinario, ancor di più se pensiamo che è un’attrice americana. Ma alla Streep niente è impossibile. Anche lei, a suo modo, è una Lady di ferro.

Da vedere perché: per Meryl Streep. Basta la parola.

19
Dic
10

Nowhere Boy. Lennon Begins

Voto: 7 (su 10)

Inizia con un famoso accordo, quello di A Hard Day’s Night, Nowhere Boy, il film di Sam Taylor-Wood sul giovane John Lennon. Lennon corre a perdifiato, come all’inizio di quel celebre film, e sullo sfondo sentiamo urla e clamori. In realtà non c’è nessuno, e John si sveglia di soprassalto. È un sogno. Un presagio del successo e della Beatlemania. Nowhere Boy fa un salto indietro nel tempo, nella Liverpool del 1955, quando John Lennon non era ancora John Lennon, e viveva con la zia Mimi. Nowhere Boy ci mostra l’anima divisa in due del Lennon adolescente: la zia Mimi è la responsabilità. È lei che gli compra la prima chitarra, ma la rivende perché non va bene a scuola. La madre Julia è la spensieratezza. È lei che gli fa conoscere il rock’n’roll, che lo porta a vedere Elvis al cinema, facendo scattare la passione. È qui che nasce il Lennon dal look rockabilly che si porterà fino ai Beatles di Amburgo e che vediamo sulla cover dell’album Rock’n’roll. È sempre lei che gli dà le prime lezioni di banjo.

Vuole suonare in una rock’n’roll band, John. Nascono così i Quarrymen: assistiamo alla loro prima esibizione, su un camioncino, a una festa di paese. In realtà sono una band di skiffle, un pre-rock’n’roll locale e povero. Dopo un altro concerto gli viene presentato un giovane musicista: Paul McCartney. “Vuoi una birra?”. “Preferirei un the”. Già così lontani e così vicini. Li vediamo provare insieme nella cameretta di John, e nel portico di Mimi, ed è qui che ci emozioniamo veramente. Perché è in questo modo che sono nati i primi classici della premiata ditta Lennon-McCartney. Poco dopo arriverà anche un giovane chitarrista, George Harrison.

Nowhere Boy ci piace perché dà vita alle scene che abbiamo sempre immaginato. E quello che vediamo è esattamente quello che ci eravamo immaginati: la ricostruzione d’epoca è accurata (lo sceneggiatore, Matt Greenhalgh, e il costumista, Julian Day, sono quelli di Control, il film su Ian Curtis). E, per una volta, un film su un musicista non la butta in soap opera: i dolori del giovane Lennon ci sono, ma c’è anche la musica. Una famiglia a pezzi più Elvis e il rock’n’roll: Lennon è diventato Lennon, parole e musica, grazie a questo. Il giovane Aaron Johnson ha apparentemente poca somiglianza fisica con John, ma ha quell’aria allo stesso tempo sfrontata e insicura che lo rendono un Lennon credibile e vibrante. Se la zia Mimi è una Kristin Scott Thomas impeccabile, spicca anche Anne-Marie Duff, la madre di John, appassionata, immatura e dolente come se presagisse il suo destino. Quando i due sono insieme non sembrano madre e figlio, ma due fidanzati. E il loro rapporto è la chiave del film, come della vita di John. Nowhere Boy arriva sui nostri schermi (dal 3 dicembre), mentre ricorrono i trent’anni dalla morte di Lennon. E, mentre pensiamo alla sua fine, un bel modo per ricordarlo è vedere come tutto ebbe inizio. Il film si chiude con John che parte per Amburgo, verso un radioso futuro. E con le note di Mother, che avrebbe scritto molto tempo dopo. “Mother, you had me but I never had you”.

Da vedere perché: dà vita alle scene che abbiamo sempre immaginato. E quello che vediamo è esattamente quello che ci eravamo immaginati: la ricostruzione d’epoca è accurata. E, per una volta, un film su un musicista non la butta in soap opera

(Pubblicato su Jam)

 

12
Nov
10

The Social Network. Le regole dell’attrazione virtuale

Voto: 7,5 (su 10)

A cosa stai pensando? Il peccato originale. La guerra di Troia. Molte cose nella storia del mondo sono nate per una donna. E, che vi piaccia o no, anche Facebook è nato per questo. “Probabilmente diventerai un mago dei computer, ma passerai la vita a pensare che non piaci alle ragazze perché sei un nerd. Non piaci perché sei un grande stronzo”.

È così che nella prima scena di The Social Network la ragazza pianta Mark Zuckerberg. Lui, per vendicarsi, la sera stessa comincia a postare frasi terribili contro di lei sul suo blog, e crea un sito con tutte le ragazze più carine del campus universitario, chiedendo agli utenti chi di confrontarle a due a due per scegliere la migliore. Nasce così Facemash. Ma la vera intuizione deve ancora arrivare: la gente vuole andare su internet per vedere i propri amici. Ecco l’idea: si dovrà conoscere la persona per andare oltre la sua pagina iniziale. E gli utenti stessi forniranno le foto, così non servirà nessun hackeraggio. Un ragazzo che chiede se un’amica è single o meno fa nascere un’altra idea chiave: quella dello status. Ecco Thefacebook.com, che poi diventerà Facebook.com su consiglio di Sean Parker, l’inventore di Napster. Anche lui aveva inventato quel sito per far colpo su una ragazza… Mentre Facebook si diffonde a macchia d’olio e diventa un’azienda, Eduardo Saverin, un amico che aveva fornito il capitale iniziale per la società,  e i gemelli Vinklevoss, che avevano coinvolto Zuckerberg in un progetto simile a Facebook, gli fanno causa.

Amici. Bell’amico, Mark Zuckerberg. Proprio la causa intentata dai suoi ex amici fa sì che entrino nel racconto le versioni degli altri. Per questo il film è stato accostato a Rashomon, nel senso che si tratta di una storia narrata da più punti di vista. Il riferimento ci può stare, ma la struttura è molto diversa: la storia non viene raccontata più volte da capo, e i punti di vista di tutti si intersecano, grazie all’espediente narrativo delle cause legali che riuniscono i contendenti a un tavolo, contribuendo a un unico, frastagliato, racconto. La storia di The Social Network è come l’informazione sulla rete di oggi: pluralista e libera. Il riferimento a Quarto potere è ancora meno pertinente: sì, è la storia di un’ascesa e di una scalata a una posizione di potere, è raccontata in flashback e ricostruita attraverso un’indagine, ma la portata e l’impatto delle due opere sono completamente diversi. Forse come i tempi che raccontano.

Mi piace. Siamo alla fine del 2003, in un campus universitario. Feste, birre, ragazzi e ragazze. Atmosfera eccessiva e sovraeccitata. The Social Network, con i suoi personaggi amorali, sembra un film tratto da Bret Easton Ellis (Le regole dell’attrazione). C’è il sesso, ma al posto della droga ci sono i pixel di internet, l’ossessione per la vita virtuale e per il successo. Ironico, sfacciato, sexy, veloce, The Social Network è comunque a tutti gli effetti un film di David Fincher. Il ritmo è quello tachicardico dei suoi primi film. È il ritmo della vita on line di oggi, quello dei click con cui si sceglie e si scarta, si passa da una pagina all’altra, si naviga entrando e uscendo nei siti come nelle vite delle persone. È il ritmo di una vita virtuale che le persone riportano nella vita reale. Alla tachicardia contribuisce la musica di Trent Reznor, cioè Mr. Nine Inch Nails: i suoni elettronici e industriali si adattano alla perfezione a  una storia a base di tecnologia e computer. E hanno l’effetto di aumentare il senso di ossessione del film.

Condividi. Perché è di ossessione che parliamo, in fondo. Come in tutto il cinema di David Fincher. Zuckerberg è l’ennesimo personaggio fincheriano ossessionato da un’idea al punto di farne la sua unica ragione di vita. In questo senso il cinema di Fincher si è spostato da una macro follia, quella plateale degli assassini di Seven e Zodiac e dell’io schizofrenico di Fight Club, a una micro follia, un’ossessione per la comunicazione da parte di una persona totalmente incapace di comunicare. Fateci caso: dalla prima conversazione con la sua ragazza, in cui Zuckerberg parla senza mai interagire veramente, alle discussioni durante i processi e gli appuntamenti con gli investitori, il protagonista di The Social Network si estranea dai rapporti, dimostrandosi incapace di socializzare. È proprio questo il senso del titolo, ed è per questo che suona beffardo. Così com’è beffardo il finale, sulle note di Baby, I’m A Rich Man dei Beatles. Zuckerberg, ormai miliardario, clicca in maniera compulsiva per aggiornare ogni due secondi la pagina di Facebook per vedere se la sua ex ragazza ha accettato la sua amicizia. Ci è venuto in mente il finale di The Aviator, in cui Di Caprio/Howard Hughes ripete le parole “il mezzo del futuro”. Entrambi creatori di grandi imperi, entrambe persone sole. Ma Fincher sembra volerci far notare la piccolezza degli uomini di successo di oggi rispetto a quelli di un tempo. Quelli di oggi sono ben poca cosa: gli imperi odierni in fondo non nascono da grandi visioni, ma da piccole ripicche. Chi ha fondato il più famoso network sociale, in fondo lo ha fatto perché è un asociale. Commenta.

Da vedere perché: con i suoi personaggi amorali, sembra un film tratto da Bret Easton Ellis. C’è il sesso, ma al posto della droga ci sono i pixel di internet, l’ossessione per la vita virtuale e per il successo. Ironico, sfacciato, sexy, veloce, The Social Network è a tutti gli effetti un film di David Fincher.

 

18
Mag
10

Ian Curtis. He’s Lost Control

Il 18 maggio di 30 anni fa moriva suicida Ian Curtis, il leader dei Joy Division. Lo ricordiamo grazie a Control, l’imperdibile film di Anton Corbijn che ne racconta la vita. In bianco e nero

Il presente è fuori controllo. Le parole di Ian Curtis, leader dei Joy Division, aprono così Control, il film dedicato alla sua (breve) vita e alla sua morte, diretto dal famoso fotografo rock Anton Corbijn e presentato al Festival di Cannes del 2007 nella sezione Quinzane des Realisateurs, dove ha vinto la Camera d’Or, riconoscimento per la miglior opera prima. Il controllo, la paura di perderlo (She’s Lost Control) ossessionavano Ian. Nel vero senso della parola, come gli capitava durante gli attacchi di epilessia. Ma anche in senso più ampio, come se le cose a un certo punto gli stessero sfuggendo di mano, diventando troppo grandi. Si suicidò a 23 anni, il 18 maggio del 1980, alla vigilia del primo tour americano che avrebbe consacrato definitivamente i Joy Division.

Control inizia nel 1973, in sottofondo le note di Drive-in Saturday di David Bowie: c’è lui, come Lou Reed, tra gli idoli del giovane Ian. Insieme ai libri di James Ballard, alle poesie di Wordsworth. Vediamo scorrere la sua vita, tra le droghe, la scuola, il lavoro in un ufficio di collocamento, dove vedrà una ragazza avere un attacco epilettico, un presagio di quello che capiterà a lui. Ian conosce e sposa Deborah (dal suo libro, Touching From A Distance, è tratto il film) e incontra quasi per caso i ragazzi di una band che cerca un cantante. Vediamo il loro esordio, con il nome di Warsaw: poco dopo lo cambieranno in Joy Division, dal nome dei bordelli tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale. Eccoli in tv, con Transmission, ecco il primo attacco di epilessia al ritorno da un concerto a Londra. Una storia che si ripeterà spesso, anche sul palco. Anche la vita privata di Ian è fuori controllo: alla relazione con la moglie si sovrappone quella con una giornalista, in una sorta di schizofrenia sentimentale, che viviamo sulle note di Love Will Tear Us Apart.

Control è coinvolgente. E perfettamente coerente con lo stile di Corbijn, ma soprattutto con lo “spleen” che Ian Curtis e la musica dei Joy Division esprimono. Corbijn, olandese, si recò in Inghilterra nel 1979 per fotografare la scena post-punk e new wave, e visse in prima persona l’esplosione dei Joy Division, fotografando la band. Il film è girato in bianco e nero, marchio di fabbrica di Corbijn (la cover di The Joshua Tree degli U2, i video dei Depeche Mode). Un bianco e nero sgranato, che chi segue il rock conosce bene, con molte sfumature di grigio, perfetto per rappresentare il grigiore dei dintorni di Manchester, e quel male di vivere che ha accompagnato Curtis. Le inquadrature sono spesso fisse, come se fossero delle fotografie, con la macchina da presa addosso ai volti, per scrutarli, coglierne l’essenza, proprio come nelle sue celebri foto. L’occhio di Corbijn si ferma sugli oggetti: come quello stendipanni, quotidiano e squallido quando lo vediamo con le mutande appese, tetro presagio quando vediamo scorrere quella corda che lo sostiene, e capiamo che servirà a Curtis per impiccarsi. Il bianco e nero di Corbijn rende tutto più impietoso, la realtà come il dolore.

Accanto a Samantha Morton, che interpreta Deborah, Ian è impersonato in maniera straordinaria da Sam Riley: il suo sguardo fisso nel vuoto, impaurito e incredulo, di qualcuno capitato qui per caso, il suo muoversi a scatti, sembrano proprio quelli di Curtis. Quelle sue movenze sul palco, quella specie di marcia frenetica per restare fermo, sembrano rappresentare la sua vita. Una corsa che non è arrivata da nessuna parte. Perché ogni cosa nella vita di Ian Curtis aveva perso il controllo. E così se n’è andato. Come recita la canzone che chiude il film, Atmosphere: in silenzio.

(Pubblicato su Jam)

 

18
Dic
09

Presentiamo il trailer di Amelia, l’ultimo film della regista indiana Mira Nair

 PromoDigital e 20th Century Fox condividono con noi il trailer di Amelia, l’ultimo film dell’eclettica regista indiana Mira Nair.

 

 

 L’ aviatrice Amelia Earhart è uno dei più affascinanti misteri irrisolti del secolo appena passato: la storia della donna che voleva fare il giro del mondo e che scomparve misteriosamente rincorrendo la sua passione.

Uno dei simboli più forti e incisivi dell’emancipazione femminile, l’eroina idealista e sognatrice che nel 1937 parte da un piccolo paesino nel Kansas, sola con il suo sogno di libertà.

 Il film racconta la storia della vita, delle vicende e delle passioni amorose della famosa aviatrice Amelia Earhart, interpretata dal premio oscar Hilary Swank. Al suo fianco Richard Gere e Ewan McGregor.

Se siete curiosi 

http://www.ameliailfilm.it/

 

 

 

 

10
Nov
09

Alda Merini: Dante, Beatles e Rolling Stones insieme

locandina alda meriniBella ridente e giovane con il tuo ventre scoperto e una medaglia d’oro sull’ombelico, mi dici che fai l’amore ogni giorno e sei felice e io penso al tuo ventre che è vergine mentre il mio è un groviglio di vipere che voi chiamate poesia, ed è soltanto l’amore che non ho avuto, vedendoti io ho maledetto la sorte di essere un poeta.

Sono parole di Alda Merini. Le sentiamo nel film Alda Merini. Una donna in palcoscenico, di Cosimo Damiano Damato. Damato ha passato tre anni ad ascoltare la Merini, a intervistarla, a esserle amico. A capirla. Fino a pochi mesi dalla morte. Ne è nato un film documentario, una confessione a cuore aperto e anima a nudo, che, dopo la scomparsa della poetessa, diventa un documento eccezionale. Il testamento spirituale di un’artista e una donna unica, della sua arte, della sua passionalità, della sua vita travagliata, tra il ricovero in manicomio e il distacco dai suoi amori e dai suoi figli. Damato, artista sensibile, è una delle persone più indicate per raccontarci Alda Merini.

Chi era Alda Merini?

Alda Merini è il Dante Rock. Dante ha lasciato la Divina Commedia, lei ha lasciato la Divina Poesia. E a questo si aggiunge anche il rock: lei era Beatles e Rolling Stones insieme. Riusciva  a guardare il mondo con occhi vivaci e cogliere la poesia. Lei la vedeva in tutto, perché la poesia è in tutto. Può essere lo sguardo di un barbone, come un cielo. Lei riusciva a cogliere questo, e a raccontarlo. La cosa bella è che ai suoi funerali c’erano ragazzi di quindici anni, intellettuali, ma anche barboni. C’era tutta la società italiana.

Tra le cause del suo ricovero Alda Merini parla della lussuria, dell’essere una donna passionale…

Stiamo parlando di più di cinquant’anni fa. A quei tempi una donna sveglia, di talento, un piccolo genio, faceva paura. Era una donna contro, una donna emancipata, una donna che non aveva paura di innamorarsi, di essere appassionata, di tirare fuori il suo essere donna. Tutte cose che facevano paura. Come tutti avrà avuto qualche piccola depressione. Ma non meritava quello che ha subito. Lo dice benissimo lei stessa: ha pagato il suo essere una donna appassionata. Questo è il vero motivo del ricovero.

Colpisce il fatto che dica “so parlare d’amore  in modo mirabile ma non l’ho mai avuto”…

Alda Merini è l’ossimoro per eccellenza. Dice una cosa e poi la nega, perché va a scavare nelle cose, e scavando in qualcosa, come può essere l’amore, la sessualità, il sacro, viene fuori sempre una contraddizione. Perché l’uomo è questo, Ying e Yang. Lei riusciva a trovare queste contraddizioni e dare loro armonia, come con i colori su una tavolozza. In alcuni casi fa addirittura l’apologia del manicomio, perché fuori la gente è ancora peggiore. È chiaro che è una forzatura, un gioco intellettuale, per poi dire le cose come stanno in maniera cruda e diretta. E non dimentichiamo la sua grande ironia.

Infatti la Merini ha sofferto molto anche una volta fuori dal manicomio. “Fuori mi hanno mangiata viva” dice…

La vita fuori, per usare la sua ironia, è stata un manicomio in rapporto ai “pazzi” che ha trovato fuori. Perché dice quello? Alda Meriniil regista Cosimo Damiano Damato e la poetessa Alda Merini non ha vinto il Nobel perché non è stata tradotta all’estero abbastanza come avrebbe meritato. Quando dice “mangiata viva” vuol dire che c’è stato tutto un mondo intorno a lei che però ha solo preso. E lei era una che donava. E poi c’era il fatto di dover pagare sempre il fatto che era stata in manicomio, come una persona che viene accusata di omicidio e poi si scopre essere innocente ma è sempre vista come un’omicida. Questa è la risposta giusta. Il grande equivoco è questo: c’erano molte persone del suo condominio che non la salutavano, perché lei era la “pazza”, non era la grande poetessa. Nel film abbiamo voluto raccontare il suo vissuto, ma volevamo che venisse fuori la genialità di questa donna. Non ho costruito il set, le luci, ma volevo raccontarla così, in modo minimale come è lei. Perché la sua vita andava raccontata in questo modo. E allo stesso tempo Alda Merini è stata anche la coscienza sporca della cultura italiana. Pensiamo ai funerali di stato: lei sarebbe stata felice, non perché le interessasse, ma perché si sarebbe divertita a vedere i carabinieri in alta uniforme… Ci siamo resi conto che riusciva a mettere insieme storie e vissuti diversi: il regista, il musicista, il fotografo. Riusciva a creare intorno a sé una rete forte e densa di cultura.

Il grande dramma della sua vita sono stati i figli, e questo è uno dei fili conduttori del film…

Voglio raccontare cos’è successo in questi giorni ai funerali. L’immagine più bella per chi conosceva le sue storie intime è stata vedere le sue quattro figlie che si tenevano mano nella mano vicino a lei. Erano lì, tutte e quattro, solidali. Sarebbe stata felicissima di vederle insieme. Hanno letto una sua poesia, Genesi. C’è stato un grande riscatto, la sua famiglia che è tornata a riabbracciarsi. La cosa più bella non è stata vedere Bossi o la Gelmini in prima fila, ma queste quattro donne che hanno vissuto di riflesso qualcosa di forte in tutti questi anni.

In una sua parete sono appese delle famose immagini di baci: Il bacio dell’Hotel De La Ville di Doisneau, e Il bacio di Klimt…

In quelle pareti possiamo cogliere il suo aspetto più pop, un po’ alla Andy Warhol. Qualsiasi cosa per lei diventava opera d’arte. Magari un amico le regalava un quadro importante e qualche minuto dopo lei lo donava a qualcun altro. Alda Merini era fatta così.

Nel tuo film si parla anche del manicomio, di sevizie, di elettroshock. Che impressioni ha avuto della sua vita in manicomio?

Voglio raccontare cosa mi ha detto il primo giorno. Le ho detto che mi sarebbe piaciuto raccontare la sua vita di poetessa, ma in un modo più gioioso, senza raccontare troppo la vita del manicomio. Mi ha dato subito una sua fotografia, in cui piangeva. Prendeva un momento in cui pensava al manicomio. Mi ha detto: guarda questa foto tutta la notte. Se riesci ad amare questa foto, a entrare nel dolore, potremo fare questo film. Ogni tanto aveva incubi del manicomio. Lo sappiamo dalle cronache. Al di là della Merini, che è venuta fuori perché era un genio, un talento, ci sono tante storie drammatiche di chi ha subito il manicomio. Magari erano geni anche loro.

 

 

08
Set
09

Venezia 66. Questione di punti di vista. Rivette e lo splendore del vero

Voto: 7 (su 10) 

locandina_del_film_Questione_di_punti_di_vista---01“Il clown è tutto trucco. Nient’altro. Il clown è un po’ tutto e un po’ niente”. È ambientato in un circo, Questione di punti di vista, l’ultimo film del maestro Jacques Rivette. Ci sono i clown, certo. Ma un po’ tutti, in questa storia, sono clown. Perché sono tristi. E in qualche modo indossano una maschera.

Il cinema di Rivette, come quello del suo amico Rohmer, è un cinema fatto di incontri. Quelli che avvengono per caso, sembrano poco importanti, ma invece lo diventano. Così Vittorio (Sergio Castellitto) incontra Kate (Jane Birkin) sul ciglio di una strada: lei ha la macchina in panne. Lui la ripara e riparte subito. Ma poco dopo i due si ritrovano sulla piazza di un paesino. Kate, dopo aver lasciato per anni il circo, ci è appena tornata dopo la scomparsa del padre, per prendere in mano la compagnia e cercare di salvare la stagione.

Tutti hanno una maschera, nel film di Rivette. Kate non esterna con nessuno il suo dispiacere, e quel qualcosa che la tormenta. Ma nemmeno Vittorio parla molto di sé. Ogni personaggio cerca il proprio senso della vita. Per Vittorio è viaggiare, cercare. Odia le vocazioni, e ama le coincidenze, le cose nuove. E forse ora il senso della sua vita è salvare Kate. Ma da cosa? “Kate è prigioniera di quello che è successo, ha bisogno di uno shock” dice Vittorio. È come un angelo, Vittorio. O come il Candido di Voltaire.

Maestro della Nouvelle Vague francese con Rohmer e Truffaut, Rivette nei suoi film mette la vita, cerca di catturare quello “splendore del vero” di cui scriveva Godard. Gira con una luce naturale (la maggior parte delle scene sono esterno, giorno) che avvicina la sua opera alla vita. Di questa il film ha i colori, i ritmi, né troppo veloci, né troppo lenti. Anche il circo è reale, normalissimo. Non ha niente di felliniano, chapliniano o burtoniano. È piccolo, semplice. Quasi sempre mezzo vuoto. Un posto vero e non immaginifico.

E accanto alla vita c’è l’arte. Il circo come la pittura ne La bella scontrosa. E anche qui arte e vita, rappresentazione e sentimenti si mescolano e si confondono. Come quando Vittorio il trucco lo indossa sul serio, e sale sul palco con il suo amico Alexandre. E nel loro dialogo i due si chiamano Alexandre e Vittorio, scordandosi di essere i loro personaggi, Rom e Pipo. Ed è in scena, sulla pista del circo, che avviene lo shock, la catarsi e la riconciliazione di Kate con la vita.

Da vedere perché: è un film che ha i colori e ritmi della vita, che coglie lo “splendore del vero”.

(Pubblicato su Movie Sushi

 

 

30
Lug
09

Film sul rock e film rock: che differenza c’è?

3645777001_2ce823bc48Notorious, il film appena uscito nelle sale che racconta la storia del rapper newyorchese Notorious B.I.G. è solo l’ultimo di tanti biopic che raccontano vita, morte e (relativi) miracoli di grandi della musica pop e rock (in questo caso del rap). Il biopic rock è una di quelle operazioni sinergiche che tanto piacciono all’industria: il film su una star della musica parla di qualcuno di molto noto e spesso molto amato, e quindi si presume un buon incasso al botteghino. D’altro canto, l’industria musicale si prepara a vendere colonne sonore e ristampe e a godere del rinnovato interesse intorno a quel personaggio. Quanto ci vorrà prima che annuncino un biopic su Michael Jackson? Nel frattempo Notorious, diretto da George Tillman jr., non si discosta da quelli che sono stati gli ultimi biopic musicali. Il film sul defunto rapper è un teatrino fatto di infanzia difficile, dipendenze, cadute e redenzioni, amori e corna. Una struttura da soap opera che ricorda molto quella di Ray, il biopic di Taylor Hackford sulla vita di Ray Charles. Anche quel film presenta una serie di schemi – gli amori, i tradimenti e la dipendenza da droghe – che tendono a reiterarsi in maniere piuttosto schematica, finendo per annoiare. Hackford ha qualche buona idea, come quella di enfatizzare i suoni, visto che per un cieco le orecchie sono gli occhi, e l’uso di movimenti di macchina e montaggio più frenetici nel momento “Trainspotting” del film, quello del momento della disintossicazione dalla droga. Per il resto, si tratta di una regia piuttosto convenzionale.

A spiccare, in quel film, era l’interpretazione mimetica di Jamie Foxx, calato a tal punto nel ruolo da ridere e muoversi come il vero Charles. E, se ci pensiamo, il punto è proprio questo: forse in questo tipo di operazioni si punta tutto su una ricostruzione storica forte, sulla musica e sull’attore principale, che fa un gran lavoro di preparazione. E meno sulla regia. È anche il caso di Walk The Line – Quando l’amore brucia l’anima, dedicato a Johnny Cash. Anche qui al centro di tutto c’è un grande attore, Joaquin Phoenix, con una grande aderenza, fisica e spirituale, al ruolo. E un regista, James Mangold, che finora è stato più una promessa di autore che un artista realizzato. Il risultato è un film godibile, sicuramente superiore ai due sopra citati. Ma che funziona – vedi anche sottotitolo italiano – più come una storia d’amore che come un film su un artista che ha segnato la storia della musica.

Fortunatamente, non tutti i film di questo tipo vanno in questa direzione. I film dedicati a stelle del rock funzionano quanto più sono dei film d’autore, caratterizzati dalla visione di un artista del cinema su un artista della musica. E quanto più si distinguono dall’idea classica del film biografico per diventare qualcosa di più complesso. L’esempio tipico di un film rock che è molto più di un biopic è The Doors di Oliver Stone. Il regista americano gira un film che è molto di più della vita di Jim Morrison e della sua band: riesce a cogliere l’anima del poeta Morrison, le sue visioni, il cuore di canzoni come The End, messe in scena come lunghe allucinazioni dell’artista. Senza che manchino gli altri elementi del genere: attenzione per la musica, per i fatti storici, e un’interpretazione mimetica e indimenticabile come quella di Val Kilmer nei panni del leader della band.

Di recente il miracolo è avvenuto ancora con Control, dedicato a Ian Curtis, leader dei Joy Division. Anche qui a essere vincente è la visione di un artista: Anton Corbijn mette in scena Curtis e la sua band con quel bianco e nero sgranato con cui li fotografava verso la fine degli anni Settanta: così la forma del film aderisce perfettamente all’arte dei Joy Division, portandoci immediatamente in un’epoca, in un’atmosfera sociale, culturale e sonora inconfondibile. Il bianco e nero ci fa vedere quello spleen che la musica dei Joy Division evoca. Tanto che non riusciremmo a immaginarceli mai a colori.

Così come non potremmo mai immaginarci il glam rock in bianco e nero. E infatti Velvet Goldmine di Todd Haynes è coloratissimo. E va oltre la concezione di biopic. Haynes stesso – cogliendo il concetto che stiamo cercando di spiegare – lo ha definito “non un film sul glam, ma un film glam”, nel senso che più che una storia cerca di trasmettere uno stato d’animo, uno stile di vita, un mondo. Le due rockstar non si chiamano David Bowie e Iggy Pop, ma li ricordano. E la storia non è esattamente la stessa, ma ne coglie movenze, motivazioni e sensazioni. In questo modo, il film si prende le sue libertà, che sono sinonimo di creatività, ma entra nel glam rock e nel periodo Ziggy Stardust molto meglio di quanto lo avrebbe fatto un classico biopic su David Bowie (per una mancata sua autorizzazione, pare, non sentiamo le sue canzoni nel film).

Come diceva una pubblicità, Todd Haynes vuol dire fiducia. Non a caso è suo un altro dei film rock più belli degli ultimi anni. Io non sono qui stavolta non rimane nel vago: il personaggio al centro della storia è  – e si chiama – Bob Dylan. Solo che invece di un personaggio sono sei. Ancora una volta al centro di un grande film c’è una grande intuizione e una grande scelta di regia: frammentare un artista nelle sue molteplici anime, ognuna con la propria vita e la propria direzione. Un modo per dimostrare  come sia irrappresentabile un artista come Dylan. E forse ogni artista. Io non sono qui è forse il film che più di altri alza l’asticella del genere, facendo (letteralmente) a pezzi il concetto di biopic classico. Ci aveva provato, con poco successo, qualche anno prima Gus Van Sant, con il suo Last Days, dedicato a Kurt Cobain. Che è l’opposto del biopic come lo intendiamo normalmente: vanno in scena gli ultimi giorni della vita di Cobain, ma di lui non ci viene detto quasi niente. Così Van Sant racconta l’imperscrutabilità e l’insondabilità dell’anima di Cobain, il mistero della sua vita. Non ci mostra niente, ma ci comunica disagio, ansia e straniamento. Per quelli a cui non è piaciuto il film, ne arriverà forse un altro. Mentre è stato annunciato, ma non se ne è saputo più nulla, il film di Spike Lee su James Brown, e smentito il film di Tarantino su Jimi Hendrix, si parla da tempo di un nuovo film su Kurt Cobain. La sua vedova, Courtney Love, avrebbe personalmente scelto Ewan McGregor nel ruolo di Cobain. Ma di questo progetto non si sono avute più notizie. Probabilmente sarebbe un altro film sul rock (sul grunge in questo caso), piuttosto che un film rock.

 

 

01
Lug
09

DVD. Milk. Un segno dei tempi, tra cinema e realtà

Voto: 9 (su 10)

milk-locandina“Il mio nome è Harvey Milk, e sono qui per arruolarvi”. Sono parole di Harvey Milk, attivista per i diritti dei gay nella San Francisco degli anni Settanta, diventato il primo omosessuale eletto a una carica pubblica. Milk, il film che racconta la sua storia, diretto da Gus Van Sant, è uno di quei film che arrivano in un momento tale da diventare un segno dei tempi. Harvey Milk è un precursore di tutte le battaglie per i diritti civili. Uno che viene da una minoranza e difende tutte le minoranze. È impossibile non vedere in lui la figura di Barack Obama. E in Milk il primo film dell’era Obama. Un film che è speranza, lotta, redenzione.  Ma l’attualità non è solo in questo. Milk combatte negli Anni Settanta contro la Proposition 6, una legge che avrebbe impedito alle scuole di avere insegnanti gay. Mentre il film arrivava nelle sale in California veniva approvata la Proposition 8, che vieta matrimoni tra persone dello stesso sesso.  Milk arriva in dvd nella migliore edizione possibile (a due dischi). Calando un vero pezzo da novanta: il documentario The Times Of Harvey Milk, di Robert Epstein e Richard Schmiechen, Premio Oscar per il miglior documentario nel 1984. È il film che è stato la scintilla che ha spinto il giovane sceneggiatore Dustin Lance Black a dichiararsi gay. E poi a scrivere la sceneggiatura che sarà diretta da Gus Van Sant, che da tempo aveva nel cassetto il sogno di un film su Harvey Milk (il suo progetto doveva chiamarsi The Major Of Castro Street). Grazie a questo documento, nel dvd realtà e finzione si riuniscono. Fa impressione sentire il vero annuncio della morte di Milk, e la sua voce registrata che ammette di essere in pericolo, come quella che apre il film. Ma impressiona anche la fedeltà del film alla figura di Milk e ad alcune scene accadute nella realtà, riprodotte alla perfezione, dai costumi alla fotografia delle immagini. Raccontare Milk significa raccontare anche Dan White, la sua nemesi e il suo assassino, dalla sua entrata in scena al suo arresto.

Accanto a questa preziosa perla, vero asso vincente di quest’edizione dvd, ci sono i contenuti speciali più classici: Hollywood Comes To San Francisco è un making of davvero interessante, che ci spiega le motivazioni di Dustin Lance Black nello scrivere il film. Sentiamo parlare i veri Anne Kronenberg e Cleve Jones, che sono stati i consulenti del film, accanto ai due attori che li interpretano. E sentiamo James Franco che ci racconta come sia stato importante girare nei veri luoghi del film, la San Francisco di Castro Street, come se questo avesse aiutato a catturare lo spirito di Milk. Ma il rapporto con la realtà di Milk non finisce qui: molte persone che vissero quell’epoca hanno una piccola parte nel film. E anche questo serve a rendere tutto reale, e vivo.

Accanto a questo prezioso documentario, c’è Finding Gus: l’avventuroso cinema di Gus Van Sant, approfondimento a cura di Mario Sesti con interviste a Lucio Dalla, Valerio Cappelli (che parla della Tosca facendo un parallelo tra l’assassinio dell’opera e quello del film) e Giona E. Nazzaro. Che ci parla del percorso antidivistico di Sean Penn, la vera anima del film, che impersona un Milk carico di grazia e gentilezza, unite a grinta e combattività. Guardate i titoli di coda e il documentario per vedere il vero Milk, e confrontate il sorriso inconfondibile dei due. Tra le scene tagliate lo vediamo anche in un bellissimo momento in cui fa campagna elettorale vestito da clown. L’unico neo è che tra i contenuti speciali non ci sia un contributo di Penn, un’intervista, una dichiarazione. Motivi contrattuali, o forse personali, visto il difficile periodo dell’attore. Ma poco importa. Ci basta la sua interpretazione, il suo sorriso, le sue battute. La più bella del film è questa. “Due uomini possono riprodursi?” “No, ma Dio sa quanto ci proviamo”.

Lingue: italiano, inglese

Sottotitoli: italiano

Formato: 16:9, 1.85:1

Extra: The Times Of Harvey Milk (documentario Premio Oscar 1984), Hollywood Comes To San Francisco, Scene inedite, Trailer, Finding Gus: l’avventuroso cinema di Gus Van Sant, a cura di Mario Sesti

Da vedere perchè: Un gran film arriva in dvd nella sua veste migliore. Insieme al documentario (da Oscar) sulla vita di Milk e un profilo curato da Mario Sesti.

 

 












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