Archive for the 'thriller' Category

12
Mag
12

Chronicle. Da grandi poteri derivano grandi responsabilità?

Voto: 7 (su 10)

Da grandi poteri derivano grandi responsabilità, ci insegna l’universo dei fumetti Marvel. Ma è vero così con chiunque sia dotato di poteri fuori dal normale, o è una cosa che avviene solo nell’universo Marvel? In poche parole: cosa accade se chi viene in possesso di superpoteri non ha la tempra morale per gestirli per il bene comune, e li usa per i propri fini personali? La novità di Chronicle, il film di Josh Trank (sceneggiata da Max Landis, figlio del grande John) è proprio questa. E così accade che tre ragazzi, Andrew, Matt e Steve, entrino in contatto con un meteorite, e arrivino così a possedere dei poteri fuori dal comune, dallo spostare gli oggetti fino al volare. Se due di loro sembrano gestirli in maniera responsabile, Andrew (Dane DeHaan, che ricorda il giovane Di Caprio), è un ragazzo frustrato, con la madre in fin di vita e il padre violento. Le sue frustrazioni hanno la meglio su di lui. E i poteri così finiscono per diventare uno sfogo per le proprie frustrazioni.

Supereroi amorali, o addirittura immorali: questa è la grande novità, già sperimentata da altri film, ma mai in maniera così chiara, di Chronicle. A ogni film che documenta la nascita di un supereroe, alla fase di scoperta dei poteri segue sempre una missione in cui usarli finalmente per un buon fine: qui la missione non inizia mai, e i nostri eroi finiscono per perdersi nelle loro storie personali, e non mettere mai quei poteri al servizio di qualcosa di più grande. La loro lotta non è contro qualcuno, ma contro se stessi. È per questo che Chronicle è una riflessione molto lucida su poteri e responsabilità, che porta a un altro livello il discorso della Marvel che ormai abbiamo imparato tutti a recitare come un mantra.

Chronicle si muove nella tendenza alla destrutturazione, alla svestizione e alla normalizzazione del supereroe. Da Unbreakable di Shyamalan fino alle serie tv Heroes e Misfits vediamo in scena super uomini con super poteri ma senza super vestiti, senza quell’aura colorata e gloriosa a cui ci hanno abituato i supereroi dei fumetti classici DC e Marvel, ma persone che accanto alla loro natura speciale devono pur sempre fare i conti con quella umana. Al cinema e in tv stiamo vedendo eroi inediti, che non provengono dalla mitologia dei fumetti classici (si pensi anche a Kick-Ass).

E la forma migliore per raccontare questi eroi nel quotidiano non può che essere quella del found footage, quella cioè delle riprese amatoriali, dei filmati trovati per caso, di The Blair Witch Project, Rec e Cloverfield. Che sembra piacere a tutti: ai cinefili, perché la soggettiva è sempre la soggettiva, alla generazione web 2.0, perché usa i loro codici di comunicazione, e ai produttori, perché costa poco. È una forma visiva che permette subito l’identificazione con il personaggio, perché usa il suo occhio. Qualcosa che saprebbe di già visto, se Josh Trank non usasse alcune variazioni sul tema: una ragazza che riprende con un’altra telecamera per il suo blog permette il gioco campo/controcampo classico del cinema, che nelle riprese in soggettiva andrebbe perso. E grazie alla telecinesi, il protagonista riesce a far volare la sua telecamera, e quindi a inquadrarsi. Insomma, Chronicle è qualcosa di nuovo – anche se non nuovissimo – nel panorama dei superhero movie. Lo spirito del film sta tutto in questo dialogo: “Pensi di farci di più?” “Con i poteri?” “No”.

Da vedere perché: grandi poteri senza grandi responsabilità: supereroi immorali, con la tecnica di Rec e Cloverfield.

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09
Feb
12

Millennium – Uomini che odiano le donne. Questo non è cinema Ikea

Voto: 7 (su 10)

Ce l’ha proprio con l’Ikea, David Fincher. In Fight Club aveva fatto saltare in aria l’appartamento arredato Ikea del protagonista. Ora fa a pezzi il cinema Ikea, cioè le versioni svedesi, solide ma anonime come i famosi mobili, dei film tratti dalla trilogia Millennium di Stieg Larsson. Millennium – Uomini che odiano le donne è la versione americana del primo libro, e film, della serie. E in apparenza l’operazione è molto semplice: il cinema americano fa quello che ha sempre fatto, riscrive i film di altri paesi con i propri attori per renderli più accessibili e venderli meglio. Spesso il risultato non è all’altezza. Ma non stavolta. A dirigere c’è David Fincher, grande artigiano del cinema, e, sì, anche Autore, anche quando dirige un film su commissione. La differenza che passa tra lo Uomini che odiano le donne svedese e questo è quella tra la televisione e il cinema. O quella tra un mobile Ikea e un mobile di design.

Nascosto sotto l’impiallacciatura, come in un tavolo Ikea, c’è del marcio in Svezia. Sotto il perbenismo e l’apparente normalità borghese della famiglia Vagner, ci sono litigi, delitti, misteri. Come quello di Harriet, nipote prediletta del capostipite dei Vagner, scomparsa inspiegabilmente molti anni prima e mai più ritrovata. È proprio lui a ingaggiare il giornalista Mikael Blomqvist per fare luce sulla vicenda. Blomqvist si troverà ad essere affiancato dalla giovane hacker Lisbeth Salander, che si trova sotto tutela dopo una vita di abusi e soprusi. Fincher decide di lasciare l’azione nella Svezia di Larsson, ed è bravissimo a farci penetrare fin dentro le ossa il gelo di quelle terre (come vediamo nella scena dell’arrivo alla magione dei Vagner), un freddo che ovviamente è anche interiore. La Svezia di Fincher è colorata di un grigio che raramente tende al bianco e molto spesso sfuma verso il nero (grazie alla magistrale fotografia di Jeff Cronenweth), a cui aggiungono inquietudine e tensione i suoni di Trent Reznor e Atticus Ross (eccezionale la loro versione di Immigrant Song dei Led Zeppelin sui titoli di testa), rumori disturbanti accanto a quelli che sembrano dei carillon rotti. Suoni che colgono alla perfezione il carattere nervoso e malato del cinema di Fincher.

Nel suo film tutto è più spinto, più sboccato, più violento che nell’originale. Le situazioni sono le stesse, ma qui arriva tutto in maniera più diretta e indelebile. Questione di tocco, di talento, e anche di coraggio: Fincher non ha paura di fare un film per adulti. Millennium – Uomini che odiano le donne gli permette di continuare il suo viaggio nella perversione umana che aveva iniziato con Seven e proseguito con Zodiac. La storia di Larsson conferma di non avere una trama irresistibile, ma a Fincher interessano le persone, quello che hanno dentro. E riesce a farci capire meglio quelli a cui tiene maggiormente, i suoi protagonisti: Daniel Craig è qui de-bondizzato e de-eroicizzato, ed è un Blomqvist forte ma sensibile, un uomo con i suoi dubbi, e le sue paure, che Craig lascia trasparire sotto il suo volto e i suoi occhi apparentemente glaciali. Rooney Mara non fa rimpiangere Noomi Rapace nel ruolo di Lisbeth. Anzi, aggiunge delle sfumature, dei tratti di fragilità, di dolcezza (insita comunque nel suo volto): è più un cucciolo ferito e maltrattato che sfodera gli artigli per difendersi che un predatore.

Sotto l’impiallacciatura, insomma, c’è dell’altro. Il Millennium di Fincher non è un semplice remake o reboot. Il regista di Seven ci ha fatto capire perché l’opera di Stieg Larsson affascina così tanto. Millennium è Lisbeth Salander. E lei è il simbolo del nuovo millennio, dei tempi che viviamo: da un lato le illimitate possibilità informatiche e tecnologiche, e con esse la violabilità assoluta della privacy, dall’altro la continua violenza a cui i più fragili sono sottomessi. In questo senso, Fincher continua il discorso iniziato con The Social Network sui paradossi della nostra società. Siamo tutti più connessi e più informatizzati, ma sempre più soli e meno capaci di socializzare. Sconnessi nell’era della massima connessione.

Da vedere perché: La differenza che passa tra lo Uomini che odiano le donne svedese e questo è quella tra la televisione e il cinema. O quella tra un mobile Ikea e un mobile di design: dirige David Fincher, una garanzia.

09
Set
11

Contagion. In ansia per le nostre vite appese a un filo

Voto: 7 (su 10)

In principio era Hitchcock. Era stato proprio lui, per la prima volta, a scioccare eliminando a sorpresa la sua protagonista dopo le prime scene del film, in Psycho. Contagion, il nuovo film di Steven Soderbergh presentato al Festival di Venezia fuori concorso, prende questo schema e lo moltiplica: è pieno di stelle, e fin dalle prime scene capiamo che chiunque, anche i protagonisti, anche quelli interpretati dalle star, possono morire in seguito al contagio di un terribile virus. Gwyneth Paltrow, Kate Winslet, Marion Cotillard, Matt Damon, Jude Law, Laurence Fishburne, Elliott Gould: nessuno di loro ha la salvezza assicurata. L’ansia e la tensione narrativa di Contagion nascono proprio da questo, da chi si salverà e da chi rimarrà in vita. E ovviamente dal tema trattato: quello delle epidemie, forse il pericolo più ineluttabile che ciascuno di noi possa temere. Tutto inizia quando una donna torna a Minneapolis dopo un viaggio d’affari a Hong Kong, e dopo due giorni muore all’improvviso. In breve tempo molte altre persone presentano gli stessi sintomi: tosse secca, febbre, attacchi ischemici, emorragia cerebrale. E poi la morte.

È un film ad alto tasso di suggestione, questo Contagion. Ci sentiremmo di sconsigliarlo a chi è facilmente suggestionabile, a chi è sensibile, a chi è ipocondriaco. E questo è un complimento per il film, che sceglie la via dell’estremo realismo, non risparmiando niente, dalle convulsioni, alla schiuma bianca alla bocca, fino a un cranio aperto per un’autopsia. L’inizio è scioccante, e la gente muore in serie al ritmo frenetico scandito dalla colonna sonora techno. L’evoluzione del contagio è scandita dalle scritte in sovraimpressione che indicano i giorni che passano da quando il virus si presenta: partiamo dal giorno 2, perché nessuno sa cosa sia accaduto nel giorno 1. Lo scopriremo alla fine. Come in ogni film catastrofico che si rispetti, l’azione si svolge su scala globale: Minneapolis, Chicago, Londra, Parigi, Tokyo, Hong Kong, Los Angeles.

Rispetto ai classici dei film sulle epidemie (Virus letale, per fare un esempio), Contagion ha il pregio – oltre all’estremo realismo – di affrontare la questione dai più svariati punti di vista: con una costruzione alla Altman, si passa dalle storie dei malati al punto di vista della ricerca, dalla strategia dell’informazione ufficiale, divisa tra la necessità di dare sicurezza e quella di evitare il panico, degli organi della sanità alle notizie date dai giornalisti indipendenti dei blog, fino agli interessi delle case farmaceutiche. Fino agli effetti collaterali, come le folle impazzite che prendono d’assalto supermercati e farmacie, quelle folle inferocite che diventano un soggetto altro dalle persone che le compongono, di cui raccontava già Manzoni ne I promessi sposi.

Contagion è un film tremendamente efficace ed efficacemente tremendo, nel senso di pauroso. Ed è forse il film migliore di Soderbergh, quello, nella sua eclettica carriera, più vicino a Traffic, per come mescola intrattenimento e contenuti. Lo ricorda anche l’utilizzo di una fotografia dai colori lividi, che passano dal giallognolo al blu, a evocare malattia e desolazione. A proposito di Hitchcock: proprio il regista inglese, finché era in attività, era considerato soprattutto un artista da intrattenimento, e solo dopo è stato considerato Autore, per la maestria con cui ha padroneggiato la macchina cinema. Forse i posteri ci daranno una risposta su Soderbergh. Per ora, più che nei suoi film autoriali, il regista di Sesso, bugie e videotape ci pare bravissimo quando fa intrattenimento, in film come questo ancora di più che nella goliardia dei suoi Ocean. Con Contagion riesce a tenerci in ansia per due ore. Per le vite dei protagonisti, ma anche per le nostre, rendendoci consapevoli di come siano appese a un filo. E di come – lo vediamo nel finale, con la ricostruzione del giorno 1 del virus, dopo che la voce salvifica di Bono ci ha regalato un po’ di speranza con All I Want Is You – siano davvero regolate dal Caso.

Da vedere perché: è un film ad alto tasso di suggestione. Ci sentiremmo di sconsigliarlo a chi è facilmente suggestionabile, a chi è sensibile, a chi è ipocondriaco. E questo è un complimento per il film, che sceglie la via dell’estremo realismo, non risparmiando niente.

 

02
Set
11

I segreti della mente. Il terrore corre sempre sul filo…

Voto: 6,5 (su 10)

Il terrore corre sul filo, ci diceva un vecchio thriller di Anatole Litvak. Corre sul filo anche oggi: ma il filo è quello della connessione web. Ce lo racconta I segreti della mente, titolo italiano un po’ banalotto di Chatroom, che esce un po’ in sordina a oltre un anno dalla sua presentazione a Cannes. A raccontarci questa storia è qualcuno che ci ha già spaventato molto: è Hideo Nakata, autore di quel Ringu (poi diventato The Ring nei remake occidentali, il secondo girato proprio da Nakata) in cui la morte arrivava attraverso una videocassetta maledetta. La tecnologia porta sempre dei pericoli: è questo che sembra volerci dire ancora Nakata.

Che ne I segreti della mente, però, passa dall’horror all’orrore quotidiano: non ci sono mostri né fantasmi, ma le perversioni della mente, come suggerisce il titolo italiano. La storia è quella di alcuni ragazzi che si incontrano in chat: tra questi, la “mente pericolosa” William (Aaron Johnson), il curatore di un forum, ascolta e consiglia i suoi “amici”, spingendoli ad azioni nella vita reale che rischiano di oltrepassare il limite. Nakata passa così dall’horror puro al thriller psicologico: in questo senso I segreti della mente svolge bene il suo dovere, tra ritmi techno e una fotografia nitida.

Quello che è interessante è il tentativo di dare una forma a qualcosa che non ce l’ha, di rendere reale e palpabile quello che è virtuale ed sfuggente: Nakata mette in scena il mondo della rete come uno strano hotel, un non luogo alla David Lynch, allo stesso tempo fatiscente e intrigante, dove il virtuale prende forma e diventa reale. D’altra parte chatroom vuol dire stanza per parlare. Così i dialoghi che avvengono in chat – che finora al cinema erano raccontati attraverso le schermate del computer, finendo per diventare anticinematografici – prendono vita e vengono messi in scena come se i protagonisti si trovassero davvero a parlare faccia a faccia in una stanza. Nakata gioca con il dualismo reale/virtuale colorando in modo diverso i due mondi: tanto la realtà è grigia nei suoi colori desaturati, tanto la chat è scintillante nella sua fotografia supersatura, dove i protagonisti sono più belli che nella vita reale, e a volte non sono nemmeno loro stessi.

Ecco, il problema de I segreti della mente, che regge bene il ritmo del racconto, anche se pare ammiccare troppo al mondo teen, è proprio questo. Il film di Nakata arriva fuori tempo massimo, e ci racconta – con una visionarietà notevole, certo – un mondo della rete che forse non esiste più. È vero che nella prima vita del web molti, nel mondo delle chat e di Second Life, baravano per essere qualcun altro o si costruivano dichiaratamente una seconda vita. Ma oggi siamo nel mondo del web 2.0, quello dei blog e di Facebook, quella piazza virtuale dove ognuno è se stesso, e si mette in scena confessandosi il più possibile. È la rete, bellezza. E oggi va più veloce che ogni altra cosa. E tutto il resto, anche il cinema, rischia di non andare alla stessa velocità.

Da vedere perché: Nakata mette in scena il mondo della rete come uno strano hotel, dove il virtuale prende forma e diventa reale. Ma rischia di arrivare fuori tempo massimo, e di raccontare una rete che oggi forse non c’è più.

 

03
Ago
11

Hanna. La crudele e tenera favola di un’infanzia rubata

Voto: 6,5 (su 10)

Nikita. La sposa di Kill Bill. La sposa in nero di Truffaut. Trinity di Matrix. E l’elenco potrebbe continuare a lungo. È la galleria delle donne combattenti che ha fatto la storia del cinema. Quasi mai avevamo visto però una bambina combattente, a parte la recente Chloe Moretz di Kick-Ass (ma la violenza lì era stemperata dalla cornice pop). Hanna (una bravissima Saoirse Ronan) ha sedici anni ed è stata cresciuta dal padre Erik (Eric Bana), ex agente CIA, come una perfetta macchina da guerra, forte, scaltra e insensibile, in attesa di una probabile vendetta da compiere. Qualcosa che attendiamo, e che crea un’atmosfera di sospensione nella bellissima prima parte del film, tra i ghiacci della Finlandia.

È un film algido, glaciale, e non solo per gli ambienti dove inizia, Hanna. Sono algidi i ghiacci dove la protagonista si esercita, sono freddi gli interni asettici, vetro e metallo, dell’ufficio della CIA dove si muove l’agente Marissa Wiegler (Cate Blanchett), sono algidi i volti di porcellana di Saoirse Ronan e Cate Blanchett. Il tutto è accentuato dall’eccezionale colonna sonora techno dei Chemical Brothers, cuore e scheletro metallici del film. Joe Wright, finalmente lontano dai film in costume come Orgoglio e pregiudizio ed Espiazione (lui che dice di amare David Lynch), raffredda volutamente il suo film, donandogli calore a sprazzi, poco a poco. Perché l’andamento di Hannah segue quello della sua protagonista: creata per essere fredda e insensibile, si scopre più calda, più tenera, man mano che conosce la vita.

Hanna è infatti allo stesso tempo una spy story, un thriller e un romanzo di formazione. Hannah, a sedici anni, esce per la prima volta dal bozzolo dove l’aveva chiusa il padre, e scopre pian piano il mondo e la vita. È vergine, pura, non ha ancora visto quasi niente. Così è naturale il suo stupore, carico di paura, davanti all’energia elettrica, la sua estraneità ai discorsi vacui del mondo di oggi. Hanna ci emoziona emozionandosi di fronte alla musica, o scoprendo per la prima volta cosa vuol dire avere un’amica (e la regia di Wright cambia registro, con la macchina da presa addosso ai volti delle due ragazze nella sequenza delle confessioni tra le due).

Hanna è un film che spiazza proprio per questa alternanza di toni e registri, è allo stesso tempo crudele e tenero, come può essere la storia di una bambina strappata alla sua infanzia e adolescenza, alla sua vita. Come nella realtà, in altri modi, purtroppo accade spesso. E come in fondo accade ai bambini protagonisti delle favole (da qui il riferimento ai Fratelli Grimm), alle prese con orchi e prove difficili da superare. Hanna potrebbe essere una favola postmoderna. È un film spiazzante anche per come si snoda la storia, che devia spesso dalla strada che ci si aspetta. Anche se spesso sembra andare troppo veloce: non convincono alcuni movimenti dei personaggi (dalla Finlandia si passa al Marocco, alla Spagna e a Berlino come se ci fosse il teletrasporto) e a tratti alcuni aspetti della loro psicologia, non spiegati completamente, soprattutto man mano che si arriva alla fine. Hanna è un film difficile da definire e da incasellare (forse per questo esce ad agosto?), ma molto coraggioso. Si chiude come era iniziato, con i cigni e la casetta innevata del luna park che richiamano le scene dell’inizio del film. E la stessa battuta che Hanna la cacciatrice aveva pronunciato dopo aver ferito un cervo. “Ti ho mancato il cuore”.

Da vedere perché: è allo stesso tempo crudele e tenero, come può essere la storia di una bambina strappata alla sua infanzia e adolescenza, alla sua vita. Come accade ai bambini protagonisti delle favole. Hanna potrebbe essere una favola postmoderna

 

27
Lug
11

At The End Of The Day. La guerra non è un gioco

Voto: 6 (su 10)

La guerra non è un gioco. E a giocarci finisce che ci si fa male. Potrebbe essere questo il messaggio morale di At The End Of The Day – Un giorno senza fine, opera prima di Cosimo Alemà, finora specialista in videoclip di grande successo, un horror davvero fuori dagli schemi per il cinema italiano. E infatti è stato venduto in tutto il mondo, Stati Uniti compresi. La situazione è un classico del thriller e dell’horror, che abbiamo visto mille volte da Un tranquillo weekend di paura in poi: alcuni ragazzi, per divertirsi, si ritrovano in un posto lontano e isolato. Dove capiranno ben presto di non essere soli. E il divertimento si trasformerà in incubo: partiti per giocare alla guerra con il softair (gioco in cui le armi sono copie di quelle vere, ma sono caricate con pallini di plastica al posto delle pallottole) troveranno qualcuno che la guerra la fa sul serio.

La guerra non si può disinnescare. È questo il messaggio morale di fondo secondo lo sceneggiatore Daniele Persica. La guerra è sempre sbagliata. Ed è così brutta che non può essere mai un gioco. Ma ovviamente quello pacifista è solo un sottotesto di un’opera che vuole essere un solido film di genere. È stato girato apposta con attori stranieri, in un non luogo, un dove non precisato, proprio per essere universale. Un’ottima idea, anche perché sostenuta da un’ottima regia: il passato da regista di videoclip di Alemà non è un limite, ma una forza, viste le ottime soluzioni di regia, dalle inquadrature sfocate alle soggettive degli sconosciuti che regalano subito una sensazione di pericolo e di disagio. Un disagio acuito dal grande lavoro sul sound design e sulla colonna sonora, fatti di rumori sinistri e disturbanti alternati a canzoni dolci e malinconiche, che creano ulteriore straniamento. La fotografia “mimetica”, sui toni del verde, del marrone e del grigio, è funzionale al film, e crea subito la giusta atmosfera.

Nonostante tutte le cartucce sparate da Alemà, At The End Of The Day non decolla mai veramente, e non avvince come dovrebbe. Colpa probabilmente di una sceneggiatura non all’altezza della regia: non riesce a creare empatia con i personaggi, a caratterizzarli a tutto tondo, e non riesce a creare una progressione narrativa e una vera tensione drammatica. Invece di costruire un crescendo, il film fa salire la tensione rapidamente, ma poi la mantiene troppo stabile per tutto il film, fino al finale, sorprendente, ma anche un po’ furbo. Cosimo Alemà ha dichiarato che il suo prossimo film sarà un thriller, e non abbiamo dubbi che la sua bravura risalterà ancora di più in un genere dove l’atmosfera è fondamentale. Per ora applausi per Cosimo, e per un cinema italiano che merita di riscoprire e percorrere con coraggio una via diversa dalle commedie e dai film d’autore: quella del film di genere.

Da vedere perché: il cinema italiano merita di riscoprire e percorrere con coraggio una via diversa dalle commedie e dai film d’autore: quella del film di genere.

 

09
Mag
11

Machete. Il film nato per volontà popolare

Voto: 7 (su 10)

In un’epoca in cui i film sono tratti da acclamati bestseller, o sequel di acclamati film, o rifacimenti degli stessi, un film tratto da un “acclamato” trailer è qualcosa di più unico che raro, e desta sicuramente simpatia. Parliamo di Machete, e di quel finto trailer presente in Grindhouse, l’opera a quattro mani di Quentin Tarantino e Robert Rodriguez, da noi andato in onda in, la metà di Rodriguez distribuita come film a sé stante. Prima dell’inizio di Planet Terror andava appunto in onda, compreso nell’opera stessa, un trailer di un film che non esisteva, Machete, che ha fatto impazzire il pubblico. Machete è nato per volontà popolare: su  internet, perfino per strada la gente ha richiesto a gran  voce a Rodriguez questo film. Ma Rodriguez Machete lo aveva in mente dai tempi di Desperado, e quel trailer in fondo è stato solo la molla. Eccolo, allora: Machete Cortez, ex agente federale, deve vendicarsi del boss Torres che lo aveva incastrato e fatto radiare dal corpo. Mentre un politico fa della lotta all’immigrazione dei messicani il fulcro della sua campagna elettorale, una poliziotta e una rivoluzionaria aiuteranno Machete.

L’operazione di Machete è la stessa dei film di Tarantino: il recupero e la nobilitazione dei B movie. Machete, che può essere considerato tranquillamente la terza parte di Grindhouse, non sfugge alle regole che i due hanno dato all’operazione, e che sono alla base del loro cinema da sempre. Del film di serie B vengono ripresi i temi, che sono quelli del cinema di genere, dei polizieschi, degli horror, viene ricreato in parte lo stile, con le pellicole sgranate e rovinate, anche se qui l’effetto è meno evidente che in Grindhouse. E poi c’è il recupero di vecchie star cadute nel dimenticatoio, o quasi: se il colpo per eccellenza in questo senso lo fece Tarantino con John Travolta in Pulp Fiction, qui Rodriguez recupera due vecchie conoscenze del cinema e della tv degli anni Ottanta, gli indimenticati Don Johnson e Steven Seagal, che è il villain Cortez. Più Danny Trejo, nel ruolo di Machete, ex caratterista, ed ex galeotto, da qui il physique du role, alla sua prima volta da protagonista.

L’operazione B movie, lo sappiamo, è divertimento puro (il sottotesto politico c’è, ma è lievissimo). Per chi guarda, ma anche per chi gira. Rodriguez è il regista, e può permettersi tutto. Può permettersi le pupe, Jessica Alba, Lindsay Lohan e Michelle Rodriguez, e può permettersi pure di spogliarle (solo le prime due, ma il nudo della Alba è virtuale: indossava un bikini poi cancellato al computer). Rodriguez vuole stupire a ogni sequenza, e spesso ci riesce. L’idea geniale è che il protagonista riesca ad uccidere non solo con il machete, ma con qualsiasi oggetto tagliente o appena appuntito: coltelli da cucina, cavatappi, termometri da cucina, e così via. Machete è un film spassoso, pieno di ritmo, irresistibile.

Machete allora è un film di serie B, o qualcos’altro? La sensazione è che, dentro al guscio colorato e saporito non ci sia la sostanza che c’è dentro un film di Tarantino. Ci siamo chiesti allora quale sia la differenza tra il cinema di Tarantino e quello del suo sodale Rodriguez. Perché, cioè, il primo giri dei capolavori e il secondo al massimo dei film molto divertenti. La differenza sta tutta nella scrittura: da B movie un po’ coatto quella di Rodriguez, un mix tra Shakespeare e la cultura pop, fatta di dialoghi quotidiani, quella di Tarantino. E non è detto che l’amicizia tra i due sia una fortuna per Rodriguez: se senz’altro l’ha facilitato a trovare il suo posto al sole, forse l’ha un po’ frenato nel trovare una sua personalità al cinema. Non a caso forse il film di Rodriguez con uno stile più personale, seppur mutuato da un altro stile ben preciso, quello di Frank Miller, è Sin City. Proprio dove, pur avendolo come collega sul set, Rodriguez si è allontanato da Tarantino. La differenza è questa: Tarantino prende il B movie per frullarlo e trasformarlo in cinema d’autore. Rodriguez lo prende per rifare semplicemente grandi B movie. Cosa che nessuno oggi sa più fare.

Da vedere perché: è un film spassoso, pieno di ritmo, irresistibile. Anche se rimane, orgogliosamente, un B movie












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