Archive for the 'guerra' Category

08
Apr
10

Oltre le regole – The Messenger

Voto: 7 (su 10) 

Quante volte abbiamo visto una coppia di ufficiali dell’esercito americano bussare alla porta di una casetta di provincia per portare la notizia della morte di un soldato alla sua famiglia? Decine di volte. E la scena si è ripetuta molto spesso durante questi ultimi anni, con la tremenda guerra in Iraq portata spesso al cinema. Oltre le regole – The Messenger continua il mea culpa americano sul recente conflitto (vedi l’oscar a The Hurt Locker e Green Zone) ma lo fa con un punto di vista inedito. Per la prima volta assistiamo alla storia di chi le tremende notizie deve annunciarle. Reparto notificazione vittime. Così si chiama il reparto dell’esercito deputato a questo orribile compito. Un giovane reduce rientrato anzitempo dall’Iraq dopo essere stato ferito e decorato (Ben Foster) viene destinato a questo reparto, e affianca un esperto ufficiale che da tempo di occupa di queste mansioni (Woody Harrelson).

Freddezza. Distacco. Professionalità. Nessun abbraccio. Reperibilità a qualunque ora del giorno. Perché il reparto notificazione vittime deve arrivare per primo a dare la notizia. E ha una concorrenza che si chiama CNN, ABC, notiziari, internet e cellulari di altri soldati. È uno sporco lavoro, ma qualcuno lo deve pur fare. E poi capita che ci sia chi non vuole crederci. Chi se la prende con l’ambasciatore. E anche chi dice “non deve essere facile per voi”. Come una giovane vedova (un’intensa Samantha Morton) a cui il protagonista sembra avvicinarsi.

Finché morte non vi separi, recita una delle formule del matrimonio. Ma, dove non è la morte, è la guerra stessa a dividere le unioni tra le persone. Quelle che vanno in scena sono vite spezzate e coppie divise. C’è chi ha lasciato il proprio ragazzo dopo che è partito e sta per sposarsi con chi è rimasto a casa. Chi si è sposato di nascosto dalla famiglia appena prima che il proprio compagno partisse. Chi torna a casa, ma non è più lo stesso, e allora la moglie spera che riparta il prima possibile.

Tipico prodotto indipendente americano, fatto di uno script solido e una regia sobria, girato a ritmo di rock (il regista, Oren Moverman, è uno degli sceneggiatori di Io non sono qui, il film su Bob Dylan, e potrebbe dirigere un biopic su Kurt Cobain), Oltre le regole – The Messenger ha il pregio di non procedere per scene madri e svolte narrative ad effetto, ma per sfumature e approfondimento psicologico. E ogni snodo narrativo arriva nel modo meno scontato e prevedibile. Un altro pregio, che rende il film qualcosa di diverso da quello che ci si potrebbe aspettare, è la sottile ironia che lo pervade. Un’ironia che è tutta sulle spalle dell’ufficiale di Woody Harrelson. La sua ironia è quella del cinismo di chi deve staccarsi dalla materia che tratta per sopravvivere. Anche se – vedi il bel finale – non ci riuscirà completamente. Oltre le regole – The messenger è un film attuale, drammatico, ma anche una storia di amicizia virile e un buddy movie tragicomico, che mette in scena l’umana commedia della vita. La scelta di sposare il punto di vista dei “messaggeri” è vincente. Perché è come se l’America stessa volesse farsi carico delle sue vittime, mettersi in primo piano, assumersi la responsabilità di chi ha causato drammi che ricadono nella vita di migliaia di famiglie. E volesse scusarsi. Seppur con la fredda formula di rito. “Ci dispiace”.

Da vedere perché: è un film attuale, drammatico, ma anche una storia di amicizia virile e un buddy movie tragicomico. È come se l’America stessa volesse farsi carico delle sue vittime di guerra, assumersene la responsabilità

 

07
Apr
10

Green Zone. Trovare un senso a questa guerra

Voto: 6,5 (su 10) 

Voglio trovare un senso a questa guerra. Anche se questa guerra un senso non ce l’ha. Rubiamo le parole di una canzone per sintetizzare l’obiettivo di Roy Miller (Matt Damon), soldato in missione nell’Iraq del 2003 (sono passati già sette anni, è già Storia), alla ricerca di quelle dannate armi di distruzione di massa che sono state, così ci hanno detto, la causa scatenante della guerra in Iraq firmata Bush junior. È Green Zone, il nuovo film di Paul Greengrass. Il titolo si riferisce alla Zona Verde, l’area blindata di dieci chilometri quadrati nel cuore di Baghdad, dove le forze alleate hanno posto il loro quartier generale al posto di quello di Saddam Hussein. Già nella prima scena d’azione veniamo al punto, al nodo cruciale della guerra in Iraq. I soldati guidati da Miller fanno irruzione in un sito dove dovrebbero esserci delle armi di distruzione di massa. Ma queste non si trovano. “C’è qualcosa che non quadra” dice a Miller l’agente della CIA interpretato da Brendan Gleeson. Le informazioni su queste armi, raccolta dalla DIA (Defense Intelligence Agency), che hanno fatto da pretesto alla guerra, sono infondate.

La faccia attonita di Matt Damon davanti a questa evidenza è quella di tutto il mondo occidentale, quel mondo che, anche solo per un attimo, ha dato credito all’ipotesi degli alleati guidati dagli U.S.A., e che ha assistito a una guerra assurda credendo che qualcosa prima o poi si sarebbe trovato. È qualcuno che vuole trovare un senso in quello che sta facendo. In una guerra che un senso non ce l’ha. La faccia di Damon è sempre quella dell’agente Jason Bourne, la spia senza memoria metafora di un’America che si è scordata il perché si interviene con i conflitti nel mondo, e quali siano le guerre “giuste”, quelle cha hanno un senso.

Regista e attore protagonista sono gli stessi: questo Green Zone potrebbe benissimo essere un Bourne 4. Lo stile di Paul Greengrass, ex reporter di guerra, è quello di sempre, ormai un suo marchio di fabbrica: macchina da presa a mano, riprese che ci portando dentro alla storia, nell’occhio del ciclone, come in una diretta tv. La sua macchina da presa fa sì che l’immagine sia traballante, incerta. Come se fosse una ripresa dal vero. Ma anche a rappresentare, metaforicamente, le vite incerte e appese a un filo di chi è in scena. Rispetto a un film come The Bourne Ultimatum, forse il suo capolavoro, girato tutto “sul campo”, Green Zone alterna scene sul campo di battaglia ad altre girate nelle “stanze dei bottoni” (un po’ come accadeva in Nessuna verità di Ridley Scott, film al quale somiglia per costruzione narrativa). Le stanze dei bottoni, per loro natura sono meno cinematografiche e, rispetto agli altri film di Greengrass, Green Zone soffre un po’ di staticità. L’adrenalina non scorre come ci aspetteremmo, lo stile di regia è meno “estremo”. E la storia a tratti è difficile da seguire, a tratti è didascalica. Oltre a non dirci, in fondo, nulla di nuovo. Le fantomatiche armi di distruzione di massa, lo sappiamo, sono state una colossale balla. Come tante che ci raccontano i governi oggi.

Paul Greengrass finora aveva messo il suo stile adrenalinico e vibrante al servizio di importanti film civili (Bloody Sunday, dedicato alla questione irlandese, e United 93, sugli attentati dell’11 settembre 2001) come di efficaci film d’azione e intrattenimento che hanno ridisegnato i canoni del genere. In questo Green Zone avviene una sintesi tra i due generi che Greengrass ha frequentato finora. Ma il risultato non è convincente come nessuno dei due filoni. È comunque un film importante, che continua il mea culpa americano su una guerra che è già triste Storia recente di una nazione che vuole voltare pagina (vedi l’Oscar a The Hurt Locker e l’imminente Oltre le regole – The Messenger). “Non sta a voi decidere cosa deve succedere qui” dice un iracheno, mettendo la lapide all’idea americana di esportate la democrazia. No, questa guerra un senso non ce l’ha.

Da vedere perché: è un film importante nel filone del mea culpa americano sulla guerra. Ma è un po’ didascalico. E Greengrass, a livello di adrenalina, ha fatto di meglio

 

 












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