Posts Tagged ‘film gennaio

31
Gen
12

Mission: Impossible – Protocollo fantasma. Un po’ Bond, un po’ Pixar

Voto: 7 (su 10)

È questa la vita che sognavo da bambino:  un po’ di Apocalisse, un po’ di Topolino, canta Jovanotti in Megamix. Un po’ di James Bond, un po’ di Pixar deve essere quello che sognava Tom Cruise per il suo nuovo Mission: Impossible – Protocollo fantasma, diretto da Brad Bird (e prodotto anche da J.J. Abrams che aveva diretto il terzo episodio). Un po’ di James Bond nella nuova avventura di Ethan Hunt (Cruise) ce n’è. Perché, con la franchise di Bourne per ora in stand by, l’agente Hunt si propone come il principale erede di 007. Il quarto capitolo della serie è bondiano già nella trama, che ruota intorno al furto di alcuni codici per il lancio di testate nucleari, una storia che riporta a Thunderball (e all’ apocrifo remake non dichiarato Mai dire mai): Hunt viene fatto evadere dalla sua squadra da un carcere di Mosca, e, mentre entra nel Cremlino per rubare i codici di cui sopra. Ma viene preceduto da qualcuno che fa anche saltare in aria il Cremlino, facendo cadere le accuse sull’unità Mission: Impossible, che così viene sciolta.

È la Guerra Fredda, bellezza. E pazienza se non esiste più: la sola presenza dei russi porta il film nel terreno più fertile, i tempi d’oro della spy-story. Trama a parte, il nuovo Mission: Impossible è bondiano in molti altri aspetti. Dalla scelta di location esotiche e all’ultimo grido – oltre a Mosca e Budapest ci si muove tra Dubai e Mumbai – per seguire la strada dei film di Bond, ma anche per conquistare i nuovi pubblici dell’Asia e dell’Est Europa, alla struttura che, come nei film di 007 (ma anche di quelli di Hitchcock), si sviluppa intorno a grandi scene madri, costruite in modo da essere eccessive e memorabili, con la trama che è più che altro un pretesto per legarle tra loro. Sia chiaro, in un film d’azione va benissimo così.

E qui, accanto all’Apocalisse, entra in scena Topolino. O meglio la Pixar, cioè Brad Bird, il regista maestro dell’animazione autore de Gli incredibili e Ratatouille, alla sua prima prova in un film live action (lo seguirà, a marzo, il suo sodale Andrew Stanton, con John Carter Of Mars). E qui sembrerebbe facile dire che la sua presenza in cabina di regia abbia spostato la franchise di Mission: Impossible verso il cartoon. Se le azioni dei personaggi sono così iperboliche da sembrare realizzate da personaggi virtuali, il dolore delle ferite e dei colpi si sente e si vede: sono personaggi in carne ed ossa, non supereroi, e su questo non c’è dubbio. Ma il modo che ha Brad Bird di riprendere spazi grandi e stilizzati rende alcune scene vicine alle scenografie magniloquenti dei grandi film d’animazione. Le scene girate sul Burj Khalifa di Dubai, il grattacielo più alto del mondo, tutte specchi e vertigini, sono esteticamente così riuscite da sembrare “disegnate”. E a proposito di cartoon, la presenza di Simon Pegg (new entry nella squadra accanto a una sexy e muscolare Paula Patton e a un rude Jeremy Renner, che ora passerà alla “concorrenza”, nei panni dell’agente Bourne) regala un po’ di quell’ironia che trovavamo nei film d’animazione di Bird. Il risultato è divertente, emozionante, estetico. Si può dire che Brad Bird è un regista per cui oggi niente è “impossibile”.

Da vedere perché: trama e azione da film di James Bond, diretta con grande senso estetico dal regista de Gli incredibili. Cosa volete di più dalla vita?

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26
Gen
12

The Iron Lady. Meryl Streep, una vera Lady di ferro

Voto: 6 (su 10)

It’s A Man’s, Man’s, Man’s World. È un mondo di uomini, come cantava James Brown, la politica. Soprattutto in un paese tradizionalista e conservatore come la Gran Bretagna. Margaret Thatcher è stata una donna forte, in grado di sovvertire schemi e tradizioni, e diventare la prima donna premier del suo paese. È un mondo di uomini: Margaret, in quanto donna, in quanto figlia di droghiere, lo vede così. Il film è narrato dal suo punto di vista, e in tutte le scene della vita politica, anche se a quell’epoca non era l’unica donna in parlamento, la Thatcher è la sola donna, perché sentiva di essere sola tra gli uomini. The Iron Lady parte quasi ai giorni nostri, in cui l’ex Lady di ferro è ormai un’anziana signora che si è ritirata a vita privata, e ha qualche problema a causa di una serie di lievi ischemie cerebrali. Nonostante il suo amato marito sia defunto da tempo, lei continua a “vederlo”, a comportarsi come se fosse ancora lì. I giorni della terza età della Thatcher sono il filo conduttore della storia, che viene ricostruita attraverso i ricordi, richiamati alla memoria da un rumore, da un’immagine o da una situazione. Vediamo così Maggie ragazza, sotto i bombardamenti delle Seconda Guerra Mondiale, la sua storia d’amore con il futuro marito Denis, l’ascesa politica, fino all’elezione a premier e all’arrivo al numero 10 di Downing Street. Fino alla crisi politica delle Falkland e alla guerra contro l’Argentina, in cui dimostrerà sangue freddo e uscirà da vincitrice.

Raccontare la storia con gli occhi della Thatcher stessa può essere una carta vincente, ma anche un rischio. A livello narrativo, si tratta più che altro di un problema di proporzioni: la parte della Thatcher anziana, utile come idea per legare la storia, sembra avere troppo spazio in confronto a quella relativa alla carriera della Lady di ferro. Dando un tono un po’ monotono e patetico al film. E finendo un po’ per svilire la figura della Thatcher politica, e per lasciare il pubblico non ancora sazio di informazioni: ad esempio, tutta la vita politica tra le Falkland e la caduta del muro di Berlino è raccontata con un’ellissi narrativa e un montaggio veloce, il rapporto con Reagan da un ballo. E così via. A livello di contenuti, leggere la storia di Margaret Thatcher dal suo punto di vista significa ascoltare (non aderire, certo) solo le sue ragioni. E non vedere la sua politica da un punto di vista più obiettivo. Le politiche dalla Thatcher sono state oggetto di contestazioni (nel film vediamo delle rivolte in immagini di repertorio, ma non basta certo questo a ricordarlo), e ancora oggi sono considerate l’inizio di una crisi economica e del lavoro che oggi è deflagrata. Non è certo di politica che si vuole occupare Phyllida Lloyd, la regista del film. E da lei non ci si aspetta nemmeno il film sulla Thatcher che avrebbe girato Ken Loach. Ma una visione un po’ più ampia, quella sì, avrebbe giovato al film.

A Phyllida Lloyd, che, come Clint Eastwood nel suo J. Edgar, ha avuto il coraggio di raccontare un personaggio controverso (per non dire negativo), interessa raccontare la Thatcher come donna, come figura, come simbolo. Come la protagonista di una tragedia shakespeariana, come una Elisabetta I, anche lei leader donna in un mondo di uomini. E proprio come la Regina Elisabetta (o come una star del cinema o del rock) è raffigurata la Thatcher della vita politica: ripresa in primi piani, dal basso, in movimento, luminosa e illuminata (ad arte). Il resto, in un film che non soddisfa appieno, lo fa Meryl Streep. E non è poco, anzi è tantissimo: con poco trucco, almeno negli anni della carriera politica, e con pochissimi vezzi attoriali, semplicemente la Streep è la Thatcher, non la interpreta né la imita. È un lavoro di mimesi, di sottrazione. Non ci scordiamo che è lei, perché non stravolge il suo aspetto fisico, ma crediamo in ogni momento di guardare la Thatcher. Non a caso, un Golden Globe vinto e un Oscar prenotato. Se potete, guardate il film in lingua originale: il lavoro sulla voce è straordinario, ancor di più se pensiamo che è un’attrice americana. Ma alla Streep niente è impossibile. Anche lei, a suo modo, è una Lady di ferro.

Da vedere perché: per Meryl Streep. Basta la parola.

19
Gen
12

Benvenuti al Nord. Anche i milanesi hanno un cuore grande

Voto: 6,5 (su 10)

C’è la nebbia, si mangia male, la gente è fredda e pensa solo a lavorare. Luoghi comuni, questi fidi compagni di viaggio: dopo quelli sul Sud, ecco quelli su Milano in Benvenuti al Nord, atteso sequel del fortunatissimo Benvenuti al Sud. Stavolta tocca a Mattia (Alessandro Siani), in crisi con la moglie Maria (Valentina Lodovini), trasferirsi da Castellabate a Milano. Ad aspettarlo ovviamente c’è Alberto Colombo (Claudio Bisio), anche lui in crisi coniugale con Silvia (Angela Finocchiaro), che, per ripararsi dalle polveri sottili prende una casa in montagna per i week end, ma non può andarci con il marito, troppo impegnato con il lavoro. Come da copione l’impatto di Mattia con il nuovo ambiente è duro: le colazioni sono scarne e solitarie, i divieti di sosta per il lavaggio delle strade vanno rispettati. E al lavoro tutti corrono. E proprio il lavoro è al centro di questo sequel: il fantomatico progetto pilota delle Poste Italiane, nome in codice E.R.P.E.S., tormenta Alberto. E sarà proprio Mattia a risolvergli i problemi. Ovviamente, come nel primo film, i luoghi comuni vengono superati, esorcizzati, sfatati. E capiremo che anche i milanesi hanno un cuore grande.

È un luogo comune, questo difficile da sfatare, che il cinema italiano rischi poco e osi nulla. Così, dopo i Cinepanettoni seriali con il format delle vacanze sempre uguali a se stesse, il 2012 inizia riproponendo i successi dell’anno precedente, Immaturi e Benvenuti al Sud. In questo caso la sfida è però diversa: se Benvenuti al Sud era il remake di un film francese (Giù al Nord), ed era costruito intorno a una trama solida, fluida e a delle gag riuscite, Benvenuti al Nord è un film completamente nuovo. La sfida è proprio costruire un film ex novo, seppur non partendo da zero, ma dal canovaccio del fortunato predecessore. Accanto a Luca Miniero in sceneggiatura c’è Fabio Bonifacci, e il suo tocco “sociale” si sente a tratti (i discorsi sullo spietato mondo del lavoro, sul mutuo). La sfida complessivamente è riuscita: il film è divertente e piacevole, e lascia in bocca un gusto dolce e consolante.

Rispetto al suo predecessore, però, Benvenuti al Nord sembra funzionare un po’ meno come racconto, e sembra procedere più per strappi e gag, sembra meno cinematografico e più cabarettistico. Non a caso, se si ride per le avventure di Bisio e Siani, ad essere irresistibili sono le caratterizzazioni di Paolo Rossi, immenso nel suo team leader simil Marchionne (con cui evidentemente ha un conto aperto) e di Angela Finocchiaro che interpreta, invecchiata ad arte, la madre di Silvia. A livello di script, invece, il vero colpo di genio è la gag della pantomima al contrario, nemesi e specchio della scena più riuscita del primo film, quella in cui i campani inscenavano una Castellabate da incubo a uso e consumo della moglie di Alberto. Si tratta comunque di un successo annunciato che al pubblico piacerà. E se ci piacerebbe ancora vedere Siani e Bisio insieme, stavolta in un progetto completamente nuovo, resta da riflettere su un cinema che prende le distanze, in stile e temi, dal Cinepanettone, ma che è pur sempre una “commedia italiana” e non ancora quella “Commedia all’italiana”, quella tagliente e amara dei Risi e dei Germi, quella a cui il cinema italiano dovrebbe ambire. Comunque, se si finisce con Emma che canta Nel blu dipinto di blu, il nostro inno nazionale non ufficiale, vuol dire che è proprio un bello spot per l’Unità d’Italia. Alla faccia di chi, proprio al Nord, non la vorrebbe…

Da vedere perché: è divertente e piacevole, e lascia in bocca un gusto dolce e consolante. E Paolo Rossi simil Marchionne e Angela Finocchiaro nei panni della suocera sono irresistibili

19
Gen
12

La talpa. Bentornata, spy-story

Voto: 6 (su 10)

Bentornata, spy-story. La talpa (presentato a Venezia con il titolo originale Tinker, Taylor, Soldier, Spy) si propone come il non plus ultra del genere. È tratto infatti da un libro di John Le Carré, il maestro dello spionaggio, già portato sugli schermi con una versione televisiva in sette puntate. È ambientato all’inizio degli anni Settanta, con i Sessanta gli “anni d’oro” della spy-story, e della Guerra Fredda. Tra Londra, Budapest e Istanbul, i servizi segreti inglesi, il leggendario MI6, dopo una missione andata a monte, vede le dimissioni del suo capo, Controllo (John Hurt) e del suo luogotenente, Smiley (Gary Oldman). Sarà proprio lui a cercare di smascherare la talpa che si dice si trovi nell’MI6. I candidati sono tanti…

La talpa è l’altro lato della spy-story: non è quello tutto eroi, uomini affascinanti e azione sfrenata (il genere lanciato da James Bond e proseguito dalle serie di Bourne e di Mission: Impossible), ma è fatto di esseri anonimi, “gente con gli occhiali sul naso” (come lo Smiley di Gary Oldman e come un bambino che fa amicizia con una delle spie), ometti grigi. Così come sono il grigio e il  marrone, colori piatti e uniformi, anonimi, le tinte del film. L’MI6 non appare così impeccabile come quello di 007. Non aspettatevi azione e gesta estreme, ma complotti, segreti e azioni sottobanco. Siamo più dalle parti de La casa Russia, per restare vicini a un altro film tratto da Le Carré.

E queste tinte retrò, scolorite e demodè sembrano essere davvero congeniali a Tomas Alfredson, regista svedese, perché le trovavamo anche nel suo film Lasciami entrare, così come quell’atmosfera fredda, raggelata che permea entrambi i film. Tutto, nei film di Alfredson, sembra evocare una senso di lontananza: fisica, temporale, emotiva. Lontananza che forse qui vuol dire nostalgia per un’epoca, quella della Guerra Fredda, in cui forse il lavoro di intelligence era più semplice, nel senso che era piuttosto chiaro chi era il nemico. La lontananza però qui sembra essere anche il limite del film. Se in Lasciami entrare il tono distaccato di Alfredson sembrava avvicinarsi allo sguardo di un entomologo, di qualcuno che guardava dall’esterno per analizzare al meglio caratteri e comportamenti, qui sembra essere quello di un professionista intento a realizzare al meglio un affresco d’epoca, e non sfigurare accanto ad altri classici della spy story. Ma troppi personaggi, di cui nessuno con cui sviluppare una certa empatia, una trama troppo macchinosa e veloce, rendono il film difficile da seguire, ma soprattutto da amare, anche se è indubbio che abbia un cast eccezionale e una pregevole fattura. Non a caso, il libro di Le Carré era stato adattato in una serie di sette puntate. E per una storia così complessa due ore sembrano poche….

Da vedere perché: ha un cast eccezionale e una pregevole fattura

 

16
Gen
12

Shame. Il sesso come prigione

Voto: 8 (su 10)

Shame come  vergogna. Quella della dipendenza da sesso, malattia figlia dei tempi che viviamo, bombardati come siamo oggi da input di tutti i tipi, ritmi di lavoro eccessivi, e spesso da una vita affettiva raggelata. È così per Brandon (Michael Fassbender), il protagonista del film, broker di Wall Street perduto in una New York tutta acciaio e vetro, dove tutto è lucido, tutto è solo una superficie su cui scivolare, pura apparenza. È una New York fatta di specchi, dove guardarsi con vergogna. Brandon, che sembra uscito da uno dei romanzi minimalisti sulla New York degli anni Ottanta, quelli di Brett Easton Ellis e Jay McInerney, è bello, elegante, ricco: può avere tutto, comprare tutto. Anche il sesso. I suoi comportamenti diventano sempre più compulsivi. E le cose sono destinate a complicarsi quando arriva in città la fragile sorella Sissy (una struggente Carey Mulligan), a incrinare il già fragilissimo equilibrio di Brandon. E ancora di più quando un’affascinante collega prova a imbastire con lui una relazione. A fare l’amore, invece che sesso.

Shame, opera seconda del videoartista inglese Steve McQueen, tanto raffinata quanto dolorosa, ha il pregio di non mostrare il sesso solo come depravazione, ma anche come fascino e seduzione.  Non è un film né moralista né pietista, ma drammatico e tragico. Ci attrae e poi ci fa sentire in colpa, mettendoci sullo stesso piano del protagonista. Facendoci capire che forse questa storia può riguardarci tutti. Perché riguarda la nostra società usa e getta. McQueen è bravo a trasmettere il desiderio e poi il vuoto. Lo fa sfruttando corpi eleganti e bellissimi e ambienti freddi e vuoti, a evocare animi raggelati e desolati.

Acciaio e vetro, come la New York in cui si muove, sembrano essere anche gli occhi di Michael Fassbender. A prima vista appaiono freddi, spietati, come quelli di un cacciatore. Ma il suo Brandon è un cacciatore suo malgrado. È un prigioniero, proprio come lo era in Hunger, opera prima di McQueen. Così su quegli occhi di vetro scivolano le lacrime, si legge la vergogna, il ghiaccio si scioglie e rimane la disperazione. Attore superdotato, nel senso di talento e non solo, visto che il suo nudo frontale ha fatto scalpore. Il nudo di Fassbender apre il film spiegandoci subito la sua condizione di essere indifeso di fronte al mondo. Fassbender, futura star del cinema mondiale, ha un volto da cinema d’altri tempi, da anni Quaranta o Cinquanta: la mascella quadrata, il volto perfetto, un contegno alla Cary Grant. Ma sotto quel contegno cova la passione. Ghiaccio fuori, fuoco dentro.

Da vedere perché: non è un film né moralista né pietista, ma drammatico e tragico. Ci attrae e poi ci fa sentire in colpa, mettendoci sullo stesso piano del protagonista. E Michael Fassbender è la futura star del cinema












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