Posts Tagged ‘novità al cinema

09
Set
11

Contagion. In ansia per le nostre vite appese a un filo

Voto: 7 (su 10)

In principio era Hitchcock. Era stato proprio lui, per la prima volta, a scioccare eliminando a sorpresa la sua protagonista dopo le prime scene del film, in Psycho. Contagion, il nuovo film di Steven Soderbergh presentato al Festival di Venezia fuori concorso, prende questo schema e lo moltiplica: è pieno di stelle, e fin dalle prime scene capiamo che chiunque, anche i protagonisti, anche quelli interpretati dalle star, possono morire in seguito al contagio di un terribile virus. Gwyneth Paltrow, Kate Winslet, Marion Cotillard, Matt Damon, Jude Law, Laurence Fishburne, Elliott Gould: nessuno di loro ha la salvezza assicurata. L’ansia e la tensione narrativa di Contagion nascono proprio da questo, da chi si salverà e da chi rimarrà in vita. E ovviamente dal tema trattato: quello delle epidemie, forse il pericolo più ineluttabile che ciascuno di noi possa temere. Tutto inizia quando una donna torna a Minneapolis dopo un viaggio d’affari a Hong Kong, e dopo due giorni muore all’improvviso. In breve tempo molte altre persone presentano gli stessi sintomi: tosse secca, febbre, attacchi ischemici, emorragia cerebrale. E poi la morte.

È un film ad alto tasso di suggestione, questo Contagion. Ci sentiremmo di sconsigliarlo a chi è facilmente suggestionabile, a chi è sensibile, a chi è ipocondriaco. E questo è un complimento per il film, che sceglie la via dell’estremo realismo, non risparmiando niente, dalle convulsioni, alla schiuma bianca alla bocca, fino a un cranio aperto per un’autopsia. L’inizio è scioccante, e la gente muore in serie al ritmo frenetico scandito dalla colonna sonora techno. L’evoluzione del contagio è scandita dalle scritte in sovraimpressione che indicano i giorni che passano da quando il virus si presenta: partiamo dal giorno 2, perché nessuno sa cosa sia accaduto nel giorno 1. Lo scopriremo alla fine. Come in ogni film catastrofico che si rispetti, l’azione si svolge su scala globale: Minneapolis, Chicago, Londra, Parigi, Tokyo, Hong Kong, Los Angeles.

Rispetto ai classici dei film sulle epidemie (Virus letale, per fare un esempio), Contagion ha il pregio – oltre all’estremo realismo – di affrontare la questione dai più svariati punti di vista: con una costruzione alla Altman, si passa dalle storie dei malati al punto di vista della ricerca, dalla strategia dell’informazione ufficiale, divisa tra la necessità di dare sicurezza e quella di evitare il panico, degli organi della sanità alle notizie date dai giornalisti indipendenti dei blog, fino agli interessi delle case farmaceutiche. Fino agli effetti collaterali, come le folle impazzite che prendono d’assalto supermercati e farmacie, quelle folle inferocite che diventano un soggetto altro dalle persone che le compongono, di cui raccontava già Manzoni ne I promessi sposi.

Contagion è un film tremendamente efficace ed efficacemente tremendo, nel senso di pauroso. Ed è forse il film migliore di Soderbergh, quello, nella sua eclettica carriera, più vicino a Traffic, per come mescola intrattenimento e contenuti. Lo ricorda anche l’utilizzo di una fotografia dai colori lividi, che passano dal giallognolo al blu, a evocare malattia e desolazione. A proposito di Hitchcock: proprio il regista inglese, finché era in attività, era considerato soprattutto un artista da intrattenimento, e solo dopo è stato considerato Autore, per la maestria con cui ha padroneggiato la macchina cinema. Forse i posteri ci daranno una risposta su Soderbergh. Per ora, più che nei suoi film autoriali, il regista di Sesso, bugie e videotape ci pare bravissimo quando fa intrattenimento, in film come questo ancora di più che nella goliardia dei suoi Ocean. Con Contagion riesce a tenerci in ansia per due ore. Per le vite dei protagonisti, ma anche per le nostre, rendendoci consapevoli di come siano appese a un filo. E di come – lo vediamo nel finale, con la ricostruzione del giorno 1 del virus, dopo che la voce salvifica di Bono ci ha regalato un po’ di speranza con All I Want Is You – siano davvero regolate dal Caso.

Da vedere perché: è un film ad alto tasso di suggestione. Ci sentiremmo di sconsigliarlo a chi è facilmente suggestionabile, a chi è sensibile, a chi è ipocondriaco. E questo è un complimento per il film, che sceglie la via dell’estremo realismo, non risparmiando niente.

 

09
Mag
11

Source Code. La fantascienza secondo Duncan Jones, il figlio dell’alieno

Voto: 7,5 (su 10)

“Ground control to Major Tom”, cantava David Bowie nel lontano 1969. Il brano è Space Oddity, la storia di un astronauta in missione per la Luna che finiva disperso nello spazio. “Sono qui che galleggio intorno al mio barattolo di latta, lontano sopra la Luna, il pianeta Terra è triste e non c’è niente che possa fare”. Space Oddity è un gioco di parole con 2001: A Space Odissey, il film di Kubrick a cui è ispirato. Nella vita, e nel cinema, tutto torna. Nel 1971 nasceva il primo figlio di Bowie, all’epoca presentato a tutti come Zowie, ma che oggi si fa giustamente chiamare con il suo nome all’anagrafe, Duncan Jones. Al piccolo Duncan il padre leggeva racconti di fantascienza, Orwell, Philip K. Dick, Ballard. Lo portava sul set di film come L’uomo che cadde sulla Terra. Duncan Jones, insomma, è il figlio di Ziggy Stardust, l’alieno del rock. E, quando lo scorso anno lo abbiamo visto esordire con Moon, un film di fantascienza molto vicino all’Odissea di Kubrick, ci è sembrata la cosa più naturale. Non poteva essere altrimenti.

Duncan Jones è uno dei nuovi talenti del cinema sci-fi, e lo conferma anche nella sua opera seconda, Source Code. Il capitano Colter Stevens (Jake Gyllenhaal) è costretto a rivivere gli ultimi otto minuti di vita di un passeggero di un treno che esploderà in seguito a un attentato: si risveglia all’improvviso senza sapere dov’è, di fronte a sé ha una donna (Michelle Monaghan) che gli sorride e in tasca ha la carta d’identità di un professore. Tra un viaggio e l’altro in questi otto minuti, sempre uguali, della vita di un passeggero, si ritrova in una capsula dove una donna, da un video, gli impartisce gli ordini. L’attentato è già successo, ma lui sta viaggiando indietro nel tempo, grazie al programma Source Code, per scoprire chi è l’attentatore, perché colpirà di nuovo. Jake Gyllenhaal è perfetto in un ruolo a metà strada tra Jarhead e Donnie Darko, uomo d’azione risoluto ma umano, grazie a quel briciolo di fragilità nello sguardo che lo rende così unico.

Raccontata così la storia sembra la versione dark e ossessiva di Ricomincio da capo. Ma l’atmosfera futuristica e paranoica, e la costruzione da thriller lo avvicinano più ad alcune opere dickiane come Minority Report (e alla sua versione semplificata, Dejà Vu). Jones sembra a suo agio con i vari aspetti della fantascienza, e nella sua carriera, che speriamo lunga, promette di sviscerarne tutte le sfaccettature: se in Moon ci aveva raccontato l’alienazione e la solitudine, qui esplora la tensione, con un occhio anche a Hitchcock: pensiamo ai panni del professore “innocente” in cui si incarna il capitano Stevens. Ma anche al classico schema della suspence hitchcockiana, la bomba che sta per esplodere: qui accade ogni otto minuti, la deadline è riproposta di continuo, e la tensione è sempre alta. Assieme alla curiosità: come il protagonista, anche noi siamo all’oscuro, e per questo il film intriga e appassiona, incollando lo spettatore allo schermo.

Ha la paranoia di Philip K. Dick, questo Source Code, paranoia che alla fine del decennio del terrorismo globale e della guerre preventive è quanto mai attuale. È il figlio dell’alieno, Duncan Jones, e quei libri che gli leggeva il padre l’hanno segnato nel profondo. Moon e Source Code sono due film distanti tra loro eppure vicinissimi. Personale, indipendente e low budget il primo, blockbuster su commissione il secondo; con un unico attore il film d’esordio, con decine di comparse questo. Eppure entrambi i film sono claustrofobici, alienati e alienanti, ambientati come sono in un luogo chiuso (la stazione spaziale di Moon come il treno e la capsula di Source Code), sono storie in cui qualcuno è solo contro tutti, ignaro di cosa stia accadendo, abbandonato ai suoi soli sensi per risolvere la questione. E allora il cerchio si chiude, perché i protagonisti di Duncan Jones sono come il Major Tom di Space Oddity. Seduti in un barattolo di latta, lontani sopra il mondo.

Da vedere perché: Duncan Jones è uno dei nuovi talenti del cinema di fantascienza, e promette di sviscerarne tutte le sfaccettature: se in Moon ci aveva raccontato l’alienazione e la solitudine, qui esplora la tensione, con un occhio anche a Hitchcock

21
Apr
11

Scream 4. Il Wes Craven 2.0 si conferma un maestro dell’horror

Voto: 7,5 (su 10)

Prima regola del remake: non cambiare mai il finale. È una battuta che sentiamo dire alla fine di Scream 4. Non vi diremo chi la pronuncia, e nemmeno cosa significa nella trama del film. Non perché ci abbiano fatto firmare di non rivelare niente (cosa che una persona di buon senso comunque non farebbe), ma perché il senso profondo di questa battuta è un altro. Scream 4 arriva sugli schermi esattamente quindici anni dopo Scream, il film che rilanciò l’horror in chiave metacinematografica: è a tutti gli effetti un sequel, ma in un certo senso anche un remake. È così che lo intende soprattutto l’assassino, il nuovo Ghostface che vuole girare il remake dei massacri di Woodsboro: uccidere nel modo in cui aveva ucciso il primo, persone simili a quelle che aveva ucciso il primo. Il tutto proprio mentre la protagonista di quei fatti, Sidney Prescott (Neve Campbell) torna sul luogo del delitto, per presentare un suo libro di memorie. Diciamolo: è un po’ come la Signora Fletcher, non tanto perché è una scrittrice, ma perché porta un po’ rogna. E non manca chi cerca di farglielo notare.

Nel remake si vuole spesso superare l’originale. È così per l’assassino, che cerca di fare qualcosa in più del precedente. Anche qui non vi sveliamo niente, ma nella miriade di film citati (Psycho, La cosa, Suspiria, Non aprite quella porta, Venerdi 13, Nightmare) sceglie L’occhio che uccide (Peeping Tom) di Michael Powell, del 1960, il primo a mostrare il punto di vista dell’assassino. Vi basti questo indizio per capire come l’assassino stavolta voglia fare qualcosa di più che emulare l’originale. Questa chiave di lettura, il remake come superamento dell’originale, è declinato in una sceneggiatura (di Kevin Williamson, autore dello script del primo Scream) geniale che riesce a reinventare la saga con mille sorprese e colpi di scena, con una partenza a razzo che è un gioco di scatole cinesi in cui si passa dai film (gli infiniti remake di Stab, il film ispirato ai massacri di Woodsboro diventato un cult) alla realtà, e un doppio finale carico di sorprese da non rivelare neanche sotto minaccia di essere squartati da Ghostface.

Regole per fare un buon remake: montare tutto come un videoclip e spingere tutto più all’estremo, più sangue, più efferatezza. Perché il pubblico ormai è preparato. È questo che Craven e Williamson fanno dire ai ragazzi in una lezione in un cineclub. Ed è impossibile non vederci un’ironia beffarda nei confronti degli eterni remake che vengono fatti oggi dei classici horror degli anni Settanta e Ottanta. In particolare Craven sembra puntare il dito verso il remake del suo Nightmare, progetto da cui è stato tagliato fuori e si è rivelato piuttosto deludente (al remake del suo Le colline hanno gli occhi, approvato da Craven e diretto da Alexandre Aja, pare sia andata meglio). Scream 4 allora è un modo efficacissimo di far ripartire la saga di Scream (ma il film non sembra scritto per aprire la strada ad ulteriori sequel), e anche un modo per ribadire che Craven è un maestro dell’horror, di fronte al quale i registi della nuova generazione impallidiscono. La sceneggiatura, oltre che per le giovani vittime di Ghostface, lancia pugnalate un po’ a tutti: alla serie di Saw, ritenuto profondo come un film porno, agli horror giapponesi stile The Ring, ai Final Destination, e agli stessi Scream, ironizzando sia sui continui sequel (nel film Stab è arrivato a sette) sia sull’anima del film (ragazzetti logorroici che parlano di film e poi muoiono). Non manca l’autoironia a Craven, ma non manca nemmeno l’orgoglio. Lo dimostra anche la scena in cui i film di Stab vengono visti in una proiezione-maratona in cui i fan declamano le battute ad alta voce come accade per The Rocky Horror Picture Show. Come a dire: il mio film è un cult. E io sono il maestro.

Scream 4 è Wes Craven 2.0. E se nella saga di Scream Il terrore corre sul filo, come ci raccontava il classico di Anatole Litvak, oggi Scream è wireless e social. Craven e Williamson aggiornano bene la storia alle comunicazioni di oggi: blog con immagini caricate in tempo reale, assassini che minacciano su Facebook, notizie che appaiono su internet prima che sui giornali. “La gente deve vedere, perché oggi non legge più nessuno”. “Non ho bisogno di amici ma di fan”. È la stampa dell’era web 2.0, bellezza. E sarà proprio il web, eventualmente, a chiedere a gran voce che la saga continui. Craven ha girato un ottimo sequel/remake. Come fare ora a non chiedergli il sequel del remake?

Da vedere perché: è Wes Craven 2.0. Se in Scream il terrore corre sul filo, Scream 4 è wireless e social. Craven riesce ancora a spaventare pugnalando i ragazzini. E anche i nuovi registi horror, che nei loro remake dei classici non sono all’altezza dei maestri

31
Mar
11

La fine è il mio inizio. Un film parlato

Voto: 5,5 (su 10)

Disegna un cerchio che si chiude, Tiziano Terzani, interpretato da Bruno Ganz, nella prima scena de La fine è il mio inizio, tratto dall’ultimo libro della sua vita, scritto insieme al figlio Folco. Il libro è ora diventato un film. Tiziano Terzani, grande viaggiatore, famoso giornalista, autore di libri di successo, si ritira con la moglie nella sua villa in Toscana. Sente che la sua vita sta per finire, e vuole chiudere il cerchio. Così chiama il figlio Folco (Elio Germano) per dettargli le memorie della propria vita, dall’infanzia di povertà a Firenze, agli anni vissuti da corrispondente in Asia, soprattutto in Cina, fino alla malattia, e al viaggio dentro se stesso che ha fatto per accettare l’idea della morte. Che è culminato con tre anni di isolamento presso un grande saggio sull’Himalaya. Il dialogo con suo figlio, che vediamo in questo film, diventerà il libro da cui questo film è tratto.

La figura di Tiziano Terzani è di quelle che incutono rispetto, che si guardano come dei maestri. Se la sua vita, le sue riflessioni, la sua testimonianza, sono importanti, interessanti, e su questo non c’è dubbio, è anche lecito chiedersi il senso di un’operazione come questa, e qui di dubbi ce ne sono. Parliamo dell’idea di trasformare un libro simile in un film. Davanti a un testo di questo tipo, allo stesso tempo un racconto biografico e un monologo interiore, uno sceneggiatore e un regista hanno varie possibilità. Una è quella di sceneggiare e trasporre in immagini i ricordi cosiddetti “storici”, quelli ambientati in un luogo preciso, in un tempo preciso, dove sono accaduti i fatti più importanti della vita raccontata. E scegliere delle immagini suggestive per accompagnare la parte più interiore della storia, quella fatta di riflessioni. La regia ha invece scelto una via opposta, più pulita, più semplice, meno ad effetto. Ha cercato cioè di tornare indietro nella vita di Terzani, ma non agli inizi: alla sua fine, nel momento cioè in cui il libro è stato dettato al figlio. In tutto il film la vita di Terzani è raccontata dall’attore che lo interpreta, mentre parla con il figlio. In questo modo ha valorizzato il rapporto tra padre e figlio, e ha fatto vedere le fasi finali della malattia di Terzani. Bruno Ganz ed Elio Germano sono bravissimi. Ma in questo modo ci chiediamo che senso abbia fare un film, e perché lo spettatore dovrebbe andare al cinema per sentirsi raccontare la storia di Terzani da Ganz (doppiato, tra l’altro), invece di leggere direttamente il libro. La fine è il mio inizio, nella sua versione su pellicola, è un film parlato, un racconto filmato, non sapremmo neanche dirvi se è cinema.

Oltre che ad avere poco movimento, il rischio di girare un film in cui si racconta un libro, senza sceneggiare una storia con degli avvenimenti, è che si vada a sfidare direttamente le parole di Terzani come sono nel libro, comunque sintetizzandole, scegliendole, semplificandole. E finendo anche per banalizzarle. Portato al cinema, un libro come questo rischia allora di perdere la sua forza. E indugiare sulla malattia del protagonista rischia sempre di fare qualcosa di ricattatorio, di far pensare troppo alla sua fine, invece che al suo intero percorso. 

Da vedere perché: Tiziano Terzani è una grande figura del giornalismo e ha vissuto una vita interessante. Ma il film non apporta niente al personaggio: allora perché non leggere il suo libro?

 

17
Feb
11

Il Grinta. Il primo western dei Coen è senza sale

Voto: 5,5 (su 10)

Che piatto ha deciso di portarci a tavola stavolta la premiata cucina dei Fratelli Coen? Per la prima volta, un western. Suona strano a dirlo, ma è davvero la prima volta che i Coen si cimentano con un western puro, dopo che questo genere ha attraversato spesso sottotraccia il loro cinema, vuoi per la ambientazioni, vuoi per il respiro di certe inquadrature. Da molti, ad esempio, Non è un paese per vecchi può essere considerato un western, ma si tratta più di un thriller contemporaneo, anche se è ambientato in Texas. Una volta giunti al western, comunque, i Coen sembrerebbero trovarci a loro agio: gli spazi sterminati in cinemascope, fotografati dal fido Roger Deakins, sono il loro pane quotidiano.

Il loro primo western è Il grinta, una storia portata già al cinema con il volto di un mito del western, John Wayne. La storia è quella di Mattie Ross (l’esordiente Hailee Steinfield), 14 anni, che si mette in viaggio verso Fort Smith, Arkansas, per cercare l’assassino del padre, Tom Chaney (Josh Brolin). Mattie chiede aiuto al vecchio sceriffo Rooster Cogburn (Jeff Bridges), ma, insieme a loro, ci sarà anche il ranger LaBoeuf (Matt Damon). Il confronto con il fantasma di John Wayne è l’unica cosa da non temere in un’operazione del genere: non appena entra in scena Jeff Bridges, voce roca, cavernosa, profonda, benda sull’occhio e barba bianca, il film si accende. Remake? Non secondo i Coen, che lo considerano un film tratto dal libro di Charles Portis, da cui era tratto il film con Wayne, più che un rifacimento di quest’ultimo. Un film ancora più fedele al romanzo, secondo loro. E forse proprio questo fedeltà toglie al film inventiva, e le invenzioni di sceneggiatura e regia a cui i Coen ci hanno abituati. Ne esce un film super classico, ma anche piuttosto noioso: per la prima ora non succede quasi niente, anche se nel finale ci sono due-tre colpi di scena.

Per i Coen continua il confronto con i miti del cinema e della letteratura: Il Grinta e il genere western arrivano dopo la commedia nera all’inglese degli Ealing Studios (Ladykillers), il noir (L’uomo che non c’era), l’Odissea (Fratello dove sei?). Generi destrutturati  e ricostruiti ogni volta. I Coen prendono tutto, tritano, e ricucinano secondo una ricetta nuova. Questa volta la ricetta è indubbiamente cucinata bene, ma secondo ingredienti standard. I Coen non ci aggiungono i loro ingredienti più preziosi, l’ironia, il sarcasmo, la dissacrazione, quel pizzico di cattiveria che ce li ha fatti amare tanto. Così Il Grinta è un piatto un po’ sciapo. A meno che come sale non vi bastino tre grandi attori, Bridges, Damon e Brolin. Che comunque di questi tempi non è poco.

Da non vedere perché: Come con ogni genere, anche per il western i Coen prendono tutto, tritano, e ricucinano. La ricetta è cucinata bene, ma i Coen non ci aggiungono i loro ingredienti più preziosi, l’ironia, il sarcasmo e quel pizzico di cattiveria

30
Gen
11

Il discorso del Re. Il peso delle parole. E di un ruolo

Voto: 7,5 (su 10)

Le parole sono importanti. Sono tutto, a volte. Oggi in politica si parla spesso di leader “mediatici”, cioè di personaggi in grado di creare consenso grazie alla propria capacità dialettica. In poche parole, chi sa parlare oggi vince. Ma parlare è sempre stato importante, anche se parliamo del secolo scorso, tra gli anni Venti e i Quaranta. E non saper parlare può costare molto caro, soprattutto se si è un principe. Albert Frederick Arthur George Windsor (Colin Firth)è il secondogenito di Re Giorgio V d’Inghilterra. Nella prima scena de Il discorso del Re lo vediamo allo stadio di Wembley, negli anni Venti, all’inaugurazione di un evento: ma, al momento di parlare in pubblico, le parole non escono, la voce si inceppa. Il Duca di York è balbuziente. Difetto imbarazzante per un principe, figurarsi per un Re. Il destino vuole infatti che Re Giorgio V, padre il Albert, muoia, e che suo fratello, Edoardo VIII (Guy Pearce), sia costretto ad abdicare poco dopo essere diventato Re: è innamorato di una donna divorziata, Wallis Simpson, e vuole sposarla, ma l’etichetta di corte non prevede una simile ipotesi (su questa storia Madonna sta girando il suo secondo film da regista). Albert così, si ritrova Re, con il nome di Giorgio VI.

Si ritrova Re, e da Re dovrà parlare alla nazione. All’Inghilterra serve un sovrano che trasmetta sicurezza, fermezza, ora che sta per entrare in guerra. L’avversario è qualcuno che in fatto di dialettica sa il fatto suo, un certo Adolf Hitler. Anche Albert lo ammette. E tutto serve al popolo inglese, tranne che un Re balbettante. Così Albert si rivolge, seppur con ritrosia, a un logopedista fuori dagli schemi (Geoffrey Rush).

Il discorso del Re, che arriva nelle sale fresco delle 12 nomination ai premi Oscar, è uno di quei film inglesi che non si possono che definire impeccabili, dove tutto è al posto giusto. Pensate a Shakespeare condito con il classico humour inglese. Il regista Tom Hooper condisce con un pizzico di commedia britannica un tema che è molto serio, e soprattutto una storia che è vera. I temi sono shakespeariani: dalle successioni al trono e le trame di corte al peso del ruolo su un individuo che non si sente adatto. È evidente che nella balbuzie di Albert (anzi, Bertie, come lo chiama il suo logopedista) si possa leggere qualcosa di simbolico e psicologico, come un inconscio rifiuto del suo ruolo.

Il discorso del Re è tra i favoriti dell’Academy, anche perché c’è una certa tradizione che vede premiati film con personaggi che portano qualche tipo di handicap, e gli attori che li interpretano: anche in questo senso il film sembra il candidato perfetto per la statuetta dorata. Se non sarà facile portate a casa l’Oscar come miglior film (c’è da battere l’amatissimo The Social Network di David Fincher), sembra quasi scontato il premio a Colin Firth come miglior attore. In questa storia così lontana ma così vicina nel tempo (Bertie/Giorgio VI è il padre dell’attuale Regina Elisabetta), Firth è la punta di diamante di un cast perfetto: accanto a lui e all’istrione Geoffrey Rush, spiccano anche Timothy Spall nei panni di Winston Churchill ed Helena Bonham Carter, perfetta Regina Madre. A guardarla, sembra proprio di vedere lei da giovane.

Da vedere perché: è uno di quei film inglesi che non si possono che definire impeccabili, dove tutto è al posto giusto. Pensate a Shakespeare condito con il classico humour inglese

 

19
Gen
11

Qualunquemente. Quando la realtà supera la finzione…che delusione!

Voto: 4,5 (su 10)

“Non sono le donne che devono entrare in politica, ma è la politica che deve entrare nelle donne”. Parole attualissime: Cetto Laqualunque è un personaggio simbolo dell’Italia di oggi. Un personaggio geniale e profetico, se pensiamo che era stato inventato nell’ormai lontano 2003, quando vizi e corruzione dell’attuale classe politica italiana forse esistevano già, ma non erano così tristemente noti. Cetto Laqualunque, inventato da Antonio Albanese, è oggi, come ricorda il regista Giulio Manfredonia che lo porta al cinema nel nuovo film Qualunquemente, una Grande Maschera Italiana. Qualunquemente, il film che lo vede protagonista, sarebbe a suo modo profetico, visto che si è iniziato a scriverlo un paio di anni fa. Il problema è che la realtà oggi va incredibilmente più veloce della finzione, e Qualunquemente rischia di arrivare fuori tempo massimo, un po’ come W., il film su Bush di Oliver Stone. Oggi nemmeno il documentario alla Moore o l’instant movie (cosa poco auspicabile per il bene del cinema) rischiano di essere in tempo per raccontare la realtà.

“Le tasse sono come la droga. Se le paghi una volta poi ti prende la voglia”. Cetto Laqualunque è un imprenditore corrotto calabrese che torna in Italia dopo una lunga latitanza all’estero. Le sue proprietà sono minacciate da un’improvvisa ondata di legalità, rappresentata dall’onestissimo candidato sindaco De Santis. A Cetto viene proposto di entrare in politica per difendere la sua città dalla legge. La storia è questa. Il personaggio è noto. Si trattava di costruirgli attorno un mondo, dei contatti, una vita. Manfredonia e i suoi scenografi sono bravi a creare un mondo barocco, dorato, eccessivo e ridondante. Usano il viola e il rosso acceso per rendere esplicita la cafonaggine e il cattivo gusto di una certa classe dirigente dell’Italia di oggi. Tra atmosfere da gangster movie e da spaghetti western, il tentativo di Manfredonia è quello dell’astrazione, del surreale, del linguaggio dei fumetti. L’operazione non riesce: dei fumetti Laqualunque e compagnia non hanno la leggerezza, i personaggi sono pesanti, sempre troppo carichi. I toni sono quelli di un grottesco spinto. Non funziona nemmeno l’astrazione: anche provando a esagerare certi comportamenti, questi non hanno nulla di strano: un politico con amante e nuova famiglia oltre alla prima moglie e al figlio di primo letto (erede designato del suo impero), costruzioni abusive, siti archeologici in malora, pensioni di invalidità fasulle, primari nominati senza alcun titolo, festini con prostitute. Quando poi andiamo alla situazione negli ospedali, si sfiora il cattivo gusto. Quello che esce è un film desolato e desolante.

Non c’è niente da ridere, questo lo sappiamo. Ma in Qualunquemente non si ride mai. Primo per il motivo di cui sopra: il film non riesce ad inventare più niente di iperbolico, di esagerato rispetto alla realtà. In questo modo il ritratto dell’Italia, anche attraverso personaggi caricaturali, è così vero da farci cadere in depressione per la nostra povera patria. Secondo per la sceneggiatura: al film mancano completamente una storia e personaggi a tutto tondo. Lo script è ripetitivo: tutto funziona al contrario, l’illegale diventa legale, e il legale è il male. Dopo quindici minuti in cui questo riesce a strappare qualche sorriso, il gioco diventa logoro. La scelta poco felice qui è quella di Piero Guerrera, sceneggiatore televisivo ma con poca esperienza di cinema. Che è un’altra cosa. E infatti Qualunquemente è uno sketch televisivo stiracchiato per un’ora e mezza, fino a diventare estenuante. È il problema storico di Antonio Albanese: tutti i suoi personaggi, irresistibili a teatro e in tv, non reggono il respiro di un film, e perdono vita nei novanta minuti. E così anche Albanese diventa un attore sprecato, lui che è bravissimo quando si tratta di interpretare i personaggi a tutto tondo in film di altri autori (Questioni di cuore, Giorni e nuvole, Vesna va veloce).

Il confronto con Checco Zalone, pur tenendo conto della diversità dei due progetti, è impietoso. Checco Zalone gira intorno alla realtà, Albanese la prende per le corna. Ma se il primo non perde mai di vista la risata, ricordandosi di essere in un film comico, il secondo pare scordarsi di questo aspetto: se non si ride non si può nemmeno parlare di film comico. E un film di denuncia deve avere ben altri contenuti. Proprio il caso Zalone è un esempio: il comico barese si è affidato a Gennaro Nunziante, vero sceneggiatore (ha scritto tre ottimi film per D’Alatri), allo stesso tempo leggero ma attento all’attualità, che gli ha confezionato una storia compiuta. Ecco, a Qualunquemente manca una certa leggerezza. E manca una storia. E’ una grande delusione: poteva diventare un film epocale, è soltanto un film “qualunque”.

Da non vedere perché: Non c’è niente da ridere, questo lo sappiamo. Ma in Qualunquemente non si ride mai: il film non riesce ad inventare più niente di iperbolico, di esagerato rispetto alla realtà. E al film mancano completamente una storia e personaggi a tutto tondo.

 












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