Posts Tagged ‘David Fincher

12
Nov
10

The Social Network. Le regole dell’attrazione virtuale

Voto: 7,5 (su 10)

A cosa stai pensando? Il peccato originale. La guerra di Troia. Molte cose nella storia del mondo sono nate per una donna. E, che vi piaccia o no, anche Facebook è nato per questo. “Probabilmente diventerai un mago dei computer, ma passerai la vita a pensare che non piaci alle ragazze perché sei un nerd. Non piaci perché sei un grande stronzo”.

È così che nella prima scena di The Social Network la ragazza pianta Mark Zuckerberg. Lui, per vendicarsi, la sera stessa comincia a postare frasi terribili contro di lei sul suo blog, e crea un sito con tutte le ragazze più carine del campus universitario, chiedendo agli utenti chi di confrontarle a due a due per scegliere la migliore. Nasce così Facemash. Ma la vera intuizione deve ancora arrivare: la gente vuole andare su internet per vedere i propri amici. Ecco l’idea: si dovrà conoscere la persona per andare oltre la sua pagina iniziale. E gli utenti stessi forniranno le foto, così non servirà nessun hackeraggio. Un ragazzo che chiede se un’amica è single o meno fa nascere un’altra idea chiave: quella dello status. Ecco Thefacebook.com, che poi diventerà Facebook.com su consiglio di Sean Parker, l’inventore di Napster. Anche lui aveva inventato quel sito per far colpo su una ragazza… Mentre Facebook si diffonde a macchia d’olio e diventa un’azienda, Eduardo Saverin, un amico che aveva fornito il capitale iniziale per la società,  e i gemelli Vinklevoss, che avevano coinvolto Zuckerberg in un progetto simile a Facebook, gli fanno causa.

Amici. Bell’amico, Mark Zuckerberg. Proprio la causa intentata dai suoi ex amici fa sì che entrino nel racconto le versioni degli altri. Per questo il film è stato accostato a Rashomon, nel senso che si tratta di una storia narrata da più punti di vista. Il riferimento ci può stare, ma la struttura è molto diversa: la storia non viene raccontata più volte da capo, e i punti di vista di tutti si intersecano, grazie all’espediente narrativo delle cause legali che riuniscono i contendenti a un tavolo, contribuendo a un unico, frastagliato, racconto. La storia di The Social Network è come l’informazione sulla rete di oggi: pluralista e libera. Il riferimento a Quarto potere è ancora meno pertinente: sì, è la storia di un’ascesa e di una scalata a una posizione di potere, è raccontata in flashback e ricostruita attraverso un’indagine, ma la portata e l’impatto delle due opere sono completamente diversi. Forse come i tempi che raccontano.

Mi piace. Siamo alla fine del 2003, in un campus universitario. Feste, birre, ragazzi e ragazze. Atmosfera eccessiva e sovraeccitata. The Social Network, con i suoi personaggi amorali, sembra un film tratto da Bret Easton Ellis (Le regole dell’attrazione). C’è il sesso, ma al posto della droga ci sono i pixel di internet, l’ossessione per la vita virtuale e per il successo. Ironico, sfacciato, sexy, veloce, The Social Network è comunque a tutti gli effetti un film di David Fincher. Il ritmo è quello tachicardico dei suoi primi film. È il ritmo della vita on line di oggi, quello dei click con cui si sceglie e si scarta, si passa da una pagina all’altra, si naviga entrando e uscendo nei siti come nelle vite delle persone. È il ritmo di una vita virtuale che le persone riportano nella vita reale. Alla tachicardia contribuisce la musica di Trent Reznor, cioè Mr. Nine Inch Nails: i suoni elettronici e industriali si adattano alla perfezione a  una storia a base di tecnologia e computer. E hanno l’effetto di aumentare il senso di ossessione del film.

Condividi. Perché è di ossessione che parliamo, in fondo. Come in tutto il cinema di David Fincher. Zuckerberg è l’ennesimo personaggio fincheriano ossessionato da un’idea al punto di farne la sua unica ragione di vita. In questo senso il cinema di Fincher si è spostato da una macro follia, quella plateale degli assassini di Seven e Zodiac e dell’io schizofrenico di Fight Club, a una micro follia, un’ossessione per la comunicazione da parte di una persona totalmente incapace di comunicare. Fateci caso: dalla prima conversazione con la sua ragazza, in cui Zuckerberg parla senza mai interagire veramente, alle discussioni durante i processi e gli appuntamenti con gli investitori, il protagonista di The Social Network si estranea dai rapporti, dimostrandosi incapace di socializzare. È proprio questo il senso del titolo, ed è per questo che suona beffardo. Così com’è beffardo il finale, sulle note di Baby, I’m A Rich Man dei Beatles. Zuckerberg, ormai miliardario, clicca in maniera compulsiva per aggiornare ogni due secondi la pagina di Facebook per vedere se la sua ex ragazza ha accettato la sua amicizia. Ci è venuto in mente il finale di The Aviator, in cui Di Caprio/Howard Hughes ripete le parole “il mezzo del futuro”. Entrambi creatori di grandi imperi, entrambe persone sole. Ma Fincher sembra volerci far notare la piccolezza degli uomini di successo di oggi rispetto a quelli di un tempo. Quelli di oggi sono ben poca cosa: gli imperi odierni in fondo non nascono da grandi visioni, ma da piccole ripicche. Chi ha fondato il più famoso network sociale, in fondo lo ha fatto perché è un asociale. Commenta.

Da vedere perché: con i suoi personaggi amorali, sembra un film tratto da Bret Easton Ellis. C’è il sesso, ma al posto della droga ci sono i pixel di internet, l’ossessione per la vita virtuale e per il successo. Ironico, sfacciato, sexy, veloce, The Social Network è a tutti gli effetti un film di David Fincher.

 

28
Mag
10

La regina dei castelli di carta. Il cinema Ikea colpisce ancora

Voto: 6 (su 10)

Lo avevamo definito cinema Ikea, guardando i due capitoli precedenti. I film tratti dai libri di Stieg Larsson, made in Svezia come i famosi mobili, sono un po’ così: basati su un’idea di successo, consolidata e riconoscibile, sono prodotti in serie per essere diffusi in tutto il mondo,

 

e sono in ogni caso dei prodotti standard, lineari e con pochi fronzoli. E si uniformano a un’idea ormai globalizzata del prodotto thriller: non una via svedese al genere, ma una serie di opere sulla falsariga dei thriller americani. In ogni caso, come i mobili in questione, i film Ikea hanno una loro solidità. E anche una certa prevedibilità. Non fa eccezione La regina dei castelli di carta, terzo e ultimo film (a meno che non salti fuori il fantomatico quarto romanzo di Larsson) della trilogia Millennium. La regina dei castelli di carta vive su uno schema leggermente diverso: Lisbeth Salander, la hacker punk, è in ospedale, ferita per gran parte del film, in attesa di processo. Mentre il giornalista Mikael Blomkvist (direttore di Millennium, l’unica rivista al mondo senza tempi di chiusura e di uscita…) tesse la tela di un’indagine che punta a incastrare la Sezione, una sorta di società segreta che opera dal 1970 tra le pieghe del governo svedese (una sorta di P2 scandinava), e a scagionare Lisbeth dalle accuse che gravano su di lei.

Stieg Larsson cattura, non c’è dubbio. Non siamo fan dei suoi libri. Non abbiamo trovato particolarmente interessanti i primi due film. Ma una certa voglia di sapere come va a finire la storia c’è. Non ci si aspetta molto a livello artistico dal terzo film, diretto come il secondo, La ragazza che giocava con il fuoco, da Daniel Alfredson, e in realtà come quello nato per essere un film tv. Dalla regia agli attori, dalla fotografia al montaggio, questa impostazione televisiva si vede tutta, ed è il vero limite del film, oltre alla oggettiva difficoltà di ridurre oltre mille pagine di romanzo in due ore di pellicola. Non aiuta nemmeno la struttura del film, che parte lento e macchinoso, intricato e difficile da seguire. Il cinema Larsson non vive di particolari valori aggiunti, da nessun punto di vista. L’unico picco di eccellenza è proprio Noomi Rapace, l’attrice che interpreta Lisbeth Salander, il cui volto e il cui corpo sono ormai iconici, e sono entrati nell’immaginario visivo di oggi. È normale che in tutta la prima parte, dove non è quasi mai in scena, il film non decolli. Perché tutto si accende solo quando appare lei. Così il film decolla solo alla fine, durante il processo, virando verso il legal thriller.

Pur non essendo dei capolavori, generalmente i film tratti da Larsson hanno soddisfatto abbastanza i lettori dei suoi libri, ma non sono stati dei successi clamorosi al box office italiano. Evidentemente c’è chi vuole vedere se le visioni su grande schermo corrispondono a quelle create dalla propria mente leggendo i libri, e chi preferisce conservare solo queste ultime, e non vedere il film. Ma c’è un altro intento con cui ci si può avvicinare a queste opere. È appena arrivata la notizia che Uomini che odiano le donne, primo libro della serie, sarà portato sul grande schermo in America da David Fincher (si chiamerà The Girl With The Dragon Tattoo, titolo internazionale del libro). Ed è inevitabile pensare a cosa diventerà nelle  mani del visionario regista, che sicuramente riuscirà a dare all’opera quel tocco di malattia e di adrenalina che erano la carta vincente di Seven e Fight Club. Nei panni di Blomkvist ci sarà probabilmente Brad Pitt (che nelle mani di Fincher ha sempre fatto grandi prove), e la battaglia con l’imbambolato Mikael Nyqvist è già vinta. Più difficile sarà trovare qualcuno che renda al meglio Lisbeth Salander. Un po’ perché le varie candidate (Carey Mulligan, Natalie Portman) sono forse troppo bambine. E un po’ perché Noomi Rapace ci è ormai entrata nel cuore. Perché non riproporre lei? Una cosa è sicura: il film di Fincher lo andremo a vedere. D’altra parte, se ci pensate, in Fight Club se la prendeva proprio con l’Ikea…

Da vedere perché: Se avete amato i libri di Larsson, se avete visto i primi due film, non potete perdere il terzo. Coscienti che si tratta di un buon film tv. E aspettando la versione Fincher

 

12
Mag
09

Soffocare. Una carezza da un pugno…

Voto: 5 (su 10)

locandinaLa mente malata di Chuck Palahniuk torna finalmente sul grande schermo. Dopo Fight Club, il suo romanzo d’esordio reso mirabilmente in immagini da David Fincher, ora è il turno di Soffocare (Choke), forse il suo libro più famoso dopo il primo. Si tratta, come tutte quelle nate dalla penna dello scrittore di origine ucraina, di una storia a tinte forti: un uomo che da bambino è stato abbandonato e ripreso più volte da una madre mitomane e sciroccata cresce con evidenti problemi di ipocondria e dipendenza dal sesso. Lavora in un parco dove si riproducono scene di vita dei primi coloni americani, e finge periodicamente di soffocare a causa di un boccone mentre cena al ristorante: così chi lo salva finisce per adottarlo e mandargli soldi per la vita. Così può pagare la retta dell’ospedale dove è ricoverata la madre, affetta da una qualche forma di demenza.

Come si vede, la materia per un gran film non mancherebbe, tanto più che Palahniuk scrive evocando immagini che già di per sé sono cinema (si pensi al primo capitolo del libro, qui trasferito in sottofinale). E le situazioni che si susseguono nelle sue pagine basterebbero da sole a farne una grande sceneggiatura. Ma purtroppo qui siamo dalla parte opposta di Fight Club, con il quale c’è in comune solo la voce off dell’Io narrante, caratteristica di tutti i libri di Palahniuk. Quello che, dalle prime immagini, non convince, è il tono del film, troppo leggero ed edulcorato. Non c’è la rabbia, il sarcasmo, lo humour nero tipici dello scrittore, che David Fincher in Fight Club aveva saputo restituire nel modo migliore. Soffocare, nella sua versione filmica, vira troppo verso una commedia qualunque dove tutto scorre apparentemente senza lasciare traccia. Visto così, Soffocare diventa una serie di situazioni strampalate che strappano qualche sorriso, ma, mentre la penna di Palahniuk rendeva tutto vivido e realistico, qui la scelta è di appiattire tutto, togliere profondità. Ogni scena riesce nell’impresa quasi impossibile di togliere enfasi a quello che accade. Nel libro si parla di dipendenze, depressioni, ipocondrie, traumi infantili. Qui sembrano tutte barzellette. Per non parlare del lieto fine posticcio appiccicato senza alcun senso.

Tutto, insomma, è messo in scena in maniera sciatta e piatta, con una regia e una fotografia paratelevisive, e parliamo della tv della peggior specie (come se stessimo vedendo una serie televisiva di trent’anni fa). E non c’è un’idea di regia che sia una. Anzi, una ce ne sarebbe – i brevi flash con cui il protagonista si immagina nuda ogni donna che incontra – ma è piuttosto vecchiotta. Per il resto l’esordiente Clark Gregg si limita a mettere in scena le situazioni e filmarle. Speriamo che Cavie e Survivor, i prossimi Palahniuk che arriveranno sullo schermo, abbiano in sorte un regista migliore. L’unica scelta giusta sembra quella dei protagonisti: Sam Rockwell e Anjelica Huston nel ruolo di Victor Mancini e della madre Ida sono stralunati quanto basta e piuttosto convincenti. Ma siamo molto lontani da Fight Club, allo stesso tempo perfetta macchina filmica e coerente rilettura per immagini dello spirito di Palahniuk, e anche dalle pagine dell’autore, dentro le quali c’è molto più cinema che in questo film. Quello che era un pugno nello stomaco qui diventa una carezza, quelle storie che ci torturavano ora ci fanno il solletico. 

Da non vedere perché: Una grande storia viene appiattita e banalizzata. Per ritrovare lo spirito irriverente di Palahniuk, rivedetevi Fight Club. O leggete il libro. 

 

 

24
Feb
09

Il curioso caso di Benjamin Button

Voto: 8

(su 10)

Un orologio costruito per andare al contrario. Così forse sarebbero potuti tornare indietro molti dei ragazzi mandati a morire  durante la Prima Guerra Mondiale. È forse proprio per questo strano caso

che a New Orleans ne accade uno ancora più singolare: nasce un bambino già vecchio. È a tutti gli effetti un bambino, anche se non lo dimostra. Solo chi lo conosce bene sa cosa c’è dentro di lui. Come la madre adottiva. O come Daisy, la bambina di cui si innamora subito. Benjamin percorre la sua vita al contrario, proprio come quell’orologio: man mano che il tempo passa ringiovanisce e, una volta più giovane, potrà amare finalmente quella bambina.

loc_benjaminbutton_72dpiIl curioso caso di Benjamin Button di David Fincher, nato da una novella di Francis Scott Fitzgerald e sceneggiato da Eric Roth, autore dello script di Forrest Gump, lavora sull’iperbole  per raccontarci una verità incontrovertibile. Non aspettiamo forse tutti di cogliere l’attimo fuggente? Non dobbiamo forse aspettare molto per raggiungere degli attimi di felicità che non dureranno a lungo? Fincher affronta tutto questo in modo lieve, con una dolcezza e una serenità figlie proprio di Forrest Gump, di cui possiamo considerare Il curioso caso di Benjamin Button un film gemello/speculare. Anche qui attraversiamo diverse decadi e fatti storici, con un amore tormentato ma grandissimo, e un protagonista inconsapevole di sé e del mondo, ma destinato a lasciare un segno (non mancano citazioni del film, dalla barca nel mare in tempesta, o il colibrì, che ha la funzione della famosa piuma, i Beatles invece di Elvis e Lennon).  I  due film sono vicini per come affrontano le coincidenze della vita (vedi la magistrale scena dell’incidente di Daisy, una grande Cate Blanchett).

 È un film sui casi della vita e sull’amore, Il curioso caso di Benjamin Button, prima ancora di essere un film su vecchiaia e giovinezza. Ma è curioso che il protagonista sia proprio Brad Pitt, attore che ha puntato molto sulla sua bellezza ed eterna giovinezza. Qui viene usato contro ruolo, e per lui sembra essere quasi una nemesi. Ma se gli effetti speciali per invecchiare il suo volto sono portentosi (per ricostruirlo in digitale è stata utilizzata una nuova motion capture, con una polvere a ricoprire completamente il viso invece dei classici sensori), è davvero notevole la sua interpretazione. Quella di Pitt è una sorta di schizofrenia attoriale: il suo volto va in una direzione, le espressioni di un bambino, la voce in un’altra, quella di un anziano. Dietro agli effetti, molto si deve ai suoi occhi.


Gli occhi di Fincher dimostrano invece di avere affinato ulteriormente la loro vista: la maturazione del regista di Fight Club, già assaporata con Zodiac, è definitivamente avvenuta. Per la prima volta Fincher, oltre ai muscoli e alla testa, mette in un film il cuore. Dimostra di sapersi mettere al servizio della storia: in questo senso va la scelta della fotografia, dai toni seppia e dorati in modo da ammantare il film con una patina d’altri tempi (si riserva qualche vezzo di montaggio, come l’inserimento delle sequenze da cinema muto). Ed è proprio in questo senso che vanno lette le 13 nomination agli Oscar: in quella voglia di cinema d’altri tempi, fatto di storie lunghe e di tramonti in cinemascope. C’è tanta voglia della vecchia Hollywood. E forse anche di riportare indietro il tempo, come con quell’orologio, e di evitare le guerre e gli errori/orrori made in U.S.A. di questi anni.

Da vedere perchè: grande cinema dal respiro classico, come non se ne fanno più. Che incita alla vita e a cogliere l’attimo. Sarà il nuovo Forrest Gump?

 

 












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