Archive for the 'fantascienza' Category

20
Dic
16

Rogue One. In The Name Of The (Darth) Vader

nullL’uomo che non c’era. Star Wars: Episodio VII – Il risveglio della Forza, secondo chi scrive, era davvero un buon film. Ma aveva quel grande problema. Che non c’era Lui. Non c’era Darth Vader, da qualunque lato della Forza vogliate stare, senza dubbio il personaggio più iconico dell’intera saga di Star Wars. Tanto che quel film provava ad evocarlo in ogni modo, con la sua maschera bruciata, con i dubbi del nuovo cattivo Kylo Ren, con il suo look e la sua spada. Rogue One: A Star Wars Story, il nuovo film dell’immortale franchise creata da George Lucas, diretto da Gareth Edwards, ha dalla sua parte la possibilità di giocarsi questa nera, nerissima carta: e lo fa molto bene. Ma riavvolgiamo il nastro: per chi ancora non lo sapesse Rogue One, già dal sottotitolo che recita “A Star Wars Story” non è il film che continua la saga, cioè l’ottavo episodio, ma uno spin off, o meglio, una storia “laterale” che non continua la storia della famiglia Skywalker, ma fa luce su un altro episodio legato alla storia principale. In Rogue One si parla della costruzione della Morte Nera, la gigantesca astronave capace di distruggere un intero pianeta. C’è un ingegnere in crisi d’identità, Galen Erso (Mads Mikkelsen), costretto dall’Impero a proseguire il suo lavoro, una figlia, Jyn Erso (Felicity Jones) per cui vuole una vita migliore, tanto da lasciarla in custodia a un vecchio combattente della Resistenza, Saw Gerrera (Forest Whitaker), a cui invia anche un messaggio su quella fantomatica falla del sistema per cui la Morte Nera ha un punto debole. Jyn ci crede, e prova a impadronirsi dei piani della Morte Nera con un gruppo di ribelli, guidati dal capitano Cassian (Diego Luna), a cui si uniscono un monaco non vedente e un guerrigliero.

 

nullL’uomo che non c’era ne Il risveglio della forza in Rogue One c’è, non vi sveliamo niente di nuovo se avete visto i trailer. Siamo infatti tra l’Episodio III, La vendetta dei Sith, e il leggendario Episodio IV, Una nuova speranza, il primo in assoluto, quello che tutti conosciamo come Guerre stellari. Avevamo lasciato Darth Vader appena risorto dalle ceneri di Anakin Skywalker nel terzo episodio, lo ritroviamo pienamente in carica. La sua apparizione, anzi le sue due apparizioni, saggiamente centellinate da Gareth Edwards, valgono da sole il proverbiale prezzo del biglietto. D’altra parte, Edwards è un regista che fa dell’attesa e del non visto uno dei suoi marchi di fabbrica. Anche nel suo Godzilla, insolito e intrigante monster movie, la creatura era evocata, attesa, nominata, prima di fare il suo ingresso in scena dopo circa un’ora di film. Più o meno quello che tocca attendere per vedere lo Jedi passato al lato oscuro. Abbastanza per accontentare qualunque fan, e per lasciare il segno profondo della Saga di Star Wars su Rogue One. Ma non troppo, in modo che Rogue One sia comunque un film autonomo, il primo “stand-alone”, non pensato per una trilogia, che infatti ha una storia che si apre e si chiude nell’arco delle due ore (poco più) del film. Un’opera che non è la storia principale di Star Wars, ma che si muove nel suo mondo, un mondo creato talmente bene che è possibile ambientarci storie, interessanti e coerenti, potenzialmente all’infinito. Rogue One lo mette in chiaro subito: si parte con la scritta “tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana”, ma non ci sono le scritte oblique che scorrono sullo schermo sui titoli di testa, né la famosa musica di John Williams. Quanto ai punti di contatto, oltre a Vader e alla trama, ce ne sono molti: c’è un droide imperiale riprogrammato, la protagonista è più una Han Solo al femminile che una Leia o una Rey, e con il droide mette in scena i classici siparietti leggeri della Saga. Sono personaggi nuovi, e all’inizio si fatica a entrare in sintonia con loro. Ma si impara ad amarli prestissimo.

 

nullC’è una falla nella progettazione della Morte Nera. E probabilmente c’era una falla, nel senso di un buco, uno spazio vuoto, ancora da riempire, anche nella linearità del racconto. Se, una volta passata la Lucasfilm alla Disney, il mondo di Star Wars è ridiventato un nuovo filone aureo da sfruttare – film ogni anno, quando eravamo abituati ad aspettarne parecchi – e un universo espanso come quello del mondo Marvel, i produttori sono stati bravi a non voler dotare la saga principale di infiniti episodi, ma di andare a illuminare alcuni lati oscuri che non erano entrati nel racconto principale (un altro film, in arrivo nel 2018, sarà sulla vita di Han Solo). I fantomatici piani della Morte Nera ognuno se li era immaginati come voleva: credevamo in qualche incuria da parte dei progettisti dell’Impero, per fretta o per umana fallibilità. Così come non avevamo saputo molto di come la principessa Leia fosse entrata in possesso di quei progetti, e saputo del punto debole. Ora impariamo che dietro ci sono stati un duro lavoro, crisi di coscienza, famiglie separate (altro tema caro a Edwards come agli sceneggiatori di Star Wars), coraggio e temerarietà, vite sacrificate. Una storia che chi ha amato Star Wars, anche solo la trilogia originale, non può non vedere. Nel mondo di Star Wars ci siamo cresciuti. E sì, ci fa piacere tornarci ogni volta che possiamo.

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12
Mag
12

Chronicle. Da grandi poteri derivano grandi responsabilità?

Voto: 7 (su 10)

Da grandi poteri derivano grandi responsabilità, ci insegna l’universo dei fumetti Marvel. Ma è vero così con chiunque sia dotato di poteri fuori dal normale, o è una cosa che avviene solo nell’universo Marvel? In poche parole: cosa accade se chi viene in possesso di superpoteri non ha la tempra morale per gestirli per il bene comune, e li usa per i propri fini personali? La novità di Chronicle, il film di Josh Trank (sceneggiata da Max Landis, figlio del grande John) è proprio questa. E così accade che tre ragazzi, Andrew, Matt e Steve, entrino in contatto con un meteorite, e arrivino così a possedere dei poteri fuori dal comune, dallo spostare gli oggetti fino al volare. Se due di loro sembrano gestirli in maniera responsabile, Andrew (Dane DeHaan, che ricorda il giovane Di Caprio), è un ragazzo frustrato, con la madre in fin di vita e il padre violento. Le sue frustrazioni hanno la meglio su di lui. E i poteri così finiscono per diventare uno sfogo per le proprie frustrazioni.

Supereroi amorali, o addirittura immorali: questa è la grande novità, già sperimentata da altri film, ma mai in maniera così chiara, di Chronicle. A ogni film che documenta la nascita di un supereroe, alla fase di scoperta dei poteri segue sempre una missione in cui usarli finalmente per un buon fine: qui la missione non inizia mai, e i nostri eroi finiscono per perdersi nelle loro storie personali, e non mettere mai quei poteri al servizio di qualcosa di più grande. La loro lotta non è contro qualcuno, ma contro se stessi. È per questo che Chronicle è una riflessione molto lucida su poteri e responsabilità, che porta a un altro livello il discorso della Marvel che ormai abbiamo imparato tutti a recitare come un mantra.

Chronicle si muove nella tendenza alla destrutturazione, alla svestizione e alla normalizzazione del supereroe. Da Unbreakable di Shyamalan fino alle serie tv Heroes e Misfits vediamo in scena super uomini con super poteri ma senza super vestiti, senza quell’aura colorata e gloriosa a cui ci hanno abituato i supereroi dei fumetti classici DC e Marvel, ma persone che accanto alla loro natura speciale devono pur sempre fare i conti con quella umana. Al cinema e in tv stiamo vedendo eroi inediti, che non provengono dalla mitologia dei fumetti classici (si pensi anche a Kick-Ass).

E la forma migliore per raccontare questi eroi nel quotidiano non può che essere quella del found footage, quella cioè delle riprese amatoriali, dei filmati trovati per caso, di The Blair Witch Project, Rec e Cloverfield. Che sembra piacere a tutti: ai cinefili, perché la soggettiva è sempre la soggettiva, alla generazione web 2.0, perché usa i loro codici di comunicazione, e ai produttori, perché costa poco. È una forma visiva che permette subito l’identificazione con il personaggio, perché usa il suo occhio. Qualcosa che saprebbe di già visto, se Josh Trank non usasse alcune variazioni sul tema: una ragazza che riprende con un’altra telecamera per il suo blog permette il gioco campo/controcampo classico del cinema, che nelle riprese in soggettiva andrebbe perso. E grazie alla telecinesi, il protagonista riesce a far volare la sua telecamera, e quindi a inquadrarsi. Insomma, Chronicle è qualcosa di nuovo – anche se non nuovissimo – nel panorama dei superhero movie. Lo spirito del film sta tutto in questo dialogo: “Pensi di farci di più?” “Con i poteri?” “No”.

Da vedere perché: grandi poteri senza grandi responsabilità: supereroi immorali, con la tecnica di Rec e Cloverfield.

19
Ott
11

Cowboys & Aliens. Western e fantascienza insieme? Mah…

Voto: 6 (su 10)

Provate a pensare di mettere insieme 007 e Indiana Jones. Pensate di mescolare Sentieri selvaggi e Indipendence Day. Impossibile? Proviamo a raccontarvelo. Cowboys & Aliens mette insieme Daniel Craig e Harrison Ford, i protagonisti di Casino Royale e I predatori dell’arca perduta, e lo fa in un film che mescola il western alla fantascienza (come chiamare il nuovo genere? West-Sci-Fi?). Cowboys & Aliens, tratto da un fumetto e comprato dai produttori già in base al titolo, è un film che vive di doppi apparentemente inconciliabili. È la storia di uno straniero (Craig), che si sveglia all’improvviso senza memoria. Ha dei ricordi molto vaghi, e un misterioso bracciale al polso, che non riesce a togliere. Arriva nella città di Absolution, New Mexico, dove impazza il tirannico Colonnello Dolarhyde (Ford). I due sembrano scontrarsi, ma dovranno unire le loro forze, aiutati dalla misteriosa Ellie, (Olivia Wilde), davanti a un pericolo molto più grande. Dobbiamo dirvi qual è? È già nel titolo del film…

Cowboys & Aliens, per almeno trenta minuti, va in scena come un classico western, con Daniel Craig nella parte dello “straniero”, del “buono”, il Clint Eastwood dei film di Leone per capirci, il solitario che arriva in città, non ha paura di nessuno, e prova a comportarsi in modo giusto, a mettere a posto le cose. È lui il protagonista del film. Harrison Ford, per contro, ha un ruolo molto particolare, a metà tra l’antagonista (“il cattivo”, per dirla alla Leone) e il coprotagonista. Un ruolo interessante, che gli permette da uscire dai suoi percorsi classici, e gli apre nuovi scenari, nuovi ruoli più complessi, da “vecchio”, in cui ci piacerebbe vederlo in futuro. In questo film, intanto, il suo broncio e la sua espressione da “brontolo” ci stanno a meraviglia.

Se 007 e Indy insieme funzionano, altrettanto non si può dire dell’altra combinazione, quella tra western e fantascienza. Melange originale e coraggioso, va detto, ma che qui appare un po’ come una fusione a freddo, dove i due generi non si compenetrano appieno per creare qualcosa di nuovo, ma restano ognuno sulle sue posizioni. Non c’è insomma una visione nuova, un nuovo genere contaminato, ma delle “strisce” di western e fantascienza che si alternano. Parliamo di strisce non a caso, perché il film è tratto da un fumetto. E l’altro difetto del film sta proprio qui, nella bidimensionalità dei personaggi. Non ci si affeziona, e non si segue il film con trepidazione. Anche se Jon Favreau, il regista, prova a metterci qualche sorpresa e qualche bella inquadratura, ma non riesce a trovare l’ironia e il ritmo dei suoi Iron Man, il film non decolla mai veramente.

Da vedere perché: è un coraggioso mix di western e fantascienza. Anche se i due generi non si legano alla perfezione e i personaggi restano quelli di un fumetto, bidimensionali

 

10
Set
11

Super 8. Quel filo che unisce Spielberg e Abrams

Voto: 7 (su 10)

C’è un filo sottile che unisce Steven Spielberg e J.J. Abrams. È un filo fatto di celluloide, quella della pellicola dei vecchi filmini in Super 8. Sono stati proprio questi a far incontrare Spielberg a J.J. Abrams e Matt Reeves (il regista di Cloverfield): i due avevano sedici anni e il regista di E.T. li contattò per chiedere loro di restaurare due suoi filmini. Così Spielberg non ha potuto dire di no quando Abrams gli ha chiesto di produrre un film su un gruppo di bambini che si diverte a girare dei filmini amatoriali in una piccola città dell’America. In molti dicono che J.J. Abrams è il nuovo Spielberg, un fantasioso creatore di mondi. La cosa è ancora tutta da dimostrare. Ma questo film, con Abrams alla regia e Spielberg in veste di produttore, suona come un’investitura, un passaggio di consegne dal papà di E.T. al papà di Lost.

Lilian, Ohio, America, 1979. I Blondie cantano Heart Of Glass, gli Knack la loro My Sharona, i ragazzi ascoltano la musica nei walkman a cassette e si divertono con il cubo di Rubik. Un gruppo di ragazzi sta girando uno zombie movie alla Romero. Un giorno, durante la ripresa di una scena clou, riprendono un pauroso incidente ferroviario. In quel treno c’è qualcosa di strano, che potrebbe essere stato registrato nel loro nastro. Nel frattempo, in città iniziano a sparire i cani e i motori delle macchine, lo sceriffo viene ucciso e accadono altri strani fenomeni.

Quel filo di celluloide di cui parlavamo non si è spezzato. Super 8 è un atto d’amore verso il cinema, e in particolare verso il cinema di Steven Spielberg, i suoi E.T. e i suoi Incontri ravvicinati del terzo tipo. È un film carico d’affetto per un tipo di cinema che non si fa più, quel cinema d’avventura che guardava il mondo con gli occhi curiosi e appassionati di un ragazzino preadolescente. È il cinema di Spielberg, certo, ma anche quello de I Goonies e Stand By Me. Quello che riusciva a mantenere ancora quel pizzico di ingenuità e di stupore che oggi sembrano non esserci più. Ne sentivamo la mancanza, ed è bello riavere tra noi un film di questo tipo.

Se è vero che in Super 8 c’è tanto Spielberg (vedi il solito rapporto tormentato tra padre e figlio), è anche vero che c’è tanto J.J. Abrams. La storia è quella di Lost e di Cloverfield (il film diretto da Matt Reeves da considerare a tutti gli effetti un film di Abrams, che lo ideato e prodotto): un gruppo di persone capitate per caso in qualcosa di ignoto e molto più grande di loro. E molto pericoloso. Ci sono ancora le riprese domestiche di Cloverfield, delle riprese casuali che però sembrano racchiudere la risposta all’enigma. Anche qui torna un tema che sembra ricorrere in Abrams, quella fiducia nelle immagini e nella loro capacità di raccontare la verità, di dare risposte, di cogliere l’essenza delle cose. Certo, Abrams, come in Lost, si dimostra più bravo a creare attesa, mistero, a tenerci in sospeso, che a svelare e a chiudere la storia. Che, man mano che si avvicina alla fine, comincia ad avvicinarsi un po’ troppo a Cloverfield e a perdere originalità.

Forse anche per questo Super 8 non è un capolavoro. Ma rimane uno spettacolo molto avvincente. Vi consigliamo di rimanere in sala anche durante i titoli di coda, per vedere il fantomatico filmino horror che i ragazzini stavano girando finalmente ultimato. È anche da questi dettagli che si capisce l’amore per il cinema di un Autore. E se i risultati di Abrams al cinema (è già invece nella storia della tv) sono ancora tutti da dimostrare, il fuoco che lo anima è quello di Spielberg. Se il nuovo Spielberg forse è… Spielberg stesso, il filo di celluloide tra i due è ancora ben saldo. E speriamo che non si rompa.

Da vedere perché: è un atto d’amore verso il cinema di Steven Spielberg, un film carico d’affetto per un tipo di cinema che non si fa più, quel cinema d’avventura che guardava il mondo con gli occhi curiosi e appassionati di un ragazzino.

17
Giu
11

I guardiani del destino. Blade runner è il presente

Voto: 7,5 (su 10)

Blade Runner è ambientato nel 2019. Praticamente dietro l’angolo. Sì, Philip K. Dick è un autore di fantascienza, una mente paranoica ma anche un filosofo, un uomo che è stato in grado di predirci il futuro e di interrogarsi sulla nostra natura e su quello che c’è intorno a noi. Philip K. Dick non è fantascienza, è realtà: la replicazione degli esseri umani, la vita virtuale, le guerre – più che le indagini – preventive sono già tra noi. Per questo non occorre più ambientare le sue storie nel futuro: Dick è ormai nel nostro mondo, e quello che ha scritto ci riguarda tutti. I guardiani del destino (The Adjustment Bureau), tratto dal suo racconto Squadra riparazioni (The Adjustment Team), diretto dall’esordiente George Nolfi (sceneggiatore di The Bourne Ultimatum), porta Philip K. Dick nei giorni nostri, nella New York di oggi dove David (Matt Damon), giovane candidato al Senato degli Stati Uniti, la sera delle elezioni incontra Elise (Emily Blunt), affascinante e dolce ballerina. Tra loro è colpo di fulmine. Eppure, qualcosa, o qualcuno, impedisce ai due di incontrarsi di nuovo: esiste un disegno, secondo il quale non possono stare insieme. Sono destinati ad altro.

America oggi, dicevamo. Ha un’ambientazione attuale, e per nulla fantascientifica, il film di George Nolfi. Per la prima mezz’ora, dal ritmo forsennato, sembra una di quelle commedie americane dove politica e sentimenti si intrecciano. Se non fosse per quegli uomini vestiti elegantemente rètro, con cappotti e cappelli, che sembrano usciti da Gli intoccabili di De Palma. La fantascienza irrompe nel film all’improvviso, dopo trenta minuti, con la presenza di questi uomini che si fa più palese, definita, anche se comunque misteriosa. Angeli? Agenti? Guardiani? E chi li comanda? Loro lo chiamano Presidente, ma chiunque può chiamarlo come crede. Avete mai notato nella vostra vita qualcosa che non quadra, qualche contrattempo apparentemente stupido che vi fa perdere del tempo? E se dietro ci fosse questo adjustment bureau, questo ufficio degli aggiustamenti che mette dei piccoli ostacoli nelle nostre giornate perché la nostra vita non prenda un’altra strada da quella che è stata scritta?

La funzione di questi agenti è quella che nella mitologia antica era appannaggio delle Parche, le tessitrici del Fato, cioè del destino, di ciò che è stato scritto da un essere superiore. Qui, al posto dei fili tessuti da un telaio, ci sono degli schemi, una sorta di disegni da ingegnere, riportati su un taccuino. È in questo senso che diciamo che quella di Philip K. Dick è filosofia: i suoi scritti, e di conseguenza il cinema tratto da essi, si pone domande sulla nostra condizione, domande  su cui l’uomo si interroga dall’antichità. Siamo in possesso di un libero arbitrio o è solo un’illusione? Siamo gli artefici del nostro destino o c’è qualcuno che decide per noi? Cosa c’è nel segreto dell’incontro con la persona con cui passeremo la vita? In questo senso, quello di Philip K. Dick by George Nolfi è un altro modo di fare cinema-filosofia, completamente diverso da quello di Terrence Malick e del suo The Tree Of Life, molto meno autoriale e più di intrattenimento, ma egualmente intenso ed efficace.

Inquietante, misterioso, ma anche romantico e struggente (anche grazie alle interpretazioni convinte di Damon e Blunt), I guardiani del destino è un film che tiene incollato lo spettatore alla sedia, ma che si insinua nella nostra testa a lungo anche dopo la visione. Tra Matrix, Dark City (cioè Tempo fuori luogo, altro libro di Dick) e una classica storia d’amore, I guardiani del destino è un modo molto intelligente di rileggere Philip K. Dick, spogliandolo di tutti gli orpelli futuristici e distopici che hanno spesso caratterizzato gli adattamenti cinematografici dei suoi scritti, proprio per ricordarci che le sue ossessioni ormai sono quelle di tutti noi, quelle del mondo di oggi, stretto tra l’estremo controllo, la sensazione di essere sempre osservati, l’idea di essere impotenti di fronte al destino che si compie. L’ambientazione a New York, fotografata con colori brillanti e nitidi, come se la stessimo vedendo sullo schermo lucido di un laptop, giova ulteriormente al film, con i suoi grattacieli che evocano una connessione tra cielo e terra, tra la nostra vita al piano terra e gli imperscrutabili piani alti dove qualcuno, forse, ci comanda. No, Blade Runner non è il futuro, ma il presente.

Da vedere perché: è un altro modo di fare cinema-filosofia, completamente diverso da quello di Terrence Malick e del suo The Tree Of Life, molto meno autoriale e più di intrattenimento, ma egualmente intenso ed efficace.

 

09
Mag
11

Source Code. La fantascienza secondo Duncan Jones, il figlio dell’alieno

Voto: 7,5 (su 10)

“Ground control to Major Tom”, cantava David Bowie nel lontano 1969. Il brano è Space Oddity, la storia di un astronauta in missione per la Luna che finiva disperso nello spazio. “Sono qui che galleggio intorno al mio barattolo di latta, lontano sopra la Luna, il pianeta Terra è triste e non c’è niente che possa fare”. Space Oddity è un gioco di parole con 2001: A Space Odissey, il film di Kubrick a cui è ispirato. Nella vita, e nel cinema, tutto torna. Nel 1971 nasceva il primo figlio di Bowie, all’epoca presentato a tutti come Zowie, ma che oggi si fa giustamente chiamare con il suo nome all’anagrafe, Duncan Jones. Al piccolo Duncan il padre leggeva racconti di fantascienza, Orwell, Philip K. Dick, Ballard. Lo portava sul set di film come L’uomo che cadde sulla Terra. Duncan Jones, insomma, è il figlio di Ziggy Stardust, l’alieno del rock. E, quando lo scorso anno lo abbiamo visto esordire con Moon, un film di fantascienza molto vicino all’Odissea di Kubrick, ci è sembrata la cosa più naturale. Non poteva essere altrimenti.

Duncan Jones è uno dei nuovi talenti del cinema sci-fi, e lo conferma anche nella sua opera seconda, Source Code. Il capitano Colter Stevens (Jake Gyllenhaal) è costretto a rivivere gli ultimi otto minuti di vita di un passeggero di un treno che esploderà in seguito a un attentato: si risveglia all’improvviso senza sapere dov’è, di fronte a sé ha una donna (Michelle Monaghan) che gli sorride e in tasca ha la carta d’identità di un professore. Tra un viaggio e l’altro in questi otto minuti, sempre uguali, della vita di un passeggero, si ritrova in una capsula dove una donna, da un video, gli impartisce gli ordini. L’attentato è già successo, ma lui sta viaggiando indietro nel tempo, grazie al programma Source Code, per scoprire chi è l’attentatore, perché colpirà di nuovo. Jake Gyllenhaal è perfetto in un ruolo a metà strada tra Jarhead e Donnie Darko, uomo d’azione risoluto ma umano, grazie a quel briciolo di fragilità nello sguardo che lo rende così unico.

Raccontata così la storia sembra la versione dark e ossessiva di Ricomincio da capo. Ma l’atmosfera futuristica e paranoica, e la costruzione da thriller lo avvicinano più ad alcune opere dickiane come Minority Report (e alla sua versione semplificata, Dejà Vu). Jones sembra a suo agio con i vari aspetti della fantascienza, e nella sua carriera, che speriamo lunga, promette di sviscerarne tutte le sfaccettature: se in Moon ci aveva raccontato l’alienazione e la solitudine, qui esplora la tensione, con un occhio anche a Hitchcock: pensiamo ai panni del professore “innocente” in cui si incarna il capitano Stevens. Ma anche al classico schema della suspence hitchcockiana, la bomba che sta per esplodere: qui accade ogni otto minuti, la deadline è riproposta di continuo, e la tensione è sempre alta. Assieme alla curiosità: come il protagonista, anche noi siamo all’oscuro, e per questo il film intriga e appassiona, incollando lo spettatore allo schermo.

Ha la paranoia di Philip K. Dick, questo Source Code, paranoia che alla fine del decennio del terrorismo globale e della guerre preventive è quanto mai attuale. È il figlio dell’alieno, Duncan Jones, e quei libri che gli leggeva il padre l’hanno segnato nel profondo. Moon e Source Code sono due film distanti tra loro eppure vicinissimi. Personale, indipendente e low budget il primo, blockbuster su commissione il secondo; con un unico attore il film d’esordio, con decine di comparse questo. Eppure entrambi i film sono claustrofobici, alienati e alienanti, ambientati come sono in un luogo chiuso (la stazione spaziale di Moon come il treno e la capsula di Source Code), sono storie in cui qualcuno è solo contro tutti, ignaro di cosa stia accadendo, abbandonato ai suoi soli sensi per risolvere la questione. E allora il cerchio si chiude, perché i protagonisti di Duncan Jones sono come il Major Tom di Space Oddity. Seduti in un barattolo di latta, lontani sopra il mondo.

Da vedere perché: Duncan Jones è uno dei nuovi talenti del cinema di fantascienza, e promette di sviscerarne tutte le sfaccettature: se in Moon ci aveva raccontato l’alienazione e la solitudine, qui esplora la tensione, con un occhio anche a Hitchcock

24
Set
10

Inception. Freud e Escher al cinema

Voto: 7,5 (su 10)

Siamo della stessa materia di cui sono fatti i sogni, scriveva Shakespeare. Lo ribadisce anche Christopher Nolan con Inception, il suo film più personale, un’idea che ha in mente da quando aveva 16 anni, che riesce a portare finalmente sullo schermo, dopo aver lavorato per dieci anni alla sceneggiatura. “Qual è il parassita più resistente? Un virus? No, un’idea. Un’idea, una volta formata, si avvinghia”. Dev’essere stato così anche per Nolan, visto come ha portato avanti il suo progetto. È quello che pensa Cobb (Leonardo Di Caprio), il protagonista del suo film. Lui e la sua banda hanno trovato il modo per entrare nei sogni degli altri, e per rubare loro le idee. Nel sogno le difese si abbassano, e le idee possono essere rubate. Cobb e la sua banda però ora si trovano, coinvolti da un uomo d’affari giapponese, a progettare un’impresa ancora più difficile: invece che rubare un’idea devono instillarla nella mente di qualcuno. Si tratta dell’erede di un impero finanziario, e l’idea che vogliono mettergli in testa è quella di dividere l’impero. Ma Cobb dovrà fare i conti anche con i suoi sogni, e con il rimpianto per la moglie (Marion Cotillard) che ha perduto per sempre.

Regista del racconto non lineare per eccellenza (vedi Memento), Nolan gira un film sui sogni, che per la loro natura non sono lineari e logici. Quello tra Nolan e il sogno sembra allora un rapporto naturale. Anche perché il regista di Batman: Begins e Il cavaliere oscuro ha sempre basato la sua poetica sulla capacità o meno di vedere. E il sogno in fondo è un vedere oltre, al di là di quello che vedono gli occhi, al di là di quello che comprende il razionale: un vedere con la mente. Nolan, sulla scia di film come Matrix, Dark City e Il tredicesimo piano, ma anche eXistenZ di Cronenberg, gioca con la percezione dei protagonisti, e con la nostra. “I sogni sembrano reali finché ci siamo dentro”. E così noi sposiamo il punto di vista dei personaggi, e non sappiamo mai se ci troviamo in un sogno o nella realtà.

Inception è un film ambizioso. È Freud declinato in heist movie (film di rapina), un labirinto di specchi con dentro un gioco di scatole cinesi. È 007 (le scene sulla neve sono una citazione aperta di Al servizio segreto di Sua Maestà) diretto da M.C. Escher (anche le famose scale disegnate dal famoso pittore fanno parte dell’ispirazione del film). A cui si aggiunge una robusta dose di mélo, con il ricordo della moglie scomparsa di Cobb che ritorna continuamente nel film. E qui Inception ci mostra il sogno come unica possibilità di ri-vivere qualcosa che è andato perduto, e si avvicina a Strange Days, in cui il protagonista riviveva sensazioni pre-registrate. Il sogno come rimpianto. E non a caso il tema del film è la canzone di Edith Piaf Non, je ne regrette rien: non rimpiango nulla.

Il sogno di Nolan è nitido, chiaro, preciso, e mai sfumato, torbido e malato come il sogno di David Lynch. È interessante come qui la realtà condizioni il sogno con vibrazioni, suoni e giravolte, e come il sogno, una volta giunto alla fine, cominci a sgretolarsi. Il regista de Il cavaliere oscuro realizza un film-evento, un prodotto dall’impatto visivo notevole, con scene meritevoli di entrare nella storia del cinema. Inception è un caso di blockbuster con un’anima, un film altamente spettacolare, ma con dentro una grande riflessione filosofica e intellettuale. È un film che può aprire una strada a un nuovo tipo di cinema. La struttura a scatole cinesi finisce però per rendere necessarie troppe spiegazioni e momenti interlocutori, rendendo a volte il film macchinoso e complicato. Così complicato che Memento il confronto sembra un cinepanettone. Ma si tratta di difetti che non riescono a scalfire la maestosità dell’opera. Christopher Nolan entra definitivamente, insieme a Lucas, Spielberg, Peter Jackson nell’Olimpo dei creatori di mondi.   

Da vedere perché: È Freud declinato in heist movie, un labirinto di specchi con dentro un gioco di scatole cinesi. È 007 diretto da M.C. Escher, con una robusta dose di mélo

 












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