Posts Tagged ‘Jeff Bridges

17
Feb
11

Il Grinta. Il primo western dei Coen è senza sale

Voto: 5,5 (su 10)

Che piatto ha deciso di portarci a tavola stavolta la premiata cucina dei Fratelli Coen? Per la prima volta, un western. Suona strano a dirlo, ma è davvero la prima volta che i Coen si cimentano con un western puro, dopo che questo genere ha attraversato spesso sottotraccia il loro cinema, vuoi per la ambientazioni, vuoi per il respiro di certe inquadrature. Da molti, ad esempio, Non è un paese per vecchi può essere considerato un western, ma si tratta più di un thriller contemporaneo, anche se è ambientato in Texas. Una volta giunti al western, comunque, i Coen sembrerebbero trovarci a loro agio: gli spazi sterminati in cinemascope, fotografati dal fido Roger Deakins, sono il loro pane quotidiano.

Il loro primo western è Il grinta, una storia portata già al cinema con il volto di un mito del western, John Wayne. La storia è quella di Mattie Ross (l’esordiente Hailee Steinfield), 14 anni, che si mette in viaggio verso Fort Smith, Arkansas, per cercare l’assassino del padre, Tom Chaney (Josh Brolin). Mattie chiede aiuto al vecchio sceriffo Rooster Cogburn (Jeff Bridges), ma, insieme a loro, ci sarà anche il ranger LaBoeuf (Matt Damon). Il confronto con il fantasma di John Wayne è l’unica cosa da non temere in un’operazione del genere: non appena entra in scena Jeff Bridges, voce roca, cavernosa, profonda, benda sull’occhio e barba bianca, il film si accende. Remake? Non secondo i Coen, che lo considerano un film tratto dal libro di Charles Portis, da cui era tratto il film con Wayne, più che un rifacimento di quest’ultimo. Un film ancora più fedele al romanzo, secondo loro. E forse proprio questo fedeltà toglie al film inventiva, e le invenzioni di sceneggiatura e regia a cui i Coen ci hanno abituati. Ne esce un film super classico, ma anche piuttosto noioso: per la prima ora non succede quasi niente, anche se nel finale ci sono due-tre colpi di scena.

Per i Coen continua il confronto con i miti del cinema e della letteratura: Il Grinta e il genere western arrivano dopo la commedia nera all’inglese degli Ealing Studios (Ladykillers), il noir (L’uomo che non c’era), l’Odissea (Fratello dove sei?). Generi destrutturati  e ricostruiti ogni volta. I Coen prendono tutto, tritano, e ricucinano secondo una ricetta nuova. Questa volta la ricetta è indubbiamente cucinata bene, ma secondo ingredienti standard. I Coen non ci aggiungono i loro ingredienti più preziosi, l’ironia, il sarcasmo, la dissacrazione, quel pizzico di cattiveria che ce li ha fatti amare tanto. Così Il Grinta è un piatto un po’ sciapo. A meno che come sale non vi bastino tre grandi attori, Bridges, Damon e Brolin. Che comunque di questi tempi non è poco.

Da non vedere perché: Come con ogni genere, anche per il western i Coen prendono tutto, tritano, e ricucinano. La ricetta è cucinata bene, ma i Coen non ci aggiungono i loro ingredienti più preziosi, l’ironia, il sarcasmo e quel pizzico di cattiveria

08
Ott
10

Dvd. Crazy Heart. Tre accordi e la verità

Voto: 7,5 (su 10)

“Non è posto per un cuore affaticato. Non è posto dove perdere la testa. Non è posto per crollare. Raccogli il tuo cuore folle e fai un altro tentativo”. Sono le parole di The Weary Kind, tema del film Crazy Heart, e canzone da Oscar scritta da T Bone Burnett e Ryan Bingham. Crazy Heart ha fruttato anche l’Oscar come miglior attore a Jeff Bridges, stropicciato e trasandato come nei panni di quell’indimenticabile Drugo de Il grande Lebowski dei Fratelli Coen. Bridges è anima, corpo e voce (le canzoni sono cantate da lui) di Bad Blake, cantante country oramai in disuso e in preda ai fantasmi dell’alcol. Un ruolo che, come un abito sartoriale, sembra cucito su misura per lui.

Il rock, e il country, sono anche questo. Suonare in bowling sperduti dove non ti offrono neanche le consumazioni al bar. O in pianobar sfigati nel deserto del New Mexico. Fare chilometri e chilometri da solo su un furgone scassato, con un’unica amica, l’amata bottiglia di whisky. Suonare con band sempre diverse, raccattate all’ultimo, e andare in scena senza alcuna prova. Mentre la casa discografica fa uscire dal catalogo i tuoi dischi vecchi, perché non vendono più. Crazy Heart racconta il lato oscuro di chi fa musica, quello lontano dai riflettori più potenti, ma illuminato da qualche luce fioca da balera.

È un film lontanissimo dal glorioso (ed edulcorato) ritratto di Johnny Cash e signora di Walk The Line – Quando l’amore brucia l’anima, o dagli affreschi corali firmati Altman di Nashville e Radio America. Qui c’è in scena un uomo solo, che porta sulle spalle la sua solitudine, la sua marginalità e la sua dipendenza con dignità. Crazy Heart non esaspera mai i toni. Come una ballata country è moderato, sereno, malinconico e a suo modo tenue, senza scossoni. E con un tocco di tenero umorismo. “La mia canzone preferita? Quella che mi ha fatto fare più soldi” racconta Bad a Jean, giovane giornalista di un giornale locale che gli chiede un’intervista. “Ti stufi se te la chiedono venti volte a sera. Ma le devi molto e non puoi voltarle le spalle”. L’incontro con Jean (Maggie Gyllenhaal) è forse quello che salva la vita a Bad Blake, forse l’ultima occasione di tirarsi su. La rinascita passa anche per il dover fare da supporter a quello che una volta era un suo allievo, quel Tommy Sweet (Colin Farrell) che ora è una star del country e suona in arene da dodicimila posti. Con un palco che è trasportato da tir, con i road manager a controllare ogni dettaglio. E con quei “maledetti fonici che cercano sempre di fottere il supporter per far risaltare la star. È il loro sporco lavoro”. È in questo mondo, dopo l’iniziale riluttanza, che si trova catapultato Bad Blake, che torna, per un momento, a esibirsi per il grande pubblico. “Le esibizioni. A volte si è in vena, altre no” confessa Blake. Per il “cowboy dell’amore” Bad Blake l’incontro con Tommy Sweet può significare molto. Scrivere una canzone per lui può significare una svolta.

Proprio un film agli antipodi di Walk The Line – Quando l’amore brucia l’anima si avvale dello stesso autore delle musiche, quel T Bone Burnett che aveva firmato anche la splendida colonna sonora di Fratello, dove sei?. Burnett ha composto le musiche insieme a Stephen Bruton, scomparso poco dopo, e autore di canzoni per Kris Kristofferson, Bonnie Raitt, Willie Nelson Johnny Cash. Anche lui, come Blake, ha passato la vita tra una roadhouse e l’altra, sempre lontano da casa. “È una vita interessante” aveva dichiarato Bruton prima di morire. “L’unica cosa reale è la performance. Non sei responsabile di quello che hai fatto il giorno prima e per un po’ è magnifico, ma può facilmente trasformarsi in un caso di sviluppo bloccato. Prima o poi devi attraversare lo specchio”. Burnett aveva capito che Bad è uno di quegli uomini che si esprime meglio nelle canzoni che nelle conversazioni. “Per Bad è molto difficile dire quello che pensa nella vita reale” ha fatto notare Burnett. “L’arte non ti consente di esprimere facilmente le cose. Tuttavia, c’è tutto nelle sue canzoni. Penso che si possa dire che lo stesso vale per chi ha composto le canzoni”. Ecco il legame tra Burnett e il personaggio. Si trattava di creare delle canzoni che raccontassero una storia, un vissuto. Così per la musica non si sono ispirati a una star precisa, ma hanno ragionato in termini di influenze. “Bad mi ricorda alcuni musicisti che ho conosciuto, ma non voglio rivelarne il nome” ha spiegato Burnett. “La nostra idea per la musica era creare un universo alternativo del country. Come sarebbe suonato il country se fosse successo questo invece di quello? Non volevamo che Bad rientrasse in nessuna categoria definita della musica country. Abbiamo messo insieme quello che Bad ascoltava mentre cresceva e abbiamo lavorato partendo da quel punto. Le influenze di Blake si chiamano allora The Louvin Brothers, George Jones, Lightnin’ Hopkins e The Delmore Brothers. Ma anche Hank Williams, Lefty Frizzell, The Mississipi Sheiks, Jimmy Rogers, Skip James e Howlin Wolf. Qualcuno diceva che la musica country è composta di tre accordi e della verità. E questa è la ricetta anche di Crazy Heart. Un film sincero.

Extra: Il trailer e le scene tagliate ci fanno conoscere ancora un po’ questo personaggio che abbiamo imparato ad amare. E lo sentiamo cantare un’altra canzone. Disponibile in dvd e blu-ray.

Da vedere perché: Crazy Heart racconta il lato oscuro di chi fa musica, quello lontano dai riflettori più potenti, ma illuminato da qualche luce fioca da balera. Jeff Bridges è anima, corpo e voce di un cantante oramai in disuso: un ruolo che sembra cucito su misura per lui

(Pubblicato su Jam)

07
Nov
09

L’uomo che fissa le capre. Fiori nei cannoni? Meglio l’LSD nelle uova…

Voto: 7 (su 10)

caprePensate a una scena di Full Metal Jacket in cui al posto del sergente Hartman di R. Lee Ermey a impartire gli ordini ai marines ci sia Drugo de Il grande Lebowsky. Avrete un’idea di quello che è L’uomo che fissa le capre, presentato a Venezia fuori concorso. Jeff Bridges qui non è Drugo, ma gli somiglia molto. Il suo Bill Django ha la stessa filosofia: è un ex soldato del Vietnam che, dopo aver frequentato i movimenti hippy ha creato il manuale dell’esercito del nuovo mondo. Per cambiare il mondo bisogna cambiare gli eserciti. E l’esercito del nuovo mondo non combatte con le armi, ma con la mente. Come i cavalieri Jedi. Nel film di Grant Heslov l’esperimento risale agli anni Ottanta. Ma il migliore dei soldati, Lyn Cassady (George Clooney) è ancora in giro, e incontra il giornalista Bob Wilton (Ewan McGregor, che è stato proprio uno Jedi sullo schermo…)

È lo strampalato mondo creato da Grant Heslov, lo sceneggiatore di Good Night, And Good Luck, la seconda prova alla regia di Gerorge Clooney. Heslov confeziona ancora un film con protagonista un giornalista, e ancora un film politico, anche se completamente diverso nei toni. Se nel film ambientato durante il maccartismo la chiave era la libertà di stampa e di espressione, in quest’opera, ambientata durante la guerra in Iraq, è interessato alla libertà dagli eserciti e dalla guerra. Heslov non sceglie lo stile della satira pungente, quanto una sorta di farsa sfrenata e liberatoria, vicina al M.A.S.H. di Altman, ai Fratelli Coen e a Three Kings, in cui sempre Clooney si trovava nella prima guerra all’Iraq. Heslov si conferma però sempre attento alla realtà. Lo dimostrano i personaggi torturati, nelle ormai tragicamente celebri tute arancio di Guantanamo, e i servizi di intelligence e guerra appaltati a società private.

È uno a cui piace spiazzare, Heslov. Riesce a farlo con dei giochi di regia molto semplici, come quando parte da un’inquadratura molto stretta e la allarga per mostrare lo sguardo d’insieme e svelare l’ambiente in cui si svolge l’azione. Fa ridere con accostamenti assurdi, come nel campo/controcampo in cui un concentrato Clooney è alternato a un’altrettanto espressiva capra, mentre cerca di ucciderla guardandola (da qui il titolo). L’uomo che fissa le capre diverte con una comicità nonsense e stralunata, ma avvince come una spy-story.

Come Good Night, And Good Luck era un film simbolo di un’epoca (il maccartismo come l’era Bush), L’uomo che fissa le capre è un’opera che la chiude. L’esercito non violento rappresenta la spallata definitiva all’era Bush e alla sua politica guerrafondaia. Mettere l’LSD nelle uova della colazione dei soldati (per liberare tutti dalla base in Iraq) è come mettere i fiori nei cannoni. L’ultimo sberleffo a Bush e alla guerra in Iraq. La guerra è finita. Ma ora più che mai abbiamo bisogno dei Jedi.

Da vedere perché: Diverte con una comicità stralunata, avvince come una spy-story. E’ l’ultimo sberleffo a Bush

(Pubblicato su Movie Sushi)

08
Set
09

Venezia 66. The Men Who Stare At Goats. Fiori nei cannoni? Meglio l’LSD nelle uova…

Voto: 7 (su 10) 

gostsPensate a una scena di Full Metal Jacket in cui al posto del sergente Hartman di R. Lee Ermey a impartire gli ordini ai marines ci sia Drugo de Il grande Lebowsky. Avrete un’idea di quello che è The Men Who Stare At Goats, presentato a Venezia fuori concorso. Jeff Bridges qui non è Drugo, ma gli somiglia molto. Il suo Bill Django ha la stessa filosofia: è un ex soldato del Vietnam che, dopo aver frequentato i movimenti hippy ha creato il manuale dell’esercito del nuovo mondo. Per cambiare il mondo bisogna cambiare gli eserciti. E l’esercito del nuovo mondo non combatte con le armi, ma con la mente. Come i cavalieri Jedi. Nel film di Grant Heslov l’esperimento risale agli anni Ottanta. Ma il migliore dei soldati, Lyn Cassady (George Clooney) è ancora in giro, e incontra il giornalista Bob Wilton (Ewan McGregor, che è stato proprio uno Jedi sullo schermo…)

È lo strampalato mondo creato da Grant Heslov, lo sceneggiatore di Good Night, And Good Luck, la seconda prova alla regia di George Clooney. Heslov confeziona ancora un film con protagonista un giornalista, e ancora un film politico, anche se completamente diverso nei toni. Se nel film ambientato durante il maccartismo la chiave era la libertà di stampa e di espressione, in quest’opera, ambientata durante la guerra in Iraq, è interessato alla libertà dagli eserciti e dalla guerra. Heslov non sceglie lo stile della satira pungente, quanto una sorta di farsa sfrenata e liberatoria, vicina al M.A.S.H. di Altman, ai Fratelli Coen e a Three Kings, in cui sempre Clooney si trovava nella prima guerra all’Iraq. Heslov si conferma però sempre attento alla realtà. Lo dimostrano i personaggi torturati, nelle ormai tragicamente celebri tute arancio di Guantanamo, e i servizi di intelligence e guerra appaltati a società private.

È uno a cui piace spiazzare, Heslov. Riesce a farlo con dei giochi di regia molto semplici, come quando parte da un’inquadratura molto stretta e la allarga per mostrare lo sguardo d’insieme e svelare l’ambiente in cui si svolge l’azione. Fa ridere con accostamenti assurdi, come nel campo/controcampo in cui un concentrato Clooney è alternato a un’altrettanto espressiva capra, mentre cerca di ucciderla guardandola (da qui il titolo “gli uomini che fissano le capre”). The Men Who Stare At Goats diverte con una comicità nonsense e stralunata, ma avvince come una spy-story.

Come Good Night, And Good Luck era un film simbolo di un’epoca (il maccartismo come l’era Bush), The Men Who Stare At Goats è un’opera che la chiude. L’esercito non violento rappresenta la spallata definitiva all’era Bush e alla sua politica guerrafondaia. Mettere l’LSD nelle uova della colazione dei soldati (per liberare tutti dalla base in Iraq) è come mettere i fiori nei cannoni. L’ultimo sberleffo a Bush e alla guerra in Iraq. La guerra è finita. Ma ora più che mai abbiamo bisogno dei Jedi.

Da vedere perché: è l’ultimo sberleffo a Bush e alla guerra in Iraq.

(Pubblicato su Movie Sushi)

 












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