Archive for the 'storico' Category

30
Gen
11

Il discorso del Re. Il peso delle parole. E di un ruolo

Voto: 7,5 (su 10)

Le parole sono importanti. Sono tutto, a volte. Oggi in politica si parla spesso di leader “mediatici”, cioè di personaggi in grado di creare consenso grazie alla propria capacità dialettica. In poche parole, chi sa parlare oggi vince. Ma parlare è sempre stato importante, anche se parliamo del secolo scorso, tra gli anni Venti e i Quaranta. E non saper parlare può costare molto caro, soprattutto se si è un principe. Albert Frederick Arthur George Windsor (Colin Firth)è il secondogenito di Re Giorgio V d’Inghilterra. Nella prima scena de Il discorso del Re lo vediamo allo stadio di Wembley, negli anni Venti, all’inaugurazione di un evento: ma, al momento di parlare in pubblico, le parole non escono, la voce si inceppa. Il Duca di York è balbuziente. Difetto imbarazzante per un principe, figurarsi per un Re. Il destino vuole infatti che Re Giorgio V, padre il Albert, muoia, e che suo fratello, Edoardo VIII (Guy Pearce), sia costretto ad abdicare poco dopo essere diventato Re: è innamorato di una donna divorziata, Wallis Simpson, e vuole sposarla, ma l’etichetta di corte non prevede una simile ipotesi (su questa storia Madonna sta girando il suo secondo film da regista). Albert così, si ritrova Re, con il nome di Giorgio VI.

Si ritrova Re, e da Re dovrà parlare alla nazione. All’Inghilterra serve un sovrano che trasmetta sicurezza, fermezza, ora che sta per entrare in guerra. L’avversario è qualcuno che in fatto di dialettica sa il fatto suo, un certo Adolf Hitler. Anche Albert lo ammette. E tutto serve al popolo inglese, tranne che un Re balbettante. Così Albert si rivolge, seppur con ritrosia, a un logopedista fuori dagli schemi (Geoffrey Rush).

Il discorso del Re, che arriva nelle sale fresco delle 12 nomination ai premi Oscar, è uno di quei film inglesi che non si possono che definire impeccabili, dove tutto è al posto giusto. Pensate a Shakespeare condito con il classico humour inglese. Il regista Tom Hooper condisce con un pizzico di commedia britannica un tema che è molto serio, e soprattutto una storia che è vera. I temi sono shakespeariani: dalle successioni al trono e le trame di corte al peso del ruolo su un individuo che non si sente adatto. È evidente che nella balbuzie di Albert (anzi, Bertie, come lo chiama il suo logopedista) si possa leggere qualcosa di simbolico e psicologico, come un inconscio rifiuto del suo ruolo.

Il discorso del Re è tra i favoriti dell’Academy, anche perché c’è una certa tradizione che vede premiati film con personaggi che portano qualche tipo di handicap, e gli attori che li interpretano: anche in questo senso il film sembra il candidato perfetto per la statuetta dorata. Se non sarà facile portate a casa l’Oscar come miglior film (c’è da battere l’amatissimo The Social Network di David Fincher), sembra quasi scontato il premio a Colin Firth come miglior attore. In questa storia così lontana ma così vicina nel tempo (Bertie/Giorgio VI è il padre dell’attuale Regina Elisabetta), Firth è la punta di diamante di un cast perfetto: accanto a lui e all’istrione Geoffrey Rush, spiccano anche Timothy Spall nei panni di Winston Churchill ed Helena Bonham Carter, perfetta Regina Madre. A guardarla, sembra proprio di vedere lei da giovane.

Da vedere perché: è uno di quei film inglesi che non si possono che definire impeccabili, dove tutto è al posto giusto. Pensate a Shakespeare condito con il classico humour inglese

 

23
Apr
10

Agora. Filosofia contro religione, l’eterno scontro

Voto: 6 (su 10) 

“Sei un vero cristiano, o ti sei convertito per avere successo in politica?”. Parole registrate qualche giorno o qualche mese fa in Italia? No, siamo nel 391 d.C., ad Alessandria d’Egitto. Dove la filosofa Ipazia, ultima erede dalla cultura antica ed esempio ante litteram di donna indipendente ed emancipata, simbolo di una libertà di pensiero che non vedremo più fino all’epoca moderna, istruisce i giovani nella biblioteca. Quella cristiana sta per diventare la religione ufficiale dell’Impero Romano, e i cristiani di Alessandria, con in prima fila la setta da combattimento dei “parabolani”, prendono il potere, cambiando per sempre l’ordine delle cose. Per prima cosa distruggono l’importantissima biblioteca del Serapeo, dove sono custoditi tutto il sapere e la saggezza del Mondo Antico. Ipazia istruisce giovani destinati a diventare la classe dirigente del futuro, tra cui Oreste, che diventerà il prefetto di Alessandria. È lui a venire accusato con le parole di cui sopra, quando il vescovo Cirillo inizierà le persecuzioni. Che si dirigeranno anche verso l’eretica Ipazia…

È Agora, il nuovo film del cileno Alejandro Amenabar. Un film che viaggia nello spazio e nel tempo per portarci in un anfratto poco illuminato della storia, in particolare della storia del Cristianesimo. Uno dei tanti episodi di cui andare poco fieri. E che capovolge l’immagine fin qui nota dei primi cristiani, visti sempre come vittime di persecuzioni e mai come carnefici. Ma Agora è un film attualissimo, che vale anche come metafora degli odierni scontri di civiltà e delle guerre fatte in nome della religione. È difficile non scorgere nella tracotanza di chi dice di ascoltare Dio e capire il suo volere l’immagine di tanti che oggi, in tutte le latitudini, si professano come depositari della verità divina. In questo senso la filosofia è il simbolo di una visione della vita basata sulla conoscenza e non sui dogmi, una visione che oggi chiameremmo “laica” e che è sempre più minacciata da integralismi religiosi di ogni tipo. Sì, perché i cristiani del quarto secolo probabilmente erano fanatici come oggi vengono ritenuti esponenti di altre religioni. Allora il gioco di Agora serve anche a capovolgere le cose, a vederle da un altro punto di vista. Quello che oggi sono altri lo siamo stati anche noi. E anche la nostra civiltà, in un certo senso, è a rischio di derive integraliste.

È un mondo alla rovescia, capovolto, quello di Alessandria dopo la rivolta cristiana. Un mondo dove la conoscenza viene vinta dalla superstizione. Un concetto che sembra racchiuso dal finale della sequenza dell’assedio alla biblioteca, quando la macchina da presa fa un giro di 360 gradi e il sotto diventa sopra, e viceversa. Come un’altra sequenza simbolo è quella immediatamente successiva: visti dall’alto, i cristiani appena insediatisi, sembrano insetti che si affannano. E tali sembrano agli occhi di uno sguardo superiore, forse quello di un Dio dal cui insegnamento sembrano quanto mai lontani. Sequenze che ci fanno capire quanto Amenabar sappia essere un bravo regista. Cosa che non sempre dimostra in questo film. Agora è infatti uno di quei film più importanti per le cose che dice che per come le dice. Amenabar sembra sbagliare spesso i toni del film: dialoghi poco credibili o troppo didascalici, personaggi dipinti a tinte così forti da risultare grotteschi, un contesto troppo finto, da peplum anni Cinquanta. E attori non sempre all’altezza, o diretti nel modo sbagliato. Per un film del genere ci sarebbe voluto uno stile più rigoroso, asciutto, geometrico, lo stile di un Kubrick. O di un Aronofsky, per restare al di fuori degli Dei.

Dal cinema di Aronofsky arriva invece la splendida Rachel Weisz (è la compagna di Aronofsky, che l’ha diretta in The Fountain), che interpreta Ipazia. Affascinante, ascetica, virginale, eterea e quasi ultraterrena, la Weisz impersona questa affascinante filosofa e insegnante con un lavoro di sottrazione che sembra proprio figlio della sua interpretazione in The Fountain. Il suo stile di recitazione avrebbe dovuto fornire la cifra stilistica di tutto il film, che invece non sempre è al suo livello.

Per Amenabar si tratta invece del primo film non completamente convincente. Il suo è un percorso che dal cinema di genere (Tesis, Apri gli occhi, The Others) è passato al mélo (Mare dentro) e ora al film storico. Con una costante: ha sempre parlato di esistenze sospese tra la vita e la morte. In Apri gli occhi la morte era il pericolo da scongiurare, un nemico impossibile da combattere. In The Others la morte era vicina, difficile da accettare, ma inesorabile. In Mare dentro è qualcosa a cui si aspira, una liberazione dalle ansie della vita. In Agora è un destino inevitabile. Ma non sono solo le persone a morire, quanto la conoscenza, la filosofia, il sapere, la razionalità. Finisce il Mondo Antico e inizia il Medioevo. E quei tempi sembrano vicini a quelli odierni, quando un nuovo Medioevo sembra  aspettarci. La filosofia è proprio quello che ci servirebbe in tempi bui, come quelli di oggi. Apri gli occhi, recitava uno dei primi film di Amenabar. Aprite gli occhi, voi che vedrete questo film e che vivete questi tempi.

Da vedere perché: anche se girato a tinte forti e toni a volte sopra le righe, il tema della conoscenza e della filosofia contro i dogmi e il fanatismo religioso è quanto mai attuale

 












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