Posts Tagged ‘Che bella giornata

15
Nov
11

Lezioni di cioccolato 2. Matrimonio all’egiziana

Voto: 6,5 (su 10)

Come un buon cioccolatino, Lezioni di cioccolato 2 è un film croccante fuori, e con un sorprendente ripieno dolceamaro dentro. È un progetto che si può leggere in due modi: fermandosi al guscio, cioè alla prima apparenza. O gustarsi più lentamente il ripieno, e fermarsi a riflettere su questo. In questo senso, la prima impressione è quella di una commedia gradevole, anche se dal ritmo discontinuo, e di una raffinata e riuscita operazione di product placement. L’impressione più profonda è quella di un film d’autore mascherato da commedia. Ci spieghiamo meglio: Lezioni di cioccolato 2 è l’ultimo di una serie di progetti girati da Cattleya e distribuiti dalla major Universal, un modo nuovo di fare una commedia raffinata in Italia, una commedia quasi all’americana, distante dal Cinepanettone. Come il primo Lezioni di cioccolato e Diverso da chi?, vengono scelti registi esordienti, si punta su un attore bravo e di richiamo (Luca Argentero) e soprattutto su uno sceneggiatore, Fabio Bonifacci, che è il vero Autore del film.

Gli script di Bonifacci (autore anche del bellissimo Si può fare) non sono mai banali e fini a se stessi, ma sono sempre calati nella nostra realtà, vogliono raccontare il nostro paese, sono a loro modo “politici”. In questo senso la storia di Mattia (Argentero), che si innamora di Nawal (Nabiha Akkari), senza sapere che è la figlia del suo amico egiziano Kamal (Hassani Shapi), diventato cioccolataio, è l’occasione per riflettere ancora una volta sul nostro rapporto con gli stranieri, con le loro tradizioni, e parlare di aspirazioni e problemi delle seconde generazioni: ragazzi italiani, ma comunque legati al loro paese, spesso in contrasto con i propri genitori. Mattia e Kamal, in questo modo, si confrontano sulla questione femminile. Come vedono la donna un italiano e un egiziano copto? Entrambi pensano di stabilire il ruolo della donna, vedendo le cose sempre da un punto di vista maschile. E le idee egiziane sul matrimonio non sono poi così diverse da quelle italiane di cinquant’anni fa…

Lo scontro di civiltà, insomma, c’è, ma è rivestito di una doppia glassa di cioccolato. La prima è quella di un film gradevole, anche se a tratti un po’ macchinoso, e che non decolla subito, una commedia degli equivoci di sapore americano, un Indovina chi viene a cena al contrario. Se Luca Argentero e Hassani Shapi – al terzo film insieme – bravo e misurato il primo, spassoso ed esplosivo il secondo, sono una tipica coppia da Buddy Movie (due uomini diversissimi che si trovano insieme per forza), Argentero e la luminosa Nabiha Akkari (vista in Che bella giornata con Checco Zalone) potrebbero essere usciti da una commedia della Guerra dei Sessi anni Quaranta. Il tocco di cultura pop è dato poi da Nostalgia canaglia di Al Bano e Romina Power, uno di quei pezzi che, se messi al punto giusto, fanno decollare una scena (per gli amanti della musica vera: c’è anche una versione di I Heard It Through The Grapevine dei Creedence Clearwater Revival). La seconda glassa di cioccolato, il guscio esterno che fa cric croc, è il senso dell’operazione, un modo nuovo di fare product placement, per un noto marchio di cioccolato: non inserendo il marchio a forza nel film, ma inserendo il film nel marchio, costruendo e ambientando la storia proprio a casa sua. In tempi in cui finanziare il cinema non è mai facile, un’operazione del genere è sempre ben accetta. Se il matrimonio tra un italiano e un’egiziana può funzionare, può farlo anche quello tra cinema e mercato.

Da vedere perché: una commedia gradevole, un script (di Fabio Bonifacci) che racconta lo scontro di civiltà nell’Italia di oggi, un’operazione commerciale riuscita. E attori in gran forma.

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31
Mar
11

Boris Il film. La tv è come la mafia: non se ne esce se non da morti

Voto: 7 (su 10)

Qual è l’anello di congiunzione tra Gomorra e il Cinepanettone? Detto così, sembra una cosa assurda, ma nell’Italietta di oggi tutto è possibile. Ce lo spiegherà René Ferretti (Francesco Pannofino), eroe dell’Italia odierna dei tagli alla cultura e del cinema omologato dai gusti televisivi. Tutto questo in Boris Il film, serie tv diventata ora pellicola in cui si ride tantissimo e in cui non c’è niente da ridere. Ferretti, regista televisivo, si ribella e lascia il set della serie tv che sta girando, Il Giovane Ratzinger, quando deve girare una scena al ralenti in cui il futuro Papa, alla notizia della scoperta del vaccino antipolio, corre felice su un prato della Baviera. Quando è troppo è troppo. Ora René è solo, non lavora più. Ma improvvisa arriva la proposta di riscatto: il grande schermo, un film d’autore e d’impegno, “un progetto alla Gomorra: un grande libro, un grande regista, e un film dove un po’ ci si capisce e un po’ no” come lo definisce il produttore, che ammette di non averci capito niente. Il libro d’inchiesta da portare sullo schermo è nientepopodimeno che La casta, di Rizzo e Stella. C’è da ricavare in poco tempo una sceneggiatura, fare il cast, e scegliere la troupe, che non può essere quella scalcagnata con cui Renè è solito collaborare. Ma le cose non saranno così semplici. Perché “la tv è come la mafia: non se ne esce se non da morti”.

“La ristorazione è l’unica cosa serie in questo paese”. Infatti nel frattempo Arianna (Caterina Guzzanti), la storica assistente di Ferretti, ha aperto un locale, e gli sceneggiatori che cureranno l’adattamento propongono una sceneggiatura “all’impepata di cozze”. Ma ci sono anche sceneggiatori che vogliono fare de La casta un horror, un film cecoviano, chi vuole ambientarlo in Brasile, chi farne una commedia frizzante. E non finisce qui… L’Italia di Boris Il film non è per niente lontana dall’Italia di oggi: il pubblico affolla le sale per Natale al Polo Nord e Natale nello spazio, i genitori chiamano i figli Francescototti (tutto attaccato), a teatro si ride per comici che ripetono un solo tormentone come un mantra. È un’Italia in cui il livello culturale è ai minimi storici.

Boris Il film non le manda a dire. Ce n’è per tutti, Garrone, Calopresti, Virzì, la Rai. Per tutte le magagne della tivù, ma anche per i vizi e i vezzi dei cosiddetti “artisti” del cinema. Boris Il film vive di momenti memorabili, come Piovani che perde l’Oscar a poker, lo Stanis La Rochelle di Pietro Sermonti che fa Gianfranco Fini, Massimiliano Bruno che fa Neo in Matrix, la vecchia troupe che torna sul set al ralenti come in un western, e il duetto tra Ferretti e l’attrice sensibile e insicura. Si tratta di un’operazione coerente e intelligente: passando dalla tv al cinema, Boris alza il tiro e ambienta la storia nel mondo della Settima Arte (arte…si fa per dire). E usa il linguaggio del cinema: la fotografia e le inquadrature sono più cinematografiche rispetto alla serie, ridiventano televisive quando vediamo una soap opera, si trasformano in fotografia “d’autore”, ammantata di bianco, nelle scene del girato de La casta.

Boris Il film si fa volgare per denigrare la volgarità, si fa stupido per diventare un intelligente apologo dell’Italia di oggi. È una commedia non trash, che alza ulteriormente il tiro rispetto a prodotti come Benvenuti al Sud e Che bella giornata. A tratti, per come viaggia dentro il lato oscuro del cinema, per come tocca la politica, raggiunge certi momenti de Il caimano. Ben scritta, ben recitata, con trovate geniali e un gran ritmo, ha solo un rischio: che sia davvero troppo colta e che il grande pubblico non colga tutte le sfumature, i riferimenti e l’ironia. Riesce però nell’intento di piacere anche a chi non è un fan della serie. A proposito del “caimano”. C’è anche lui in Boris Il film. Uno sceneggiatore di Cinepanettoni propone di iniziare il film con le parole “l’Italia è il paese che amo, qui ho le mie radici”. Ed è ancora dedicata a lui una delle battute più emblematiche del film. Quando Renè lascia il set televisivo dice: “Vado alla concorrenza”. La risposta è “Questo paese non ce l’ha una concorrenza. Siamo sempre noi”.

Da vedere perché: si fa volgare per denigrare la volgarità, si fa stupido per diventare un intelligente apologo dell’Italia di oggi. È una commedia non trash, che alza ulteriormente il tiro rispetto a prodotti come Benvenuti al Sud e Che bella giornata

 

17
Mar
11

Gnomeo e Giulietta. Liberate i nani da giardino

Voto: 6 (su 10)

Vi siete mai chiesti che senso abbiano i fantomatici nani da giardino che appaiono qua e là nei giardini di tutto il mondo? Simbolo del cattivo gusto, qualche anno fa sono stati oggetto di interesse anche di un fantomatico comitato di liberazione dei nani da giardino, che li toglieva dai giardini per lasciarli liberi di andare per il mondo.

Un po’ come faceva la Amelie Poulain de Il favoloso mondo di Amelie, mandando un nano in giro per il mondo con tanto di cartoline spedite. In Gnomeo e Giulietta, film d’animazione in uscita il 16 marzo, i nani sono protagonisti assoluti: quando noi non li vediamo si muovono, si amano, si odiano.

E sono i protagonisti della storia di amore e odio più famosa del mondo: quella di Romeo e Giulietta, di William Shakespeare. I Capuleti e i Montecchi sono i nani di due giardini contigui, che si odiano come i rispettivi padroni di casa. Gnomeo e Giulietta, lui blu, lei rossa, si incontrano, e nasce l’amore. Che sarà contrastato.

L’idea è a suo modo geniale. E che fa la distribuzione italiana? Per accentuare il contrasto tra i due clan, trasforma i due gruppi in settentrionali e meridionali, doppiando i personaggi con accenti del nord e del sud, che vanno dal veneto al lombardo in un caso, dal napoletano al siciliano nell’altro. Qualcosa di simile era accaduto con Shaolin Soccer, film orientale di qualche anno fa. È un chiaro esempio di quando non ci si fida del prodotto. In questo caso, è anche un ammiccamento ai recenti successi della commedia nostrana, che giocano sugli stereotipi e i contrasti tra nord e sud, come Benvenuti al Sud e Che bella giornata di Checco Zalone. Solo che una cosa è costruire un film su questi stereotipi, giocandoci, superandoli e smentendoli, una cosa è fare una fusione a freddo su una vicenda che parla di tutt’altro.

È un peccato perché gli gnomi sono personaggi davvero divertenti e sono disegnati bene, ovviamente al computer: piace come sono state create le superfici, e come i personaggi digitali abbiano una loro pesantezza, che è quella di chi è fatto di coccio. Anche i suoni sono curati, e quando si toccano sono rumorosi. Come al solito non manca il gioco di citazioni che va da Gioventù bruciata a Matrix fino a Salvate il soldato Ryan. Anche se molte trovate, è il caso di dirlo, sono prese da Toy Story, che è il modello di un film come questo. I dialetti fanno ridere, certo, ma sono risate che vanno così come vengono, e nascondono un po’ quella che è l’anima del film. I nani da giardino andrebbero liberati sì, ma dai loro doppiatori. Solo allora potremmo capire l’anima di questo film.   

Da vedere perché: i nani sono simpatici, e la storia di Romeo e Giulietta è sempre bella. Ma sono doppiati con vari accenti dialettali italiani, ed è una scelta che penalizza il film

 

30
Dic
10

Che bella giornata. Cinepanzerotto contro Cinepanettone

Voto: 7 (su 10)

Un terrone che sconfigge il terrore. Così Checco Zalone, al secolo Luca Medici, star di Zelig e ora anche del cinema, dopo il successo di Cado dalle nubi, riassume il suo nuovo film, Che bella giornata, nelle sale dal 5 gennaio. Checco, pugliese trapiantato a Milano, trova lavoro come addetto alla sicurezza al Duomo di Milano. E, proprio per il ruolo che occupa, viene avvicinato da Farah, una ragazza musulmana che vuole vendicare la morte della madre facendo saltare la famosa Madonnina. Checco, al solito ingenuo e ignaro di tutto, si innamorerà di lei. E le cose si faranno molto più complicate.

“Tu studi, vero? Non serve a un cazzo qui”. È questa una delle cose che dice subito Checco a Farah. Che bella giornata prosegue il discorso di Cado dalle nubi, mettendo alla berlina i luoghi comuni sui meridionali e sull’Italia in generale. Già dalla prima scena, il colloquio per il concorso da carabiniere, Checco parla con candore di raccomandazioni e favoritismi, un discorso che ritorna per tutto il film, con il tormentone dei Capobianco. Lo schema è ancora quello di Borat o del Candido di Rousseau: con la sua ignoranza (nel senso proprio del termine: non conoscenza), la sua semplicità, il suo candore, Checco sfida i pregiudizi, i perbenismi e i razzismi di ogni tipo della nostra società. Rispetto al loro primo film, Checco Zalone e Gennaro Nunziante (regista e cosceneggiatore del film, dopo aver scritto con D’Alatri, Casomai, La febbre e Commediasexi) alzano il tiro, e lo scontro di civiltà, da quello tra Nord e Sud, diventa quello tra Oriente e Occidente. La cosa si fa ancora più interessante, e non solo per il fatto che sentire Checco parlare in arabo è irresistibile. Se Bin Laden lancia un messaggio contro le cozze crude, vuol dire che la cosa è seria.

Che bella giornata è un passo avanti rispetto a Cado dalle nubi. E non solo in questo senso. C’è la volontà di andare oltre il personaggio del primo film, che riprendeva chiaramente il Checco Zalone di Zelig, il cantante neomelodico che tutti già conoscevano. Qui Checco lavora su un personaggio diverso, un ragazzo in cerca di lavoro che lo trova come addetto alla sicurezza. Un personaggio disegnato e interpretato meglio. Se in Cado dalle nubi quello di Checco sembrava un one man show, e non sempre l’attore barese si integrava alla perfezione nelle scene, e sembrava restare un corpo estraneo nell’ambiente in cui si trovava, qui è un personaggio credibile, e funziona alla grande nei tempi comici e nell’affiatamento con gli attori. Che sono scelti molto bene: dalla graziosa e naturale Nabiha Akkari, nel ruolo di Farah, all’incredibile Luigi Luciano, che forse conoscerete come Herbert Ballerina nei finti trailer di Maccio Capatonda. Anche se la vera ciliegina sulla torta, anzi la cacioricotta sulle orecchiette, è Rocco Papaleo nel ruolo del padre di Checco. È con il suo ingresso in scena, e con la Puglia che deflagra completamente nel film con il battesimo ad Alberobello (con un cameo a sorpresa che non vogliamo dirvi) che il film decolla e diventa irresistibile.

Se per Cado delle nubi il regista Gennaro Nunziante si era ispirato a Hollywood Party, un film di comicità pura con l’uomo sbagliato nel posto sbagliato, qui i duetti tra Checco e Ivano Marescotti, nei panni dell’ufficiale dei carabinieri, ricordano quelli tra l’ispettore Clouseau e Dreyfuss, Peter Sellers ed Herbert Lom, ne La pantera rosa. Tra citazioni di Angeli  e demoni (che Checco crede scritto da un prete, Don Brown), e  le immancabili canzoni (se inventavo io Facebook, una regola l’avrei messa, niente foto sul profilo se sei cessa), Checco Zalone e Gennaro Nunziante inventano un nuovo genere: il Cinepanzerotto, che troverete al cinema nella calza (pardon, nel calzone, siamo baresi) della Befana dopo le indigestioni di Cinepanettone. Si ride di gusto: e allora buon appetito.

Da vedere perché: Checco Zalone inventa un nuovo genere: il Cinepanzerotto. Lo troverete nella calza (pardon, nel calzone, siamo baresi) della Befana. E vi farete un sacco di risate.  

 












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