Posts Tagged ‘Matt Damon

17
Giu
11

I guardiani del destino. Blade runner è il presente

Voto: 7,5 (su 10)

Blade Runner è ambientato nel 2019. Praticamente dietro l’angolo. Sì, Philip K. Dick è un autore di fantascienza, una mente paranoica ma anche un filosofo, un uomo che è stato in grado di predirci il futuro e di interrogarsi sulla nostra natura e su quello che c’è intorno a noi. Philip K. Dick non è fantascienza, è realtà: la replicazione degli esseri umani, la vita virtuale, le guerre – più che le indagini – preventive sono già tra noi. Per questo non occorre più ambientare le sue storie nel futuro: Dick è ormai nel nostro mondo, e quello che ha scritto ci riguarda tutti. I guardiani del destino (The Adjustment Bureau), tratto dal suo racconto Squadra riparazioni (The Adjustment Team), diretto dall’esordiente George Nolfi (sceneggiatore di The Bourne Ultimatum), porta Philip K. Dick nei giorni nostri, nella New York di oggi dove David (Matt Damon), giovane candidato al Senato degli Stati Uniti, la sera delle elezioni incontra Elise (Emily Blunt), affascinante e dolce ballerina. Tra loro è colpo di fulmine. Eppure, qualcosa, o qualcuno, impedisce ai due di incontrarsi di nuovo: esiste un disegno, secondo il quale non possono stare insieme. Sono destinati ad altro.

America oggi, dicevamo. Ha un’ambientazione attuale, e per nulla fantascientifica, il film di George Nolfi. Per la prima mezz’ora, dal ritmo forsennato, sembra una di quelle commedie americane dove politica e sentimenti si intrecciano. Se non fosse per quegli uomini vestiti elegantemente rètro, con cappotti e cappelli, che sembrano usciti da Gli intoccabili di De Palma. La fantascienza irrompe nel film all’improvviso, dopo trenta minuti, con la presenza di questi uomini che si fa più palese, definita, anche se comunque misteriosa. Angeli? Agenti? Guardiani? E chi li comanda? Loro lo chiamano Presidente, ma chiunque può chiamarlo come crede. Avete mai notato nella vostra vita qualcosa che non quadra, qualche contrattempo apparentemente stupido che vi fa perdere del tempo? E se dietro ci fosse questo adjustment bureau, questo ufficio degli aggiustamenti che mette dei piccoli ostacoli nelle nostre giornate perché la nostra vita non prenda un’altra strada da quella che è stata scritta?

La funzione di questi agenti è quella che nella mitologia antica era appannaggio delle Parche, le tessitrici del Fato, cioè del destino, di ciò che è stato scritto da un essere superiore. Qui, al posto dei fili tessuti da un telaio, ci sono degli schemi, una sorta di disegni da ingegnere, riportati su un taccuino. È in questo senso che diciamo che quella di Philip K. Dick è filosofia: i suoi scritti, e di conseguenza il cinema tratto da essi, si pone domande sulla nostra condizione, domande  su cui l’uomo si interroga dall’antichità. Siamo in possesso di un libero arbitrio o è solo un’illusione? Siamo gli artefici del nostro destino o c’è qualcuno che decide per noi? Cosa c’è nel segreto dell’incontro con la persona con cui passeremo la vita? In questo senso, quello di Philip K. Dick by George Nolfi è un altro modo di fare cinema-filosofia, completamente diverso da quello di Terrence Malick e del suo The Tree Of Life, molto meno autoriale e più di intrattenimento, ma egualmente intenso ed efficace.

Inquietante, misterioso, ma anche romantico e struggente (anche grazie alle interpretazioni convinte di Damon e Blunt), I guardiani del destino è un film che tiene incollato lo spettatore alla sedia, ma che si insinua nella nostra testa a lungo anche dopo la visione. Tra Matrix, Dark City (cioè Tempo fuori luogo, altro libro di Dick) e una classica storia d’amore, I guardiani del destino è un modo molto intelligente di rileggere Philip K. Dick, spogliandolo di tutti gli orpelli futuristici e distopici che hanno spesso caratterizzato gli adattamenti cinematografici dei suoi scritti, proprio per ricordarci che le sue ossessioni ormai sono quelle di tutti noi, quelle del mondo di oggi, stretto tra l’estremo controllo, la sensazione di essere sempre osservati, l’idea di essere impotenti di fronte al destino che si compie. L’ambientazione a New York, fotografata con colori brillanti e nitidi, come se la stessimo vedendo sullo schermo lucido di un laptop, giova ulteriormente al film, con i suoi grattacieli che evocano una connessione tra cielo e terra, tra la nostra vita al piano terra e gli imperscrutabili piani alti dove qualcuno, forse, ci comanda. No, Blade Runner non è il futuro, ma il presente.

Da vedere perché: è un altro modo di fare cinema-filosofia, completamente diverso da quello di Terrence Malick e del suo The Tree Of Life, molto meno autoriale e più di intrattenimento, ma egualmente intenso ed efficace.

 

17
Feb
11

Il Grinta. Il primo western dei Coen è senza sale

Voto: 5,5 (su 10)

Che piatto ha deciso di portarci a tavola stavolta la premiata cucina dei Fratelli Coen? Per la prima volta, un western. Suona strano a dirlo, ma è davvero la prima volta che i Coen si cimentano con un western puro, dopo che questo genere ha attraversato spesso sottotraccia il loro cinema, vuoi per la ambientazioni, vuoi per il respiro di certe inquadrature. Da molti, ad esempio, Non è un paese per vecchi può essere considerato un western, ma si tratta più di un thriller contemporaneo, anche se è ambientato in Texas. Una volta giunti al western, comunque, i Coen sembrerebbero trovarci a loro agio: gli spazi sterminati in cinemascope, fotografati dal fido Roger Deakins, sono il loro pane quotidiano.

Il loro primo western è Il grinta, una storia portata già al cinema con il volto di un mito del western, John Wayne. La storia è quella di Mattie Ross (l’esordiente Hailee Steinfield), 14 anni, che si mette in viaggio verso Fort Smith, Arkansas, per cercare l’assassino del padre, Tom Chaney (Josh Brolin). Mattie chiede aiuto al vecchio sceriffo Rooster Cogburn (Jeff Bridges), ma, insieme a loro, ci sarà anche il ranger LaBoeuf (Matt Damon). Il confronto con il fantasma di John Wayne è l’unica cosa da non temere in un’operazione del genere: non appena entra in scena Jeff Bridges, voce roca, cavernosa, profonda, benda sull’occhio e barba bianca, il film si accende. Remake? Non secondo i Coen, che lo considerano un film tratto dal libro di Charles Portis, da cui era tratto il film con Wayne, più che un rifacimento di quest’ultimo. Un film ancora più fedele al romanzo, secondo loro. E forse proprio questo fedeltà toglie al film inventiva, e le invenzioni di sceneggiatura e regia a cui i Coen ci hanno abituati. Ne esce un film super classico, ma anche piuttosto noioso: per la prima ora non succede quasi niente, anche se nel finale ci sono due-tre colpi di scena.

Per i Coen continua il confronto con i miti del cinema e della letteratura: Il Grinta e il genere western arrivano dopo la commedia nera all’inglese degli Ealing Studios (Ladykillers), il noir (L’uomo che non c’era), l’Odissea (Fratello dove sei?). Generi destrutturati  e ricostruiti ogni volta. I Coen prendono tutto, tritano, e ricucinano secondo una ricetta nuova. Questa volta la ricetta è indubbiamente cucinata bene, ma secondo ingredienti standard. I Coen non ci aggiungono i loro ingredienti più preziosi, l’ironia, il sarcasmo, la dissacrazione, quel pizzico di cattiveria che ce li ha fatti amare tanto. Così Il Grinta è un piatto un po’ sciapo. A meno che come sale non vi bastino tre grandi attori, Bridges, Damon e Brolin. Che comunque di questi tempi non è poco.

Da non vedere perché: Come con ogni genere, anche per il western i Coen prendono tutto, tritano, e ricucinano. La ricetta è cucinata bene, ma i Coen non ci aggiungono i loro ingredienti più preziosi, l’ironia, il sarcasmo e quel pizzico di cattiveria

30
Dic
10

Hereafter. L’aldilà secondo Clint Eastwood

Voto: 7,5 (su 10)

Che cos’è Il sogno di Dickens? È un celebre e incompiuto ritratto dell’autore inglese, che si trova nel Museo Dickens a Londra, e che raffigura l’autore mentre sogna tutti i personaggi dei suoi romanzi. Lo vede George (Matt Damon), in visita a Londra sulle tracce del suo scrittore preferito, e guardandolo capisce molte cose. Come Dickens, anche George vive contornato dai suoi fantasmi: dopo una malattia da piccolo, riesce a entrare in contatto con i morti: un dono che gli ha permesso in passato anche di aprire un’attività come medium, ma che gli ha anche dato una vita fatta di solitudine. È tormentata dai suoi fantasmi anche Marie (Cécile De France), giornalista sopravvissuta allo tsunami, dopo aver passato qualche secondo tra la vita e la morte: anche lei ora è in contatto con l’aldilà, e la sua vita non può essere più la stessa. Proprio a Londra, in un contesto dickensiano, di povertà e degrado, vive Marcus, che ha perso la persona più vicina sé, suo fratello gemello. E cerca delle risposte. Storie lontane eppure unite, che non si capisce come potranno unirsi. E una delle cose belle di Hereafter è proprio questa: tiene incollati allo schermo in attesa di capire come si dipanerà la trama del film.

Hereafter è l’ultimo film di Clint Eastwood, apparentemente una ghost story lontanissima dalle sue corde. Una storia corale di destini incrociati che potrebbe essere stata creata da Arriaga e Inarritu. Eppure il vecchio Clint come al solito riesce a creare un’opera personalissima e misurata. Con il suo stile classico tiene le redini della storia senza scadere mai nel patetico. Il ritmo del suo racconto ha un respiro ampio e un ritmo assorto: a differenza di un Inarritu non salta continuamente da una storia all’altra, ma resta anche a lungo su una singola vicenda, per poi passare alla successiva. Tutto, nelle mani di Clint, diventa vivo, vivido, credibile. Con dei tocchi di leggerezza che riescono a rendere meno drammatico l’insieme. Eastwood racconta l’aldilà in modo laico, ateo, senza alcuna tesi né sposando alcun tipo di religione. Si pone le domande che ci poniamo tutti noi. Come dice uno dei personaggi, arriviamo alla fine di questo viaggio con le stesse domande con cui siamo partiti. Ma in questo viaggio abbiamo pensato, sognato, sperato. E ne sappiamo qualcosa in più.

Hereafter è senz’altro un film minore nella carriera di Eastwood, un film su commissione nato da un’idea di Peter Morgan (sceneggiatore di The Queen e Frost/Nixon – Il duello) come riflessione dopo la scomparsa di una persona cara. Ma è un film che in qualche modo completa la riflessione di Eastwood sulla morte, insieme a Million Dollar Baby e Gran Torino, che sta caratterizzando questa splendida terza età dell’autore americano. In fondo di fantasmi e dell’aldilà ne vediamo ben poco, qualche ombra, qualche luce bianca. Vediamo invece il nostro mondo, e le reazioni che hanno le persone di fronte a questo mistero. Eastwood non è a proprio agio con gli effetti speciali (la scena iniziale dello tsunami, le brevi scene dell’aldilà), ma qui sono gli affetti speciali che contano, quegli affetti che legano le persone al di là della vita, e che ci spingono a domandarci cosa ci sia oltre. Hereafter è un film di profondi occhi blu: quelli di Cécile De France (sorprendente e pronta per il grande cinema) e di Matt Damon (qui alla migliore interpretazione della sua carriera), quelli di Bryce Dallas Howard (un personaggio che sfiora per poco la vita di George). Occhi profondi, da leggerci dentro il dolore, la curiosità e la speranza. Occhi spalancati, stupiti di fronte alla vita, alla morte e ai loro misteri. Occhi che sono come i nostri, pieni di stupore, dopo aver visto questo film.

Da vedere perché: tutto, nelle mani di Clint, diventa vivo, vivido, credibile. Hereafter completa la riflessione di Eastwood sulla morte, insieme a Million Dollar Baby e Gran Torino, che sta caratterizzando questa splendida terza età dell’autore americano

 

07
Apr
10

Green Zone. Trovare un senso a questa guerra

Voto: 6,5 (su 10) 

Voglio trovare un senso a questa guerra. Anche se questa guerra un senso non ce l’ha. Rubiamo le parole di una canzone per sintetizzare l’obiettivo di Roy Miller (Matt Damon), soldato in missione nell’Iraq del 2003 (sono passati già sette anni, è già Storia), alla ricerca di quelle dannate armi di distruzione di massa che sono state, così ci hanno detto, la causa scatenante della guerra in Iraq firmata Bush junior. È Green Zone, il nuovo film di Paul Greengrass. Il titolo si riferisce alla Zona Verde, l’area blindata di dieci chilometri quadrati nel cuore di Baghdad, dove le forze alleate hanno posto il loro quartier generale al posto di quello di Saddam Hussein. Già nella prima scena d’azione veniamo al punto, al nodo cruciale della guerra in Iraq. I soldati guidati da Miller fanno irruzione in un sito dove dovrebbero esserci delle armi di distruzione di massa. Ma queste non si trovano. “C’è qualcosa che non quadra” dice a Miller l’agente della CIA interpretato da Brendan Gleeson. Le informazioni su queste armi, raccolta dalla DIA (Defense Intelligence Agency), che hanno fatto da pretesto alla guerra, sono infondate.

La faccia attonita di Matt Damon davanti a questa evidenza è quella di tutto il mondo occidentale, quel mondo che, anche solo per un attimo, ha dato credito all’ipotesi degli alleati guidati dagli U.S.A., e che ha assistito a una guerra assurda credendo che qualcosa prima o poi si sarebbe trovato. È qualcuno che vuole trovare un senso in quello che sta facendo. In una guerra che un senso non ce l’ha. La faccia di Damon è sempre quella dell’agente Jason Bourne, la spia senza memoria metafora di un’America che si è scordata il perché si interviene con i conflitti nel mondo, e quali siano le guerre “giuste”, quelle cha hanno un senso.

Regista e attore protagonista sono gli stessi: questo Green Zone potrebbe benissimo essere un Bourne 4. Lo stile di Paul Greengrass, ex reporter di guerra, è quello di sempre, ormai un suo marchio di fabbrica: macchina da presa a mano, riprese che ci portando dentro alla storia, nell’occhio del ciclone, come in una diretta tv. La sua macchina da presa fa sì che l’immagine sia traballante, incerta. Come se fosse una ripresa dal vero. Ma anche a rappresentare, metaforicamente, le vite incerte e appese a un filo di chi è in scena. Rispetto a un film come The Bourne Ultimatum, forse il suo capolavoro, girato tutto “sul campo”, Green Zone alterna scene sul campo di battaglia ad altre girate nelle “stanze dei bottoni” (un po’ come accadeva in Nessuna verità di Ridley Scott, film al quale somiglia per costruzione narrativa). Le stanze dei bottoni, per loro natura sono meno cinematografiche e, rispetto agli altri film di Greengrass, Green Zone soffre un po’ di staticità. L’adrenalina non scorre come ci aspetteremmo, lo stile di regia è meno “estremo”. E la storia a tratti è difficile da seguire, a tratti è didascalica. Oltre a non dirci, in fondo, nulla di nuovo. Le fantomatiche armi di distruzione di massa, lo sappiamo, sono state una colossale balla. Come tante che ci raccontano i governi oggi.

Paul Greengrass finora aveva messo il suo stile adrenalinico e vibrante al servizio di importanti film civili (Bloody Sunday, dedicato alla questione irlandese, e United 93, sugli attentati dell’11 settembre 2001) come di efficaci film d’azione e intrattenimento che hanno ridisegnato i canoni del genere. In questo Green Zone avviene una sintesi tra i due generi che Greengrass ha frequentato finora. Ma il risultato non è convincente come nessuno dei due filoni. È comunque un film importante, che continua il mea culpa americano su una guerra che è già triste Storia recente di una nazione che vuole voltare pagina (vedi l’Oscar a The Hurt Locker e l’imminente Oltre le regole – The Messenger). “Non sta a voi decidere cosa deve succedere qui” dice un iracheno, mettendo la lapide all’idea americana di esportate la democrazia. No, questa guerra un senso non ce l’ha.

Da vedere perché: è un film importante nel filone del mea culpa americano sulla guerra. Ma è un po’ didascalico. E Greengrass, a livello di adrenalina, ha fatto di meglio

 

 












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