Posts Tagged ‘Gomorra

31
Mar
11

Boris Il film. La tv è come la mafia: non se ne esce se non da morti

Voto: 7 (su 10)

Qual è l’anello di congiunzione tra Gomorra e il Cinepanettone? Detto così, sembra una cosa assurda, ma nell’Italietta di oggi tutto è possibile. Ce lo spiegherà René Ferretti (Francesco Pannofino), eroe dell’Italia odierna dei tagli alla cultura e del cinema omologato dai gusti televisivi. Tutto questo in Boris Il film, serie tv diventata ora pellicola in cui si ride tantissimo e in cui non c’è niente da ridere. Ferretti, regista televisivo, si ribella e lascia il set della serie tv che sta girando, Il Giovane Ratzinger, quando deve girare una scena al ralenti in cui il futuro Papa, alla notizia della scoperta del vaccino antipolio, corre felice su un prato della Baviera. Quando è troppo è troppo. Ora René è solo, non lavora più. Ma improvvisa arriva la proposta di riscatto: il grande schermo, un film d’autore e d’impegno, “un progetto alla Gomorra: un grande libro, un grande regista, e un film dove un po’ ci si capisce e un po’ no” come lo definisce il produttore, che ammette di non averci capito niente. Il libro d’inchiesta da portare sullo schermo è nientepopodimeno che La casta, di Rizzo e Stella. C’è da ricavare in poco tempo una sceneggiatura, fare il cast, e scegliere la troupe, che non può essere quella scalcagnata con cui Renè è solito collaborare. Ma le cose non saranno così semplici. Perché “la tv è come la mafia: non se ne esce se non da morti”.

“La ristorazione è l’unica cosa serie in questo paese”. Infatti nel frattempo Arianna (Caterina Guzzanti), la storica assistente di Ferretti, ha aperto un locale, e gli sceneggiatori che cureranno l’adattamento propongono una sceneggiatura “all’impepata di cozze”. Ma ci sono anche sceneggiatori che vogliono fare de La casta un horror, un film cecoviano, chi vuole ambientarlo in Brasile, chi farne una commedia frizzante. E non finisce qui… L’Italia di Boris Il film non è per niente lontana dall’Italia di oggi: il pubblico affolla le sale per Natale al Polo Nord e Natale nello spazio, i genitori chiamano i figli Francescototti (tutto attaccato), a teatro si ride per comici che ripetono un solo tormentone come un mantra. È un’Italia in cui il livello culturale è ai minimi storici.

Boris Il film non le manda a dire. Ce n’è per tutti, Garrone, Calopresti, Virzì, la Rai. Per tutte le magagne della tivù, ma anche per i vizi e i vezzi dei cosiddetti “artisti” del cinema. Boris Il film vive di momenti memorabili, come Piovani che perde l’Oscar a poker, lo Stanis La Rochelle di Pietro Sermonti che fa Gianfranco Fini, Massimiliano Bruno che fa Neo in Matrix, la vecchia troupe che torna sul set al ralenti come in un western, e il duetto tra Ferretti e l’attrice sensibile e insicura. Si tratta di un’operazione coerente e intelligente: passando dalla tv al cinema, Boris alza il tiro e ambienta la storia nel mondo della Settima Arte (arte…si fa per dire). E usa il linguaggio del cinema: la fotografia e le inquadrature sono più cinematografiche rispetto alla serie, ridiventano televisive quando vediamo una soap opera, si trasformano in fotografia “d’autore”, ammantata di bianco, nelle scene del girato de La casta.

Boris Il film si fa volgare per denigrare la volgarità, si fa stupido per diventare un intelligente apologo dell’Italia di oggi. È una commedia non trash, che alza ulteriormente il tiro rispetto a prodotti come Benvenuti al Sud e Che bella giornata. A tratti, per come viaggia dentro il lato oscuro del cinema, per come tocca la politica, raggiunge certi momenti de Il caimano. Ben scritta, ben recitata, con trovate geniali e un gran ritmo, ha solo un rischio: che sia davvero troppo colta e che il grande pubblico non colga tutte le sfumature, i riferimenti e l’ironia. Riesce però nell’intento di piacere anche a chi non è un fan della serie. A proposito del “caimano”. C’è anche lui in Boris Il film. Uno sceneggiatore di Cinepanettoni propone di iniziare il film con le parole “l’Italia è il paese che amo, qui ho le mie radici”. Ed è ancora dedicata a lui una delle battute più emblematiche del film. Quando Renè lascia il set televisivo dice: “Vado alla concorrenza”. La risposta è “Questo paese non ce l’ha una concorrenza. Siamo sempre noi”.

Da vedere perché: si fa volgare per denigrare la volgarità, si fa stupido per diventare un intelligente apologo dell’Italia di oggi. È una commedia non trash, che alza ulteriormente il tiro rispetto a prodotti come Benvenuti al Sud e Che bella giornata

 

08
Set
09

Venezia 66. Napoli Napoli Napoli. Ridateci Gomorra!

Voto: 4 (su 10) 

la-locandina-di-napoli-napoli-napoli-128024I panni sporchi si lavano in famiglia? Le mille polemiche legate a Gomorra (libro e film) sarebbero destinate a riproporsi anche in occasione di Napoli Napoli Napoli, il film di Abel Ferrara presentato a Venezia fuori concorso. Se non fosse che, per qualità artistica e portata dell’operazione, è difficile che il documentario del regista newyorchese varchi i nostri confini. Perché un regista americano – seppur di origine italiana – dovrebbe raccontare una realtà nostrana? I risultati potrebbero andare in due direzioni: da esterno potrebbe cogliere degli aspetti che noi, dall’interno, non riusciamo a vedere. Oppure, da persona che vuole informarsi, andrebbe a cercare le prime cose evidenti del fenomeno, fermandosi a questi aspetti.

Come direbbe il Quelo di Guzzanti: la seconda che hai detto. Napoli Napoli Napoli non dice niente di nuovo sulla Camorra, niente che già non si sappia. Il filo conduttore del film è una serie di interviste a delle detenute, quasi tutte dentro per droga, che sono la struttura portante e la costante del film. A esse si intrecciano interviste a esperti, immagini di repertorio, e degli inserti di fiction che mostrano vita criminale e prostituzione.

Il risultato è un affresco senza speranza. Si parla di un posto in cui si respira violenza, di una tensione continua, di persone che appena possono vorranno portare via i loro figli. La novità è una teoria sociologica che dice che a Napoli esisterebbe ancora un ceto sociale, la “plebe”, che i napoletani chiamano i Mao Mao, che sarebbe addirittura un’etnia diversa, che parla una propria lingua, che gli altri non capiscono. Se lo dicono i sociologi, per carità… però è un discorso che lascia piuttosto perplessi. Così come il fatto che il discorso sia così totalmente negativo. Gomorra era senza speranza perché parlava di Camorra. Questo è un film che si chiama Napoli, e parla di una città: identificarla totalmente con la criminalità, generalizzare in questo modo sembra piuttosto semplicistico.

A chiudere il cerchio con Gomorra entrano in scena le Vele di Scampia, il non luogo per eccellenza della malavita campana, costruito, sentiamo dire, “per abitare ma non per vivere”, una struttura di tipo penitenziario che fa sentire la gente in carcere anche se non lo è. Il messaggio è lo stesso di Gomorra: l’impossibilità di uscire da questo circolo vizioso. Ma vale la pena di analizzare il rapporto tra i due film. Gomorra è un film di finzione che nasce da fatti veri (quelli raccontati del libro) li drammatizza ma li riporta ai luoghi originari, fotografandoli in modo tale da coglierne l’essenza e, grazie a  un alto senso artistico, rendendo tutto più reale del vero. Napoli Napoli Napoli è un documentario che riprende direttamente la realtà, innestando – a tratti – elementi di finzione che dovrebbero risultare realistici, semplicemente perché girati nello stile del documentario. In realtà i momenti di fiction sono semplicemente scritti e girati male, inutili, avulsi e mal integrati nel film. Vince Gomorra, ma Napoli Napoli Napoli si rivela un film inutile e fastidioso al di là della sconfitta. Anche se ci ricorda, come sentiamo dire, che “la negazione dei sogni è ancora più grave di un morto per terra”. 

Da non vedere perché: non ci dice niente di nuovo sulla Camorra, e dipinge Napoli come se fosse solo Camorra. Perdendo la sfida del racconto del reale contro Gomorra.

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

 












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