Archive for the 'news' Category

05
Mag
09

Sergio Leone. Dopo di lui ogni western è sembrato fuori moda

300px-sergio_leoneVent’anni fa moriva uno dei nostri più grandi registi

“Senza gli Spaghetti Western non esisterebbe una buona parte del cinema italiano. E Hollywood non sarebbe la stessa. Leone e altri autori del genere hanno fatto una cosa straordinaria: hanno ucciso il vecchio western e lo hanno riportato in vita”. Parola di Quentin Tarantino, che il cinema di Sergio Leone ha dimostrato di amarlo parecchio. Durante le riprese de Le Iene, il primo film di Tarantino, il regista, ancora poco esperto di termini cinematografici, era solito dire ai suoi cameraman “Give me a Leone”, “datemi un Leone”, intendendo quei suggestivi primissimi piani, marchio di fabbrica del regista romano.  Spaghetti Western e Sergio Leone ormai sono quasi un sinonimo, visto che il regista romano è considerato il creatore di un genere ormai storico del cinema.

 Negli anni Sessanta il cinema americano era in crisi, con la televisione che rubava spettatori alle sale e il cinema d’autore europeo che cambiava il modo di intendere il cinema. Questa crisi, che colpiva soprattutto i film di serie b americani, aveva lasciato libero uno spazio nelle sale autoctone di seconda visione, nelle quali vennero a mancare i western per le programmazioni estive. Così un gruppo di cineasti e produttori italiani, che avevano lavorato nelle grandi produzioni internazionali girate in Europa, decisero di mettersi alla prova: capirono che l’America poteva essere ricostruita sui set spagnoli (il deserto dell’Almeria) dove venivano girati i peplum. Proprio per la loro ambientazione e per la facile reperibilità di comparse spagnole, gli Spaghetti Western erano spesso ambientati al confine tra Messico e Stati Uniti, con la Rivoluzione messicana e i banditi messicani al centro delle storie.

 Tutto nacque nell’estate del ’63, quando Enzo Barboni e Stelvio Messi portarono Sergio Leone a vedere un film giapponese, Yojimbo di Akira Kurosawa. Dal quel plot Leone prese spunto. Restava da trovare il protagonista, e dopo i rifiuti di tutti gli attori principali del tempo, tra cui James Coburn, si puntò su un giovane reduce da una serie tv. Che si chiamava Clint Eastwood. Tra un villaggio western alle porte di Roma, fornito da un amico di Leone, e la Spagna si cominciò a girare Per un pugno di dollari, il film capostipite dell’intero genere. Leone girò poi Per qualche dollaro in più e Il buono, il brutto, il cattivo, che completano la Trilogia del Dollaro, e il monumentale C’era una volta il West, film crepuscolare su un’era che stava per tramontare.

 “Ogni western uscito dopo gli Spaghetti sembrò terribilmente fuori moda” ha dichiarato Tarantino. Il filone infatti non fu per nulla una copia, ma riscrisse completamente i codici del genere, cambiandolo per sempre. Il western di Sergio Leone è diverso da quello classico alla John Ford. Il protagonista non è quasi mai un eroe e le sue motivazioni non sono mai nobili: quasi sempre il motore che fa girare quel mondo sono i soldi. È meno manicheo: la distinzione tra buoni e cattivi non è mai netta, e sono le situazioni a rendere l’uomo quello che è. Anche i cosiddetti personaggi positivi sono comunque sporchi e trasandati, ma più simili alla realtà. I paesaggi diventano desolati, sterminati, inospitali, polverosi. In confronto ai quali i protagonisti, sempre solitari, sembrano minuscoli. La regia indugia spesso sui primi piani, sugli sguardi tesi dei personaggi, lo script insiste con silenzi e frasi lapidarie che fanno da prodromo alla tempesta di pallottole.

A proposito di script: Sergio Leone chiedeva ai suoi sceneggiatori di pensare le battute dei suoi film in romano, come se i personaggi vivessero a Trastevere, nel cuore di Roma. È per questo che nei dialoghi dei suoi film aleggiano quel sarcasmo e quell’ironia tipici di un certo tipo di romanità. Le battute poi venivano ovviamente “tradotte” in italiano. Come ha scritto Marco Giusti, “Sergio Leone rimette in scena, come noi facevamo con i soldatini con le pistole giocattolo, le scene preferite dei suoi film americani e dei suoi maestri”.

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17
Mar
09

Kubrick: mai una mossa sbagliata (o quasi) nella scacchiera del cinema

 

alexIl 7 marzo di dieci anni fa moriva il grande Stanley Kubrick. Ci piace ricordarlo così. C’è una foto in cui vediamo Stanley Kubrick giocare a scacchi durante una pausa di lavorazione di Rapina a mano armata. È una foto esemplare: ogni suo film era una serie di mosse studiate sulla scacchiera della produzione e della scena. “Se è cosa su cui si può scrivere o pensare, se ne può fare un film” diceva. È stato così dai primi documentari girati dopo aver iniziato come fotografo: in Seafarers, reportage sugli equipaggi dei cargo statunitensi, si vede già il suo stile, per la grande attenzione alla collocazione dei personaggi nello spazio e nel tempo. Come pedine su una scacchiera.

 I suoi primi film, in un nitido bianco e nero, sembrano una prosecuzione della sua attività fotografica. Paura e desiderio è il primo di una serie di film sulla guerra, un’allegoria sulla sua assurdità. Per Il bacio dell’assassino, considerato il suo primo vero film, Kubrick fu sceneggiatore, produttore, regista, direttore della fotografia e montatore, chiedendo i soldi in prestito a un parente e vendendo infine il film alla United Artists. Questo noir ispirato alle storie di gangster degli Anni 40 è famoso per una scena in una stanza di manichini, versione surreale di un torneo cavalleresco (ispirata alle foto di Man Ray). L’atmosfera di inquietante penombra in cui sono immersi i personaggi si ripete in Rapina a mano armata, in cui emergono i temi come il potere decisivo del destino e la fragilità degli esseri umani che caratterizzeranno tutta la sua opera. Come il rifiuto delle guerra e della violenza. Orizzonti di gloria, tratto dal romanzo del veterano Humphrey C. Cobb sulla storia di un colonnello che si oppone ai capricci dei suoi superiori ma deve arrendersi alle gerarchie militari, è girato alternando le scene in un palazzo barocco alla disperazione dei soldati nelle trincee, mentre la macchina da presa racconta in lunghe carrellate la vita e la morte dei soldati, e precede il colonnello che passa in rassegna le truppe mostrandoci la sottile complicità tra di loro. All’uscita il film infiammò gli animi, soprattutto in Francia, perché avrebbe infangato l’onore del paese. Ma i militari di ogni nazionalità si sentirono minacciati da questo film.

Cose d’altri tempi, che un film riesca a smuovere opinioni e coscienze. A Kubrick successe quasi sempre. Lolita nicolesuscitò le ire dei gruppi religiosi quando si seppe che il regista aveva acquisito i diritti del libro di Nabokov, che racconta la passione travolgente di un professore per una dodicenne. Nonostante avesse attenuato la sessualità esplicita del libro, puntando sull’umorismo per prendersi gioco del moralismo della società degli anni 60, il film venne accusato di incoraggiare la perversione sessuale. Potete immaginare cosa accadde per Arancia Meccanica, tratto dal romanzo di Anthony Burgess. Girato in ambienti futuristici e a forti tinte pop, il film mette in scena la violenza in maniera estetica e coreografica (l’uso di Beethoven significa che neanche la cultura può fermarla) per criticare una società burocrate che spoglia le persone della propria dignità e libertà, e dove la repressione è peggiore della violenza stessa: il film fu condannato per la rappresentazione compiaciuta della violenza, e il regista ritirò il film dalle sale quando alla sua famiglia furono recapitate minacce di morte. Non era un regista dalle scelte scontate, Kubrick. Negli anni 60, quando volle girare un film sulla follia della corsa agli armamenti delle superpotenze USA e URSS, scelse il romanzo Red Alert, in cui un paranoico generale americano scatena una guerra atomica. Ma la presenza di Peter Sellers, che chiese di interpretare quattro ruoli, trasformarono il film in una “commedia incubo”, dove la comicità nasce dalla presenza di personaggi grotteschi e azioni quotidiane in un contesto drammatico. La grandezza di Kubrick sta in quella sua mente, in grado di elaborare progetti più grandi di quella scacchiera su cui muoveva le pedine. Progetti mai andati in porto, come Arian Papers, film sull’Olocausto a cui rinuncerà dopo che venne a sapere che Spielberg stava lavorando a un progetto simile, Schindler’s List. Il destino volle che proprio Spielberg, dopo la sua morte, mettesse in scena, seguendo le sue indicazioni, il progetto A.I. Intelligenza Artificiale, che Kubrick iniziò nel 1980, temporeggiando in attesa del perfezionamento degli effetti speciali per realizzarlo. Ma il progetto più grandioso che rimase sulla carta fu il film su Napoleone, al quale lavorò per anni con due dozzine di esperti, raccogliendo centinaia di libri e un archivio sterminato di informazioni, mache nessuno volle produrre. Nessuno volle credere alla possibilità di girare gli interni con la sola luce delle candele. Ci riuscì più tardi per Barry Lindon, in cui sfruttò finalmente gli studi sull’Ottocento fatti per Napoleone. E riuscì a filmare a lume di candela, grazie a un obiettivo Carl Zeiss progettato per la NASA. Anche gli strumenti tecnici sono fondamentali per raccontare Kubrick. Come la steadycam, utilizzata per le vorticose riprese di Shining, tratto da Stephen King (ma Kubrick bocciò la sua sceneggiatura e la riscrisse): grazie a un braccio meccanico ammortizzato la macchina da presa non subisce oscillazioni e vibrazioni e può scivolare attraverso i corridoi diventando l’occhio mobile dello spettatore.

hal9000Alcune mosse di Kubrick possono suonare contraddittorie. Come considerare Sue Lyon in Lolita così brava da lasciarla improvvisare, cosa singolare vista l’indole maniacale per il controllo del regista. O casuali. Weegee, re delle foto di cronaca nera, era il fotografo si scena del Dottor Stranamore: proprio il suo accento tedesco ispirò l’interpretazione in chiave “nazista” di Sellers. Altre lo sembrano ma non lo sono: il casco di Joker di Full Metal Jacket con la scritta Born To Kill vicino al simbolo della pace dimostra il paradosso della guerra, dove tutti sono vittime e carnefici. “Non vedo personaggi buoni o cattivi, ma buoni e cattivi”. Sembrava una mossa sbagliata 2001: Odissea nello spazio: fu bocciato dal pubblico, che lo ritenne lungo, lento e incomprensibile. È diventato un classico del cinema. Come ogni film di Kubrick. Sacco matto.












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