Archive for the 'avventura' Category

20
Dic
16

Rogue One. In The Name Of The (Darth) Vader

nullL’uomo che non c’era. Star Wars: Episodio VII – Il risveglio della Forza, secondo chi scrive, era davvero un buon film. Ma aveva quel grande problema. Che non c’era Lui. Non c’era Darth Vader, da qualunque lato della Forza vogliate stare, senza dubbio il personaggio più iconico dell’intera saga di Star Wars. Tanto che quel film provava ad evocarlo in ogni modo, con la sua maschera bruciata, con i dubbi del nuovo cattivo Kylo Ren, con il suo look e la sua spada. Rogue One: A Star Wars Story, il nuovo film dell’immortale franchise creata da George Lucas, diretto da Gareth Edwards, ha dalla sua parte la possibilità di giocarsi questa nera, nerissima carta: e lo fa molto bene. Ma riavvolgiamo il nastro: per chi ancora non lo sapesse Rogue One, già dal sottotitolo che recita “A Star Wars Story” non è il film che continua la saga, cioè l’ottavo episodio, ma uno spin off, o meglio, una storia “laterale” che non continua la storia della famiglia Skywalker, ma fa luce su un altro episodio legato alla storia principale. In Rogue One si parla della costruzione della Morte Nera, la gigantesca astronave capace di distruggere un intero pianeta. C’è un ingegnere in crisi d’identità, Galen Erso (Mads Mikkelsen), costretto dall’Impero a proseguire il suo lavoro, una figlia, Jyn Erso (Felicity Jones) per cui vuole una vita migliore, tanto da lasciarla in custodia a un vecchio combattente della Resistenza, Saw Gerrera (Forest Whitaker), a cui invia anche un messaggio su quella fantomatica falla del sistema per cui la Morte Nera ha un punto debole. Jyn ci crede, e prova a impadronirsi dei piani della Morte Nera con un gruppo di ribelli, guidati dal capitano Cassian (Diego Luna), a cui si uniscono un monaco non vedente e un guerrigliero.

 

nullL’uomo che non c’era ne Il risveglio della forza in Rogue One c’è, non vi sveliamo niente di nuovo se avete visto i trailer. Siamo infatti tra l’Episodio III, La vendetta dei Sith, e il leggendario Episodio IV, Una nuova speranza, il primo in assoluto, quello che tutti conosciamo come Guerre stellari. Avevamo lasciato Darth Vader appena risorto dalle ceneri di Anakin Skywalker nel terzo episodio, lo ritroviamo pienamente in carica. La sua apparizione, anzi le sue due apparizioni, saggiamente centellinate da Gareth Edwards, valgono da sole il proverbiale prezzo del biglietto. D’altra parte, Edwards è un regista che fa dell’attesa e del non visto uno dei suoi marchi di fabbrica. Anche nel suo Godzilla, insolito e intrigante monster movie, la creatura era evocata, attesa, nominata, prima di fare il suo ingresso in scena dopo circa un’ora di film. Più o meno quello che tocca attendere per vedere lo Jedi passato al lato oscuro. Abbastanza per accontentare qualunque fan, e per lasciare il segno profondo della Saga di Star Wars su Rogue One. Ma non troppo, in modo che Rogue One sia comunque un film autonomo, il primo “stand-alone”, non pensato per una trilogia, che infatti ha una storia che si apre e si chiude nell’arco delle due ore (poco più) del film. Un’opera che non è la storia principale di Star Wars, ma che si muove nel suo mondo, un mondo creato talmente bene che è possibile ambientarci storie, interessanti e coerenti, potenzialmente all’infinito. Rogue One lo mette in chiaro subito: si parte con la scritta “tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana”, ma non ci sono le scritte oblique che scorrono sullo schermo sui titoli di testa, né la famosa musica di John Williams. Quanto ai punti di contatto, oltre a Vader e alla trama, ce ne sono molti: c’è un droide imperiale riprogrammato, la protagonista è più una Han Solo al femminile che una Leia o una Rey, e con il droide mette in scena i classici siparietti leggeri della Saga. Sono personaggi nuovi, e all’inizio si fatica a entrare in sintonia con loro. Ma si impara ad amarli prestissimo.

 

nullC’è una falla nella progettazione della Morte Nera. E probabilmente c’era una falla, nel senso di un buco, uno spazio vuoto, ancora da riempire, anche nella linearità del racconto. Se, una volta passata la Lucasfilm alla Disney, il mondo di Star Wars è ridiventato un nuovo filone aureo da sfruttare – film ogni anno, quando eravamo abituati ad aspettarne parecchi – e un universo espanso come quello del mondo Marvel, i produttori sono stati bravi a non voler dotare la saga principale di infiniti episodi, ma di andare a illuminare alcuni lati oscuri che non erano entrati nel racconto principale (un altro film, in arrivo nel 2018, sarà sulla vita di Han Solo). I fantomatici piani della Morte Nera ognuno se li era immaginati come voleva: credevamo in qualche incuria da parte dei progettisti dell’Impero, per fretta o per umana fallibilità. Così come non avevamo saputo molto di come la principessa Leia fosse entrata in possesso di quei progetti, e saputo del punto debole. Ora impariamo che dietro ci sono stati un duro lavoro, crisi di coscienza, famiglie separate (altro tema caro a Edwards come agli sceneggiatori di Star Wars), coraggio e temerarietà, vite sacrificate. Una storia che chi ha amato Star Wars, anche solo la trilogia originale, non può non vedere. Nel mondo di Star Wars ci siamo cresciuti. E sì, ci fa piacere tornarci ogni volta che possiamo.

03
Feb
12

Hugo Cabret. Scorsese, Melies, e il cinema che cattura i sogni

Voto: 8 (su 10)

Venite a sognare con noi. È l’invito che George Méliés (Ben Kingsley), dal palco di un teatro, rivolge al pubblico. Méliés, fa dire Scorsese a uno dei suoi personaggi, è stato il primo a capire che il cinema poteva catturare i sogni. E una storia che ruota attorno a Méliés e alla grandezza del cinema come quella del libro La straordinaria invenzione di Hugo Cabret di Brian Selznick non poteva che affascinare Martin Scorsese. Hugo Cabret, un ragazzino per cui l’avventura è andare al cinema, è Scorsese stesso. Hugo (Asa Butterfield), rimasto orfano del padre orologiaio, vive in una stazione di Parigi riparando gli orologi. Il padre gli aveva lasciato un automa, un robot d’antan, una sorta di manichino meccanico che si muove grazie a degli ingranaggi molto sofisticati. Per metterlo in moto serve una chiave, e ce l’ha proprio una ragazzina che Hugo incontra (Chloe Grace Moretz).

Ed è proprio per una ragazzina, la propria figlia, che Scorsese ha deciso di fare questo film, apparentemente lontano dalla sue corde. Ha scelto di girare un fantasy sui generis, e ha scelto la tecnica oggi più sofisticata, il 3D. E Hugo Cabret è vero 3D, pensato per essere girato in questo modo: ed è il miglior film 3D dai tempi di Avatar. Ha una profondità di campo eccezionale, e ogni tanto qualcosa esce anche dallo schermo. Un cinefilo compulsivo come Scorsese non poteva che buttarsi a capofitto in questa nuova opportunità, come un ragazzino appassionato. Hugo Cabret è un sogno dentro un sogno, ed è mille film dentro un unico film: sullo schermo scorrono Chaplin, Buster Keaton, Louise Brooks e Il gabinetto del Dr. Caligari, le immagini a colori in 3D diventano all’improvviso piatte e in bianco e nero. Dimostrando (come fa anche il successo di The Artist) che non sono due mondi opposti ma complementari. Quello che conta è la passione del cinema.

In Scorsese la profondità di campo è anche profondità di cuore. Perché ci racconta la storia di qualcuno che vuole aggiustare le cose, e capisce che nello stesso modo si possono aggiustare le persone. I macchinari rotti gli fanno tristezza perché non possono fare il loro lavoro. E così è per le persone. Per Scorsese Hugo Cabret è l’occasione perfetta per dimostrare il suo amore per il cinema: da cinefilo accanito deve essersi divertito da matti a far rivivere i set di Méliés, occasione straordinaria per omaggiare il primo autore di effetti speciali del cinema, con un gran film di effetti speciali. È un cerchio che si chiude.

E in quell’automa che sta al centro della storia, c’è il senso di tutto il cinema di Scorsese: meccanismi ad orologeria perfetti, ingranaggi complicati e costruiti maniacalmente, dove tutto si incastra alla perfezione. I film di Scorsese sono così, costruiti con la pazienza e l’amore per il lavoro di un artigiano, come gli automi del film. E come in essi, al centro c’è un cuore. Trovare la chiave del nostro cuore è sempre stata la missione di Scorsese. Se Méliés era stato il primo a capire che il cinema poteva catturare i sogni, anche Scorsese l’ha capito benissimo da tempo.

Da vedere perché: è il miglior film in 3D dai tempi di Avatar. È un appassionato atto d’amore per il cinema. Ed è Martin Scorsese

 

11
Feb
11

Sanctum 3D. L’Avatar low cost

Voto: 5,5 (su 10)

In quel “papà, io ti vedo” che sentiamo pronunciare alla fine di Sanctum 3D ci sarà una citazione consapevole di Avatar o è solo un caso? Già, perché ormai leggi Cameron e pensi ad Avatar, pensi ad Avatar e sogni Pandora, è un riflesso condizionato. Sanctum 3D è il nuovo film prodotto da James Cameron, che, giustamente, dopo aver inventato le mirabili macchine da presa 3D che ha usato per Avatar, vuole sfruttarle anche per altre produzioni. Così è nato Sanctum 3D, che possiamo considerare un piccolo aperitivo in attesa del piatto forte, l’atteso sequel di Avatar che arriverà appena nel lontano Natale 2013. La storia è semplice: c’è un gruppo di speleologi che si cala in una grotta, per poi immergersi verso un pertugio che sbocca nel mare, verso delle caverne che non sono ancora state esplorate (subbaccqui e spelologgi, direbbe la Vulvia di Guzzanti su Rieducational Channel, spinti ovviamente dagli spingitori di subbaccqui spelologgi). Come insegna Frankenstein Jr., potrebbe andare peggio: potrebbe piovere. E infatti, piove, la grotta si allaga, e i protagonisti vengono tagliati fuori e abbandonati a se stessi. L’unica via d’uscita è il pertugio ancora inesplorato verso il mare.

È un aperitivo di Avatar, questo Sanctum 3D. O, se volete, un Avatar low cost. Ecco la vera novità di questo film. Anche la tecnologia 3D sta diventando accessibile a tutti, e così non è detto che un film 3D debba essere per forza un blockbuster come sembrava. Una volta inventata la tecnologia, può essere sfruttata per progetti diversi, con budget diversi. Sanctum 3D può essere allora considerato il primo B movie in 3D che vediamo sui nostri schermi (se non consideriamo tale, per stile più che per budget, Viaggio al centro della terra 3D, e in attesa di Piranha 3D).

Sanctum 3D da un lato prosegue la poetica di Cameron e Avatar: grandi voli sopra scenari naturali selvaggi e suggestivi, cadute e voli verso profondità vertiginose, luoghi ancora inesplorati e affascinanti. Le macchine da presa e le tecniche sono le stesse. Ma dall’altro lato Sanctum è agli antipodi di Avatar: set e personaggi sono reali invece che creati al computer. In teoria il 3D funziona anche così. In pratica no, almeno in questo film: la profondità di campo è appena accennata, e non evidente in tutte le scene. Va bene utilizzare le sue attrezzature, e fare i test in vista del sequel di Avatar, che sarà in gran parte girato sott’acqua. Ma Cameron un’occhiata alle sceneggiature però dovrebbe darla: il film è scritto e recitato male, noioso, troppo lungo.

Se proprio non riuscite ad aspettare il sequel di Avatar, e volete provare a capire come potrebbe essere, visto che prevede scene acquatiche, questo film potrebbe essere un succedaneo del glorioso film di Cameron. È un film che si può anche vedere. Ma vi avvertiamo che siamo su un altro pianeta. Infatti lì siamo su Pandora e qui sulla Terra.

Da vedere perchè: se proprio non riuscite ad aspettare il sequel di Avatar. Ma vi avvertiamo che siamo su un altro pianeta. Infatti lì siamo su Pandora e qui sulla Terra

 

06
Ago
10

L’ultimo dominatore dell’aria in 3D. Ecco l’Avatar di Shyamalan

Voto: 5,5 (su 10)

Il 2010 è stato l’anno di Avatar. E l’anno del 3D, come confermano i dati di incasso che vedono ai primi posti tutti film di questo tipo. Ora anche M. Night Shyamalan gira il suo film 3D. Anzi, gira proprio il suo Avatar. Perché L’ultimo dominatore dell’aria è tratto da una serie animata (di Nickelodeon Tv) dal titolo Avatar: La leggenda di Aang, che racconta la storia di un mondo formato da quattro nazioni in guerra tra loro, che corrispondono ai quattro elementi, acqua, aria, terra e fuoco. Un giorno la giovane dominatrice dell’acqua Katara e suo fratello scoprono un giovane ragazzo di nome Aang: quando i suoi poteri diventano evidenti, si rendono conto di aver trovato non solo l’ultimo dominatore dell’aria. Potrebbe essere l’Avatar profetizzato, il solo che può controllare tutti e quattro gli elementi.

Shyamalan ci aveva abituato a fare di ogni film un genere a sé. Ma tutti i film avevano un segno riconoscibile: un ritmo lento e assorto, carico di attesa e di mistero, protagonisti profondi e sfaccettati (oltre al twist ending, il finale a sorpresa che per i primi film è stato un suo marchio di fabbrica). Il suo nuovo film è un fantasy puro, un La storia infinita all’orientale. Ed è qui che viene a mancare il senso di questo film all’interno della cinematografia di Shyamalan. L’elemento fantasy, inteso come mistero, magia, affascinava nei precedenti film del regista di origine indiana (Il sesto senso, Unbreakable, Signs, The Village), perché calato nel quotidiano, nell’ordinario, nella vita di tutti i giorni. Qui siamo già in un mondo fantastico, e la poetica e il talento di Shyamalan appaiono ridotti, costretti, sprecati. Se tutto è già fantastico, ultraterreno, non c’è modo di sorprendere, di stupire: è come se ogni gioco sia svelato dall’inizio, ogni carta sia subito in tavola.

Shyamalan paga un tributo verso le sue origini orientali. E tratta la materia con grande rispetto, come forse solo qualcuno che viene dall’India può fare. Ma proprio quella che dovrebbe essere la forza del film è invece il suo principale difetto. Al film manca un’anima, proprio l’elemento chiave per una storia come questa, basata sull’interiorità. Il film non avvince mai, non approfondisce i personaggi, e si risolve in una serie di coreografie che appaiono sterili e fini a se stesse. A Shyamalan il mix di elementi della serie, avventura epica sostenuta da una grande spiritualità, aveva ricordato Guerre stellari. Ma al film manca quell’emotività che faceva della creatura di George Lucas un grande film.

Rimane poi da capire a chi si rivolga questo film. Per la sua natura dovrebbe essere un prodotto per bambini, ma è poco giocoso e divertente per un pubblico di questo tipo. Gli spettatori adulti che hanno amato sin qui Shyamalan non ritroveranno forse le caratteristiche dei suoi altri film. L’ultimo dominatore dell’aria non è Shyamalan, non quello che siamo abituati a vedere al cinema. Al massimo, questo è il suo avatar.

Da non vedere perché: non avvince mai, non approfondisce i personaggi, e si risolve in una serie di coreografie che appaiono sterili e fini a se stesse. Al film manca quell’emotività che faceva di Guerre stellari un grande film.

 

18
Giu
10

A-Team. Nostalgia canaglia…

Voto: 6,5 (su 10)

Nostalgia canaglia, cantavano un tempo Al Bano e Romina Power. Già, la nostalgia è canaglia perché è proprio quella che ci frega quando riguardiamo oggi le serie tv che amavamo da piccoli. Come eravamo semplici, come eravamo tamarri (negli anni Ottanta poi…), com’eravamo ingenui. Però a quelle serie si vuole un gran bene. Questo senso di “com’eravamo tamarri/ingenui” è quello che assale gli studios di Hollywood ogni volta che si rapportano con le serie tv rétro: visto che, ripensando a come eravamo, facciamo ridere, tanto vale, riprendendo una vecchia serie, buttarla in parodia. Così, tutti i film ispirati alle serie tv vintage (vedi Starsky & Hutch e Charlie’s Angels) sono sostanzialmente delle parodie, e cambiano completamente il tono delle serie originali: da polizieschi sul piccolo schermo sono diventati rispettivamente una commedia e un action/comedy su quello grande. A-Team, arrivato al cinema dopo una decina d’anni di tentennamenti (secondo solo a Magnum P.I., di cui si parla da altrettanto tempo ma è ancora fermo), ha prima di tutto questo grande pregio: la cifra stilistica dell’opera. A-Team era sostanzialmente un film d’azione ironico e leggero, e tale è rimasto.

Il merito è soprattutto della regia: l’ipercinetico Joe Carnahan è un piccolo Tarantino senza le sue capacità di scrittura. Ma, come quello vero, vuole bene ai prodotti che cita e così mette in scena l’originale rivedendolo e aggiornandolo, ma sempre con rispetto. È evidente da subito, per come inquadra i quattro personaggi, facendoli entrare in scena uno alla volta evidenziando le loro caratteristiche peculiari: il sigaro di Hannibal Smith, il sorriso smagliante e il ciuffo di Sberla, la cresta da Moicano di P.E. Baracus. Il pazzo Murdock, poi, fa storia a sé. Il cast è piuttosto riuscito, almeno per tre quarti: Hannibal è Liam Neeson (Shindler’s List), Sberla è Bradley Cooper (Una notte da leoni) e Murdock è Sharlto Copley (protagonista rivelazione di District 9). L’unico a non reggere il confronto, impossibile, con Mr. T è Quinton “Rampage” Jackson. È un ex pugile, e non a caso, in quella che è stata la scelta più dura a livello di cast, si era pensato anche a Mike Tyson. Ma Mr. T è davvero qualcosa di irripetibile. Per la cronaca, si dice che abbia visto il film, e non abbia gradito…

Ma torniamo al regista. Joe Carnahan, reduce dal “tarantinato” e divertente Smokin’Aces, gira bene, dimostrando di avere parecchi buoni colpi in canna. Come l’incontro tra Sberla e Charisse Sosa (Jessica Biel), ufficiale dell’esercito e sua ex, in una macchina per le foto tessere. Ma soprattutto nella scena del film in 3D che viene proiettato nel manicomio dove si trova Murdock. Il 3D promette un’immagine che esce dallo schermo: e stavolta esce davvero, visto che il muro dove è proiettato il film è sfondato dalla vettura vera dell’A-Team che si vede nel film. Un po’ il contrario di quello che accadeva quando il pubblico assisteva ai primi esperimenti dei Fratelli Lumiere e scappava dal treno che arrivava dallo schermo. Qui non scappa, ma l’auto con l’A-Team gli arriva davvero addosso…

Se convincono la costruzione dei personaggi, i rapporti tra di loro (che poi sono sempre stati la chiave del telefilm) e le gag tagliate su misura per i loro caratteri, a non convincere è la trama che viene costruita attorno a loro. È giusto il tentativo di aggiornare la storia (non sono più reduci del Vietnam ma dalla Guerra in Iraq), ma l’intreccio, che ha a che fare con delle matrici per banconote false e si snoda tra America, Iraq e Germania, è inutilmente prolisso e poco avvincente. Poco male: anche se A-Team non è un film imperdibile, il divertimento è assicurato. Ma non provate a dirlo a Mr.T, potrebbe reagire male. E, al vostro posto, non vorremmo vederlo incavolato.

Da vedere perché: è divertente e ben girato, anche se non imperdibile. Chi ha amato la serie anni Ottanta non rimarrà deluso. Anche se manca Mr.T

 

21
Mag
10

Speciale Lost Stagione 6. Quasi vicini alla fine

“Siamo quasi vicini alla fine”. È Jacob, il deus ex machina dell’Isola, a pronunciare queste parole in What They Died For, il penultimo episodio (il n.16) della sesta e ultima stagione di Lost. Che chiuderà i battenti nell’attesissimo gran finale del 23/24 maggio (domenica 23 in America, mentre saranno le sei di mattina del 24 da noi). Sono le parole di Jacob, ma rappresentano proprio il punto in cui siamo arrivati in una delle saghe più appassionanti della storia della televisione: ancora una puntata (doppia) e tutto sarà finito. Ci sentiremo tutti un po’ più vuoti. Ma anche liberi da un’ossessione. Quella di capire cosa diavolo sia quest’Isola e cosa ci stiano a fare i naufraghi.

Com’era prevedibile, la sesta stagione non chiarisce tutti gli interrogativi delle stagioni precedenti, ma svela alcune cose, alcune in maniera un po’ deludente, altre in maniera più soddisfacente. Proprio nell’episodio 16, What They Died For, abbiamo visto Jacob, che abbiamo capito essere il custode dell’Isola, parlare con i quattro “candidati” a prendere il suo posto come custodi. Si tratta di Jack, Kate, Sawyer e Hugo/Hurley. Sono loro, tra i naufraghi, quelli più importanti. E quelli che – finora – sono sopravvissuti. Scelti non a caso: ognuno di loro nella vita reale stentava a trovare un senso alla propria vita, era solo, aveva fallito, o aveva dei demoni da cui scappare. Per loro l’Isola è una possibilità, è una redenzione, una vocazione. E non stupisce che ad accettare la “chiamata” sia stato Jack, il dottor Sheperd, colui che più di tutti sembra avere sofferto nella sua vita sulla terraferma. Colui che, vista anche la sua professione, dalla prima serie ha cercato di salvare la gente. È una figura cristologica, il Jack Sheperd di Lost. Così come Jacob sembra la figura più vicina a un Dio, vista la sua onniscienza. Ma è un dio mortale, e infatti lascia il suo posto a Jack. Ogni medaglia ha il suo rovescio. E come il Diavolo fu creato da Dio facendo cadere un angelo, così è stato proprio Jacob a creare l’Uomo in Nero, una figura volutamente senza nome, che altri non è che il suo gemello. Rivoltatosi contro la madre, per la sua voglia di conoscere il mondo da lei negata, è stato punito da Jacob e trasformato in un mostro di fumo nero (altra risposta che finalmente abbiamo avuto). Che, in quest’ultima serie, ha preso le sembianze di John Locke. Vuole a tutti i costi, da centinaia di anni, abbandonare l’Isola. E ora vuole distruggerla.

Stiamo finalmente avendo delle risposte alla domanda PERCHE’?. Si tratta di capire perché  il destino dei naufraghi è stato quello di finire sull’Isola. Nella prima stagione la domanda era DOVE? (dove siamo?), nella seconda COSA? (cosa c’è nella botola?), nella terza e la quarta CHI? (chi sono gli altri?), e nella quinta QUANDO? ( i viaggi avanti e indietro nel tempo). Ma c’è ancora un COSA da capire: che cos’è l’Isola? Da tempo, come molti, sosteniamo che sia qualcosa di simile al Purgatorio, una “terra di mezzo” dove le persone sono messe alla prova, espiano le proprie colpe, ed escono “purgati”, purificati. O muoiono, magari dopo aver ritrovato se stessi. L’episodio Ab Aeterno ci ha spiegato che forse ci siamo andati vicini: Jacob mostra a Richard una bottiglia di vino, con un tappo. Se nella bottiglia ci sono tutti i mali del mondo, l’Isola è il tappo. È quella cosa che permette al Male di non uscire e di non invadere il mondo. La porta degli Inferi? Nella puntata 15, Across The Sea, abbiamo finalmente visto cos’ha di prezioso l’Isola: una fonte in cui è custodita una luce (“la” luce?). Se qualcuno entra nella fonte per far uscire la luce, rischia di far uscire la luce che c’è in ognuno di noi. Tra poco avremo le risposte.

Ma siamo sicuri che vogliamo averle? Lost è una di quelle opere che affascinano più per le domande che pone che per le risposte che dà. E la sua sapiente arte è proprio quella di affascinare, spiazzare, disseminare indizi. Un po’ come un film di David Lynch (e infatti è probabilmente il miglior prodotto narrativo televisivo dai tempi di Twin Peaks). A questo proposito, la sesta e ultima stagione ha

introdotto un ulteriore elemento narrativo. Se finora J.J. Abrams (in Lost ma anche nei suoi film) aveva approfondito le personalità dei personaggi in una dialettica tra presente, passato e futuro (mostrami da dove vieni e ti dirò chi sei), raccontando il prima e il dopo Isola in una serie di flashback e flashforward, qui introduce un’altra categoria: i flash-sideways, in cui racconta una realtà alternativa, un “what if”. Ci mostra quale sarebbe stata (o qual è) la vita dei passeggeri dell’Oceanic senza il fatidico incidente. I nostri atterrano a Los Angeles,  ma sono destinati a incontrarsi comunque. E, cosa ancora più curiosa, una serie di deja vù sembra far capire loro che l’Isola nelle loro vite c’è stata lo stesso. La risposta potrebbe essere questa: l’esplosione che chiudeva la quinta serie e apriva la sesta, potrebbe aver cancellato (o meno) i fenomeni elettromagnetici dell’Isola, e aver impedito lo schianto del volo Oceanic 816. Così la vita vera dei protagonisti potrebbe essere quella che vivono a L.A. O l’esplosione potrebbe aver fallito e quella di Los Angeles potrebbe essere soltanto un’ipotesi. Anche questo lo scopriremo solo vedendo.

Archetipica e ancestrale, Lost è Odissea e Iliade messe insieme: delle persone costrette a vagare lontano dalla propria casa, senza poterla raggiungere, e destinate a non trovare pace nemmeno una volta giunte a destinazione. Persone costrette sempre alla guerra, allo scontro con degli “Altri”. Ma Lost, come i vecchi poemi epici, non opera solo sulla storia, ma va a livelli più profondi, a scavare nel nostro inconscio. Non a caso nelle vicende di molti dei personaggi ci sono dei rapporti irrisolti con i propri padri. C’è la presenza di qualcuno che tesse le fila del Destino, come le mitologiche Parche. Ancora poche ore, e capiremo quale sarà il Cavallo di Troia scelto da J.J. Abrams e Damon Lindelof per concludere la storia.

 

19
Mag
10

Prince Of Persia. Avanti veloce, e riavvolgimento

Voto: 5 (su 10)

Avanti veloce, e poi riavvolgimento. Si può riassumere così la storia e anche il senso di questo Prince Of Persia: Le sabbie del tempo, il nuovo giocattolo prodotto da Jerry Bruckheimer, papà della saga de Pirati dei Caraibi (ma anche delle cose più fracassone di Michael Bay), diretto da Mike Newell. Se i film del capitano Jack Sparrow nascevano da un’attrazione di Disneyland, Prince Of Persia nasce da un famoso videogioco “vintage”, nato nel 1989 e che vanta tredici edizioni. Avanti veloce  e riavvolgimento, dicevamo: la storia di Prince Of Persia è questa: una serie di corse e combattimenti a perdifiato, senza sosta, in cui il principe Dastan (Jake Gyllenhaal) e la principessa Tamina (Gemma Arterton) devono difendere, o riconquistare dopo averlo perso, un prezioso e magico pugnale, in grado di liberare le sabbie del tempo. Una volta azionato, il pugnale è capace di cambiare il corso del tempo: di riavvolgerlo, in pratica, permettendo di rivivere gli eventi. Proprio per questo il malvagio Nizam (Ben Kingsley), fratello del Re e zio di Dastan, vuole impossessarsene per ordire la sua trama e prendere il potere.

Avanti veloce, e riavvolgimento è anche il senso dell’operazione Prince Of Persia. Non è tanto curioso che un medium antico e nobile come il cinema si sposti in avanti nel tempo, per raggiungere il videogioco, un medium più recente (lo ha fatto spesso, e il linguaggio del secondo ha influenzato il primo, ma ne è anche stato influenzato). È curioso che lo faccia non per cercare un nuovo linguaggio, quanto per riavvolgersi su se stesso e tornare a un linguaggio antico, quello del cinema di avventura che risale agli anni Trenta e Quaranta. Anzi, nemmeno questo è esatto: Prince Of Persia torna sì all’antico cinema di avventura, ma a quella versione più deleteria e cialtrona che era la sua rilettura negli anni Ottanta. Per intenderci, quella delle brutte copie di Indiana Jones. Il ritmo, i toni, la sceneggiatura elementare e ripetitiva, le ambizioni sono quelle. È già capitato, in questa stagione, che il vecchio cinema di avventura sia stato riletto: Avatar e Up lo hanno fatto, ma grazie a tecnologie all’avanguardia (come il 3D, la computer grafica, la performance capture), il risultato è stato un prodotto completamente nuovo. Prince Of Persia invece fa sì sfoggio di effetti speciali, ma quello che ne esce sembra uno di quei filmetti che passano su Italia 1 la domenica pomeriggio. Ci si chiede insomma che senso abbia ispirarsi a un videogioco se poi gli standard del prodotto sono inferiori anche agli standard stessi del cinema.

È un peccato, perché lo schema che è alla base del pugnale sarebbe anche un’interessante metafora del cinema stesso, come del videogioco. La possibilità di riavvolgere è tipica dei supporti che negli ultimi anni hanno permesso di fruire del mezzo cinema anche al di fuori del cinema inteso come luogo: la videocassetta e poi il dvd permettono di riavvolgere l’immagine, di rivivere più volte ciò che accade, e quindi le vite dei personaggi. Così anche il videogioco può finire e ricominciare più volte, potenzialmente all’infinito. Si può completare il gioco, attraverso una serie di schemi, e ricominciarlo. Ma si può anche continuare il gioco dopo essere “morti”, perché un personaggio di un videogame ha più “vite”. E allora è possibile ripetere un’azione dopo averla fallita. Proprio come fanno i personaggi del film.

Nonostante qualche riferimento alla realtà odierna (il primo attacco dei persiani è una pretestuosa ricerca di armi, che in realtà non ci sono, vedi guerra all’Iraq) e al cinema della Guerra dei Sessi anni Quaranta (il rapporto tra Dastan e Tamina), Prince Of Persia non è un film riuscito. Anche se fosse voluta, cosa di cui non saremmo così sicuri, la citazione del cinema d’avventura anni Ottanta banalizza e appiattisce un film con ben altre possibilità, e la sceneggiatura è davvero povera. Se Bruckheimer aveva in mente un nuovo Pirati dei Caraibi dovrà ripensare all’operazione: Gyllenhaal (convincente in ruoli drammatici come in Brothers) non ha il carisma di Johnny Depp (e passi), ma nemmeno quello di Orlando Bloom (e qui ce ne vuole), la sceneggiatura non possiede l’ironia degli script dei pirati (tra ironia e farsa c’è una bella differenza), e lo stesso impianto scenico appare meno curato e originale. Difficile che un film come questo possa aprire le porte di una nuova franchise. In questo caso, il tasto da premere non sarà avanti veloce, ma solo riavvolgimento.

Da non vedere perché: Prince Of Persia torna all’antico cinema di avventura, ma a quella versione più deleteria e cialtrona che era la sua rilettura degli anni Ottanta. Per intenderci, quella delle brutte copie di Indiana Jones

 

 

19
Gen
10

Speciale. Tutti i segreti di Avatar: quando le macchine incontrano l’uomo

Signore e signori, ci siamo. È arrivato finalmente nelle sale Avatar, il film che cambierà la storia del cinema. Ma è davvero così? Difficile dirlo ora, ci vorrà qualche anno. Ma sin d’ora possiamo cercare di capire perché questo film può lasciare il segno. È curioso come James Cameron abbia usato tutta la potenza di fuoco delle nuove tecnologie, tutto ciò che più di avanzato c’è oggi nel mondo del cinema, per realizzare quella che in fondo è una versione ipertecnologica di un cinema d’altri tempi, un cinema d’avventura dal respiro classico, un cinema che appartiene agli anni Quaranta come ai primi Ottanta. Tutto, dal ritmo, alle musiche, agli snodi narrativi, è tipico di un modo di fare cinema che oggi quasi non c’è più. Ma proprio le tecnologie avanzate di cui dispone il film, prima fra tutte il 3D, fanno sì che Avatar sia un film da vedere assolutamente al cinema, sul grande schermo, ovviamente nelle sale attrezzate con i proiettori 3D. Così Avatar, film all’avanguardia, ci fa tornare proprio ai grandi kolossal di un tempo. A quei film-evento che andavano visti al cinema. Avatar è un film che ci riconcilia con il cinema-cinema, con la sala cinematografica. Sarebbe impensabile vederlo su uno schermo televisivo, o su quello di un pc o di un telefonino. È proprio questa la rivoluzione a cui pensavano Jeffrey Katzenberg, Steven Spielbeg e Cameron stesso quando si sono fatti promotori della nuova tecnologia 3D. Una rivoluzione a cui Cameron appartiene a pieno diritto, avendo sperimentato gli strumenti per girare in tre dimensioni.

Ma forse Avatar sarà il film che cambia la storia del cinema per un altro motivo. Forse la novità più grossa del film è il livello di perfezione raggiunto dalla performance capture, quella tecnica che permette agli attori di “interpretare” con i loro movimenti dei personaggi digitali, creati al computer. La tecnica usata da Cameron raggiunge dei livelli di eccellenza, tanto che mai come stavolta i personaggi virtuali sono sembrati così veri, vivi. Non a caso dietro questo successo c’è la Weta Digital, la casa di effetti speciali di Peter Jackson, artefice di quello che è forse il personaggio virtuale più vivo della storia del cinema, il Gollum della trilogia de Il Signore degli Anelli.

Performance capture: dentro la creatura c’è l’uomo

La ragione per cui Cameron ha aspettato così tanto per realizzare Avatar (un progetto che ha in serbo almeno dal 1995, ma in realtà sogna il mondo di Pandora da quando era un ragazzino) è proprio questa. La tecnologia di allora non era ancora pronta per realizzare al computer le creature aliene (i Na’vi) che Cameron aveva in mente. Cameron non voleva utilizzare il trucco per realizzare i suoi alieni: le gomme poste sul viso infatti non permettono di modificare la distanza tra gli occhi e le loro dimensioni, né di intervenire sulle proporzioni dei corpi e le loro dimensioni. La performance capture, che si usa per cogliere movimenti ed espressioni di veri attori, permette invece tutto questo. Gli occhi dei Na’vi hanno un diametro doppio rispetto agli occhi degli umani, e sono più distanziati tra loro. Gli alieni sono più longilinei degli umani, sono più grandi, e le loro mani hanno solo quattro dita.

Cameron pensava di realizzare Avatar già nel 1995. Ma fu costretto ad abbandonare il progetto perché le creature realizzate al computer non avevano ancora il fotorealismo necessario per sembrare credibili. Quando riprese il progetto nel 2005, la computer grafica aveva ancora qualche problema, come l’effetto “dead eye”, la mancanza di luminosità degli occhi dei personaggi nei primi film realizzati con la performance capture. Un dettaglio che impediva ai personaggi di sembrare reali. Si è arrivati così a un nuovo tipo di performance capture. Di solito gli attori indossavano delle tute con dei marcatori e altri marcatori sul volto: si tratta di puntini che, rilevati dal computer, costituiscono una mappatura di corpo e volto, una serie di punti di riferimento su cui poi vengono ricreati i movimenti della creatura digitale. Con Avatar è stato inaugurato un nuovo sistema di performance capture per cogliere le espressioni del viso, basato sulle immagini: agli attori viene fatto mettere in testa un dispositivo, munito di una piccola telecamera, rivolta verso il loro volto. Questa può registrare ogni loro minima espressione, ogni movimento dei muscoli. Ma soprattutto il movimento degli occhi, cosa mai avvenuta in precedenza.

In questo senso non possiamo nemmeno più parlare di personaggi digitali: le creature di Avatar sono sì generate dal computer, ma la loro anima è umana. Il loro movimento, le loro espressioni non sono possibili senza i corpi e i volti degli attori. La tecnologia è avanzatissima, ma la macchina ha sempre bisogno dell’uomo. E l’uomo ha bisogno della macchina come sua estensione. Avatar segna l’equilibrio perfetto tra fattore umano e tecnologia, la fusione tra uomo e computer. E in questo senso può essere considerato il futuro del cinema.

Il volume e virtual camera: si gira in presa diretta!

Il nuovo sistema di performance capture, inoltre, ha fatto sì che le macchine da presa usate di solito per corpi e volti fossero usate solamente per captare il movimento dei corpi. Quindi è stato possibile metterle a una distanza più grande del solito rispetto agli attori. Così il team di Avatar ha potuto riprendere con questa tecnica uno spazio molto più grande, un capture environment, che è stato denominato Volume. Si tratta di uno spazio sei volte più grande rispetto al passato. Con il Volume sono stati catturati dal vivo i movimenti di cavalli al galoppo, sequenze acrobatiche complesse, e anche i combattimenti tra gli aerei e le creature volanti. Anche le sequenze più grandi create al computer, dunque, sono in qualche modo vere, perché riprese da movimenti reali.

Un’altra innovazione  è la virtual camera: una sorta di consolle, che non è una vera macchina da presa (non ha nemmeno una lente), ma si comporta come tale perché legge le immagini in computer grafica che le inviano i computer collegati. Attraverso di essa, Cameron poteva vedere i personaggi virtuali in computer grafica già mentre gli attori in carne e ossa stavano girando i movimenti per le scene, invece di aspettare che il lavoro degli artisti della computer grafica fosse ultimato. Per il regista era come girare direttamente la scena in un teatro di posa. Zoe Saldana e Sam Worthington giravano la loro scena in carne e ossa, e Cameron sul suo monitor li vedeva già enormi, blu e muniti di coda. E, intorno a loro, invece del set vuoto, vedeva già la lussureggiante foresta di Pandora. Così il regista e gli attori potevano vedere da subito qualcosa di simile al risultato finale della scena, senza aspettare il lungo lavoro degli artisti del computer. Quello che vedevano subito aveva la risoluzione simile a quella di un videogioco. Per completare i lavoro, creare delle immagini ad altra risoluzione, e dare la giusta espressività alle creature virtuali, la WETA ha dovuto comunque lavorare ancora un anno dopo le riprese.

3D: la nuova concezione

C’è poi, ovviamente, il 3D. Il direttore della fotografia, italiano, Mauro Fiore, ha adottato il 3D Fusion Camera System, in grado di girare delle immagini che si mescolassero alla perfezione a quelle create al computer della WETA e dalla ILM di Lucas. La concezione di Cameron è lontana dal 3D di un tempo, che veniva vissuto come qualcosa in più, un effetto fine a se stesso, come il lancio di oggetti verso il pubblico. Per Cameron il 3D è una finestra sul mondo, un mondo per farci entrare nella narrazione, senza richiamare su di sé l’attenzione. Il sistema era stato sperimentato da Cameron nei suoi due film “marini”, Ghost Of The Abyss e Aliens Of The Deep. Proprio da questi film sono arrivate nuove idee per il mondo di Pandora: Cameron aveva osservato il fenomeno di alcune forme di vita che nella totale oscurità emanano bagliori e brillano di luce propria. Da qui è arrivata l’idea della foresta fluorescente di Pandora.

(Pubblicato su Movie Sushi)

11
Gen
10

Avatar. Abbracciati dalle immagini

Voto: 8,5 (su 10) 

Spettacolare. Se si dovesse racchiudere in un’unica parola l’attesissimo Avatar di James Cameron, quella parola sarebbe questa. Avatar è prima di ogni cosa un grande spettacolo, uno di quei film evento che vanno visti in sala, vissuti completamente. Come accadeva un tempo. È un film che va visto in sala, ovviamente attrezzata per la proiezione 3D, proprio per godersi completamente il film nella sua versione tridimensionale, quella per cui è stato pensato e creato. Una versione che permette di immergersi completamente in un mondo nuovo. E che conferma la stereoscopia come mezzo espressivo capace di mettersi al servizio di una storia e di darle forza espressiva, e non un mero gadget tecnologico da parco dei divertimenti. Non oggetti che ci arrivano in faccia, ma una profondità di campo tale da farci sentire circondati, abbracciati delle immagini.

Abbiamo aspettato tanto per vederlo, questo Avatar. E ha aspettato tanto anche James Cameron, che sognava il mondo di Pandora – il pianeta dove si svolge il film – dal lontano 1995. A Pandora, lontano 4,4 anni luce dalla Terra, gli umani cercano un prezioso minerale in grado di risolvere la crisi energetica del nostro pianeta. Per questo si scontrano con i Na’vi, gli abitanti del pianeta. Per comunicare con loro, visto che l’aria del pianeta è tossica, gli umani utilizzano degli Avatar, creature artificiali, fatte di dna indigeno e umano, che comandano a distanza, e che permette di somigliare ai Na’vi. Jake Sully, ex marine ora su una sedia a rotelle, entra nel progetto per sostituire il fratello defunto. Ma conosce un’indigena se ne innamora, e prende posizione a difesa dei Na’vi.

I Na’vi come i nativi americani, quegli indiani d’America che come loro vivevano in armonia con la natura e sono stati cacciati dalle loro terre. L’accostamento è immediato, così come quello con la trama di Pocahontas, o The New World di Terence Malick, per usare un accostamento più “alto”. È una trama davvero semplice, potremmo dire prevedibile, quella di Avatar. Ma si resta comunque incollati allo schermo, per alcune trovate  – come la treccia/cordone ombelicale dei Na’vi che permette di entrare in contatto con la natura, con animali e piante – e per l’incanto creato dalle immagini.

Dopo un inizio un po’ macchinoso, le scene notturne nella foresta fluorescente – quelle realizzate interamente in computer grafica – lasciano a bocca aperta. Oltre che per le immagini tridimensionali, realizzate con tecniche studiate proprio da Cameron, anche se le abbiamo viste utilizzate già da altri registi, stupisce un uso eccezionale della performance capture: grazie a un casco munito di una piccola telecamera (al posto dei soliti marcatori posti sul volto) è stata colta ogni minima espressione dei volti degli attori, compresi – per la prima volta – gli occhi, che sono stati poi trasformati in personaggi virtuali.

Il risultato è qualcosa che fonde perfettamente l’aspetto umano a quello tecnologico: i personaggi sono creati sì dal computer, ma sono anche in tutto e per tutto gli attori che li impersonano.

È questa, più che il 3D, la vera rivoluzione di Avatar: con il computer si possono creare personaggi espressivi come gli umani. Ma per farlo ci vuole sempre l’uomo, cioè l’interpretazione di un attore. Ma quello che è ancora più curioso è che Cameron usa una confezione ultramoderna proprio per riportarci a un cinema d’altri tempi, il kolossal classico hollywoodiano, che dal cinema d’avventura degli anni Trenta e Quaranta, quello di King Kong e dei mondi esotici e incontaminati, arriva fino agli anni Settanta e a certi film di fantascienza. L’impianto di Avatar è profondamente classico: il respiro, il ritmo, le musiche, le svolte narrative (arrivano i nostri…), e, sì, anche la semplicità della trama e l’ingenuità di fondo sono quelle di un cinema d’altri tempi. Non mancano i messaggi, dalla critica all’imperialismo americano (“cerchiamo di dare loro istruzione, medicine e strade, ma a loro piace il fango” sentiamo dire ai terrestri, e sembra di essere nelle zone dove oggi si esporta la democrazia), l’afflato ecologista e pacifista (e speriamo che Obama, che ha assistito al film, ne tragga ispirazione). Né mancano le citazioni: Avatar mescola un po’ di tutto, Guerre stellari e Jurassic Park (Lucas e Spielberg, con Cameron sacra triade del cinema spettacolare Made in USA), Titanic e Aliens – Scontro finale (i robot-corazza da combattimento) dello stesso Cameron. Ma Avatar è una gioia prima per gli occhi e poi per il cuore o il cervello. Più forma che sostanza? Certo, ma in un tipo di cinema come questo la forma è sostanza. Nel senso che uno spettacolo realizzato in una simile maniera affascina e colma ogni possibile lacuna, sia essa di sceneggiatura o di qualsiasi altro tipo. Non sappiamo dirvi se è il film che cambierà la storia del cinema. Ma di sicuro è un film che ci riconcilia con il cinema. Quello da vedere al cinema. Quello spettacolare.  

Da vedere perché: è il film evento, quello da vedere assolutamente al cinema in 3D. Non delude le attese, è davvero un grande spettacolo. Confezione ipertecnologica per un film d’altri tempi

 

 

21
Mag
09

Lost. Il mistero della fede

3Un uomo tesse dei fili a un telaio. Dei fili che diventano parte di una trama più complessa. È la prima scena dell’ultima puntata della quinta stagione di Lost, andata in onda in America qualche giorno fa. Quell’uomo è Jacob, il fantomatico capo dell’Isola, che finora non avevamo mai visto. A vederlo tessere quei fili ci vengono in mente le Parche, le dee che tessevano i fili del Destino nei poemi omerici. Ed è qui che ci viene in mente la forza di Lost. C’è chi dice che tutte le storie create dall’uomo si riducono a due archetipi: l’Iliade e l’Odissea. La serie creata da J.J. Abrams e Damon Lindelof è l’Odissea e l’Iliade messe insieme: delle persone costrette a vagare lontano dalla propria casa, senza poterla raggiungere, e destinate a non trovare pace nemmeno una volta giunte a destinazione. Persone costrette sempre alla guerra, allo scontro con degli “Altri”. Ma Lost, come i vecchi poemi epici, non opera solo sulla storia, ma va a livelli più profondi, a scavare nel nostro inconscio. Non a caso nelle vicende di molti dei personaggi ci sono dei rapporti irrisolti con i propri padri. Mentre la puntata prosegue (sull’Isola, negli anni Settanta, alcuni personaggi sono alle prese con i famosi fenomeni elettromagnetici che saranno alla base dei problemi della botola della seconda serie, mentre ai giorni nostri Locke sta cercando Jacob), grazie ai famosi flashback scopriamo – e con gli spoiler ci fermiamo qui, promesso – che Jacob ha già incontrato molti dei naufraghi nelle loro vite sulla terraferma. E sempre in momenti in un certo senso sospesi tra la vita e la morte. Chi è allora il misterioso Jacob? Una specie di Dio, un deus ex machina di natura divina? Colui che tesse le fila del Destino, come le mitologiche Parche? E perché ha sempre lo stesso aspetto, e non invecchia mai?

Come si può capire, la quinta stagione di Lost dà ancora poche risposte agli interrogativi delle serie precedenti. Anzi, ne pone altri. È quella che più di ogni altra ribalta le carte in tavola e sposta gli interrogativi. Se nella prima stagione la domanda era DOVE? (dove siamo?), nella seconda COSA? (cosa c’è nella botola?), e nella terza e la quarta CHI? (chi sono gli altri?), in questa quinta stagione la domanda è più che mai QUANDO? I nostri eroi, infatti, sono sballottati avanti e indietro nel tempo, dopo che l’Isola è stata spostata. Così ci troviamo addirittura negli anni Settanta, ed entriamo negli alloggi della Dharma Initiative, che finora avevamo visto solo abitate dagli Altri, e conosciamo persone che avevamo visto solo nei filmati in bianco e nero trovati nella botola. È chiaro che la domanda della prossima stagione, la sesta e ultima, dovrà essere PERCHE’?

I viaggi nel tempo che hanno caratterizzato questa quinta stagione ci permettono di inserire ancora meglio Lost nella poetica di J.J. Abrams, che su un paradosso temporale ha costruito anche il suo ultimo, riuscitissimo Star Trek. E permette anche ad Abrams e ai suoi sceneggiatori di cimentarsi con la loro passione per la cultura pop. Tra i momenti più divertenti della stagione infatti c’è Hurley che controlla se la sua mano sta per scomparire lentamente, come accadeva a Michael J. Fox in Ritorno al futuro. Lo stesso Hurley, visto che si trova nel ’77 ed è appena uscito Guerre stellari, prova a scrivere la sceneggiatura de L’impero colpisce ancora, apportando alcune modifiche al copione. L’impero colpisce ancora – come ci raccontava Abrams a Roma qualche mese fa – è uno dei film preferiti dal creatore di Lost. Nel cui universo tutto torna. Ma accanto alla cultura pop ci sono interrogativi importanti, come la possibilità, e la scelta, di cambiare il proprio futuro.

Come ognuna delle puntate che chiudevano le stagioni, la suspence è spinta al massimo, intorno a quella che Hitchcock definiva la più classica delle deadline: lo scoppio di una bomba. E anche il cliffhanger che ne segue è uno dei migliori della serie. Troveremo risposte nell’ultima stagione? Forse no, e continueremo ad adorare Lost. Perché quello che lega il pubblico a questa serie è un atto di fede. Si crede anche senza avere delle risposte.

 

 












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