Posts Tagged ‘L’esorcista

12
Ott
11

Blood Story. Horror? L’orrore dell’adolescenza

Voto: 6,5 (su 10)

È gelido, innevato, desolato l’ambiente dove si svolge Blood Story, in originale Let Me In, remake hollywoodiano di Lasciami entrare, finalmente uscito in Italia con questo nuovo titolo. Si tratta di un’operazione piuttosto attesa: un film molto particolare, un horror raggelato e raggelante arrivato dalla Svezia, e molto diverso dai prodotti in giro oggi, è stato rifatto dal regista di Cloverfield, che, raccontandoci una storia in soggettiva tramite l’occhio di un’handycam, ci aveva spaventato non poco. La storia è nota: un bambino di dodici anni, dai genitori perennemente assenti (il padre non c’è e la madre non si vede mai in viso), è vittima di episodi di bullismo a scuola, è solo ed insicuro. Un giorno arriva nel suo condominio una ragazzina della stessa età, accompagnata da un uomo più anziano, che potrebbe essere suo padre. Mentre i due ragazzini legano, l’uomo si rende protagonista di efferati delitti.

Dalla Svezia siamo passati a Los Alamos, New Mexico, Stati Uniti d’America. Matt Reeves rilegge bene l’opera originale, lasciando intatta la storia e l’atmosfera desolata e raggelata. Non ha senso vedere questa cosa come un difetto, perché Blood Story è destinato a un pubblico, quello americano, che non ha visto il film originale (gli yankee, si sa, non amano vedere film non nella loro lingua e sottotitolati) e assisterà alla storia per la prima volta nella versione di Reeves. A cambiare, come ci si poteva attendere, sono i momenti delle aggressioni, notevolmente più horror che nell’originale. La piccola protagonista si muove ha gli occhi malati e i movimenti velocissimi di un ragno indemoniato, a metà tra L’esorcista e i mostriciattoli di Cloverfield.

Se Reeves spinge sul pedale del sangue molto di più rispetto all’originale, riesce a trovare un suo stile personale, diverso sia da Lasciami entrare che dal suo Cloverfield. Il suo filmare con la macchina da presa addosso a corpi, volti e oggetti, dove l’originale prediligeva di più i campi lunghi e il fuoricampo è anche l’antitesi alla visione di Cloverfield, dove le immagini corrispondevano all’occhio umano e questo alla telecamera dei personaggi, e quindi spesso vedevamo con loro le immagini da lontano. Sembra invece un omaggio a Cloverfield la soggettiva all’interno della macchina nella scena dell’incidente, con una macchina da presa fissa che si capovolge insieme all’automobile.

Reeves ha accentuato, ma senza gli eccessi che ci si aspetterebbe da un film americano, il lato horror di un film che in fondo è horror fino a un certo punto. La cornice è quella, visto che si parla di vampiri e di efferati delitti. Ma sarebbe più corretto parlare di orrore, dell’orrore dell’adolescenza, di un’età in cui si è in trasformazione e capire la propria identità è sempre complicato. In fondo Blood Story è un romanzo di formazione, una storia d’amore e di amicizia.  Un po’ come Twilight, ma con una profondità e una delicatezza completamente diverse. Sì, perché qui l’horror è una metafora per raccontare due giovinezze abbandonate, due solitudini che non possono che avvicinarsi, le storie di due bambini emarginati e soli che non possono che aiutarsi.

Siamo nell’America del 1983, e in scena, attraverso le tv, vediamo spesso Ronald Reagan. Un personaggio che arriva dai ricordi del Reeves adolescente, ma che qui rappresenta anche l’impossibilità di distinguere il bene dal male. Cosa capiterebbe a un ragazzo se sentisse parlare un presidente di bene e male in maniera semplicistica come fa Reagan? Al centro di Blood Story c’è anche questo. Dei personaggi che compiono azioni cattive, ma a cui non possiamo che volere bene, perché quella è l’unica cosa che possono fare. Il loro destino è segnato, e per loro è anche l’unico possibile.

Da vedere perché: è un ottimo horror. Ma sarebbe più corretto parlare di orrore, quello dell’adolescenza

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12
Mar
11

Il rito. La possessione di Anthony Hopkins

Voto: 5 (su 10)

Ci sono due casi di possessione al centro del film Il rito, nelle sale dall’11 marzo, diretto dal regista Michael Hafstrom, già autore di un horror tratto da Stephen King, 1408. La prima è quella della storia al centro del film. Che a quanto pare è vera, come lo era quella de L’esorcista. Ma si dice spesso così quando si parla di horror, per farci più paura. Michael Kovac, seminarista più per scappare dal lavoro del padre (le pompe funebri) che per una reale vocazione, viene mandato a Roma, dove il Vaticano insegna il lavoro di esorcista (il corso in esorcismo ancora non l’avevamo visto). A Roma Michael incontra Padre Lucas (Anthony Hopkins), prete esperto di esorcismi. Insieme si occupano del caso di Rosaria, una ragazza di sedici anni che è vittima di una possessione demoniaca. Ma Il rito è uno di quei film che partono verso una direzione per raggiungerne un’altra. Il centro del film infatti non è chi è posseduto, ma chi deve liberarlo. E Michael potrà combattere il Diavolo solo se crederà nel Diavolo, e quindi in Dio. È trovare la fede, di cui dubita, la vera sfida.

L’altra possessione che possiamo osservare ne Il rito è quella di Anthony Hopkins, posseduto da un suo indimenticabile personaggio, l’Hannibal Lecter de Il silenzio degli innocenti, già ripreso in Hannibal e Red Dragon. Nonostante non ci sia il bisogno di precisare come Hopkins sia un grande attore, e che abbia dato grandissime prove in questo senso, il Dottor Lecter continua a fare capolino nella sua carriera, possedendolo di tanto in tanto. Così, quando Il rito prende una svolta inaspettata, e il Diavolo pensa di prendersi Lucas/Hopkins, negli occhi dell’attore compaiono quei lampi di follia, quegli occhi torvi e spiritati che avevamo conosciuto, e amato, tanto, nel film da Oscar di Jonathan Demme. Lampi di follia che rendono servizio al film, certo, ma che sembrano ormai un po’ di maniera, come se Hopkins mettesse il pilota automatico, la modalità Hannibal Lecter, sapendo di affrontare un ruolo horror, o comunque un ruolo al confine con la follia.

Questo discorso però ci permette di capire una cosa: Il rito è un film di attori, prima ancora che di effetti speciali. Che sono usati con molta parsimonia, e non sono l’aspetto principale che viene usato per far paura. Durante le scene delle possessioni, qualche riga in computer grafica viene usata per solcare il volto degli attori, certo, ma non ci sono scene ad effetto, solo un grande lavoro di recitazione. E se Hopkins, seppur di maniera, è bravo, è bravissima, ed è la vera scoperta del film, Marta Gastini, che interpreta Rosaria: ha ventuno anni e finora l’avevamo vista in Io & Marilyn, dove era la figlia di Pieraccioni, e non immaginavamo fosse così brava. La sua interpretazione, tra convulsioni, sguardi indiavolati e fragilità, è eccezionale. Così come piace che l’horror sugli esorcismi sia tornato alla sua forma classica, quella drammatica, dalle tinte oscure e dalle atmosfere austere de L’esorcista, dopo le contaminazioni con il legal thriller de L’esorcismo di Emily Rose, e quelle del mockumentary (finto documentario) de L’ultimo esorcismo. Siamo lontani, però, dal classico di Friedkin. Dopo un buon inizio, tutto sommato sobrio, il film perde il filo per colpa di una sceneggiatura non sempre a fuoco. Il rito così diventa allo stesso tempo prevedibile ed eccessivo (vedi gli animali messi lì per creare tensione, ma anche piuttosto a caso, o lo schiaffo alla bambina). E, alla fine, poco interessante.

Da non vedere perché: Dopo un buon inizio, tutto sommato sobrio, il film perde il filo per colpa di una sceneggiatura non sempre a fuoco. Il rito così diventa allo stesso tempo prevedibile ed eccessivo

 

10
Gen
10

REC 2. In diretta c’è l’esorcista

 Voto: 6 (su 10)

Rec: si gira! Dopo il loro sorprendente primo film, gli “assassini” Jaume Balaguerò e Paco Plaza tornano sul luogo del delitto con il sequel del loro horror in soggettiva. Il ritorno sul luogo del delitto avviene letteralmente: prima dei titoli di testa vediamo l’ultima scena del film precedente, con la reporter Angela Vidal trascinata nel buio. E Rec 2 inizia pochi secondi dopo la fine di Rec: vediamo una squadra tipo SWAT pronta a intervenire nel famoso condominio messo in quarantena.

Rec: si gira! E si gira tanto. Rec 2, come molti sequel, lavora per accumulo e moltiplicazione. Per superare il primo film si tende a fare di più. Così in Rec 2 si moltiplicano le videocamere: in scena ce n’è una principale,  ma ogni agente delle squadre speciali ne ha una personalizzata. Così i nostri occhi non coincidono più con un unico occhio (che nel primo era quello della telecamera della troupe televisiva) ma con più sguardi, quelli dei vari agenti, che si intersecano con quella principale tramite delle immagini picture in picture. Fino a che le telecamere dei poliziotti finiscono fuori uso, e l’azione viene vista tramite la camera amatoriale di tre ragazzini che finiscono nel palazzo per caso. È il secondo “movimento” della sinfonia Rec 2. Ce ne sarà anche un terzo, con un altro occhio digitale  che entra in scena. Ma è una sorpresa che non intendiamo rovinarvi.

Ma Rec 2 è un film che moltiplica anche in un altro senso. Dopo pochi minuti, come si intuiva nel primo film, capiamo che l’infezione che trasforma le persone in una sorta di zombie non è semplicemente un virus, ma una possessione demoniaca. Così Rec 2 moltiplica anche i sottogeneri dell’horror nei quali inserirsi, contaminando lo zombie movie con le storie sovrannaturali di possessione. In sintesi: La notte dei morti viventi incontra L’esorcista, nello stile di The Blair Witch Project (che fu il primo horror in soggettiva). Un ultima contaminazione è quella con i videogame: i poliziotti – le cui azioni scorrono in soggettiva – sparano agli zombie. E in questo senso le scene in questione sembrano una citazione dei videogame Fist Person Shooter (sparatutto in prima persona) sullo stile di Doom.

Al cinema moltiplicazione non è sinonimo di successo. Ci sono molte piccole idee che riescono a teneri in piedi un film interessante, ma nessuna riesce a competere con l’unica idea geniale del suo predecessore. Rec 2 è un film da vedere per chi vuole provare ancora le emozioni del primo: ma è inevitabile che verranno attutite. Perché non c’è più l’effetto sorpresa di vedersi arrivare la morte in faccia. E perché si tende più a ragionare sul film – cercando di capire come i registi cerchino di variare sul tema – invece che di viverlo di pancia lasciandosi andare alle emozioni. Con il mosaico visivo originato da più punti di vista viene a mancare quella coesione narrativa e quella unità di tempo e luogo che era uno dei punti di forza di Rec. Rec 2 è un’operazione meno riuscita della prima. Ma vale la pena di essere seguita. Forse anche al di là di questo film, visto che nel finale a sorpresa e aperto sembra esserci uno spiraglio per un Rec 3. Rec: si ri-gira!

Da vedere perchè: Rec 2 moltiplica i punti di vista e i sottogeneri horror anche se non moltiplica la paura

 

 

03
Set
09

Venezia 66. REC 2

Voto: 6 (su 10) 

rec-2-teaser-poster-locandinaRec: si gira! Dopo il loro sorprendente primo film, gli “assassini” Jaume Balaguerò e Paco Plaza tornano sul luogo del delitto con il sequel del loro horror in soggettiva. Il ritorno sul luogo del delitto avviene letteralmente: prima dei titoli di testa vediamo l’ultima scena del film precedente, con la reporter Angela Vidal trascinata nel buio. E Rec 2 inizia pochi secondi dopo la fine di Rec: vediamo una squadra tipo SWAT pronta a intervenire nel famoso condominio messo in quarantena.

Rec: si gira! E si gira tanto. Rec 2, come molti sequel, lavora per accumulo e moltiplicazione. Per superare il primo film si tende a fare di più. Così in Rec 2 si moltiplicano le videocamere: in scena ce n’è una principale,  ma ogni agente delle squadre speciali ne ha una personalizzata. Così i nostri occhi non coincidono più con un unico occhio (che nel primo era quello della telecamera della troupe televisiva) ma con più sguardi, quelli dei vari agenti, che si intersecano con quella principale tramite delle immagini picture in picture. Fino a che le telecamere dei poliziotti finiscono fuori uso, e l’azione viene vista tramite la camera amatoriale di tre ragazzini che finiscono nel palazzo per caso. È il secondo “movimento” della sinfonia Rec 2. Ce ne sarà anche un terzo, con un altro occhio digitale  che entra in scena. Ma è una sorpresa che non intendiamo rovinarvi.

Ma Rec 2 è un film che moltiplica anche in un altro senso. Dopo pochi minuti, come si intuiva nel primo film, capiamo che l’infezione che trasforma le persone in una sorta di zombie non è semplicemente un virus, ma una possessione demoniaca. Così Rec 2 moltiplica anche i sottogeneri dell’horror nei quali inserirsi, contaminando lo zombie movie con le storie sovrannaturali di possessione. In sintesi: La notte dei morti viventi incontra L’esorcista, nello stile di The Blair Witch Project (che fu il primo horror in soggettiva). Un ultima contaminazione è quella con i videogame: i poliziotti – le cui azioni scorrono in soggettiva – sparano agli zombie. E in questo senso le scene in questione sembrano una citazione dei videogame Fist Person Shooter (sparatutto in prima persona) sullo stile di Doom.

Al cinema moltiplicazione non è sinonimo di successo. Ci sono molte piccole idee che riescono a teneri in piedi un film interessante, ma nessuna riesce a competere con l’unica idea geniale del suo predecessore. Rec 2 è un film da vedere per chi vuole provare ancora le emozioni del primo: ma è inevitabile che verranno attutite. Perché non c’è più l’effetto sorpresa di vedersi arrivare la morte in faccia. E perché si tende più a ragionare sul film – cercando di capire come i registi cerchino di variare sul tema – invece che di viverlo di pancia lasciandosi andare alle emozioni. Con il mosaico visivo originato da più punti di vista viene a mancare quella coesione narrativa e quella unità di tempo e luogo che era uno dei punti di forza di Rec. Rec 2 è un’operazione meno riuscita della prima. Ma vale la pena di essere seguita. Forse anche al di là di questo film, visto che nel finale a sorpresa e aperto sembra esserci uno spiraglio per un Rec 3. Rec: si ri-gira!

 

 












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