Posts Tagged ‘film settembre

28
Set
12

Elles. Denuncia o voyeurismo?

Voto: 5 (su 10)

In Francia ogni anno 40.000 studenti si prostituiscono per pagarsi gli studi. È da questo assunto sconvolgente che inizia Elles, il film di Malgoska Szumowska presentato allo scorso Festival di Berlino e ora in uscita nelle nostre sale. Anne, giornalista di un periodico femminile, sta lavorando ad un’inchiesta che parla appunto della prostituzione tra le giovani studentesse. Incontra così Alicja e Charlotte, due ragazze giovanissime che si prostituiscono. L’incontro con queste due ragazze turba parecchio la vita di Anne. La seguiamo durante una giornata normale, con l’articolo da consegnare, i figli da gestire, e una cena da preparare per il marito e i suoi colleghi. Mentre affronta questa routine, Anne ricorda l’incontro con le due ragazze, che riviviamo in flashback, e le immagina con i propri clienti, per quello che è un flashback nel flashback.

Elles è così un gioco di scatole cinesi, un film con dentro un altro e un altro ancora. Ed è costruito volutamente per giocare sul contrasto tra la banalità della routine quotidiana e familiare di Anne, un mondo consolidato, scontato e sicuro, e il mondo più avventuroso, pericoloso, imprevedibile delle due ragazze. Quello che colpisce, e sconvolge, Anne, è la loro vitalità, in contrasto con il suo ménage matrimoniale, ormai spento. Quello che colpisce lo spettatore, alle prime scene del film, è l’apparente naturalezza con cui queste giovanissime si prostituiscono. “Non è una cosa facile, ma non impegna troppo tempo” sentiamo dire ad una di loro.

Ma che cos’è Elles? Un film di denuncia o una pellicola voyeuristica? Parte come un film di denuncia, che non vuole essere moralistico, un film senza pregiudizi e che vuole vedere la questione dalla parte delle donne. Ma, dopo una mezz’ora, il tono cambia e tutto continua a diventare molto esplicito: non ascoltiamo solo le storie delle ragazze, ma cominciamo a vederle senza troppi pudori. La sensazione allora è che Elles rimanga sospeso tra queste due anime, quella che vuole denunciare il problema e quella che ammicca un po’ troppo allo spettatore. Così come Anne, la protagonista, subisce il fascino proibito delle sue intervistate, anche il film sembra subire la fascinazione della materia, e lasciarsi andare un po’ troppo. L’altro problema del film è che in fondo non ha una storia, una vera progressione narrativa. È composto da una serie di quadri, uniti dal passepartout delle azioni quotidiane di Anne, per una serie di scene che finiscono per essere ripetitive. Ma il vero problema di fondo è che Elles non approfondisce veramente come dovrebbe.

Resta la prestazione maiuscola di Juliette Binoche nella parte di Anne: convinta e convincente. E davvero intensa. Il suo personaggio è centrato e meriterebbe un contorno migliore, a partire dalla sceneggiatura. Lungi da noi aspettarci un film moralista, né tantomeno casto. Ma la sensazione è che il film, raccontando le dichiarazioni disincantate delle ragazze, e la fascinazione della protagonista per le loro vite, tenda, se non proprio a giustificarle e a mostrarle in una luce positiva, a rendere meno grave di quello che è il problema.

Da non vedere perché: rimane sospeso tra due anime, quella che vuole denunciare il problema e quella che ammicca un po’ troppo allo spettatore

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06
Set
12

The Bourne Legacy. Più che Matt Damon ci manca Paul Greengrass

Voto: 6 (su 10)

La curiosità, nell’avvicinarsi a questo nuovo film della saga di Bourne, è quello di capire come continua la storia senza il personaggio principale. Non c’è più Matt Damon, e non c’è più neanche il suo personaggio, Jason Bourne, quello che dava il nome alla saga. L’idea che permette alla storia di ripartire è quella che nel progetto Treadstone non ci fosse un solo Bourne. E infatti Aaron Cross (Jeremy Renner), il numero 5, è un altro tassello del mosaico che va fuori posto, che si ribella ai suoi capi, che vuole giustizia.

Insomma, quella di The Bourne Legacy è tutta  un’altra storia. Ma l’idea è quella di proseguire nella franchise, nel marchio, nel brand, come si direbbe nel marketing. E Bourne è ormai un marchio riconosciuto che può vivere anche senza il suo protagonista. Jason Bourne non c’è. Al suo posto c’è un altro agente, con una storia simile alla sua. Bourne così diventa un paradigma, una condizione esistenziale, quasi pirandelliana. E il marchio Bourne equivale a un nuovo modo, ormai consolidato e riconoscibile, di fare una spy-story, lontana dal mondo più fascinoso, iperbolico e pop dei Bond e delle Mission: Impossible: i film di Bourne sono più realistici, minimalisti, cupi.

In realtà quello che manca al film non è né Bourne né Damon: Jeremy Renner e il suo Aaron Cross se la cavano benissimo, e Renner è anche somaticamente simile a Damon, e forse è stato scelto proprio per questo. Quello che manca al film è la regia nervosa, cinetica, frenetica di Paul Greengrass, quella macchina da presa sempre nell’occhio del ciclone che è il suo marchio di fabbrica sin da Bloody Sunday e che ha caratterizzato nettamente il secondo e il terzo film della serie, ridefinendo i canoni dell’action movie. Gilroy invece punta più sul complotto, sulle trame delle stanze segrete della CIA. I suoi, da sempre, sono film di trama e di recitazione, giochi a incastro sapienti, ma anche noiosi.

Per questo The Bourne Legacy decolla tardi, e forse mai del tutto. Anche se si permette un grande cast (Rachel Weisz, nei panni di una scienziata, è vibrante e intensa, mentre Edward Norton, nei panni del cattivo, è forse un po’ sprecato e lasciato sullo sfondo). Ed è un film che vive di sequenze straordinarie, come lo scontro tra Cross e un lupo. Forse proprio questa scena è quella più simbolica della condizione degli agenti come Bourne e Cross: lupi solitari, cani sciolti e randagi, abbandonati a se stessi e condannati a vivere allo stato brado. The Bourne Legacy invece è un film simbolico di quella che è l’Hollywood di oggi: tutto ricomincia, tutto si rifà, tutto viene riprodotto all’infinito come nelle serigrafie di Andy Warhol. È pop art cinema. O povertà di idee?

Da vedere perché: la saga di Bourne riparte con un nuovo protagonista, Jeremy Renner, che non fa rimpiangere Matt Damon. Ma il nuovo regista, Tony Gilroy, non ha il tocco magico di Paul Greengrass

17
Set
11

Il debito. La verità è un lusso

Voto: 6 (su 10)

La verità è un lusso. Lo sentiamo dire a uno dei personaggi de Il debito, e in questa frase è racchiuso tutto il senso di un film più attuale di quello che sembra. Non era stata detta tutta la verità, molto tempo fa, a proposito di un’operazione del Mossad: nel 1965 tre agenti israeliani furono incaricati di catturare un ex criminale nazista, noto come il Chirurgo di Birkenau, che fu preso a Berlino Est e poi ucciso mentre tentava di scappare. O almeno, così racconta il libro della figlia di Rachel, secondo il quale lei e i suoi due colleghi erano diventati degli eroi in patria. Ma le cose non erano andate davvero così. La verità è un lusso. Perché, da sempre e oggi più che mai, dobbiamo attenerci alle versioni di chi ci racconta i fatti, siano essi militari, politici, giornalisti. Per questo Il debito è un film attualissimo: pensiamo solamente a Bin Laden, scovato, catturato e ucciso, almeno stando a quello che ci hanno raccontato. Anche se nessuno ha visto il cadavere, né le foto. Ci siamo semplicemente fidati di un annuncio.

Il debito è un film attuale, e lo sarebbe stato ancora di più se il regista John Madden (sì, proprio quello di Shakespeare In Love e Il mandolino del capitano Corelli, qui in un film che sembra lontano dalle sue corde) avesse insistito su questo tema, ricollegandolo in qualche modo a quello che accade oggi, rendendolo qualcosa di universale. Invece il film perde vigore proprio nella parte dedicata ai giorni nostri, piuttosto frettolosa, mentre funziona piuttosto bene in quella ambientata nel 1965, in cui il regista sembra riprendere, forse fin troppo, la lezione di Spielberg e del suo Munich. Le atmosfere e i temi sono quelli, e in tutta la sua prima parte Il debito sembra essere un Munich in miniatura. Senza Spielberg, ovviamente, perché il tocco non è certamente quello del maestro americano. Madden riesce a giocare bene però nella scena chiave, quella della fuga e dell’uccisione del nazista, mostrata due volte con esiti diversi. Senza volervi svelare nulla, vi diciamo solo che il regista gioca con un trucco antico, quello del finto flashback che Hitchcock usò in Paura in palcoscenico, e che condiziona la percezione dello spettatore riguardo alla vicenda. Così come è particolarmente efficace la scena in cui il Chirurgo di Birkenau compare in scena davanti a Rachel, nei panni di un ginecologo: è inquietante e beffardo vedere un assassino nazista maneggiare i ferri ginecologici, e ancora di più pensare che fa il lavoro di chi aiuta a dare la vita, mentre prima era quello che il cui scopo era toglierla.

Rachel da giovane è interpretata da Jessica Chastain (da adulta è Helen Mirren), la luminosa e vibrante attrice che avevamo ammirato in The Tree Of Life di Terrence Malick. Accanto a lei c’è Sam Worthington, che, dopo Avatar, non sbaglia un film. I due brillano di luce propria e si illuminano a vicenda, e quando sono in scena insieme il film si accende naturalmente. E vira sul mélo, perché è anche la storia di una donna divisa tra due uomini. Spy-story, action, mèlo, opera morale: Il debito è tutto questo insieme, e forse niente di tutto questo, restando indeciso tra i vari registri di questi generi. Pur restando un film imperfetto e incompiuto, non può non intrigare, portando avanti quell’infinito flashback sul Nazismo che caratterizza da molto tempo il cinema, un flashback su un tema che, per quanto continueremo a indagarlo, continuerà a essere un nerissimo mistero della storia dell’uomo.

Da vedere perché: piacerà a chi sono piaciute le atmosfere e le tematiche di Munich. Ma la tensione del film di Spielberg qui dura solo per metà film.

17
Set
11

Crazy, Stupid Love. Non è un’altra stupida commedia americana

Voto: 6,5 (su 10)

Non è un’altra stupida commedia americana, recitava anni fa il titolo italiano di un film targato U.S.A. Prendiamo in prestito questo titolo, sperando che nessuno s’arrabbi, perché definisce bene questo Crazy, Stupid Love, commedia americana che, almeno in apparenza, potrebbe sembrare simile a tante altre. È un altro film sull’amore, un’altra commedia corale. Un altro Love, Actually o un altro Appuntamento con l’amore? Non proprio.. Si tratta di un film imprevedibile. Come non era prevedibile per Cal (Steve Carell), quarant’anni, di essere lasciato dalla moglie, e amore di una vita, Emily (Julianne Moore), che lo ha appena tradito. Com’è imprevedibile l’incontro di Cal, ritornato bruscamente nel mondo dei single, con Jacob (il lanciatissimo Ryan Gosling, che vedremo presto ne Le idi di marzo e Drive), playboy che prende il suo caso a cuore e lo aiuta a uscire dai primi impacci. Così come saranno imprevisti gli incontri di Cal con le sue nuove conquiste e quelli di Jacob. Tra cui c’è Jessica (la fresca e luminosa Emma Stone, a cui Jim Carrey ha dedicato di recente una – non si sa quanto seria – dichiarazione d’amore on line). Mentre il figlio di Cal nel frattempo si è innamorato della sua baby sitter.

C’è un qualcosa di “altmaniano” in Crazy, Stupid Love, quel qualcosa che racconta le storie di mondi diversi destinati poi a confluire in qualche modo in un unico punto. E, anche se questa definizione è da prendere con le molle, è qualcosa che non è per nulla scontato nel prevedibile mondo della commedia americana. Crazy, Stupid Love è un film che decolla lentamente, che si segue chiedendosi dove vada a parare. Un film che cresce via via fino ad arrivare a una serie di colpi di scena e di fuochi d’artificio finale. Una storia dove bisogna che tutto cambi perché tutto resti uguale. Un Manuale d’amore, questo sì riuscito bene, delicato e profondo, dove “ognuno ha qualcosa da imparare a volte”, come diceva la canzone di Beck in Se mi lasci ti cancello.

Anche lo spettatore avrà qualcosa da imparare. Avviso agli uomini: non sottovalutate il potere di Dirty Dancing sull’immaginario femminile. Fa sempre centro, come ci ricordava anche il simpatico film francese Il truffacuori. Certo, rimane il dubbio sul fatto che nei film americani (ma anche nei nostri non si scherza) tutti abbiano tantissimi soldi per conquistare la propria amata, alla faccia della crisi. Un’altra crisi, quella di mezza età, qui è raccontata in maniera opposta alla goliardia di Libera uscita dei Fratelli Farrelly. E, se rimane ancora qualche dubbio sulla capacità di fare presa di un attore come Steve Carell nel nostro mercato, rimane il fatto che Crazy, Stupid Love lasci in bocca un sapore amarognolo, gradevole proprio perché non è il solito, scontato, sapore dolciastro, dopo la visione. Perché non si chiude proprio con un lieto fine, ma più con un quieto fine.

Da vedere perché: la caratteristica di Crazy, Stupid Love è di essere imprevedibile, e di lasciare in bocca un sapore amarognolo, gradevole proprio perché non è il solito, scontato, sapore dolciastro.

10
Set
11

Super 8. Quel filo che unisce Spielberg e Abrams

Voto: 7 (su 10)

C’è un filo sottile che unisce Steven Spielberg e J.J. Abrams. È un filo fatto di celluloide, quella della pellicola dei vecchi filmini in Super 8. Sono stati proprio questi a far incontrare Spielberg a J.J. Abrams e Matt Reeves (il regista di Cloverfield): i due avevano sedici anni e il regista di E.T. li contattò per chiedere loro di restaurare due suoi filmini. Così Spielberg non ha potuto dire di no quando Abrams gli ha chiesto di produrre un film su un gruppo di bambini che si diverte a girare dei filmini amatoriali in una piccola città dell’America. In molti dicono che J.J. Abrams è il nuovo Spielberg, un fantasioso creatore di mondi. La cosa è ancora tutta da dimostrare. Ma questo film, con Abrams alla regia e Spielberg in veste di produttore, suona come un’investitura, un passaggio di consegne dal papà di E.T. al papà di Lost.

Lilian, Ohio, America, 1979. I Blondie cantano Heart Of Glass, gli Knack la loro My Sharona, i ragazzi ascoltano la musica nei walkman a cassette e si divertono con il cubo di Rubik. Un gruppo di ragazzi sta girando uno zombie movie alla Romero. Un giorno, durante la ripresa di una scena clou, riprendono un pauroso incidente ferroviario. In quel treno c’è qualcosa di strano, che potrebbe essere stato registrato nel loro nastro. Nel frattempo, in città iniziano a sparire i cani e i motori delle macchine, lo sceriffo viene ucciso e accadono altri strani fenomeni.

Quel filo di celluloide di cui parlavamo non si è spezzato. Super 8 è un atto d’amore verso il cinema, e in particolare verso il cinema di Steven Spielberg, i suoi E.T. e i suoi Incontri ravvicinati del terzo tipo. È un film carico d’affetto per un tipo di cinema che non si fa più, quel cinema d’avventura che guardava il mondo con gli occhi curiosi e appassionati di un ragazzino preadolescente. È il cinema di Spielberg, certo, ma anche quello de I Goonies e Stand By Me. Quello che riusciva a mantenere ancora quel pizzico di ingenuità e di stupore che oggi sembrano non esserci più. Ne sentivamo la mancanza, ed è bello riavere tra noi un film di questo tipo.

Se è vero che in Super 8 c’è tanto Spielberg (vedi il solito rapporto tormentato tra padre e figlio), è anche vero che c’è tanto J.J. Abrams. La storia è quella di Lost e di Cloverfield (il film diretto da Matt Reeves da considerare a tutti gli effetti un film di Abrams, che lo ideato e prodotto): un gruppo di persone capitate per caso in qualcosa di ignoto e molto più grande di loro. E molto pericoloso. Ci sono ancora le riprese domestiche di Cloverfield, delle riprese casuali che però sembrano racchiudere la risposta all’enigma. Anche qui torna un tema che sembra ricorrere in Abrams, quella fiducia nelle immagini e nella loro capacità di raccontare la verità, di dare risposte, di cogliere l’essenza delle cose. Certo, Abrams, come in Lost, si dimostra più bravo a creare attesa, mistero, a tenerci in sospeso, che a svelare e a chiudere la storia. Che, man mano che si avvicina alla fine, comincia ad avvicinarsi un po’ troppo a Cloverfield e a perdere originalità.

Forse anche per questo Super 8 non è un capolavoro. Ma rimane uno spettacolo molto avvincente. Vi consigliamo di rimanere in sala anche durante i titoli di coda, per vedere il fantomatico filmino horror che i ragazzini stavano girando finalmente ultimato. È anche da questi dettagli che si capisce l’amore per il cinema di un Autore. E se i risultati di Abrams al cinema (è già invece nella storia della tv) sono ancora tutti da dimostrare, il fuoco che lo anima è quello di Spielberg. Se il nuovo Spielberg forse è… Spielberg stesso, il filo di celluloide tra i due è ancora ben saldo. E speriamo che non si rompa.

Da vedere perché: è un atto d’amore verso il cinema di Steven Spielberg, un film carico d’affetto per un tipo di cinema che non si fa più, quel cinema d’avventura che guardava il mondo con gli occhi curiosi e appassionati di un ragazzino.

05
Set
11

Ruggine. Una favola senza lieto fine…

Voto: 5,5 (su 10)

C’era una volta un gruppo di bambini, e un orco. Sì, Ruggine, di Daniele Gaglianone, presentato ieri alle Giornate degli autori del Festival di Venezia, e da oggi nelle sale, è una favola moderna. Quella di Carmine, Sandro, Cinzia, bambini di un quartiere di periferia nel nord degli anni Settanta. E del dottor Boldrini, il nuovo medico tanto stimato dai loro genitori. È lui l’uomo nero, l’orco della favola, un orco dalle sembianze gentili, che non sembra tale. Da lui i bambini dovranno liberarsi, anche se quella storia rimarrà attaccata loro, come ruggine.  Carmine, Sandro e Cinzia sono diventati grandi, li vediamo nella loro vita di tutti i giorni. E capiamo che c’è qualcosa che non va.

È il “racconto di un’estate”, Ruggine, come recitava il sottotitolo italiano di Stand By Me. E mentre anche il cinema americano, con J.J. Abrams e Super 8, ritorna a raccontare l’infanzia, anche il cinema italiano riprende a raccontare storie di infanzie spensierate e poi violate. Ovviamente qui, rispetto al cinema americano, tutto è più rarefatto, accennato. E desolato. I bambini si muovono in una singolare periferia meccanica e metallica, fatta di lamiere e depositi fatiscenti e arrugginiti. Le figurine di “Puliciclone”, le lucertole catturate e messe nelle bottiglie, i giornalini porno sono i giochi più o meno innocenti di questi bambini in bilico tra infanzia e adolescenza. Ma nell’aria afosa resta sospeso il sottile alito di un mistero, qualcosa che attende i bambini ignari, e li segue ancora oggi nelle loro vite.

È questa attesa a tenere in piedi il film. Un’attesa per qualcosa che viene svelato alla fine del film, ma che durante tutta la sua durata (un’ora e cinquanta minuti) finisce per rivelarsi estenuante. E vuota. Perché Gaglianone riesce a creare una grande atmosfera, rievocando con nostalgia gli anni Settanta (come aveva fatto Salvatores in Io non ho paura), ma non riesce egualmente a costruire un racconto. Tutto appare troppo rarefatto, diluito, i personaggi appaiono solo tratteggiati e mai disegnati appieno. Mentre l’orco di Filippo Timi è fin troppo caratterizzato dagli istrionismi di un attore sempre perfetto, ma qui forse eccessivo per quelli che sono i registri del racconto. In fondo, fino allo svelamento finale, non accade quasi nulla, soprattutto per quanto riguarda le scene nel presente, che si susseguono in montaggio alternato a quelle del passato, senza dire quasi nulla, reiterando all’infinito la stessa situazione. Così anche attori come Valerio Mastandrea, Stefano Accorsi e Valeria Solarino, che sono Carmine, Sandro e Cinzia da grandi, sembrano quasi trattenuti e non utilizzati come potrebbero.

Gaglianone con il suo film fa poesia, arte. Spaventa creando rumori sinistri grazie al movimento di un ascensore, con il borbottio della voce di Timi. Racconta follia e solitudine con le gocce d’acqua che solcano il parabrezza durante un lavaggio. Crea un contesto desolato grazie alle pennellate metalliche della colonna sonora a base di chitarra rock di Evandro Fornasier, Walter Magri e Massimo Miride, che si integrano bene con la musica di Vasco Brondi, alias Le luci della centrale elettrica, che firma la canzone dei titoli di coda, Un campo lungo cinematografico. Ma sotto questa grande atmosfera la struttura del film manca di solidità. Non c’è un lieto fine nella favola dei tre bambini e dell’orco, perché anche da grandi i tre bambini non sono ancora liberi dal Male. Non è un lieto fine nemmeno il risultato del film Ruggine, riuscito solo a metà. Potrà avere un lieto fine il percorso artistico di Gaglianone, un regista che i numeri ce li ha.

Da non vedere perché: sotto una grande atmosfera, che ricrea con nostaglia gli anni Settanta, la struttura del film manca di solidità

 

02
Set
11

I segreti della mente. Il terrore corre sempre sul filo…

Voto: 6,5 (su 10)

Il terrore corre sul filo, ci diceva un vecchio thriller di Anatole Litvak. Corre sul filo anche oggi: ma il filo è quello della connessione web. Ce lo racconta I segreti della mente, titolo italiano un po’ banalotto di Chatroom, che esce un po’ in sordina a oltre un anno dalla sua presentazione a Cannes. A raccontarci questa storia è qualcuno che ci ha già spaventato molto: è Hideo Nakata, autore di quel Ringu (poi diventato The Ring nei remake occidentali, il secondo girato proprio da Nakata) in cui la morte arrivava attraverso una videocassetta maledetta. La tecnologia porta sempre dei pericoli: è questo che sembra volerci dire ancora Nakata.

Che ne I segreti della mente, però, passa dall’horror all’orrore quotidiano: non ci sono mostri né fantasmi, ma le perversioni della mente, come suggerisce il titolo italiano. La storia è quella di alcuni ragazzi che si incontrano in chat: tra questi, la “mente pericolosa” William (Aaron Johnson), il curatore di un forum, ascolta e consiglia i suoi “amici”, spingendoli ad azioni nella vita reale che rischiano di oltrepassare il limite. Nakata passa così dall’horror puro al thriller psicologico: in questo senso I segreti della mente svolge bene il suo dovere, tra ritmi techno e una fotografia nitida.

Quello che è interessante è il tentativo di dare una forma a qualcosa che non ce l’ha, di rendere reale e palpabile quello che è virtuale ed sfuggente: Nakata mette in scena il mondo della rete come uno strano hotel, un non luogo alla David Lynch, allo stesso tempo fatiscente e intrigante, dove il virtuale prende forma e diventa reale. D’altra parte chatroom vuol dire stanza per parlare. Così i dialoghi che avvengono in chat – che finora al cinema erano raccontati attraverso le schermate del computer, finendo per diventare anticinematografici – prendono vita e vengono messi in scena come se i protagonisti si trovassero davvero a parlare faccia a faccia in una stanza. Nakata gioca con il dualismo reale/virtuale colorando in modo diverso i due mondi: tanto la realtà è grigia nei suoi colori desaturati, tanto la chat è scintillante nella sua fotografia supersatura, dove i protagonisti sono più belli che nella vita reale, e a volte non sono nemmeno loro stessi.

Ecco, il problema de I segreti della mente, che regge bene il ritmo del racconto, anche se pare ammiccare troppo al mondo teen, è proprio questo. Il film di Nakata arriva fuori tempo massimo, e ci racconta – con una visionarietà notevole, certo – un mondo della rete che forse non esiste più. È vero che nella prima vita del web molti, nel mondo delle chat e di Second Life, baravano per essere qualcun altro o si costruivano dichiaratamente una seconda vita. Ma oggi siamo nel mondo del web 2.0, quello dei blog e di Facebook, quella piazza virtuale dove ognuno è se stesso, e si mette in scena confessandosi il più possibile. È la rete, bellezza. E oggi va più veloce che ogni altra cosa. E tutto il resto, anche il cinema, rischia di non andare alla stessa velocità.

Da vedere perché: Nakata mette in scena il mondo della rete come uno strano hotel, dove il virtuale prende forma e diventa reale. Ma rischia di arrivare fuori tempo massimo, e di raccontare una rete che oggi forse non c’è più.

 












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