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10
Set
11

Super 8. Quel filo che unisce Spielberg e Abrams

Voto: 7 (su 10)

C’è un filo sottile che unisce Steven Spielberg e J.J. Abrams. È un filo fatto di celluloide, quella della pellicola dei vecchi filmini in Super 8. Sono stati proprio questi a far incontrare Spielberg a J.J. Abrams e Matt Reeves (il regista di Cloverfield): i due avevano sedici anni e il regista di E.T. li contattò per chiedere loro di restaurare due suoi filmini. Così Spielberg non ha potuto dire di no quando Abrams gli ha chiesto di produrre un film su un gruppo di bambini che si diverte a girare dei filmini amatoriali in una piccola città dell’America. In molti dicono che J.J. Abrams è il nuovo Spielberg, un fantasioso creatore di mondi. La cosa è ancora tutta da dimostrare. Ma questo film, con Abrams alla regia e Spielberg in veste di produttore, suona come un’investitura, un passaggio di consegne dal papà di E.T. al papà di Lost.

Lilian, Ohio, America, 1979. I Blondie cantano Heart Of Glass, gli Knack la loro My Sharona, i ragazzi ascoltano la musica nei walkman a cassette e si divertono con il cubo di Rubik. Un gruppo di ragazzi sta girando uno zombie movie alla Romero. Un giorno, durante la ripresa di una scena clou, riprendono un pauroso incidente ferroviario. In quel treno c’è qualcosa di strano, che potrebbe essere stato registrato nel loro nastro. Nel frattempo, in città iniziano a sparire i cani e i motori delle macchine, lo sceriffo viene ucciso e accadono altri strani fenomeni.

Quel filo di celluloide di cui parlavamo non si è spezzato. Super 8 è un atto d’amore verso il cinema, e in particolare verso il cinema di Steven Spielberg, i suoi E.T. e i suoi Incontri ravvicinati del terzo tipo. È un film carico d’affetto per un tipo di cinema che non si fa più, quel cinema d’avventura che guardava il mondo con gli occhi curiosi e appassionati di un ragazzino preadolescente. È il cinema di Spielberg, certo, ma anche quello de I Goonies e Stand By Me. Quello che riusciva a mantenere ancora quel pizzico di ingenuità e di stupore che oggi sembrano non esserci più. Ne sentivamo la mancanza, ed è bello riavere tra noi un film di questo tipo.

Se è vero che in Super 8 c’è tanto Spielberg (vedi il solito rapporto tormentato tra padre e figlio), è anche vero che c’è tanto J.J. Abrams. La storia è quella di Lost e di Cloverfield (il film diretto da Matt Reeves da considerare a tutti gli effetti un film di Abrams, che lo ideato e prodotto): un gruppo di persone capitate per caso in qualcosa di ignoto e molto più grande di loro. E molto pericoloso. Ci sono ancora le riprese domestiche di Cloverfield, delle riprese casuali che però sembrano racchiudere la risposta all’enigma. Anche qui torna un tema che sembra ricorrere in Abrams, quella fiducia nelle immagini e nella loro capacità di raccontare la verità, di dare risposte, di cogliere l’essenza delle cose. Certo, Abrams, come in Lost, si dimostra più bravo a creare attesa, mistero, a tenerci in sospeso, che a svelare e a chiudere la storia. Che, man mano che si avvicina alla fine, comincia ad avvicinarsi un po’ troppo a Cloverfield e a perdere originalità.

Forse anche per questo Super 8 non è un capolavoro. Ma rimane uno spettacolo molto avvincente. Vi consigliamo di rimanere in sala anche durante i titoli di coda, per vedere il fantomatico filmino horror che i ragazzini stavano girando finalmente ultimato. È anche da questi dettagli che si capisce l’amore per il cinema di un Autore. E se i risultati di Abrams al cinema (è già invece nella storia della tv) sono ancora tutti da dimostrare, il fuoco che lo anima è quello di Spielberg. Se il nuovo Spielberg forse è… Spielberg stesso, il filo di celluloide tra i due è ancora ben saldo. E speriamo che non si rompa.

Da vedere perché: è un atto d’amore verso il cinema di Steven Spielberg, un film carico d’affetto per un tipo di cinema che non si fa più, quel cinema d’avventura che guardava il mondo con gli occhi curiosi e appassionati di un ragazzino.

25
Mag
10

Speciale Lost Stagione 6. This Is The End

E quindi uscimmo a riveder le stelle. Non è proprio questo il finale di Lost, appena andato in onda con la doppia puntata The End, ma poco ci manca. Potremmo riscrivere il celeberrimo finale dell’Inferno dantesco in questo modo: e quindi uscimmo a riveder la luce. (ATTENZIONE: CONTIENE SPOILER). È verso la luce, in tutti i sensi, che i protagonisti di Lost si dirigono nel commovente finale che Damon Lindelof e Carlton Cuse hanno pensato per la serie più amata della tv degli ultimi anni, e forse di tutti i tempi. È avvolto dalla luce Jack, nella famosa fonte nel cuore dell’Isola, dopo aver richiuso il tappo dal quale stava uscendo tutto il Male del mondo, dopo aver chiuso la porta dell’Inferno ed essersi sacrificato, accentuando sempre di più il carattere cristologico della sua figura. Vanno verso la luce tutti i protagonisti, che si riuniscono nella realtà alternativa, in quella che credevamo Los Angeles, in quelli che credevamo i flash-sideways, e che invece sono qualcos’altro. La Los Angeles che credevamo fosse il luogo dove i naufraghi arrivano nell’ipotesi in cui il volo Oceanic 815 non si sia schiantato sull’Isola è invece un mondo ideale, dove i personaggi devono fare un ultimo percorso, capire qual è stata la loro vita e qual è il loro destino. “Lasciar andare” è la parola che sentiamo dire più spesso. Accettare. E una volta che ognuno capisce qual è il proprio destino, nel suo volto appare un senso di pace, di felicità assoluta.

Il Paradiso, probabilmente. È lì che stanno andando i nostri eroi, e ormai, dopo sei anni passati insieme, nostri amici. E la Los Angeles dei flash-sideways è probabilmente una sorta di Purgatorio, un luogo dove compiere l’ultima purificazione prima di passare a una nuova vita. Finora credevamo che il Purgatorio fosse l’Isola. Non è proprio così. L’Isola c’è stata, nella vita reale dei protagonisti. E infatti nella Los Angeles dei flash-sideways, tramite una serie di dejà-vù, tutti i protagonisti prima o poi ricordano. L’Isola è stata una sorta di Purgatorio in terra, un luogo dove fare i conti con i propri peccati e i propri limiti, con i propri fantasmi e le proprie paure. Un luogo di crescita, di espiazione, di purificazione. Lo capiamo completamente solo adesso. L’Isola, lo sapevamo da qualche puntata, è una sorta di tappo che tiene chiuso il Male. Una sorta di porta, sia per l’Inferno che per il Paradiso. Un luogo dove l’uomo è messo alla prova. Ma, ora capiamo meglio anche questo, l’Isola non è un fine, ma un mezzo. Qualcosa che ci permette di arrivare altrove.

Paradiso, Inferno, Purgatorio. Questi sono i nomi legati alla religione cristiana che utilizziamo per semplicità. Ma la grandezza di Lost è quella di aver superato le religioni (anche se il padre di Jack, che gli dà la fatidica notizia, si chiama Christian Sheperd, che suona come pastore cristiano), di offrire una visione laica e concreta dell’aldilà. Lost prova a dare una risposta al senso della vita, a ipotizzare la possibilità di un’altra vita per la quale quella che viviamo ora, e che ci sembra tutto, può essere solo una preparazione. Abbiamo scritto che Lost è come un grande poema epico, Iliade e Odissea insieme (la guerra e il viaggio senza fine). Ma Lost è anche una Divina Commedia 2.0, una Divina Commedia pop e realista, aggiornata alla forma visiva e al sentire comune dei nostri tempi. Lost prova a fare domande e a risposte a

temi su cui le religioni e la filosofia lavorano da sempre. E lo fa nel modo migliore, senza citare mai una religione dominante. Parliamo del Paradiso per comodità, ma l’illuminazione a cui arrivano i nostri personaggi può essere anche il Nirvana, la liberazione dalle pene terrene, a cui si arriva alla fine di un percorso di reincaranzioni, di cui parla il Buddismo. E potremmo andare avanti ancora a lungo. Quello che è efficace di Lost è che riesce a regalarci una visione molto concreta, “terrena”, semplice e attuale della vita eterna: ritrovare chi amiamo, smettere di scappare e di nascondersi, trovare il proprio posto nel mondo. Forse sarà banale. Ma a noi basta così.

Quella Stagione 6 che sembrava girare a vuoto, in cui forse qualche situazione sembrava stiracchiata, finisce nel migliore dei modi (tornando al punto di partenza: con un occhio che si chiude dove si era aperto) e consegna Lost alla storia della fiction televisiva, accanto a Twin Peaks di David Lynch. Come la storica serie creata dal maestro del cinema, anche qui non sempre bisogna seguire la logica, ma conta seguire le emozioni. Come Twin Peaks anche Lost va seguita di cuore e di pancia, prima ancora che di testa. Non conta capire, ma credere. È proprio “credere” la chiave per la crescita dei protagonisti. Grazie a una scrittura che crea costantemente mistero e attesa, grazie a un approfondimento psicologico creato dalla dialettica tra i vari piani temporali, grazie a una sceneggiatura sempre debitrice della cultura pop (vedi il riferimento a Yoda e a Star Wars, passione del papà di Lost J.J. Abrams, proprio nell’ultima puntata), Lost ha rivoluzionato il mondo delle serie tv. E forse ha cambiato anche la nostra vita. Proprio grazie a una grande sceneggiatura, quello che sarebbe un finale tragico diventa quasi un lieto fine. Allora potrebbe esserlo anche quello di tutte le nostre vite. Forse abbiamo capito che quando sarà il momento, potremmo “lasciar andare” con tranquillità. Nel posto dove andremo, e nella nuova vita che ci aspetta, troveremo chi ci ama.

 

21
Mag
10

Speciale Lost Stagione 6. Quasi vicini alla fine

“Siamo quasi vicini alla fine”. È Jacob, il deus ex machina dell’Isola, a pronunciare queste parole in What They Died For, il penultimo episodio (il n.16) della sesta e ultima stagione di Lost. Che chiuderà i battenti nell’attesissimo gran finale del 23/24 maggio (domenica 23 in America, mentre saranno le sei di mattina del 24 da noi). Sono le parole di Jacob, ma rappresentano proprio il punto in cui siamo arrivati in una delle saghe più appassionanti della storia della televisione: ancora una puntata (doppia) e tutto sarà finito. Ci sentiremo tutti un po’ più vuoti. Ma anche liberi da un’ossessione. Quella di capire cosa diavolo sia quest’Isola e cosa ci stiano a fare i naufraghi.

Com’era prevedibile, la sesta stagione non chiarisce tutti gli interrogativi delle stagioni precedenti, ma svela alcune cose, alcune in maniera un po’ deludente, altre in maniera più soddisfacente. Proprio nell’episodio 16, What They Died For, abbiamo visto Jacob, che abbiamo capito essere il custode dell’Isola, parlare con i quattro “candidati” a prendere il suo posto come custodi. Si tratta di Jack, Kate, Sawyer e Hugo/Hurley. Sono loro, tra i naufraghi, quelli più importanti. E quelli che – finora – sono sopravvissuti. Scelti non a caso: ognuno di loro nella vita reale stentava a trovare un senso alla propria vita, era solo, aveva fallito, o aveva dei demoni da cui scappare. Per loro l’Isola è una possibilità, è una redenzione, una vocazione. E non stupisce che ad accettare la “chiamata” sia stato Jack, il dottor Sheperd, colui che più di tutti sembra avere sofferto nella sua vita sulla terraferma. Colui che, vista anche la sua professione, dalla prima serie ha cercato di salvare la gente. È una figura cristologica, il Jack Sheperd di Lost. Così come Jacob sembra la figura più vicina a un Dio, vista la sua onniscienza. Ma è un dio mortale, e infatti lascia il suo posto a Jack. Ogni medaglia ha il suo rovescio. E come il Diavolo fu creato da Dio facendo cadere un angelo, così è stato proprio Jacob a creare l’Uomo in Nero, una figura volutamente senza nome, che altri non è che il suo gemello. Rivoltatosi contro la madre, per la sua voglia di conoscere il mondo da lei negata, è stato punito da Jacob e trasformato in un mostro di fumo nero (altra risposta che finalmente abbiamo avuto). Che, in quest’ultima serie, ha preso le sembianze di John Locke. Vuole a tutti i costi, da centinaia di anni, abbandonare l’Isola. E ora vuole distruggerla.

Stiamo finalmente avendo delle risposte alla domanda PERCHE’?. Si tratta di capire perché  il destino dei naufraghi è stato quello di finire sull’Isola. Nella prima stagione la domanda era DOVE? (dove siamo?), nella seconda COSA? (cosa c’è nella botola?), nella terza e la quarta CHI? (chi sono gli altri?), e nella quinta QUANDO? ( i viaggi avanti e indietro nel tempo). Ma c’è ancora un COSA da capire: che cos’è l’Isola? Da tempo, come molti, sosteniamo che sia qualcosa di simile al Purgatorio, una “terra di mezzo” dove le persone sono messe alla prova, espiano le proprie colpe, ed escono “purgati”, purificati. O muoiono, magari dopo aver ritrovato se stessi. L’episodio Ab Aeterno ci ha spiegato che forse ci siamo andati vicini: Jacob mostra a Richard una bottiglia di vino, con un tappo. Se nella bottiglia ci sono tutti i mali del mondo, l’Isola è il tappo. È quella cosa che permette al Male di non uscire e di non invadere il mondo. La porta degli Inferi? Nella puntata 15, Across The Sea, abbiamo finalmente visto cos’ha di prezioso l’Isola: una fonte in cui è custodita una luce (“la” luce?). Se qualcuno entra nella fonte per far uscire la luce, rischia di far uscire la luce che c’è in ognuno di noi. Tra poco avremo le risposte.

Ma siamo sicuri che vogliamo averle? Lost è una di quelle opere che affascinano più per le domande che pone che per le risposte che dà. E la sua sapiente arte è proprio quella di affascinare, spiazzare, disseminare indizi. Un po’ come un film di David Lynch (e infatti è probabilmente il miglior prodotto narrativo televisivo dai tempi di Twin Peaks). A questo proposito, la sesta e ultima stagione ha

introdotto un ulteriore elemento narrativo. Se finora J.J. Abrams (in Lost ma anche nei suoi film) aveva approfondito le personalità dei personaggi in una dialettica tra presente, passato e futuro (mostrami da dove vieni e ti dirò chi sei), raccontando il prima e il dopo Isola in una serie di flashback e flashforward, qui introduce un’altra categoria: i flash-sideways, in cui racconta una realtà alternativa, un “what if”. Ci mostra quale sarebbe stata (o qual è) la vita dei passeggeri dell’Oceanic senza il fatidico incidente. I nostri atterrano a Los Angeles,  ma sono destinati a incontrarsi comunque. E, cosa ancora più curiosa, una serie di deja vù sembra far capire loro che l’Isola nelle loro vite c’è stata lo stesso. La risposta potrebbe essere questa: l’esplosione che chiudeva la quinta serie e apriva la sesta, potrebbe aver cancellato (o meno) i fenomeni elettromagnetici dell’Isola, e aver impedito lo schianto del volo Oceanic 816. Così la vita vera dei protagonisti potrebbe essere quella che vivono a L.A. O l’esplosione potrebbe aver fallito e quella di Los Angeles potrebbe essere soltanto un’ipotesi. Anche questo lo scopriremo solo vedendo.

Archetipica e ancestrale, Lost è Odissea e Iliade messe insieme: delle persone costrette a vagare lontano dalla propria casa, senza poterla raggiungere, e destinate a non trovare pace nemmeno una volta giunte a destinazione. Persone costrette sempre alla guerra, allo scontro con degli “Altri”. Ma Lost, come i vecchi poemi epici, non opera solo sulla storia, ma va a livelli più profondi, a scavare nel nostro inconscio. Non a caso nelle vicende di molti dei personaggi ci sono dei rapporti irrisolti con i propri padri. C’è la presenza di qualcuno che tesse le fila del Destino, come le mitologiche Parche. Ancora poche ore, e capiremo quale sarà il Cavallo di Troia scelto da J.J. Abrams e Damon Lindelof per concludere la storia.

 

21
Mag
09

Lost. Il mistero della fede

3Un uomo tesse dei fili a un telaio. Dei fili che diventano parte di una trama più complessa. È la prima scena dell’ultima puntata della quinta stagione di Lost, andata in onda in America qualche giorno fa. Quell’uomo è Jacob, il fantomatico capo dell’Isola, che finora non avevamo mai visto. A vederlo tessere quei fili ci vengono in mente le Parche, le dee che tessevano i fili del Destino nei poemi omerici. Ed è qui che ci viene in mente la forza di Lost. C’è chi dice che tutte le storie create dall’uomo si riducono a due archetipi: l’Iliade e l’Odissea. La serie creata da J.J. Abrams e Damon Lindelof è l’Odissea e l’Iliade messe insieme: delle persone costrette a vagare lontano dalla propria casa, senza poterla raggiungere, e destinate a non trovare pace nemmeno una volta giunte a destinazione. Persone costrette sempre alla guerra, allo scontro con degli “Altri”. Ma Lost, come i vecchi poemi epici, non opera solo sulla storia, ma va a livelli più profondi, a scavare nel nostro inconscio. Non a caso nelle vicende di molti dei personaggi ci sono dei rapporti irrisolti con i propri padri. Mentre la puntata prosegue (sull’Isola, negli anni Settanta, alcuni personaggi sono alle prese con i famosi fenomeni elettromagnetici che saranno alla base dei problemi della botola della seconda serie, mentre ai giorni nostri Locke sta cercando Jacob), grazie ai famosi flashback scopriamo – e con gli spoiler ci fermiamo qui, promesso – che Jacob ha già incontrato molti dei naufraghi nelle loro vite sulla terraferma. E sempre in momenti in un certo senso sospesi tra la vita e la morte. Chi è allora il misterioso Jacob? Una specie di Dio, un deus ex machina di natura divina? Colui che tesse le fila del Destino, come le mitologiche Parche? E perché ha sempre lo stesso aspetto, e non invecchia mai?

Come si può capire, la quinta stagione di Lost dà ancora poche risposte agli interrogativi delle serie precedenti. Anzi, ne pone altri. È quella che più di ogni altra ribalta le carte in tavola e sposta gli interrogativi. Se nella prima stagione la domanda era DOVE? (dove siamo?), nella seconda COSA? (cosa c’è nella botola?), e nella terza e la quarta CHI? (chi sono gli altri?), in questa quinta stagione la domanda è più che mai QUANDO? I nostri eroi, infatti, sono sballottati avanti e indietro nel tempo, dopo che l’Isola è stata spostata. Così ci troviamo addirittura negli anni Settanta, ed entriamo negli alloggi della Dharma Initiative, che finora avevamo visto solo abitate dagli Altri, e conosciamo persone che avevamo visto solo nei filmati in bianco e nero trovati nella botola. È chiaro che la domanda della prossima stagione, la sesta e ultima, dovrà essere PERCHE’?

I viaggi nel tempo che hanno caratterizzato questa quinta stagione ci permettono di inserire ancora meglio Lost nella poetica di J.J. Abrams, che su un paradosso temporale ha costruito anche il suo ultimo, riuscitissimo Star Trek. E permette anche ad Abrams e ai suoi sceneggiatori di cimentarsi con la loro passione per la cultura pop. Tra i momenti più divertenti della stagione infatti c’è Hurley che controlla se la sua mano sta per scomparire lentamente, come accadeva a Michael J. Fox in Ritorno al futuro. Lo stesso Hurley, visto che si trova nel ’77 ed è appena uscito Guerre stellari, prova a scrivere la sceneggiatura de L’impero colpisce ancora, apportando alcune modifiche al copione. L’impero colpisce ancora – come ci raccontava Abrams a Roma qualche mese fa – è uno dei film preferiti dal creatore di Lost. Nel cui universo tutto torna. Ma accanto alla cultura pop ci sono interrogativi importanti, come la possibilità, e la scelta, di cambiare il proprio futuro.

Come ognuna delle puntate che chiudevano le stagioni, la suspence è spinta al massimo, intorno a quella che Hitchcock definiva la più classica delle deadline: lo scoppio di una bomba. E anche il cliffhanger che ne segue è uno dei migliori della serie. Troveremo risposte nell’ultima stagione? Forse no, e continueremo ad adorare Lost. Perché quello che lega il pubblico a questa serie è un atto di fede. Si crede anche senza avere delle risposte.

 

 












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