Posts Tagged ‘Malick

17
Set
11

Il debito. La verità è un lusso

Voto: 6 (su 10)

La verità è un lusso. Lo sentiamo dire a uno dei personaggi de Il debito, e in questa frase è racchiuso tutto il senso di un film più attuale di quello che sembra. Non era stata detta tutta la verità, molto tempo fa, a proposito di un’operazione del Mossad: nel 1965 tre agenti israeliani furono incaricati di catturare un ex criminale nazista, noto come il Chirurgo di Birkenau, che fu preso a Berlino Est e poi ucciso mentre tentava di scappare. O almeno, così racconta il libro della figlia di Rachel, secondo il quale lei e i suoi due colleghi erano diventati degli eroi in patria. Ma le cose non erano andate davvero così. La verità è un lusso. Perché, da sempre e oggi più che mai, dobbiamo attenerci alle versioni di chi ci racconta i fatti, siano essi militari, politici, giornalisti. Per questo Il debito è un film attualissimo: pensiamo solamente a Bin Laden, scovato, catturato e ucciso, almeno stando a quello che ci hanno raccontato. Anche se nessuno ha visto il cadavere, né le foto. Ci siamo semplicemente fidati di un annuncio.

Il debito è un film attuale, e lo sarebbe stato ancora di più se il regista John Madden (sì, proprio quello di Shakespeare In Love e Il mandolino del capitano Corelli, qui in un film che sembra lontano dalle sue corde) avesse insistito su questo tema, ricollegandolo in qualche modo a quello che accade oggi, rendendolo qualcosa di universale. Invece il film perde vigore proprio nella parte dedicata ai giorni nostri, piuttosto frettolosa, mentre funziona piuttosto bene in quella ambientata nel 1965, in cui il regista sembra riprendere, forse fin troppo, la lezione di Spielberg e del suo Munich. Le atmosfere e i temi sono quelli, e in tutta la sua prima parte Il debito sembra essere un Munich in miniatura. Senza Spielberg, ovviamente, perché il tocco non è certamente quello del maestro americano. Madden riesce a giocare bene però nella scena chiave, quella della fuga e dell’uccisione del nazista, mostrata due volte con esiti diversi. Senza volervi svelare nulla, vi diciamo solo che il regista gioca con un trucco antico, quello del finto flashback che Hitchcock usò in Paura in palcoscenico, e che condiziona la percezione dello spettatore riguardo alla vicenda. Così come è particolarmente efficace la scena in cui il Chirurgo di Birkenau compare in scena davanti a Rachel, nei panni di un ginecologo: è inquietante e beffardo vedere un assassino nazista maneggiare i ferri ginecologici, e ancora di più pensare che fa il lavoro di chi aiuta a dare la vita, mentre prima era quello che il cui scopo era toglierla.

Rachel da giovane è interpretata da Jessica Chastain (da adulta è Helen Mirren), la luminosa e vibrante attrice che avevamo ammirato in The Tree Of Life di Terrence Malick. Accanto a lei c’è Sam Worthington, che, dopo Avatar, non sbaglia un film. I due brillano di luce propria e si illuminano a vicenda, e quando sono in scena insieme il film si accende naturalmente. E vira sul mélo, perché è anche la storia di una donna divisa tra due uomini. Spy-story, action, mèlo, opera morale: Il debito è tutto questo insieme, e forse niente di tutto questo, restando indeciso tra i vari registri di questi generi. Pur restando un film imperfetto e incompiuto, non può non intrigare, portando avanti quell’infinito flashback sul Nazismo che caratterizza da molto tempo il cinema, un flashback su un tema che, per quanto continueremo a indagarlo, continuerà a essere un nerissimo mistero della storia dell’uomo.

Da vedere perché: piacerà a chi sono piaciute le atmosfere e le tematiche di Munich. Ma la tensione del film di Spielberg qui dura solo per metà film.

17
Giu
11

I guardiani del destino. Blade runner è il presente

Voto: 7,5 (su 10)

Blade Runner è ambientato nel 2019. Praticamente dietro l’angolo. Sì, Philip K. Dick è un autore di fantascienza, una mente paranoica ma anche un filosofo, un uomo che è stato in grado di predirci il futuro e di interrogarsi sulla nostra natura e su quello che c’è intorno a noi. Philip K. Dick non è fantascienza, è realtà: la replicazione degli esseri umani, la vita virtuale, le guerre – più che le indagini – preventive sono già tra noi. Per questo non occorre più ambientare le sue storie nel futuro: Dick è ormai nel nostro mondo, e quello che ha scritto ci riguarda tutti. I guardiani del destino (The Adjustment Bureau), tratto dal suo racconto Squadra riparazioni (The Adjustment Team), diretto dall’esordiente George Nolfi (sceneggiatore di The Bourne Ultimatum), porta Philip K. Dick nei giorni nostri, nella New York di oggi dove David (Matt Damon), giovane candidato al Senato degli Stati Uniti, la sera delle elezioni incontra Elise (Emily Blunt), affascinante e dolce ballerina. Tra loro è colpo di fulmine. Eppure, qualcosa, o qualcuno, impedisce ai due di incontrarsi di nuovo: esiste un disegno, secondo il quale non possono stare insieme. Sono destinati ad altro.

America oggi, dicevamo. Ha un’ambientazione attuale, e per nulla fantascientifica, il film di George Nolfi. Per la prima mezz’ora, dal ritmo forsennato, sembra una di quelle commedie americane dove politica e sentimenti si intrecciano. Se non fosse per quegli uomini vestiti elegantemente rètro, con cappotti e cappelli, che sembrano usciti da Gli intoccabili di De Palma. La fantascienza irrompe nel film all’improvviso, dopo trenta minuti, con la presenza di questi uomini che si fa più palese, definita, anche se comunque misteriosa. Angeli? Agenti? Guardiani? E chi li comanda? Loro lo chiamano Presidente, ma chiunque può chiamarlo come crede. Avete mai notato nella vostra vita qualcosa che non quadra, qualche contrattempo apparentemente stupido che vi fa perdere del tempo? E se dietro ci fosse questo adjustment bureau, questo ufficio degli aggiustamenti che mette dei piccoli ostacoli nelle nostre giornate perché la nostra vita non prenda un’altra strada da quella che è stata scritta?

La funzione di questi agenti è quella che nella mitologia antica era appannaggio delle Parche, le tessitrici del Fato, cioè del destino, di ciò che è stato scritto da un essere superiore. Qui, al posto dei fili tessuti da un telaio, ci sono degli schemi, una sorta di disegni da ingegnere, riportati su un taccuino. È in questo senso che diciamo che quella di Philip K. Dick è filosofia: i suoi scritti, e di conseguenza il cinema tratto da essi, si pone domande sulla nostra condizione, domande  su cui l’uomo si interroga dall’antichità. Siamo in possesso di un libero arbitrio o è solo un’illusione? Siamo gli artefici del nostro destino o c’è qualcuno che decide per noi? Cosa c’è nel segreto dell’incontro con la persona con cui passeremo la vita? In questo senso, quello di Philip K. Dick by George Nolfi è un altro modo di fare cinema-filosofia, completamente diverso da quello di Terrence Malick e del suo The Tree Of Life, molto meno autoriale e più di intrattenimento, ma egualmente intenso ed efficace.

Inquietante, misterioso, ma anche romantico e struggente (anche grazie alle interpretazioni convinte di Damon e Blunt), I guardiani del destino è un film che tiene incollato lo spettatore alla sedia, ma che si insinua nella nostra testa a lungo anche dopo la visione. Tra Matrix, Dark City (cioè Tempo fuori luogo, altro libro di Dick) e una classica storia d’amore, I guardiani del destino è un modo molto intelligente di rileggere Philip K. Dick, spogliandolo di tutti gli orpelli futuristici e distopici che hanno spesso caratterizzato gli adattamenti cinematografici dei suoi scritti, proprio per ricordarci che le sue ossessioni ormai sono quelle di tutti noi, quelle del mondo di oggi, stretto tra l’estremo controllo, la sensazione di essere sempre osservati, l’idea di essere impotenti di fronte al destino che si compie. L’ambientazione a New York, fotografata con colori brillanti e nitidi, come se la stessimo vedendo sullo schermo lucido di un laptop, giova ulteriormente al film, con i suoi grattacieli che evocano una connessione tra cielo e terra, tra la nostra vita al piano terra e gli imperscrutabili piani alti dove qualcuno, forse, ci comanda. No, Blade Runner non è il futuro, ma il presente.

Da vedere perché: è un altro modo di fare cinema-filosofia, completamente diverso da quello di Terrence Malick e del suo The Tree Of Life, molto meno autoriale e più di intrattenimento, ma egualmente intenso ed efficace.

 












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