Posts Tagged ‘George Clooney

10
Set
10

The American. Anton Corbijn colora George Clooney

Voto: 7,5 (su 10)

Entrambi hanno a che fare con delle macchine. Entrambi devono guardare dentro un obiettivo, prendere la mira, e centrare il soggetto. Il fotografo e il killer fanno un lavoro molto simile. Forse anche per questo Anton Corbijn, famoso fotografo rock (sue le copertine e i video di band come U2, Depeche Mode, Metallica), e autore del meraviglioso film Control (sulla vita di Ian Curtis), ha deciso di girare un film su un killer. The American è sì un thriller esistenziale, ma in fondo anche una riflessione sul suo lavoro. Jack (George Clooney) è un assassino che, dopo una missione finita in maniera più cruenta del previsto, si ritira nella campagna italiana, dove si finge proprio un fotografo. Deve portare a termine un ultimo lavoro: la creazione di un’arma letale. Nel frattempo si innamora di Clara (Violante Placido). E inizia a frequentare il prete locale (Paolo Bonacelli).

The American è un film tutto giocato sull’attesa. Praticamente e apparentemente agli antipodi del film d’esordio di Corbijn, Control. Se lì gli eventi scorrevano veloci, e apparentemente incontrollabili, qui accade tutto molto lentamente, e il protagonista cerca di tenere il più possibile tutto sotto controllo. Entrambi i film sono accomunati da un senso di morte che incombe sulla storia: quella di Ian Curtis è annunciata, ed evocata da quello stendipanni inquadrato poco prima, a cui si impiccherà. In The American sappiamo che prima o poi accadrà qualcosa in questo senso, perché per tutta la vicenda è in scena questo misterioso fucile, che servirà a uccidere qualcuno.

Il Jack di George Clooney, che in questo film è convinto e convincente (così come una bellissima Violante Placido, mai così intensa e sensuale nella sua carriera) è la versione noir del protagonista di Tra le nuvole, in cerca d’amore forse fuori tempo massimo, ma anche il gemello di Carlito Brigante, criminale in cerca di una nuova vita in extremis. Per questo The American può essere considerato una sorta di Carlito’s Way in chiave ultra minimalista.

 Anton Corbijn colora George Clooney con gialli e rossi intensi, pastosi e oscuri. Il suo stile, al solito, è controllatissimo e impeccabile: immagini come fotografie o quadri (l’inquadratura nella caffetteria che sembra riprendere Hopper), attenzione per gli oggetti e i particolari. The American è stato girato in Abruzzo, tra Sulmona e Castel del Monte. Corbijn inquadra i monti da lontano, in modo che le strade che tagliano i paesaggi siano come il tratto di un pennello su una tela, creando così quadri astratti e bellissimi. The American è un film molto particolare, che si insinua dentro di noi lentamente e profondamente. È un film non destinato al grande pubblico. E questo ci fa riflettere sulla curiosa seconda vita di Anton Corbijn. Se i suoi videoclip e le sue foto, diventate le copertine più famose della storia del rock (The Joshua Tree su tutti), hanno raggiunto miliardi di persone, da cineasta sembra scegliere film di nicchia, difficili, destinati a raggiungere pochi. Ma, per tornare al parallelismo di apertura, a fare sempre centro.

 Da vedere perché: E’ il film che George Clooney ha girato in Italia, in Abruzzo, ed è diretto da Anton Corbijn con un grande senso pittorico. Thriller dell’anima, è un Carlito’s Way in versione ultra minimalista

 

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16
Apr
10

Fantastic Mr. Fox. Il fantastico Signor Anderson

Voto: 7,5 (su 10) 

Aprite il libro e iniziate a sfogliare. Come I Tenenbaum, Fantastic Mr. Fox inizia con un libro che si apre, e segue la sua struttura a capitoli. Perché è tratto da un libro famoso (di Roald Dahl, quello de La fabbrica di cioccolato), certo. Ma questo inizio è solo il primo dei tanti marchi di fabbrica di Wes Anderson, qui al suo primo film d’animazione. E, da personaggio anticonformista, rétro, fuori dal tempo e dalle mode, il fantastico Signor Anderson non poteva che optare per una scelta controcorrente. In tempi di computer grafica, effetti speciali e 3D, il nostro eroe opta per un film orgogliosamente tradizionale, basato su una tecnica antica e minuziosa, come quella della stop motion, o passo uno, dove in scena ci sono dei veri pupazzi, che vengono mossi e fotografati per creare così ogni singolo fotogramma di film.

La storia, tratta dal sottile libro di Dahl e rielaborata da Anderson secondo la sua sensibilità, è quella del signor Fox. Una volpe, da sempre abituata a rubare galline, che per amore si ritira per fare il giornalista. Ma la sua natura lo porta a fare un ultimo, triplo “colpo”, contro i tre ricconi che dominano la vallata con le loro fabbriche. Mentre il figlioletto Ash, già alle prese con l’ingombrante figura paterna, si trova come rivale anche il brillante cugino Kristofferson. Il Signor Fox è vestito con un elegante e snob completo in velluto chiaro a coste. Proprio come ama vestirsi il suo creatore Anderson. È modellato su George Clooney (il Danny Ocean per eccellenza, e infatti la storia è costruita sullo stile dei film di rapina), che doppia Mr. Fox in originale (da noi lo fa benissimo il grande Pannofino). Ma nella malinconia dei suoi occhi ci sembra di scorgere anche quella di un altro attore feticcio di Anderson, Bill Murray. I ragazzi, come quelli de I Tenenbaum, sono spesso vestiti con scarpe da tennis e tute sportive. Tutto questo per dire che siamo sì in un film d’animazione. Ma siamo soprattutto in un film di Wes Anderson.

Sono presenti infatti tutte le ossessioni del regista. Al quale interessa sì l’intreccio della storia, interessa far ridere con situazioni che scorrono sempre sul filo dell’assurdo e del surreale, ma interessano soprattutto le dinamiche familiari. Come in ogni suo film, da Rushmore a I Tenenbaum a Le avventure acquatiche di Steve Zissou fino a Il treno per il Darjeeling, c’è un ragazzo alle prese con un’ingombrante figura paterna. Un cucciolo represso e un padre-capobranco con un enorme e ingombrante ego. Uno che ha sempre bisogno di sentirsi dire che è il migliore. Con un film d’animazione, Anderson è riuscito solo a cambiare genere, per fare ancora lo stesso film. Così, se a un pubblico raffinato il film piacerà, gli amanti di Wes Anderson lo adoreranno. Certo, è più un film per adulti che per bambini.

Tra musiche trascinanti, dai Rolling Stones ai Beach Boys, e momenti cult, come la gag sulle cuffie da ladro, a stupire è anche il grande lavoro tecnico che è stato fatto sul film. Un esempio su tutti sono gli occhi. Che nella stop motion vengono sostituiti per cambiare un espressione. Qui il gioco viene spinto all’estremo, con delle palline con stelle o spirali per dare l’impressione di occhi sbarrati o imbambolati. Ma, con un po’ di liquido, quegli stessi occhi riescono a trasmettere commozione, e a farci entrare nella storia con personaggi che sembrano vivi. Anderson riesce a fare con Roald Dahl quello che ha fatto Burton: prende una storia e la usa come canovaccio, piegandola alle sue esigenze e alla sua poetica. È il fantastico Signor Anderson.

Da vedere perché: In piena era 3D, è un film orgogliosamente controcorrente, in stop motion con pupazzi. A tutti gli effetti è un film di Wes Anderson: più per adulti che per bambini.

 

22
Gen
10

Tra le nuvole. Viaggiare con o senza lo zaino?

Voto: 7,5 (su 10) 

Cosa c’è dentro il nostro zaino? Ognuno di noi si porta sulle proprie spalle le sue relazioni. Colleghi, amici, parenti, innamorati. E le relazioni sono un peso. È la teoria di Ryan Bingham (George Clooney), che ai corsi motivazionali per manager porta in scena proprio uno zaino, e invita a lasciarlo a terra, e con lui tutti i metaforici pesi che le nostre relazioni ci danno. Lui a terra ci sta pochissimo, visto che vola da una parte all’altra dell’America come “tagliatore di teste”: qualcuno affittato da codardi che non riescono a guardare in faccia chi devono licenziare. Ovviamente ha applicato a se stesso la teoria dello zaino: vive libero da legami (né amici, né famiglia d’origine, né moglie e figli), saltando da un aeroporto all’altro, con un trolley dove ha tutto ciò di cui ha bisogno. Il suo unico sogno è raggiungere i dieci milioni di miglia percorse, per entrare nel club esclusivo della compagnia aerea con cui vola. Il problema è che una nuova arrivata nella sua azienda trova il modo per ottimizzare i costi, proponendo di licenziare la gente in video chat. Un altro problema è l’attraente viaggiatrice (Vera Farmiga) che incontra in uno dei suoi viaggi…

Forse per Ryan è arrivato il momento di cambiare la sua esistenza solitaria? Magari di diventare come la sorella e il fidanzato, coppia felice che gli affida una loro foto su cartonato in modo da farsi fotografare nei posti più svariati (come il nano de Il favoloso mondo di Amèlie)? Quella sua vita metodica fatta di gesti sempre uguali, che la regia sottolinea con primi piani degli oggetti, montati a ritmo veloce, può cambiare? “Ognuno ha bisogno di un copilota”, dopo tutto. Ma non è facile cambiare, soprattutto quando si è consacrata l’intera vita al lavoro e ci si è costruiti una corazza per isolarsi dagli altri…

Tutto questo è Tra le nuvole (Up In The Air), il nuovo film di Jason Reitman, che, dopo Thank You For Smoking e Juno, firma un altro film quasi perfetto. Che ancora una volta, dietro battute folgoranti (imperdibile il duetto tra Clooney e la Farmiga, basato sul confronto tra le proprie carte di credito e sulle misure delle miglia percorse, degno della commedia brillante degli anni Sessanta), ci mostra verità scomode, su cui c’è poco da ridere. Così entriamo dritti, senza fare anticamera, nell’America della nuova grande crisi, con i licenziamenti che diventano un business, e vediamo le reazioni disperate di chi perde il lavoro. Le vediamo davvero, perché tra quelle montate ci sono delle vere interviste a persone che sono state lincenziate. Sono integrate piuttosto bene nel film, tanto che non ce ne accorgiamo subito. È un modo intelligente di portare nel cinema, anche in un prodotto apparentemente leggero e di intrattenimento, il mondo reale.

Quel mondo reale di cui si renderà conto di non appartenere Ryan, dopo il sottofinale a sorpresa che lascia a bocca aperta. Quel mondo reale fatto di relazioni interpersonali che forse non esiste più. Quello schermo del computer attraverso il quale, in video chat, si comunica con le persone, è proprio il simbolo dello “schermo” che mettiamo tra noi e il prossimo. Che può essere anche lo schermo di un telefonino: ci si lascia e ci si licenzia via sms. Allora forse è meglio portarsi sulle spalle quello zaino, con dentro affetti e relazioni. Pesi quel che pesi.

Da vedere perché: dietro battute folgoranti Reitman ci mostra verità scomode, su cui c’è poco da ridere. Così entriamo dritti, senza fare anticamera, nell’America della nuova grande crisi

 

07
Nov
09

L’uomo che fissa le capre. Fiori nei cannoni? Meglio l’LSD nelle uova…

Voto: 7 (su 10)

caprePensate a una scena di Full Metal Jacket in cui al posto del sergente Hartman di R. Lee Ermey a impartire gli ordini ai marines ci sia Drugo de Il grande Lebowsky. Avrete un’idea di quello che è L’uomo che fissa le capre, presentato a Venezia fuori concorso. Jeff Bridges qui non è Drugo, ma gli somiglia molto. Il suo Bill Django ha la stessa filosofia: è un ex soldato del Vietnam che, dopo aver frequentato i movimenti hippy ha creato il manuale dell’esercito del nuovo mondo. Per cambiare il mondo bisogna cambiare gli eserciti. E l’esercito del nuovo mondo non combatte con le armi, ma con la mente. Come i cavalieri Jedi. Nel film di Grant Heslov l’esperimento risale agli anni Ottanta. Ma il migliore dei soldati, Lyn Cassady (George Clooney) è ancora in giro, e incontra il giornalista Bob Wilton (Ewan McGregor, che è stato proprio uno Jedi sullo schermo…)

È lo strampalato mondo creato da Grant Heslov, lo sceneggiatore di Good Night, And Good Luck, la seconda prova alla regia di Gerorge Clooney. Heslov confeziona ancora un film con protagonista un giornalista, e ancora un film politico, anche se completamente diverso nei toni. Se nel film ambientato durante il maccartismo la chiave era la libertà di stampa e di espressione, in quest’opera, ambientata durante la guerra in Iraq, è interessato alla libertà dagli eserciti e dalla guerra. Heslov non sceglie lo stile della satira pungente, quanto una sorta di farsa sfrenata e liberatoria, vicina al M.A.S.H. di Altman, ai Fratelli Coen e a Three Kings, in cui sempre Clooney si trovava nella prima guerra all’Iraq. Heslov si conferma però sempre attento alla realtà. Lo dimostrano i personaggi torturati, nelle ormai tragicamente celebri tute arancio di Guantanamo, e i servizi di intelligence e guerra appaltati a società private.

È uno a cui piace spiazzare, Heslov. Riesce a farlo con dei giochi di regia molto semplici, come quando parte da un’inquadratura molto stretta e la allarga per mostrare lo sguardo d’insieme e svelare l’ambiente in cui si svolge l’azione. Fa ridere con accostamenti assurdi, come nel campo/controcampo in cui un concentrato Clooney è alternato a un’altrettanto espressiva capra, mentre cerca di ucciderla guardandola (da qui il titolo). L’uomo che fissa le capre diverte con una comicità nonsense e stralunata, ma avvince come una spy-story.

Come Good Night, And Good Luck era un film simbolo di un’epoca (il maccartismo come l’era Bush), L’uomo che fissa le capre è un’opera che la chiude. L’esercito non violento rappresenta la spallata definitiva all’era Bush e alla sua politica guerrafondaia. Mettere l’LSD nelle uova della colazione dei soldati (per liberare tutti dalla base in Iraq) è come mettere i fiori nei cannoni. L’ultimo sberleffo a Bush e alla guerra in Iraq. La guerra è finita. Ma ora più che mai abbiamo bisogno dei Jedi.

Da vedere perché: Diverte con una comicità stralunata, avvince come una spy-story. E’ l’ultimo sberleffo a Bush

(Pubblicato su Movie Sushi)

19
Ott
09

Festival di Roma. Tra le nuvole. Viaggiare con o senza lo zaino?

nuvoleVoto: 7,5 (su 10)

Cosa c’è dentro il nostro zaino? Ognuno di noi si porta sulle proprie spalle le sue relazioni. Colleghi, amici, parenti, innamorati. E le relazioni sono un peso. È la teoria di Ryan Bingham (George Clooney), che ai corsi motivazionali per manager porta in scena proprio uno zaino, e invita a lasciarlo a terra, e con lui tutti i metaforici pesi che le nostre relazioni ci danno. Lui a terra ci sta pochissimo, visto che vola da una parte all’altra dell’America come “tagliatore di teste”: qualcuno affittato da codardi che non riescono a guardare in faccia chi devono licenziare. Ovviamente ha applicato a se stesso la teoria dello zaino: vive libero da legami (né amici, né famiglia d’origine, né moglie e figli), saltando da un aeroporto all’altro, con un trolley dove ha tutto ciò di cui ha bisogno. Il suo unico sogno è raggiungere i dieci milioni di miglia percorse, per entrare nel club esclusivo della compagnia aerea con cui vola. Il problema è che una nuova arrivata nella sua azienda trova il modo per ottimizzare i costi, proponendo di licenziare la gente in video chat. Un altro problema è l’attraente viaggiatrice (Vera Farmiga) che incontra in uno dei suoi viaggi…

Forse per Ryan è arrivato il momento di cambiare la sua esistenza solitaria? Magari di diventare come la sorella e il fidanzato, coppia felice che gli affida una loro foto su cartonato in modo da farsi fotografare nei posti più svariati (come il nano de Il favoloso mondo di Amèlie)? Quella sua vita metodica fatta di gesti sempre uguali, che la regia sottolinea con primi piani degli oggetti, montati a ritmo veloce, può cambiare? “Ognuno ha bisogno di un copilota”, dopo tutto. Ma non è facile cambiare, soprattutto quando si è consacrata l’intera vita al lavoro e ci si è costruiti una corazza per isolarsi dagli altri…

Tutto questo è Tra le nuvole (Up In The Air), il nuovo film di Jason Reitman, che, dopo Thank You For Smoking e Juno, firma un altro film quasi perfetto. Che ancora una volta, dietro battute folgoranti (imperdibile il duetto tra Clooney e la Farmiga, basato sul confronto tra le proprie carte di credito e sulle misure delle miglia percorse, degno della commedia brillante degli anni Sessanta), ci mostra verità scomode, su cui c’è poco da ridere. Così entriamo dritti, senza fare anticamera, nell’America della nuova grande crisi, con i licenziamenti che diventano un business, e vediamo le reazioni disperate di chi perde il lavoro. Le vediamo davvero, perché tra quelle montate ci sono delle vere interviste a persone che hanno perso il lavoro. Sono integrate piuttosto bene nel film, tanto che non ce ne accorgiamo subito. È un modo intelligente di portare nel cinema, anche in un prodotto apparentemente leggero e di intrattenimento, il mondo reale.

Quel mondo reale di cui si renderà conto di non appartenere Ryan, dopo il sottofinale a sorpresa che lascia a bocca aperta. Quel mondo reale fatto di relazioni interpersonali che forse non esiste più. Quello schermo del computer attraverso il quale, in video chat, si comunica con le persone, è proprio il simbolo dello “schermo” che mettiamo tra noi e il prossimo. Che può essere anche lo schermo di un telefonino: ci si lascia e ci si licenzia via sms. Allora forse è meglio portarsi sulle spalle quello zaino, con dentro affetti e relazioni. Pesi quel che pesi.

Da vedere perché: dietro battute folgoranti Reitman ci mostra verità scomode, su cui c’è poco da ridere. Così entriamo dritti, senza fare anticamera, nell’America della nuova grande crisi

 

 

08
Set
09

Venezia 66. The Men Who Stare At Goats. Fiori nei cannoni? Meglio l’LSD nelle uova…

Voto: 7 (su 10) 

gostsPensate a una scena di Full Metal Jacket in cui al posto del sergente Hartman di R. Lee Ermey a impartire gli ordini ai marines ci sia Drugo de Il grande Lebowsky. Avrete un’idea di quello che è The Men Who Stare At Goats, presentato a Venezia fuori concorso. Jeff Bridges qui non è Drugo, ma gli somiglia molto. Il suo Bill Django ha la stessa filosofia: è un ex soldato del Vietnam che, dopo aver frequentato i movimenti hippy ha creato il manuale dell’esercito del nuovo mondo. Per cambiare il mondo bisogna cambiare gli eserciti. E l’esercito del nuovo mondo non combatte con le armi, ma con la mente. Come i cavalieri Jedi. Nel film di Grant Heslov l’esperimento risale agli anni Ottanta. Ma il migliore dei soldati, Lyn Cassady (George Clooney) è ancora in giro, e incontra il giornalista Bob Wilton (Ewan McGregor, che è stato proprio uno Jedi sullo schermo…)

È lo strampalato mondo creato da Grant Heslov, lo sceneggiatore di Good Night, And Good Luck, la seconda prova alla regia di George Clooney. Heslov confeziona ancora un film con protagonista un giornalista, e ancora un film politico, anche se completamente diverso nei toni. Se nel film ambientato durante il maccartismo la chiave era la libertà di stampa e di espressione, in quest’opera, ambientata durante la guerra in Iraq, è interessato alla libertà dagli eserciti e dalla guerra. Heslov non sceglie lo stile della satira pungente, quanto una sorta di farsa sfrenata e liberatoria, vicina al M.A.S.H. di Altman, ai Fratelli Coen e a Three Kings, in cui sempre Clooney si trovava nella prima guerra all’Iraq. Heslov si conferma però sempre attento alla realtà. Lo dimostrano i personaggi torturati, nelle ormai tragicamente celebri tute arancio di Guantanamo, e i servizi di intelligence e guerra appaltati a società private.

È uno a cui piace spiazzare, Heslov. Riesce a farlo con dei giochi di regia molto semplici, come quando parte da un’inquadratura molto stretta e la allarga per mostrare lo sguardo d’insieme e svelare l’ambiente in cui si svolge l’azione. Fa ridere con accostamenti assurdi, come nel campo/controcampo in cui un concentrato Clooney è alternato a un’altrettanto espressiva capra, mentre cerca di ucciderla guardandola (da qui il titolo “gli uomini che fissano le capre”). The Men Who Stare At Goats diverte con una comicità nonsense e stralunata, ma avvince come una spy-story.

Come Good Night, And Good Luck era un film simbolo di un’epoca (il maccartismo come l’era Bush), The Men Who Stare At Goats è un’opera che la chiude. L’esercito non violento rappresenta la spallata definitiva all’era Bush e alla sua politica guerrafondaia. Mettere l’LSD nelle uova della colazione dei soldati (per liberare tutti dalla base in Iraq) è come mettere i fiori nei cannoni. L’ultimo sberleffo a Bush e alla guerra in Iraq. La guerra è finita. Ma ora più che mai abbiamo bisogno dei Jedi.

Da vedere perché: è l’ultimo sberleffo a Bush e alla guerra in Iraq.

(Pubblicato su Movie Sushi)

 












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