Posts Tagged ‘Moretti

21
Nov
11

Scialla! Conflitto intergenerazionale su battiti hip hop

Voto: 7 (su 10)

Eccola, la strana coppia. Lui è un ragazzo di quindici anni, quello che a prima vista si direbbe un coatto, felpa con cappuccio e musica hip hop costantemente nelle orecchie, anche durante le lezioni, che dire che segue distrattamente sarebbe un eufemismo. Un coatto che però ha qualcosa dentro, una sua dignità, sembra di capire fin dalle prime scene. L’altro è un quarantenne che non definiremmo splendido, (ex?) scrittore in bolletta che vive facendo lezioni private e scrivendo, come ghost writer, le memorie di un ex pornostar. Sembra aver abdicato dalla vita, Bruno, così si chiama il personaggio di Fabrizio Bentivoglio, declinato in irresistibile accento veneto. Sembra non esserci ancora entrato per niente, Luca (lo splendido esordiente Fabrizio Scicchitano), a cui manca una figura paterna: crede di essere figlio di un criminale, e per questo crede che il modello di vita da seguire sia quello. In realtà suo padre è proprio Bruno, che aveva incontrato la madre di Luca quindici anni prima a una manifestazione letteraria. Ora la madre sta per partire per l’Africa e decide di affidare Luca proprio a Bruno.

Romanzo di formazione misto a un buddy movie intergenerazionale, Scialla! (l’espressione significa “stai sereno”, un po’ il take it easy americano) è l’esordio alla regia di Francesco Bruni, fin qui ottimo sceneggiatore di Paolo Virzì, che porta in scena un suo script. Una sceneggiatura che il produttore Beppe Caschetto gli ha proposto di scrivere senza alcun vincolo, senza pensare a nessun regista. Così che Bruni ha deciso che non poteva affidare questo figlio così amato a qualcun altro, e di passare dietro alla macchina da presa. Scialla! piace proprio perché Bruni ha deciso di raccontare quello che conosceva e amava di più, il mondo dei propri figli, dei quindicenni (sono loro ad avergli fatto conoscere la parola scialla). E lo ha fatto in modo amorevole e sincero. Scialla! non è un film a target, né il film finto giovanilista alla Moccia, né il film collettivo alla Notte prima degli esami. E punta a essere una terza via tra il cinema comico scollacciato dei cinepanettoni e la commedia d’autore alla Moretti o alla Virzì.

La strana coppia funziona, sulla carta come sullo schermo. Fabrizio Bentivoglio, attore consumato, interagisce alla perfezione con Fabrizio Scicchitano, esordiente che porta in scena la sua naturalezza. Bentivoglio riesce a disegnare un personaggio memorabile, un Drugo all’italiana, come è stato descritto, pensando al protagonista de Il grande Lebowski. Aggiungete al mix la fiera pornostar interpretata da una sorprendente Barbora Bobulova e il risultato è eccellente. Scialla! è un film spassoso, a tratti irresistibile, ma anche amaro, e commovente. Mette in scena il conflitto intergenerazionale tra padri e figli senza le tesi precostituite e gli schemi fissi che di solito troviamo in questi film, e creando uno spleen metropolitano, un batticuore scandito da battiti hip hop, che appassiona e conquista.

Da buon sceneggiatore, Bruni scherza con il cinema e la cultura. Come quando ironizza sul successo delle storie di malavita come Romanzo criminale (l’occasione è il personaggio di uno spacciatore interpretato proprio da quel Vinicio Marchioni protagonista della serie tv in questione), sull’ignoranza (“I 400 colpi? È un film di guerra?”) e sulle nuove icone del cinema contemporaneo (“La pasticca io me la sparo subito”. “Così torni a casa con gli occhi di Avatar!”). Sì, la cultura. È in questo modo che Bruno cerca di appassionare alla scuola e alla vita Luca. Facendolo studiare. E insegnandogli a rispettare il padre, a portarlo in spalla, come Enea con il padre Anchise.

Da vedere perché: è un film spassoso, irresistibile, commovente. Mette in scena il conflitto intergenerazionale senza le tesi precostituite e gli schemi fissi che troviamo in questi film, e creando uno spleen metropolitano, un batticuore scandito da battiti hip hop

14
Apr
11

Habemus Papam. Nanni Moretti e il Papa in ansia da prestazione

Voto: 7,5 (su 10)

“Nanni, spostati e fammi vedere il film”. Questa battuta di Dino Risi ha accompagnato a lungo, e lo fa tuttora, la carriera di Nanni Moretti. Quasi che avesse voluto ascoltare il maestro, e rispondere a questa battuta, negli ultimi film Moretti si è spostato dal centro dell’inquadratura. Solo in parte, certo, e a modo suo. Nel senso che ha lasciato ad altri il ruolo da protagonista, e i suoi film non sono più i diari intimisti di Caro diario e Aprile, incentrati sul suo personaggio. Ora Moretti sforna dei kolossal, e sposta l’interesse verso personaggi molto più alti. Dopo il Berlusconi de Il caimano, ecco il Papa, inteso come figura e non come la persona dell’attuale pontefice, in Habemus Papam.

“Cosa faccio? L’attore. Viaggio da una città all’altra. Faccio le prove, le tournee”. È questo che il neoletto Papa Melville (Michel Piccoli), in fuga dal Vaticano, racconta alla psicanalista interpretata da Margherita Buy. Abbiamo appena assistito, dentro al conclave, alla sua elezione, tra cardinali che non sapevano chi eleggere, altri che copiavano, e tutti che chiedevano “non io, Signore, non sono all’altezza”. Ma può un Papa non sentirsi all’altezza del suo ruolo? Così al suo cospetto viene chiamato uno psicanalista, interpretato da Moretti stesso (ve l’avevamo detto che non si sarebbe spostato del tutto dall’inquadratura), tra mille conflitti, perché il concetto di anima e quello di subconscio non sono compatibili. In quel suo “faccio l’attore”, pronunciato dal Papa c’è tutto il senso del film, ed è un senso a più strati. Il Papa Melville infatti da giovane voleva davvero fare l’attore, ma non fu preso all’accademia. Ed è anche per questo che ora è in crisi, per non aver potuto fare quello che sognava. Ma in quel suo “faccio l’attore” c’è anche il significato di quello comporta essere Papa, come essere un capo di stato o qualunque altro ruolo di guida e carisma, quel dover recitare una parte, un copione fatto di rituali e tradizioni, di dover mostrare anche quello che non si è. In questo senso Habemus Papam è un film shakespeariano, perché racconta come un ruolo può intrappolare l’uomo fino a diventare una prigione, un fardello pesante da portare. Per questo il Papa vorrebbe la libertà dell’attore Salvo Randone, che con Vittorio Gassman una sera recitava la parte di Otello e una sera quella di Iago.

Moretti si è fatto da parte per mostrarci il Papa. Ma è chiaro che lo vediamo con i suoi occhi, quelli di chi è laico, non è credente. Con gli occhi di chi è razionale e vede molte cose come anacronistiche, inutili. Il Vaticano visto da Moretti è grottesco, surreale. Ma la sua non è una presa in giro, è più che altro lo sguardo, incredulo, e tutto sommato anche rispettoso, di chi è estraneo alla cosa. Habemus Papam non è il film militante anti Vaticano che molti fan di Moretti si aspettano. E infatti la politica rimane fuori, anche se chi vuole può considerarlo un film politico. Quello di Moretti è prima di tutto un viaggio dentro l’uomo che c’è dietro all’icona. E proprio come uomo il Papa ha l’ansia da prestazione che ci caratterizza ormai tutti. Non è un Moretti tagliente, è un Moretti che smussa gli angoli, anche se qualche stilettata la lancia: il Vaticano dove la benzina costa meno, dove c’è la farmacia con le medicine che non si trovano a Roma. “Da tempo la Chiesa ha difficoltà a capire le cose, abbiamo avuto difficoltà ad ammettere le nostre colpe”. Fa dire anche questo al suo Papa, Moretti, e sono comunque parole importanti, pesanti, che in molti auspicherebbero di sentire, dentro e fuori la Chiesa. Da questo punto di vista, Habemus Papam può essere visto come un film politico, ma senza politica. Forse perché ormai non esiste più.

Habemus Papam può essere visto anche come il secondo capitolo di un dittico, o di una ideale trilogia ancora da compiere sui grandi misteri dell’Italia, da spiegare all’estero, dove Moretti è amatissimo. Dopo il mistero Berlusconi, c’è il mistero del Vaticano. Da Il caimano ad Habemus Papam si passa da chi non ha dubbi e non si mette in discussione a chi non si sente all’altezza, da chi ha fede solo in se stesso a chi ha fede in Dio. Da chi ha incarnato il peggio degli aspetti della modernità a chi dalla modernità è ancora lontano. Entrambi i protagonisti sono circondati da un circo mediatico enorme.

E Moretti? Si è davvero spostato per farci vedere il film? In parte. Il protagonista è un altro, ma lui si è ritagliato il ruolo del matto shakespeariano, del jolly che spariglia le carte e fa saltare il banco. Incredulo in un mondo che non è il suo, il suo psicanalista diverte, tra critiche e partite di pallavolo, mette in mostra le incongruenze del sistema come un Candido di Voltaire. Si ritaglia il ruolo più simpatico e divertente, controcanto all’amara vicenda del Papa e necessario per alleggerirla. Sfrenato come attore, rigoroso come regista, perché, pur privilegiando l’uomo, sfrutta tutto quello che di scenografico c’è nella storia, dall’architettura di San Pietro al rosso porpora degli abiti cardinalizi, fino ai colori delle guardie svizzere, per costruire un film spettacolare. Nanni insomma si è spostato dall’inquadratura, ma continua a far capolino davanti alla macchina da presa. E continua a piacersi molto. Si prende in giro anche su questo. Tanto da far dire al suo personaggio: “Che condanna. Me lo dicono sempre tutti che sono il più bravo”.

Da vedere perché: è un film shakespeariano, perché racconta come un ruolo può intrappolare l’uomo fino a diventare una prigione, un fardello pesante da portare

 

15
Mar
11

Beyond. Il vero volto di Noomi Rapace

Voto: 5,5 (su 10)

La cosa che ci interessava di più, andando a vedere Beyond, piccolo film svedese portato in Italia dalla Sacher di Nanni Moretti, era vedere all’opera Noomi Rapace in un’altra occasione che non fossero i film tratti dalla trilogia Millennium di Stieg Larsson (Uomini che odiano le donne e i suoi due sequel). Vedere cioè qual era il suo vero volto, acqua e sapone, come si suol dire, depurato dagli orpelli dell’indelebile hacker punk Lisbeth Salander, che ne caratterizzavano l’immagine. La cosa che è chiara vedendo Beyond è che Noomi Rapace è davvero brava: lo sapevamo già, ma si sa che i ruoli borderline come quello di Lisbeth aiutano le interpretazioni degli attori. Mentre è più difficile lavorare sui mezzi toni.

È un film di questo tipo, Beyond, diretto da Pernilla August, attrice bergmaniana (esordì in Fanny e Alexander). E ha sapori bergmaniani, e ibseniani. Noomi Rapace è Lena, felicemente sposata (il marito è interpretato da Ola Rapace, vero marito di Noomi) con due bambine: una mattina riceve una telefonata dalla madre che è in fin di vita. Lena non la vede da anni, e non vorrebbe rivederla: in quel modo si aprirebbe un vaso di Pandora impossibile da richiudere, e riaffiorerebbero i ricordi della sua infanzia difficile, fatta di genitori alcolizzati e violenti. Quell’infanzia che Lena ha rimosso e occultato con fatica. Ma ora è il momento di affrontarlo e superarlo.

Con un personaggio doloroso, ma non così estremo come Lisbeth, Noomi Rapace si conferma bravissima, un volto spigoloso e androgino, ma capace di una grande dolcezza. Un volto che avrà un grande futuro (la rivedremo nel sequel di Sherlock Holmes di Guy Ritchie e nel prossimo progetto di Ridley Scott). Rapace a parte, Beyond è un film piuttosto classico, che alterna  presente e passato, e rivive attraverso i flashback i ricordi di Lena bambina. Beyond è un film sincero, semplice, minimalista, a volte un po’ noioso e ripetitivo nel reiterare le stesse situazioni di violenza  e degrado senza un vero sviluppo narrativo, se non quello del finale, in cui Lena Noonriesce a venire a patti con il suo passato. Beyond è una storia dura, intensa, ma anche già vista, in cui la regia non riesce a trovare una sua chiave di lettura, una sua visione, e si affida solo alla forza della storia e dei suoi attori. Anche la metafora dell’acqua come pulizia e isolamento da tutto è un po’ già vista. Non è affatto un volto già visto quello di Noomi Rapace:  il cinema ha una nuova stella. Una donna completamente diversa dall’estetica che Hollywood, e, perdonateci il parallelo, le tv e le cronache italiane ci mostrano come modello dominante.

Da non vedere perché: è una storia, dura, intensa, ma anche già vista, in cui la regia non riesce a trovare una sua chiave di lettura, una sua visione, e si affida solo alla forza della storia e dei suoi attori

 

03
Set
09

Venezia 66. Le ombre rosse. L’Italietta e la sua sinistretta

Voto: 7 (su 10) 

leombrerosselocandina_500Viviamo nella nostra Italietta, ce lo ricordava il produttore polacco ne Il caimano di Moretti. E in questa Italietta c’è ormai una sinistretta, piccola, stretta, divisa. È una storia che va raccontata, quella de Le ombre rosse di Citto Maselli. Non è una storia vera, ma verosimile. Non è accaduta, ma potrebbe accadere. Siamo nel 2007, durante l’ultimo governo di centrosinistra. Un intellettuale di fama mondiale viene invitato in un centro sociale e viene colpito dalla vitalità delle proposte culturali. Così rilascia un’intervista per una piccola tv in cui afferma che i centri sociali potrebbero diventare qualcosa di più importante, delle case della cultura sul modello di quelle che Andrè Malraux propose in Francia. Ripresa da altre tv e poi da media sempre più importanti, la notizia acquista una rilevanza tale che in tanti si propongono di aiutare il centro sociale a crescere.

Ma le cose si complicano. Ognuno degli attori in causa, ognuno di sinistra, ha una sua idea. Dall’architetto di sinistra, ma con i miliardi, che vuol farsi finanziare il suo progetto dai petrolieri americani, alla banca di sinistra che vuole acquistarlo e farne un centro commerciale. Fino ai politici, buoni nelle intenzioni, ma incapaci di sbloccare la situazione. Come chi propone cento case della cultura, ma non riesce a salvare nemmeno un centro sociale. “La cultura deve fruttare”, si sentono dire i ragazzi del centro sociale. “Ma non dovrebbe essere un bene comune, come l’acqua?”, rispondono i ragazzi. Così ci si allontana sempre più dall’idea originale, la si snatura. Fino a far svanire il sogno, e risvegliarsi bruscamente. Mentre la destra vince le elezioni tra i clacson.

È un grido di dolore, quello del vecchio leone Citto Maselli. Un grido che si smorza in una risata sarcastica e beffarda, nella coscienza che la beffa e il sarcasmo sembrano essere le ultime armi di una resistenza all’apatia. Maselli possiede ancora uno sguardo lucido e tagliente sulla vita, la cultura e la politica di oggi. Si vede che è un film che nasce da un grande rimpianto. Quello dell’ultimo governo Prodi, ma anche dalla consapevolezza della direzione che rischia di prendere la sinistra (o centrosinistra) italiana. Come direbbe Moretti: continuiamo così, facciamoci del male.

Da vedere perché: lo sguardo dall’interno sulla sinistra italiana di Maselli è impareggiabile

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

 












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