Posts Tagged ‘melanie laurent

01
Feb
10

Il concerto. La vita è finzione

Voto: 7,5 (su 10) 

È un’altra storia di brillante travestimento e di clamorosa beffa Il concerto, proprio come quel Train de vie che aveva rivelato qualche anno fa il regista Radu Mihaileanu. Dopo averci raccontato la storia di alcuni ebrei che organizzavano un finto treno di deportati, con tanto di finti soldati nazisti a guidarlo, oggi ci racconta la storia di un gruppo di musicisti ebrei che si fingono l’orchestra del Bolshoj di Mosca e accettano l’invito di un prestigioso teatro di Parigi per un concerto. Un ex direttore d’orchestra del Bolshoj, che era stato allontanato da Breznev, in epoca comunista, per non aver licenziato dei musicisti ebrei, ora fa il custode allo stesso teatro. E intercetta la lettera con l’invito per il concerto. Così decide di chiamare il suo vecchio gruppo, più alcuni improbabili nuovi acquisti.

Il concerto ha la stessa struttura di Train De Vie, un crescendo che parte dall’idea geniale, per continuare con i preparativi, passando per gli inevitabili intoppi, fino ad arrivare al momento clou. Con qualche momento sentimentale che, se rallenta un po’ il film, gli dà anche un’anima più profonda. Come Train de vie, anche Il concerto è un film fatto di caratteri irresistibili, interpretati da attori in stato di grazia, godibili soprattutto nelle scene d’insieme.

Nel cast spicca Mélanie Laurent, la bellissima Shosanna di Bastardi senza gloria (anche qui, casi della vita, il suo personaggio ha origini ebree), un’attrice capace di illuminare ogni scena con la sua sola presenza.

È un film catartico, liberatorio, Il concerto. Quelli di Mihaileanu sono ancora una volta degli eroi dell’arte dell’arrangiarsi. È un film ottimista, che si affianca a Soul Kitchen (sempre distribuito da Bim), come film anti-crisi: un’opera che celebra la forza di sopravvivere in anni bui, di adattarsi all’ambiente e trovare le mosse per sfangarla. In un modo o nell’altro.

Si parla tanto di soldi, nervo scoperto di questi anni, nel film. Anche in un ambiente come la musica classica, in cui non si parla quasi mai di mercato. Invece anche qui regna il Dio Denaro, non si scappa. La domanda che sentiamo fare più spesso è “quanto?” Con il suo inconfondibile “jewish humour” Il concerto si fa beffe di tante realtà della Russia di oggi, dai nostalgici del Partito Comunista, fino agli oligarchi russi economicamente onnipotenti, forti dei soldi del gas (“dobbiamo tagliare le forniture di gas all’Europa?” sentiamo dire) e che investono nel calcio (“compra il Paris Saint Germain, compra Messi e mettilo in attacco” dice la madre a uno di loro). Ma la comicità all’ebrea piace anche perché sa prendere in giro il proprio popolo (è impagabile la scena dei due ebrei che anche a teatro riescono a vendere qualcosa). Ci piace questo concerto delle beffe di Mihaileanu. Perché se il mondo in cui viviamo sembra farsi beffe di noi, forse è il caso di farsi beffe del mondo. E se la vita è finzione, ormai l’abbiamo capito, tanto vale fingere.

Da vedere perché: se la vita è finzione, ormai l’abbiamo capito, tanto vale fingere. Catartico e ottimista

(Pubblicato su Movie Sushi)

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19
Ott
09

Festival di Roma. Le concert. Il concerto delle beffe

Voto: 7 (su 10)

concertÈ un’altra storia di brillante travestimento e di clamorosa beffa Le Concert, proprio come quel Train de vie che aveva rivelato qualche anno fa il regista Radu Mihaileanu. Dopo averci raccontato la storia di alcuni ebrei che organizzavano un finto treno di deportati, con tanto di finti soldati nazisti a guidarlo, oggi ci racconta la storia di un gruppo di musicisti ebrei che si fingono l’orchestra del Bolshoj di Mosca e accettano l’invito di un prestigioso teatro di Parigi per un concerto. Un ex direttore d’orchestra del Bolshoj, che era stato allontanato da Breznev, in epoca comunista, per non aver licenziato dei musicisti ebrei, ora fa il custode allo stesso teatro. E intercetta la lettera con l’invito per il concerto. Così decide di chiamare il suo vecchio gruppo, più alcuni improbabili nuovi acquisti.

Le Concert ha la stessa struttura di Train De Vie, un crescendo che parte dall’idea geniale, per continuare con i preparativi, passando per gli inevitabili intoppi, fino ad arrivare al momento clou. Con qualche momento sentimentale che, se rallenta un po’ il film, gli dà anche un’anima più profonda. Come Train de vie, anche Le Concert è un film fatto di caratteri irresistibili, interpretati da attori in stato di grazia, godibili soprattutto nelle scene d’insieme. Nel casti spicca Mélanie Laurent, la bellissima Shosanna di Bastardi senza gloria (anche qui, casi della vita, il suo personaggio ha origini ebree), un’attrice capace di illuminare ogni scena con la sua sola presenza.

È un film catartico, liberatorio, Le Concert. Quelli di Mihaileanu sono ancora una volta degli eroi dell’arte dell’arrangiarsi. È un film ottimista, che si affianca a Soul Kitchen, presentato a Venezia (e sempre distribuito da Bim), come film anti-crisi: un’opera che celebra la forza di sopravvivere in anni bui, di adattarsi all’ambiente e trovare le mosse per sfangarla. In un modo o nell’altro.

Si parla tanto di soldi, nervo scoperto di questi anni, nel film. Anche in un ambiente come la musica classica, in cui non si parla quasi mai di mercato. Invece anche qui regna il Dio Denaro, non si scappa. La domanda che sentiamo fare più spesso è “quanto?” Con il suo inconfondibile “jewish humour” Le Concert si fa beffe di tante realtà della Russia di oggi, dai nostalgici del Partito Comunista, fino agli oligarchi russi economicamente onnipotenti, forti dei soldi del gas (“dobbiamo tagliare le forniture di gas all’Europa?” sentiamo dire) e che investono nel calcio (“compra il Paris Saint Germain, compra Messi e mettilo in attacco” dice la madre a uno di loro). Ma la comicità all’ebrea piace anche perché sa prendere in giro il proprio popolo (è impagabile la scena dei due ebrei che anche a teatro riescono a vendere qualcosa). Ci piace questo concerto delle beffe di Mihaileanu. Perché se il mondo in cui viviamo sembra farsi beffe di noi, forse è il caso di farsi beffe del mondo. E se la vita è finzione, ormai l’abbiamo capito, tanto vale fingere.

Da vedere perché: se la vita è finzione, ormai l’abbiamo capito, tanto vale fingere. Catartico e ottimista

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

01
Ott
09

Bastardi senza gloria. Essere violenti non è mai stato così bello…

Voto: 9 (su 10)

GLORIAPuò il cinema cambiare la Storia? Forse no. Ma forse può farlo “un” cinema. Un cinema che si trova al centro di Parigi, durante la Seconda Guerra Mondiale, e dove tutti i pezzi da novanta del Terzo Reich, da Hitler a Goebbels, si stanno riunendo per assistere alla prima di un film di propaganda nazista. E dove un manipolo di soldati ebrei americani, i “bastardi senza gloria” guidati dal tenente Aldo Raine (un Brad Pitt con le guance gonfie come Il padrino Brando) e Shosanna (Mélanie Laurent), una giovane ebrea scampata a un eccidio, che ora gestisce il cinema, cercheranno di appiccare il fuoco. E cambiare la Storia. È Bastardi senza gloria, l’ultimo grande film di Quentin Tarantino. Deus ex machina per eccellenza, burattinaio capace come nessun altro di giocare con i suoi personaggi, e con lo spettatore, Tarantino ora si permette di manipolare la Storia, riuscendoci alla perfezione.

Per aspera ad astra. Tarantino parte come al solito dal basso, dal B Movie per eccellenza, un sottogenere come il film bellico italiano (ma è attento a tutto il nostro cinema, vedi l’ufficiale inglese che si chiama Ed Fenech…), che definisce Maccheroni Combat, per arrivare a un film d’autore allo stesso tempo colto e divertente. Lo spunto arriva da Quel maledetto treno blindato di Enzo G. Castellari, e dall’idea che degli ebrei americani praticassero la resistenza degli Apache, operando dietro le linee e prendendo gli scalpi ai nemici. E la presa degli scalpi è il vero momento pulp del film, che, contrariamente a quanto ci si aspetta, vive di pochi e brevi momenti di violenza, introdotti da lunghi dialoghi carichi di ironia e tensione: Bastardi senza gloria è come una doccia scozzese, caldo e poi improvvisamente freddo e ancora caldo. È il Tarantino che più amiamo, quello dai dialoghi da culto.

Ma è soprattutto il Tarantino che ama giocare con il cinema. E quale occasione migliore che quella di confrontarsi con il cinema tedesco, e parlare della sua storia, di Goebbels e della propaganda nazista, confrontarlo con i produttori hollywoodiani, e raccontare come la propaganda abbia abbassato la qualità del cinema, ma alzato gli incassi. Leni Riefenstahl, la regista di regime per eccellenza, l’autrice del famigerato Olympia, è stata una delle più grandi registe di sempre secondo Tarantino. E allora uccidere i nazisti con il cinema (letteralmente, attenti alle pellicole) significa allo stesso tempo ritorcer loro contro quella che hanno usato come un’arma impropria e liberare il cinema come Arte, lasciare gli artisti, come la Riefenstahl, liberi dal giogo di un potere che li ha per sempre marchiati. Non usa le parole mai a caso, Tarantino: così quando parla di King Kong gioca sì sul cinema degli anni Trenta, ma smaschera anche l’anima profondamente razzista dei nazisti.

Parole, parole, parole. È un film parlato, quello di Tarantino. Ma mai i suoi dialoghi erano stati così carichi di tensione. Pensiamo al primo incontro tra il terribile ufficiale nazista Hans Landa (l’eccezionale poliglotta Christoph Waltz) e un contadino francese, dove la lingua in cui parlano cambia più volte. Sembra un virtuosismo, ma capiremo presto il perché. È la prima volta che Tarantino in un suo film gioca veramente con la suspence. E lo fa come lo faceva il maestro, Sir Alfred Hitchcock. Il quale raccontava che se sappiamo che sotto al tavolo c’è una bomba che sta per scoppiare, assistiamo alla conversazione delle persone che vi sono sedute in modo diverso, perché sappiamo che da un momento all’altro la bomba può esplodere. In Bastardi senza gloria ci sono almeno tre scene a un tavolo, e la bomba che conosciamo sono gli ufficiali nazisti, pronti a esplodere e a uccidere da un momento all’altro. Come Hitchcock Tarantino crea suspence con gli oggetti: quel bicchiere di latte riproposto da Landa a Shosanna, o la scarpa fatta indossare all’attrice Bridget Von Hammersmark (Diane Kruger), Cenerentola al contrario, sono come le tazze de Il sospetto e Notorious.

È la prima volta che il regista di Pulp Fiction affronta una storia dichiaratamente ambientata nel passato e in un preciso periodo storico. Ed è la prima volta che la sua violenza, puramente estetica, surrealista e iperbolica, si confronta con quella reale, storica e documentata. Quello che ne esce è un cortocircuito che rende la sua violenza più sobria e meno divertita, per quanto possa esserlo quella di un suo film. Ma è una violenza coinvolgente e liberatoria. Bastardi senza gloria è un film catartico, perché la violenza tipica delle “iene” e delle “vipere” tarantiniane è rivolta contro chi se la merita, i peggiori di sempre, i nazisti. Ed essere violenti non è mai stato così bello. C’è, nel film, la voglia di tornare, in chiave pulp-pop (a proposito di pop, godetevi lo splendido anacronismo delle note di Cat People (Putting Out Fire) di David Bowie, a un’America che combatteva le guerre dalla parte dei giusti. E, a dispetto del titolo del film, era gloriosa.

Da vedere perché: il film Nazi-pop di Tarantino è catartico: la sua violenza estetica si confronta con quella reale, il Nazismo, e si scatena contro i peggiori di sempre.

 (Pubblicato su Effetto Notte On Line)

 

 

10
Giu
09

L’amore nascosto. Cinema deprimente e mai antidepressivo

Voto: 4 (su 10)

1Sono le parole che creano il mondo e sono sempre loro che lo distruggono. È quello che dice una psichiatra, (Greta Scacchi) a Danielle (Isabelle Huppert), ricoverata in una casa di cura dopo che ha tentato più volte il suicidio. Danielle, subito dopo il parto, ha capito che non ama e non potrà mai amare la figlia Sophie (Melanie Laurent). A causa di questo rapporto che non c’è, Danielle si è chiusa in un silenzio, nei suoi sensi di colpa dai quali sembra non poter uscire.

Sono le parole che creano un film, nel senso che la sceneggiatura è sempre la base di partenza. Sono le parole che a volte lo distruggono, perché se la sceneggiatura non è buona il film ne risente quasi sempre. E la sceneggiatura de L’amore nascosto, presentato al Festival di Roma nel 2007 e distribuito oggi da Archibald dopo che il fallimento della precedente distribuzione l’aveva lasciato a lungo senza distributore, non riesce quasi mai a coinvolgere, ad approfondire, a far entrare lo spettatore nella storia e nel disagio delle protagoniste.

Figli: una scia di sangue e responsabilità. Ecco cosa pensa Isabelle. E lo spunto sarebbe importante. Raccontare una madre che prova indifferenza, disagio davanti alla propria figlia, dire che sì, è possibile che una madre possa non amare il sangue del suo sangue, è una scelta coraggiosa e controcorrente, oggi. Una scelta che spezza il velo di ipocrisia con cui spesso si trattano – o non si trattano – certi temi. E colpisce ancora di più sapere che il libro da cui è tratto, Madre e ossa, di Danielle Girard, è una storia vera.

Nella storia c’è una disperazione, una mancanza di speranza che non sembra aprire a vie d’uscita. Ma fa sì che al cinema non ci siano cambi di ritmo, sussulti alla storia, che finisce per appiattirsi sempre sullo stesso tono, a divenire ripetitiva. Nemmeno la regia, pur ricercando immagini raffinate, riesce a risollevare il film, a incidere su un’opera che è tutta sulle spalle di Isabelle Huppert, in un altro dei suoi ruoli al limite, sulla scia de La pianista, e della bella Melanie Laurent, che vedremo nel prossimo Tarantino, Inglourious Basterds.

Quello de L’amore nascosto è un cinema deprimente e mai antidepressivo, buio e mai catartico, nemmeno nel finale posticcio e fastidioso (anche se probabilmente anche questo è vero). E’ un film stanco come i suoi protagonisti, estenuato ed estenuante, dissonante come la colonna sonora jazzata che fa capolino ogni tanto sulle immagini del film.

Da non vedere perchè: tipico cinema d’analisi, che però analizza poco…

 

 












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