Archive for the 'fantasy' Category

21
Nov
11

The Twilight Saga: Breaking Dawn. L’adolescenza, che horror…

Voto: 6 (su 10)

È arrivato finalmente sugli schermi Breaking Dawn – Parte I, la prima parte dell’episodio che concluderà l’amatissima saga di Twilight. Chi ha letto il libro sa già cosa succede: Edward (Robert Pattinson) e Bella (Kristen Stewart) si sposano, vanno in luna di miele, e Bella resta incinta. I due tornano in gran segreto dalla famiglia di lui. Le cose infatti non si mettono bene: Bella porta in grembo una creatura particolare, metà umana e metà vampiro, una creatura molto forte che crescendo rischia di uccidere Bella, che è ancora umana.

Breaking Dawn conferma quello che è uno dei fattori fondamentali del successo della saga di Twilight: l’identificazione. La storia pensata da Stephanie Meyer è narrata da un punto di vista femminile e mette in scena tutte quelle che sono le problematiche e i momenti chiave di un’adolescente prima e di una giovane donna, poi: il sentirsi incompresi, diversi da tutti, l’amore contrastato,  i primi turbamenti sentimentali e sessuali. E ora, in Breaking Dawn, c’è la crescita, l’impegno, il diventare adulti tutto in un colpo. E la gravidanza. È per questo che molte ragazze si sono identificate in Bella e nella saga di Twilight, è per questo che la saga ha successo, indipendentemente dai modi in cui è raccontata.

Sì, perché Twilight non è un horror, o almeno non lo è in senso classico. È essenzialmente un mélo adolescenziale, un romanzo di formazione. La cornice horror serve più che altro ad astrarre i personaggi, i sentimenti e le situazioni dalla realtà e in questo modo a isolarli e renderli più forti, evidenti, assoluti. Vampiri e licantropi sono importanti non tanto per essere tali, quanto per il fatto di essere dei diversi, dei personaggi appartenenti a schieramenti e quindi dai rapporti contrastati. Vampiri e licantropi, a differenza che in un horror, qui non creano tanto spavento e pericolo di per sé, quanto per i sentimenti che muovono. Il triangolo tra Edward, Bella e Jacob (Taylor Lautner) funzionerebbe anche se fossero tre ragazzi qualunque, ma in questo modo è enfatizzato.

Proprio pur non essendo un horror vero e proprio, in questo ultimo capitolo la saga svolta verso questo genere. Più che horror però si tratta di orrore: ancora una volta non sono vampiri o licantropi a creare paura – anche se questi ultimi decidono di attaccare la fazione rivale – ma la paura deriva dalla gravidanza di Bella, dall’essere che è dentro di lei e rischia di ucciderla. È la prima volta, nella saga, che il pericolo non arriva dall’esterno, ma è dentro la protagonista. E proprio per questo è più difficile da combattere. E per questo in Breaking Dawn tutto è più ambiguo, più sfumato, ed è più sottile il confine tra buoni e cattivi, e tra Bene e Male. E, rispetto agli altri film della saga, qui c’è più recitazione e meno azione, ci sono più primi piani. Kristen Stewart e Robert Pattinson insieme sono convincenti.

Breaking Dawn – Parte I potrebbe essere considerato allo stesso tempo il migliore e il peggior episodio della saga. È il migliore per i temi trattati, più adulti, più intensi, per una trama che finalmente vede delle svolte diverse dagli schemi narrativi degli altri film. È forse il peggiore per la continua ricerca del tono giusto per raccontare la storia, per le sue cadute di gusto, per il suo dividersi tra dramma sentimentale patinato e comicità (involontaria?). Breaking Dawn – Parte I non riesce ancora ad affrancarsi da quel suo taglio televisivo che ha caratterizzato fin dall’inizio la saga, più vicina a un teen movie che a un film horror. Fa un gran effetto la scena finale. Se vi chiedete dove l’avete già vista, è in Avatar

Da vedere perché: se avete visto i primi tre, non potete perderlo. Comunque vada, sarà un successo…

 

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06
Ago
10

L’ultimo dominatore dell’aria in 3D. Ecco l’Avatar di Shyamalan

Voto: 5,5 (su 10)

Il 2010 è stato l’anno di Avatar. E l’anno del 3D, come confermano i dati di incasso che vedono ai primi posti tutti film di questo tipo. Ora anche M. Night Shyamalan gira il suo film 3D. Anzi, gira proprio il suo Avatar. Perché L’ultimo dominatore dell’aria è tratto da una serie animata (di Nickelodeon Tv) dal titolo Avatar: La leggenda di Aang, che racconta la storia di un mondo formato da quattro nazioni in guerra tra loro, che corrispondono ai quattro elementi, acqua, aria, terra e fuoco. Un giorno la giovane dominatrice dell’acqua Katara e suo fratello scoprono un giovane ragazzo di nome Aang: quando i suoi poteri diventano evidenti, si rendono conto di aver trovato non solo l’ultimo dominatore dell’aria. Potrebbe essere l’Avatar profetizzato, il solo che può controllare tutti e quattro gli elementi.

Shyamalan ci aveva abituato a fare di ogni film un genere a sé. Ma tutti i film avevano un segno riconoscibile: un ritmo lento e assorto, carico di attesa e di mistero, protagonisti profondi e sfaccettati (oltre al twist ending, il finale a sorpresa che per i primi film è stato un suo marchio di fabbrica). Il suo nuovo film è un fantasy puro, un La storia infinita all’orientale. Ed è qui che viene a mancare il senso di questo film all’interno della cinematografia di Shyamalan. L’elemento fantasy, inteso come mistero, magia, affascinava nei precedenti film del regista di origine indiana (Il sesto senso, Unbreakable, Signs, The Village), perché calato nel quotidiano, nell’ordinario, nella vita di tutti i giorni. Qui siamo già in un mondo fantastico, e la poetica e il talento di Shyamalan appaiono ridotti, costretti, sprecati. Se tutto è già fantastico, ultraterreno, non c’è modo di sorprendere, di stupire: è come se ogni gioco sia svelato dall’inizio, ogni carta sia subito in tavola.

Shyamalan paga un tributo verso le sue origini orientali. E tratta la materia con grande rispetto, come forse solo qualcuno che viene dall’India può fare. Ma proprio quella che dovrebbe essere la forza del film è invece il suo principale difetto. Al film manca un’anima, proprio l’elemento chiave per una storia come questa, basata sull’interiorità. Il film non avvince mai, non approfondisce i personaggi, e si risolve in una serie di coreografie che appaiono sterili e fini a se stesse. A Shyamalan il mix di elementi della serie, avventura epica sostenuta da una grande spiritualità, aveva ricordato Guerre stellari. Ma al film manca quell’emotività che faceva della creatura di George Lucas un grande film.

Rimane poi da capire a chi si rivolga questo film. Per la sua natura dovrebbe essere un prodotto per bambini, ma è poco giocoso e divertente per un pubblico di questo tipo. Gli spettatori adulti che hanno amato sin qui Shyamalan non ritroveranno forse le caratteristiche dei suoi altri film. L’ultimo dominatore dell’aria non è Shyamalan, non quello che siamo abituati a vedere al cinema. Al massimo, questo è il suo avatar.

Da non vedere perché: non avvince mai, non approfondisce i personaggi, e si risolve in una serie di coreografie che appaiono sterili e fini a se stesse. Al film manca quell’emotività che faceva di Guerre stellari un grande film.

 

19
Mag
10

Prince Of Persia. Avanti veloce, e riavvolgimento

Voto: 5 (su 10)

Avanti veloce, e poi riavvolgimento. Si può riassumere così la storia e anche il senso di questo Prince Of Persia: Le sabbie del tempo, il nuovo giocattolo prodotto da Jerry Bruckheimer, papà della saga de Pirati dei Caraibi (ma anche delle cose più fracassone di Michael Bay), diretto da Mike Newell. Se i film del capitano Jack Sparrow nascevano da un’attrazione di Disneyland, Prince Of Persia nasce da un famoso videogioco “vintage”, nato nel 1989 e che vanta tredici edizioni. Avanti veloce  e riavvolgimento, dicevamo: la storia di Prince Of Persia è questa: una serie di corse e combattimenti a perdifiato, senza sosta, in cui il principe Dastan (Jake Gyllenhaal) e la principessa Tamina (Gemma Arterton) devono difendere, o riconquistare dopo averlo perso, un prezioso e magico pugnale, in grado di liberare le sabbie del tempo. Una volta azionato, il pugnale è capace di cambiare il corso del tempo: di riavvolgerlo, in pratica, permettendo di rivivere gli eventi. Proprio per questo il malvagio Nizam (Ben Kingsley), fratello del Re e zio di Dastan, vuole impossessarsene per ordire la sua trama e prendere il potere.

Avanti veloce, e riavvolgimento è anche il senso dell’operazione Prince Of Persia. Non è tanto curioso che un medium antico e nobile come il cinema si sposti in avanti nel tempo, per raggiungere il videogioco, un medium più recente (lo ha fatto spesso, e il linguaggio del secondo ha influenzato il primo, ma ne è anche stato influenzato). È curioso che lo faccia non per cercare un nuovo linguaggio, quanto per riavvolgersi su se stesso e tornare a un linguaggio antico, quello del cinema di avventura che risale agli anni Trenta e Quaranta. Anzi, nemmeno questo è esatto: Prince Of Persia torna sì all’antico cinema di avventura, ma a quella versione più deleteria e cialtrona che era la sua rilettura negli anni Ottanta. Per intenderci, quella delle brutte copie di Indiana Jones. Il ritmo, i toni, la sceneggiatura elementare e ripetitiva, le ambizioni sono quelle. È già capitato, in questa stagione, che il vecchio cinema di avventura sia stato riletto: Avatar e Up lo hanno fatto, ma grazie a tecnologie all’avanguardia (come il 3D, la computer grafica, la performance capture), il risultato è stato un prodotto completamente nuovo. Prince Of Persia invece fa sì sfoggio di effetti speciali, ma quello che ne esce sembra uno di quei filmetti che passano su Italia 1 la domenica pomeriggio. Ci si chiede insomma che senso abbia ispirarsi a un videogioco se poi gli standard del prodotto sono inferiori anche agli standard stessi del cinema.

È un peccato, perché lo schema che è alla base del pugnale sarebbe anche un’interessante metafora del cinema stesso, come del videogioco. La possibilità di riavvolgere è tipica dei supporti che negli ultimi anni hanno permesso di fruire del mezzo cinema anche al di fuori del cinema inteso come luogo: la videocassetta e poi il dvd permettono di riavvolgere l’immagine, di rivivere più volte ciò che accade, e quindi le vite dei personaggi. Così anche il videogioco può finire e ricominciare più volte, potenzialmente all’infinito. Si può completare il gioco, attraverso una serie di schemi, e ricominciarlo. Ma si può anche continuare il gioco dopo essere “morti”, perché un personaggio di un videogame ha più “vite”. E allora è possibile ripetere un’azione dopo averla fallita. Proprio come fanno i personaggi del film.

Nonostante qualche riferimento alla realtà odierna (il primo attacco dei persiani è una pretestuosa ricerca di armi, che in realtà non ci sono, vedi guerra all’Iraq) e al cinema della Guerra dei Sessi anni Quaranta (il rapporto tra Dastan e Tamina), Prince Of Persia non è un film riuscito. Anche se fosse voluta, cosa di cui non saremmo così sicuri, la citazione del cinema d’avventura anni Ottanta banalizza e appiattisce un film con ben altre possibilità, e la sceneggiatura è davvero povera. Se Bruckheimer aveva in mente un nuovo Pirati dei Caraibi dovrà ripensare all’operazione: Gyllenhaal (convincente in ruoli drammatici come in Brothers) non ha il carisma di Johnny Depp (e passi), ma nemmeno quello di Orlando Bloom (e qui ce ne vuole), la sceneggiatura non possiede l’ironia degli script dei pirati (tra ironia e farsa c’è una bella differenza), e lo stesso impianto scenico appare meno curato e originale. Difficile che un film come questo possa aprire le porte di una nuova franchise. In questo caso, il tasto da premere non sarà avanti veloce, ma solo riavvolgimento.

Da non vedere perché: Prince Of Persia torna all’antico cinema di avventura, ma a quella versione più deleteria e cialtrona che era la sua rilettura degli anni Ottanta. Per intenderci, quella delle brutte copie di Indiana Jones

 

 

19
Mar
10

Speciale Alice nel paese delle meraviglie. Burton in Wonderland

“È meglio se tieni per te le tue visioni. Se sei in dubbio rimani in silenzio”. “Perché sprechi tempo a sognare cose impossibili?” Sono domande rivolte – nel mondo reale – ad Alice. Ma chissà quante volte, quando era ancora un genio incompreso, Tim Burton si sarà sentito rivolgere domande come queste. Colui che all’inizio della carriera, quando lavorava ai film d’animazione della Disney, se ne andò perché il suo lavoro non era in linea con le direttive della casa di Topolino, e i suoi personaggi erano troppo poco rassicuranti, torna alla Disney per rileggere a modo suo una di quelle opere che proprio grazie a un cartoon della Disney è fissata nell’immaginario collettivo di tutti. E farne qualcosa di proprio. L’identificazione tra Burton e Alice è proprio una delle chiavi di lettura del suo nuovo Alice In Wonderland. Entrambi anticonformisti, restii all’omologazione, entrambi capaci di sognare grazie a una fantasia sfrenata. Ed entrambi capaci di costruire, grazie ad essa, mondi dove ogni cosa è impossibile solo se pensi che lo sia. In una parola, Alice e Tim Burton sono dei diversi.

Ed è naturale che Burton sia affascinato dal Sottomondo. È lo stesso mondo che Alice aveva visitato da bambina, e che ora visita nuovamente a 19 anni. Aveva confuso il termine “Underland” con “Wonderland” e pensava che invece che Sottomondo avessero detto “Paese delle meraviglie”. Il Sottomondo è l’essenza stessa del cinema di Burton. È l’Underground che diventa Over-ground. Quello di Burton è un mondo capovolto. In The Nightmare Before Christmas, il suo capolavoro di animazione in Stop Motion, la sua simpatia va al mondo di Halloween, che preferisce a quello del Natale. Ne La sposa cadavere il mondo dei vivi è freddo, grigio, ingessato nei rituali borghesi, e quello dei morti è chiassoso, colorato e allegro. Come a dire che solo liberandoci dalle convenzioni possiamo essere liberi, senza freni. Ne Il pianeta delle scimmie gli uomini sono gli animali, e gli animali sono gli uomini. Come a dire gli ultimi saranno i primi, i diversi sono gli eroi. È naturale che Burton/Alice ami questo Sottomondo, così bizzarro e così inusuale. E in fondo, il Cappellaio Matto, la Regina Rossa, la Regina Bianca, il Fante di Cuori, Pinco Panco e Panco Pinco, il Bianconiglio, il Brucaliffo, lo Stregatto e tutte le altre incredibili creature cosa sono se non gli ennesimi Freaks cantati da Burton? Non starebbero forse bene nel circo di Big Fish? La stessa Alice, nel film, viene spesso fatta sentire inadatta, inadeguata: viene definita “l’Alice sbagliata”, è prima troppo piccola, poi troppo alta.

“Mi piacciono le persone che hanno un aspetto strano, non so perché” ha dichiarato a Venezia, quando ha ritirato il Leone d’Oro alla carriera. Tim Burton è diventato famoso per Batman, ma se dovessimo scommettere sul suo supereroe preferito, punteremmo sul bimbo Supermacchia, una creatura del suo libro di favole Morte del bambino ostrica e altri racconti. Un bambino che a ogni movimento si sporca, diventando un’enorme macchia nera. Sì, perché Burton ha un’anima pop e un’anima gotica. È a volte colorato e a volte oscuro. E anche il Wonderland, che qui diventa Underland, è a tratti colorato. Ma è anche grigio e oscuro, vista la dittatura instaurata dalla Regina Rossa. L’ex Paese delle meraviglie con Tim Burton diventa horror, fatto di rami aggrovigliati, cieli plumbei, creature pericolose. A momenti somiglia al mondo de Il mistero di Sleepy Hollow. È stato Burton a volerlo così. Man mano che infatti i suoi collaboratori cominciavano a creare un mondo molto colorato, Burton correggeva questo portandolo verso il suo gusto. Così Sottomondo è diventato un universo opprimente. La chiave è stata una vecchia fotografia scattata durante la Seconda Guerra Mondiale, che mostrava una famiglia britannica mentre prendeva un tè nel proprio giardino. Sullo sfondo si vede il cielo di Londra, decisamente grigio. Da qui sono partiti Burton e il suo staff per creare questo mondo.

È invece una creazione di Johnny Depp, amico, sodale e alter ego di Tim Burton, il Cappellaio Matto. Depp lo interpreta in maniera ancora una volta straordinaria, ma ha contribuito anche a crearlo. Ha scoperto infatti che i cappellai dell’epoca di Carroll soffrivano spesso di avvelenamento da mercurio. Il detto inglese “matto come un cappellaio” non è campato in aria: i cappellai usavano una colla ad alto contenuto di mercurio che macchiava le loro mani. Depp ha immaginato un cappellaio dall’intero corpo, e non solo la mente, colpito dal mercurio. E per questo ha dipinto un Cappellaio dai capelli arancioni, dal volto da clown e dai grandi occhi verdi. A vedere il Cappellaio di Depp e i suoi colori accesi sembra di avere una visione da trip di LSD. E non a caso Carroll è stato spesso accostato all’LSD. Non perché ne abbia fatto uso, i tempi non erano quelli. Ma perché la sua scrittura immaginifica e “lisergica” è servita a molti artisti per raccontare i viaggi procurati dall’uso di droghe. Si pensi a John Lennon e ai Beatles di Lucy In The Sky With Diamonds e I Am The Walrus o ai Jefferson Airplaine di White Rabbit. Quel Cappellaio Matto dai colori da trip allucinogeno allora è come un cerchio che si chiude. Burton e Depp, con la loro follia, sembrano ridare a Carroll quell’aura lisergica, allucinata e liberatoria che già Lennon e altri artisti trovavano nelle sue parole. È come se Burton fosse rientrato alla Disney per rapire Carroll e liberarlo. È quello che accade quando artisti che parlano lo stesso linguaggio si incontrano. Quando si trovano insieme menti come Carroll, Lennon e Burton, persone che da sempre abitano in un loro Paese delle meraviglie. Pardon, in un loro Sottomondo.

 

03
Mar
10

Alice In Wonderland. Johnny Depp, quel cappellaio all’LSD…

Voto: 7 (su 10) 

È impossibile solo se pensi che lo sia. È il motto di Alice In Wonderland. Ma potrebbe essere anche il motto della carriera di Tim Burton, il visionario regista che riporta sullo schermo il libro di Lewis Carroll. Proprio colui che a inizio carriera se n’era andato dalla Disney, perché i personaggi che creava erano troppo poco rassicuranti, ritorna da Topolino per rileggere un libro che proprio grazie a un cartoon Disney è stato fissato nell’immaginario collettivo. Quello tra Burton e Carroll, menti fervide e immaginifiche, è un matrimonio che s’ha da fare, che pare naturale, anzi, ci si chiede come non sia avvenuto prima. L’identificazione tra Burton e Alice è la cosa che balza agli occhi sin dalle prime scene del film. “È meglio se tieni per te le tue visioni. Se sei in dubbio rimani in silenzio”. “Perché sprechi tempo a sognare cose impossibili?”. Sono parole che si sente dire Alice nel mondo reale. Ma chissà quante volte se le sarà sentite dire Burton da piccolo. Burton è Alice e Alice è Burton: anticonformisti, sognatori, creatori di mondi incredibili grazie alla loro fantasia.

Mescolando due libri di Carroll, Alice nel paese delle meraviglie e Oltre lo specchio, Burton racconta la storia di Alice, ormai diciannovenne e prossima al matrimonio, che viene richiamata nel Paese delle meraviglie, che in realtà si chiama Sottomondo (è stata lei, da piccola, a confondere Underland con Wonderland), per uccidere il drago e liberare il mondo dalla dittatura della Regina Rossa. Alice è Burton stesso, dicevamo. Ma è tutto il Sottomondo a essere la terra ideale della poetica di Burton, in cui da sempre tutto è capovolto e gli ultimi sono i primi. Dal mondo colorato dei morti de La sposa cadavere che vince nettamente su quello dei vivi, al mondo di Halloween che suscita più simpatia di quello del Natale in The Nightmare Before Christmas, fino alla storia de Il pianeta delle scimmie dove gli animali sono gli  uomini e gli uomini sono animali. Quel sottomondo dove “ogni cosa è leggermente strana, anche le brave persone”, come ha dichiarato Burton, sembra proprio piacere al regista. E il Cappellaio Matto, la Regina Rossa, la Regina Bianca, il Fante di Cuori, il Bianconiglio, il Brucaliffo e lo Stregatto non sono altro che gli ennesimi Freaks cantati da Burton, che starebbero benissimo nel circo di Big Fish.

Ma la dialettica/scontro tra due mondi, tema tipico di Burton, in questo Alice In Wonderland è doppio. Perché a quello tra mondo e Sottomondo, si aggiunge lo scontro tra il Sottomondo che era e quello che è. Se il Sottomondo è liberatorio e sfrenato rispetto al mondo reale, deve a sua volta liberarsi dal giogo della Regina Rossa, che ha instaurato una dittatura e oppresso e ingrigito quello che una volta era il Paese delle meraviglie. Che oggi è colorato e grigio insieme: a colori sono i personaggi, e grigia è l’atmosfera che li circonda. Così, a momenti il Paese delle meraviglie di Burton diventa horror, tra rami aggrovigliati, cieli plumbei e nebbie che lo fanno sembrare Sleepy Hollow. Burton forse esagera con il 3D (ma il film è stato girato in 2D e poi adattato), andando un po’ in controtendenza con quelle che sono le scelte del 3D di oggi, e ci fa arrivare parecchie cose addosso, facendoci chiudere gli occhi più di una volta. Ma da un ragazzaccio come lui ci può anche stare. Quello che manca al film è sorprendentemente l’aspetto emotivo, che è preponderante in ogni suo film. Alice In Wonderland lascia freddi, non emoziona mai, è come una serie di abili mosse su una scacchiera, tutte corrette ma tutte anche troppo studiate o prevedibili. Il problema è forse la sceneggiatura di Linda Woolverton, autrice de Il re leone e La bella e la bestia, film dall’impianto narrativo piuttosto classico. Lo script di Alice In Wonderland, se da un lato reinventa bene la storia di Alice, dall’altro scorre un po’ schematico e prevedibile. E il nuovo film di Burton rischia di colpire solo l’occhio e non il cuore, al contrario di quanto avviene nell’altra meraviglia in 3D di oggi, Avatar.

C’è però ancora uno sberleffo al mondo Disney. E a firmarlo, insieme a Burton, è Johnny Depp. Il suo Cappellaio Matto è un’altra figura da ricordare nella galleria dei suoi personaggi. È un parente stretto di Willy Wonka, ma anche di Sweeney Todd. E negli occhi ha la tristezza e la malinconia di alcuni personaggi di Chaplin. Ma il Cappellaio di Depp ha soprattutto i colori allucinati/allucinogeni di un trip da lsd, la sostanza stupefacente che molti artisti, da John Lennon e i Beatles (Lucy In The Sky With Diamonds, I Am The Walrus) ai Jefferson Airplane (White Rabbit) hanno associato alle parole di Carroll, così immaginifiche e lisergiche da rappresentare, senza volerlo, meglio di chiunque altro i viaggi procurati da quella droga. Con i colori del Cappellaio Matto, Burton e Depp sembrano liberare Carroll dall’edulcorato mondo dei cartoon Disney e restituirlo a quella controcultura degli anni Sessanta che aveva scorto significati ulteriori e nuove chiavi di lettura alla sua opera. Può succedere anche questo, quando si incontrano menti come Carroll, Burton e Lennon, che parlano la stessa lingua e abitano nello stesso mondo. Anzi, nello stesso Sottomondo.

Da vedere perché: Anche se stupisce più gli occhi che il cuore, quello di Burton e il Paese delle meraviglie è un connubio naturale. E il film che ne esce è un viaggio allucinogeno

Guarda il trailer italiano

 

19
Gen
10

Speciale. Tutti i segreti di Avatar: quando le macchine incontrano l’uomo

Signore e signori, ci siamo. È arrivato finalmente nelle sale Avatar, il film che cambierà la storia del cinema. Ma è davvero così? Difficile dirlo ora, ci vorrà qualche anno. Ma sin d’ora possiamo cercare di capire perché questo film può lasciare il segno. È curioso come James Cameron abbia usato tutta la potenza di fuoco delle nuove tecnologie, tutto ciò che più di avanzato c’è oggi nel mondo del cinema, per realizzare quella che in fondo è una versione ipertecnologica di un cinema d’altri tempi, un cinema d’avventura dal respiro classico, un cinema che appartiene agli anni Quaranta come ai primi Ottanta. Tutto, dal ritmo, alle musiche, agli snodi narrativi, è tipico di un modo di fare cinema che oggi quasi non c’è più. Ma proprio le tecnologie avanzate di cui dispone il film, prima fra tutte il 3D, fanno sì che Avatar sia un film da vedere assolutamente al cinema, sul grande schermo, ovviamente nelle sale attrezzate con i proiettori 3D. Così Avatar, film all’avanguardia, ci fa tornare proprio ai grandi kolossal di un tempo. A quei film-evento che andavano visti al cinema. Avatar è un film che ci riconcilia con il cinema-cinema, con la sala cinematografica. Sarebbe impensabile vederlo su uno schermo televisivo, o su quello di un pc o di un telefonino. È proprio questa la rivoluzione a cui pensavano Jeffrey Katzenberg, Steven Spielbeg e Cameron stesso quando si sono fatti promotori della nuova tecnologia 3D. Una rivoluzione a cui Cameron appartiene a pieno diritto, avendo sperimentato gli strumenti per girare in tre dimensioni.

Ma forse Avatar sarà il film che cambia la storia del cinema per un altro motivo. Forse la novità più grossa del film è il livello di perfezione raggiunto dalla performance capture, quella tecnica che permette agli attori di “interpretare” con i loro movimenti dei personaggi digitali, creati al computer. La tecnica usata da Cameron raggiunge dei livelli di eccellenza, tanto che mai come stavolta i personaggi virtuali sono sembrati così veri, vivi. Non a caso dietro questo successo c’è la Weta Digital, la casa di effetti speciali di Peter Jackson, artefice di quello che è forse il personaggio virtuale più vivo della storia del cinema, il Gollum della trilogia de Il Signore degli Anelli.

Performance capture: dentro la creatura c’è l’uomo

La ragione per cui Cameron ha aspettato così tanto per realizzare Avatar (un progetto che ha in serbo almeno dal 1995, ma in realtà sogna il mondo di Pandora da quando era un ragazzino) è proprio questa. La tecnologia di allora non era ancora pronta per realizzare al computer le creature aliene (i Na’vi) che Cameron aveva in mente. Cameron non voleva utilizzare il trucco per realizzare i suoi alieni: le gomme poste sul viso infatti non permettono di modificare la distanza tra gli occhi e le loro dimensioni, né di intervenire sulle proporzioni dei corpi e le loro dimensioni. La performance capture, che si usa per cogliere movimenti ed espressioni di veri attori, permette invece tutto questo. Gli occhi dei Na’vi hanno un diametro doppio rispetto agli occhi degli umani, e sono più distanziati tra loro. Gli alieni sono più longilinei degli umani, sono più grandi, e le loro mani hanno solo quattro dita.

Cameron pensava di realizzare Avatar già nel 1995. Ma fu costretto ad abbandonare il progetto perché le creature realizzate al computer non avevano ancora il fotorealismo necessario per sembrare credibili. Quando riprese il progetto nel 2005, la computer grafica aveva ancora qualche problema, come l’effetto “dead eye”, la mancanza di luminosità degli occhi dei personaggi nei primi film realizzati con la performance capture. Un dettaglio che impediva ai personaggi di sembrare reali. Si è arrivati così a un nuovo tipo di performance capture. Di solito gli attori indossavano delle tute con dei marcatori e altri marcatori sul volto: si tratta di puntini che, rilevati dal computer, costituiscono una mappatura di corpo e volto, una serie di punti di riferimento su cui poi vengono ricreati i movimenti della creatura digitale. Con Avatar è stato inaugurato un nuovo sistema di performance capture per cogliere le espressioni del viso, basato sulle immagini: agli attori viene fatto mettere in testa un dispositivo, munito di una piccola telecamera, rivolta verso il loro volto. Questa può registrare ogni loro minima espressione, ogni movimento dei muscoli. Ma soprattutto il movimento degli occhi, cosa mai avvenuta in precedenza.

In questo senso non possiamo nemmeno più parlare di personaggi digitali: le creature di Avatar sono sì generate dal computer, ma la loro anima è umana. Il loro movimento, le loro espressioni non sono possibili senza i corpi e i volti degli attori. La tecnologia è avanzatissima, ma la macchina ha sempre bisogno dell’uomo. E l’uomo ha bisogno della macchina come sua estensione. Avatar segna l’equilibrio perfetto tra fattore umano e tecnologia, la fusione tra uomo e computer. E in questo senso può essere considerato il futuro del cinema.

Il volume e virtual camera: si gira in presa diretta!

Il nuovo sistema di performance capture, inoltre, ha fatto sì che le macchine da presa usate di solito per corpi e volti fossero usate solamente per captare il movimento dei corpi. Quindi è stato possibile metterle a una distanza più grande del solito rispetto agli attori. Così il team di Avatar ha potuto riprendere con questa tecnica uno spazio molto più grande, un capture environment, che è stato denominato Volume. Si tratta di uno spazio sei volte più grande rispetto al passato. Con il Volume sono stati catturati dal vivo i movimenti di cavalli al galoppo, sequenze acrobatiche complesse, e anche i combattimenti tra gli aerei e le creature volanti. Anche le sequenze più grandi create al computer, dunque, sono in qualche modo vere, perché riprese da movimenti reali.

Un’altra innovazione  è la virtual camera: una sorta di consolle, che non è una vera macchina da presa (non ha nemmeno una lente), ma si comporta come tale perché legge le immagini in computer grafica che le inviano i computer collegati. Attraverso di essa, Cameron poteva vedere i personaggi virtuali in computer grafica già mentre gli attori in carne e ossa stavano girando i movimenti per le scene, invece di aspettare che il lavoro degli artisti della computer grafica fosse ultimato. Per il regista era come girare direttamente la scena in un teatro di posa. Zoe Saldana e Sam Worthington giravano la loro scena in carne e ossa, e Cameron sul suo monitor li vedeva già enormi, blu e muniti di coda. E, intorno a loro, invece del set vuoto, vedeva già la lussureggiante foresta di Pandora. Così il regista e gli attori potevano vedere da subito qualcosa di simile al risultato finale della scena, senza aspettare il lungo lavoro degli artisti del computer. Quello che vedevano subito aveva la risoluzione simile a quella di un videogioco. Per completare i lavoro, creare delle immagini ad altra risoluzione, e dare la giusta espressività alle creature virtuali, la WETA ha dovuto comunque lavorare ancora un anno dopo le riprese.

3D: la nuova concezione

C’è poi, ovviamente, il 3D. Il direttore della fotografia, italiano, Mauro Fiore, ha adottato il 3D Fusion Camera System, in grado di girare delle immagini che si mescolassero alla perfezione a quelle create al computer della WETA e dalla ILM di Lucas. La concezione di Cameron è lontana dal 3D di un tempo, che veniva vissuto come qualcosa in più, un effetto fine a se stesso, come il lancio di oggetti verso il pubblico. Per Cameron il 3D è una finestra sul mondo, un mondo per farci entrare nella narrazione, senza richiamare su di sé l’attenzione. Il sistema era stato sperimentato da Cameron nei suoi due film “marini”, Ghost Of The Abyss e Aliens Of The Deep. Proprio da questi film sono arrivate nuove idee per il mondo di Pandora: Cameron aveva osservato il fenomeno di alcune forme di vita che nella totale oscurità emanano bagliori e brillano di luce propria. Da qui è arrivata l’idea della foresta fluorescente di Pandora.

(Pubblicato su Movie Sushi)

11
Gen
10

Avatar. Abbracciati dalle immagini

Voto: 8,5 (su 10) 

Spettacolare. Se si dovesse racchiudere in un’unica parola l’attesissimo Avatar di James Cameron, quella parola sarebbe questa. Avatar è prima di ogni cosa un grande spettacolo, uno di quei film evento che vanno visti in sala, vissuti completamente. Come accadeva un tempo. È un film che va visto in sala, ovviamente attrezzata per la proiezione 3D, proprio per godersi completamente il film nella sua versione tridimensionale, quella per cui è stato pensato e creato. Una versione che permette di immergersi completamente in un mondo nuovo. E che conferma la stereoscopia come mezzo espressivo capace di mettersi al servizio di una storia e di darle forza espressiva, e non un mero gadget tecnologico da parco dei divertimenti. Non oggetti che ci arrivano in faccia, ma una profondità di campo tale da farci sentire circondati, abbracciati delle immagini.

Abbiamo aspettato tanto per vederlo, questo Avatar. E ha aspettato tanto anche James Cameron, che sognava il mondo di Pandora – il pianeta dove si svolge il film – dal lontano 1995. A Pandora, lontano 4,4 anni luce dalla Terra, gli umani cercano un prezioso minerale in grado di risolvere la crisi energetica del nostro pianeta. Per questo si scontrano con i Na’vi, gli abitanti del pianeta. Per comunicare con loro, visto che l’aria del pianeta è tossica, gli umani utilizzano degli Avatar, creature artificiali, fatte di dna indigeno e umano, che comandano a distanza, e che permette di somigliare ai Na’vi. Jake Sully, ex marine ora su una sedia a rotelle, entra nel progetto per sostituire il fratello defunto. Ma conosce un’indigena se ne innamora, e prende posizione a difesa dei Na’vi.

I Na’vi come i nativi americani, quegli indiani d’America che come loro vivevano in armonia con la natura e sono stati cacciati dalle loro terre. L’accostamento è immediato, così come quello con la trama di Pocahontas, o The New World di Terence Malick, per usare un accostamento più “alto”. È una trama davvero semplice, potremmo dire prevedibile, quella di Avatar. Ma si resta comunque incollati allo schermo, per alcune trovate  – come la treccia/cordone ombelicale dei Na’vi che permette di entrare in contatto con la natura, con animali e piante – e per l’incanto creato dalle immagini.

Dopo un inizio un po’ macchinoso, le scene notturne nella foresta fluorescente – quelle realizzate interamente in computer grafica – lasciano a bocca aperta. Oltre che per le immagini tridimensionali, realizzate con tecniche studiate proprio da Cameron, anche se le abbiamo viste utilizzate già da altri registi, stupisce un uso eccezionale della performance capture: grazie a un casco munito di una piccola telecamera (al posto dei soliti marcatori posti sul volto) è stata colta ogni minima espressione dei volti degli attori, compresi – per la prima volta – gli occhi, che sono stati poi trasformati in personaggi virtuali.

Il risultato è qualcosa che fonde perfettamente l’aspetto umano a quello tecnologico: i personaggi sono creati sì dal computer, ma sono anche in tutto e per tutto gli attori che li impersonano.

È questa, più che il 3D, la vera rivoluzione di Avatar: con il computer si possono creare personaggi espressivi come gli umani. Ma per farlo ci vuole sempre l’uomo, cioè l’interpretazione di un attore. Ma quello che è ancora più curioso è che Cameron usa una confezione ultramoderna proprio per riportarci a un cinema d’altri tempi, il kolossal classico hollywoodiano, che dal cinema d’avventura degli anni Trenta e Quaranta, quello di King Kong e dei mondi esotici e incontaminati, arriva fino agli anni Settanta e a certi film di fantascienza. L’impianto di Avatar è profondamente classico: il respiro, il ritmo, le musiche, le svolte narrative (arrivano i nostri…), e, sì, anche la semplicità della trama e l’ingenuità di fondo sono quelle di un cinema d’altri tempi. Non mancano i messaggi, dalla critica all’imperialismo americano (“cerchiamo di dare loro istruzione, medicine e strade, ma a loro piace il fango” sentiamo dire ai terrestri, e sembra di essere nelle zone dove oggi si esporta la democrazia), l’afflato ecologista e pacifista (e speriamo che Obama, che ha assistito al film, ne tragga ispirazione). Né mancano le citazioni: Avatar mescola un po’ di tutto, Guerre stellari e Jurassic Park (Lucas e Spielberg, con Cameron sacra triade del cinema spettacolare Made in USA), Titanic e Aliens – Scontro finale (i robot-corazza da combattimento) dello stesso Cameron. Ma Avatar è una gioia prima per gli occhi e poi per il cuore o il cervello. Più forma che sostanza? Certo, ma in un tipo di cinema come questo la forma è sostanza. Nel senso che uno spettacolo realizzato in una simile maniera affascina e colma ogni possibile lacuna, sia essa di sceneggiatura o di qualsiasi altro tipo. Non sappiamo dirvi se è il film che cambierà la storia del cinema. Ma di sicuro è un film che ci riconcilia con il cinema. Quello da vedere al cinema. Quello spettacolare.  

Da vedere perché: è il film evento, quello da vedere assolutamente al cinema in 3D. Non delude le attese, è davvero un grande spettacolo. Confezione ipertecnologica per un film d’altri tempi

 

 












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