Posts Tagged ‘tarantino

09
Mag
11

Machete. Il film nato per volontà popolare

Voto: 7 (su 10)

In un’epoca in cui i film sono tratti da acclamati bestseller, o sequel di acclamati film, o rifacimenti degli stessi, un film tratto da un “acclamato” trailer è qualcosa di più unico che raro, e desta sicuramente simpatia. Parliamo di Machete, e di quel finto trailer presente in Grindhouse, l’opera a quattro mani di Quentin Tarantino e Robert Rodriguez, da noi andato in onda in, la metà di Rodriguez distribuita come film a sé stante. Prima dell’inizio di Planet Terror andava appunto in onda, compreso nell’opera stessa, un trailer di un film che non esisteva, Machete, che ha fatto impazzire il pubblico. Machete è nato per volontà popolare: su  internet, perfino per strada la gente ha richiesto a gran  voce a Rodriguez questo film. Ma Rodriguez Machete lo aveva in mente dai tempi di Desperado, e quel trailer in fondo è stato solo la molla. Eccolo, allora: Machete Cortez, ex agente federale, deve vendicarsi del boss Torres che lo aveva incastrato e fatto radiare dal corpo. Mentre un politico fa della lotta all’immigrazione dei messicani il fulcro della sua campagna elettorale, una poliziotta e una rivoluzionaria aiuteranno Machete.

L’operazione di Machete è la stessa dei film di Tarantino: il recupero e la nobilitazione dei B movie. Machete, che può essere considerato tranquillamente la terza parte di Grindhouse, non sfugge alle regole che i due hanno dato all’operazione, e che sono alla base del loro cinema da sempre. Del film di serie B vengono ripresi i temi, che sono quelli del cinema di genere, dei polizieschi, degli horror, viene ricreato in parte lo stile, con le pellicole sgranate e rovinate, anche se qui l’effetto è meno evidente che in Grindhouse. E poi c’è il recupero di vecchie star cadute nel dimenticatoio, o quasi: se il colpo per eccellenza in questo senso lo fece Tarantino con John Travolta in Pulp Fiction, qui Rodriguez recupera due vecchie conoscenze del cinema e della tv degli anni Ottanta, gli indimenticati Don Johnson e Steven Seagal, che è il villain Cortez. Più Danny Trejo, nel ruolo di Machete, ex caratterista, ed ex galeotto, da qui il physique du role, alla sua prima volta da protagonista.

L’operazione B movie, lo sappiamo, è divertimento puro (il sottotesto politico c’è, ma è lievissimo). Per chi guarda, ma anche per chi gira. Rodriguez è il regista, e può permettersi tutto. Può permettersi le pupe, Jessica Alba, Lindsay Lohan e Michelle Rodriguez, e può permettersi pure di spogliarle (solo le prime due, ma il nudo della Alba è virtuale: indossava un bikini poi cancellato al computer). Rodriguez vuole stupire a ogni sequenza, e spesso ci riesce. L’idea geniale è che il protagonista riesca ad uccidere non solo con il machete, ma con qualsiasi oggetto tagliente o appena appuntito: coltelli da cucina, cavatappi, termometri da cucina, e così via. Machete è un film spassoso, pieno di ritmo, irresistibile.

Machete allora è un film di serie B, o qualcos’altro? La sensazione è che, dentro al guscio colorato e saporito non ci sia la sostanza che c’è dentro un film di Tarantino. Ci siamo chiesti allora quale sia la differenza tra il cinema di Tarantino e quello del suo sodale Rodriguez. Perché, cioè, il primo giri dei capolavori e il secondo al massimo dei film molto divertenti. La differenza sta tutta nella scrittura: da B movie un po’ coatto quella di Rodriguez, un mix tra Shakespeare e la cultura pop, fatta di dialoghi quotidiani, quella di Tarantino. E non è detto che l’amicizia tra i due sia una fortuna per Rodriguez: se senz’altro l’ha facilitato a trovare il suo posto al sole, forse l’ha un po’ frenato nel trovare una sua personalità al cinema. Non a caso forse il film di Rodriguez con uno stile più personale, seppur mutuato da un altro stile ben preciso, quello di Frank Miller, è Sin City. Proprio dove, pur avendolo come collega sul set, Rodriguez si è allontanato da Tarantino. La differenza è questa: Tarantino prende il B movie per frullarlo e trasformarlo in cinema d’autore. Rodriguez lo prende per rifare semplicemente grandi B movie. Cosa che nessuno oggi sa più fare.

Da vedere perché: è un film spassoso, pieno di ritmo, irresistibile. Anche se rimane, orgogliosamente, un B movie

02
Nov
09

Il nastro bianco. Il terreno fertile per i semi del Male

Voto: 8 (su 10)

nastroChe cos’è il nastro bianco? È un segnale, un simbolo, un monito di innocenza e purezza. Viene applicato ai bambini quando rompono le regole, quando peccano, per ricordare loro di tornare sulla retta via. È un nastro bianco, ma è come una lettera scarlatta. Siamo nel 1913/14, in un villaggio protestante della Germania del Nord, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. Nella comunità, dedita all’agricoltura e all’osservanza di rigide regole morali e religiose, cominciano ad accadere strani avvenimenti. Il medico cade da cavallo dopo che una fune è stata tesa appositamente. L’uccellino del pastore viene trovato trafitto da delle forbici. Il figlio del barone viene trovato ferito. E poi capita anche a un bambino handicappato. È una serie di “funny games”, di giochi per nulla divertenti. Parliamo di giochi perché dietro potrebbero esserci i bambini del paese…

E parliamo di “funny games” perché Il nastro bianco è l’ultimo film di Michael Haneke, l’autore austriaco che in questi anni, da Funny Games a La pianista a Niente da nascondere, ci ha abituato a ogni tipo di sadismo. Che qui va indietro nel tempo e scava nel profondo, per raccontarci le radici di quel male e i semi di quella cattiveria che ci ha mostrato così spesso nelle sue opere. Dietro la facciata puritana della comunità protestante c’è una crudeltà profonda, che appare lontanissima dal messaggio di Cristo di eguaglianza e solidarietà. “Ne ho abbastanza di un ambiente dominato dalla malignità, dall’invidia, dalla stupidità, dalla brutalità, da violenze, minacce, da perverse vendette” sentiamo dire a un personaggio del film. È una donna, una categoria che nel villaggio in questione è trattata nella maniera peggiore. Quello di Haneke è un racconto morale importantissimo. Perché spiega come e quando è nata e cresciuta la Germania più cattiva, quali sono state le idee e i comportamenti che hanno costituito il terreno fertile nel quale sono stati seminati i semi del Male, cioè del Nazismo. I bambini crudeli di oggi, cresciuti a pane e castigo, saranno i Nazisti di domani, creature ai quali un sistema fatto di ordini, obbedienze e punizioni sembrerà la prosecuzione naturale della loro vita.

È un film rigoroso, incredibilmente sobrio ed estremamente cupo e inquietante, Il nastro bianco. Una storia in cui la violenza è quasi sempre fuori campo, mai mostrata come in altre opere di Haneke. È una violenza soprattutto psicologica, che nella confezione raggelata che il bianco e nero di Haneke contribuisce a creare risalta ancora di più. È un bianco e nero di altri tempi (sembra di essere un film di Dreyer, o di Bergman), un bianco e nero classico, con i contrasti poco accentuati, ma con infinite sfumature di grigio. Quasi a voler affermare con forza la volontà di avvicinarsi al cinema d’un tempo, un cinema dal forte afflato morale e spirituale. Haneke gira con maestria, alternando inquadrature fisse del paesaggio, che sembrano quadri, a sequenze in cui la macchina da presa è mobilissima, come nella sequenza del valzer, in cui (come in Eyes Wide Shut di Kubrick) si muove insieme e intorno ai due danzatori, quasi a raccontare la leggerezza dell’unico momento spensierato di una storia opprimente, che si apre e si chiude con una lunghissima dissolvenza da e al nero.

È curioso che proprio quest’anno, e proprio partendo dal Festival di Cannes, due autori come Haneke e Tarantino (Bastardi senza gloria), che hanno fatto della violenza uno dei punti salienti della loro poetica, rappresentandola in maniere estetica, o intellettuale, si siano confrontati con una violenza “storica”, effettiva, come quella della Germania pre-nazista e nazista. Con due opere tra loro agli antipodi (classica contro pop, bianco e nero contro colore, controllo contro passionalità), la loro riflessione sul Male e la violenza, incontrando la realtà, è assunta a livelli ancora più alti. Come spesso accade quando l’Arte incontra la vita.

Da vedere perchè: E’ un grande film, rigoroso, incredibilmente sobrio ed estremamente cupo e inquietante

 

 

15
Ott
09

Bastardi senza gloria. Pillole Nazi Pop

diane okPulp Fetish Fiction

 Ormai lo sapete, Tarantino è un feticista. Il suo amore per i piedi delle donne è noto sin da Pulp Fiction, quando un lungo dialogo sui massaggi ai piedi (sono sesso o privi di sensualità?) introduceva Uma Thurman/Mia Wallace che girava a piedi nudi per casa, e ballava a piedi nudi al Jack Rabbit Slim’s. Poi i piedi di Uma, nei panni della Sposa, sono stati al centro di un primo piano insistito in Kill Bill Vol.1. E poi è stata la volta di Grindhouse, con i piedi di Rosario Dawson solleticati da Stuntmen Mike. Anche Bastardi senza gloria ha il suo momento fetish: al centro ci sono gli arti di Diane Kruger. Ma la sua gamba stavolta è martoriata: il tenente Aldo Raine di Brad Pitt infila addirittura un dito nel foro di una pallottola. Rivediamo i piedi di Diane Kruger più tardi, quando, come Cenerantola, le viene fatta provare una scarpa che aveva perso. Ma non c’è un principe a portargliela, e l’esito non è “e vissero tutti felici e contenti”. 

 

 

 

   

inglouriousbasterds74

 Tracce di rosso

 In ogni film di Tarantino c’è una scena completamente ammantata di luce rossa, di solito ambientata in qualche night club o locale notturno. Qui, nonostante ci siano molti bar, nessuno è a “luci rosse”. Il rosso però campeggia, negli addobbi del Terzo Reich che decorano il cinema per la première del film di propaganda nazista che viene organizzata a Parigi. Rosso è anche il vestito di Shosanna, e rossi sono i segni di guerra, come quelli di una pellerossa, che traccia sul volto con il suo rossetto. Rosso fuoco come il vestito che indossa, premonizione del fuoco che appiccherà al cinema. “Guarda questi occhi così rossi/Rossi come una giungla in fiamme” recita Cat People (Putting Out The Fire) di David Bowie (tratta dalla colonna sonora di Cat People, nota da noi come Il bacio della pantera) che fa da colonna sonora alla scena.

 

 

lucSerial killer

Tutti sappiamo della fluvialità tarantiniana in fase di scrittura. Così Kill Bill è diventato un film doppio. Ma Bastardi senza gloria ha rischiato di diventare una serie tv. Tarantino non riusciva a smettere di scrivere, tanto che a un certo punto ha cominciato a considerare l’idea di produrlo come serial. A dissuaderlo pare sia stato Luc Besson, che si è detto deluso, in quanto i film di Tarantino erano una delle poche cose ancora in grado di spingerlo ad andare al cinema. L’idea di vedersi il nuovo Tarantino a casa in tv non gli andava proprio. E così Tarantino ci ha ripensato. Allora, grazie Luc!

 

 

trenoItalia Mon Amour

La passione di Tarantino per il cinema italiano è evidente. È noto ormai che l’ispirazione di Bastardi senza gloria arriva da Quel maledetto treno blindato di Enzo G. Castellari. Oltre che con un cammeo, Castellari è omaggiato con il nome di Enzo Gorlami, l’identità italiana che si inventa Brad Pitt/Aldo Raine alla premiere del film tedesco: è la storpiatura di Enzo Girolami, il vero nome di Enzo G. Castellari. Ma gli omaggi al cinema italiano non finiscono qui. Il generale inglese che dà l’incarico al tenente Hicox si chiama Ed Fenech, omaggio alla diva del cinema italiano anni Settanta Edwige Fenech, già omaggiata da Eli Roth con un cammeo nel suo Hostel 2. Antonio Margheriti, nome di copertura dell’Orso Ebreo di Eli Roth, è un regista italiano, noto con il nome d’arte di Anthony M. Dawson, famoso per i suoi film di genere (tra questi Space Men, del 1960).

 

 

quentin-tarantino-s-inglourious-basterds-motion-picture-soundtrackIl titolo

Inglourious Basterds è il titolo americano di Quel maledetto treno blindato. Il titolo originale si scrive proprio così, con due errori, e non Inglorious Bastards: sembra che Tarantino abbia scelto questo titolo storpiato proprio per differenziarsi dall’altro film.

Ma la leggenda vuole che il film di Castellari fosse catalogato così, con il nome sbagliato, nella videoteca in cui lavorava Tarantino. 

 

 

Bastardi-senza-gloria-Til-Schweiger_midStiglitz, chi era costui?

Hugo Stiglitz è il nome di uno dei bastardi guidati dal tenente Aldo Raine. È un ufficiale tedesco famoso per aver ammazzato vari componenti delle SS. E per questo è assoldato di diritto tra i bastardi.

Il nome è preso da quello di un attore messicano, Hugo Stiglitz, appunto, che tra gli anni Settanta e Ottanta ha girato parecchi horror. Tra cui, in Italia, Il triangolo delle Bermude, e Incubo sulla città incontaminata di Umberto Lenzi.

Tarantino non intendeva fare un omaggio all’attore e al genere, ma ha scelto questo nome proprio perché gli piaceva come lo pronunciavano gli attori tedeschi che interpretavano i nazisti.

 

 

Quentin%20TarantinoCapitoli (de)generi

Come molti dei suoi film, anche Bastardi senza gloria è diviso in capitoli, come se fosse un’opera letteraria. Stratagemma che permette a Tarantino di spaziare tra i generi. Ecco come viaggia tra i generi Bastardi senza gloria. “È Sergio Leone e Lubitsch per i primi due capitoli, poi diventa un noir alla francese e poi si ispira ai film della metà degli anni Sessanta” ha raccontato Tarantino.

“Il finale è macho-sanguinolento-tarantiniano”.

 

 

(Pubblicato su Movie Sushi

 

 

13
Ott
09

Bastardi senza gloria. Non sono cattivi. È che li disegnano così…

landa 1Il suo nome è Landa, Hans Landa. È un ufficiale delle SS nell’ultimo film di Tarantino, Bastardi senza gloria. Lo chiamano il cacciatore di ebrei. Un essere così tremendo che dovremmo odiarlo. Eppure no, l’Hans Landa di Christoph Waltz, l’attore austriaco premiato a Cannes per la migliore interpretazione maschile, fa un lavoro che è agli antipodi dell’ufficiale nazista di Ralph Fiennes visto in Schindler’s List. La cattiveria è la stessa, ci mancherebbe. Ma in Landa ci sono molte più sfumature. È un essere multiforme, come le lingue che parla nel film (tedesco, francese, inglese, italiano). Non a caso abbiamo aperto con delle parole che di solito associamo a James Bond: Hans Landa, infatti è cool, è freddo, controllato, ha delle maniere eleganti. Ama la cucina, lo strudel e il latte. È cattivo, cattivissimo. Ma a modo suo – si prenda con le pinze quest’espressione, visto che si tratta di un nazista – è cortese. È cortese con le donne, fino a quando non deve ammazzarle, certo. Hans Landa è cool come lo era il Wolf di Pulp Fiction. Una figura anch’essa ispirata a James Bond.

Questo aspetto ci porta a riflettere su tutti i cattivi di Tarantino. Che in fondo non ci hanno mai spaventato, ma quasi sempre fatto sorridere. In realtà, se ci pensiamo, nei primi film di Tarantino, non ci sono veri e propri cattivi, almeno per come siamo abituati a considerarli negli schemi classici del cinema. Nel contesto a-morale de Le iene e Pulp Fiction, non ci sono cattivi perché non ci sono buoni. Perché tutti i personaggi del film sono impegnati in azioni negative. Ne Le iene, tutti hanno preso parte a una rapina. C’è chi ha un po’ più di cuore, il Mr. Orange di Tim Roth, (ma è un poliziotto infiltrato) e chi è una vera bestia, il Mr. Blond (che si chiama Vic Vega, ed è il fratello del Vincent Vega di Pulp Fiction) di Michael Madsen, protagonista della scena cult, la sadica tortura a un poliziotto sulle note di Stuck In The Middle With You degli Stealer’s Wheel. Ma è proprio questa sequenza che ci ha messo subito in guardia: è tutta ironia, e la cattiveria è solo apparente. Anche i cattivi sono qui per divertirci.

Anche in Pulp Fiction lo scenario non cambia. E infatti Vincent Vega e Jules Winnfield sono vestiti come le iene del film precedente. Li vediamo entrare in scena mentre parlano di massaggi ai piedi e di patatine e maionese. Potranno mai farci paura? Certo, sono dei killer, e nel film uccidono pure. Ma l’interpretazione di John Travolta e Samuel L. Jackson è ironica, sopra le righe, molto meno realistica rispetto al tono de Le iene. E così i due ci sono subito simpatici. Chi spaventa, per la perfidia con cui si parla di lui, è il boss dei boss, il Marsellus Wallace di Ving Rhames. Ma, dopo aver visto come è uscito dalla cantina del sadico Zed, ci fa quasi tenerezza. Forse il personaggio meno cattivo è il Butch di Bruce Willis, ma si tratta sempre di qualcuno che ha truccato un incontro di boxe.landa 2

Stesso discorso per la Jackie Brown, che dà il titolo al film omonimo, interpretata da Pam Grier. È forse la prima “buona” del cinema di Tarantino, il primo personaggio con il quale lo spettatore prova una certa empatia. Ma è pur sempre una hostess che fa il corriere della droga. Accanto a lei ci sono dei cattivi: l’Ordell di Samuel L. Jackson, il Louis di Robert De Niro, e il poliziotto di Michael Keaton. Tutti troppo ridicoli, fessi, rintronati o stanchi per far paura. Così come Stuntman Mike, interpretato dalla “iena” per eccellenza, Kurt Russell, villain di Grindhouse, è una figura che ci ispira simpatia: osservate il suo sguardo in macchina e il suo sorriso, e ditemi se non è così.

Non sono cattivi, i “villain” di Tarantino. È che li disegnano così. E solo un gran disegnatore di personaggi come Tarantino può creare figure simili.

A dire il vero, forse, i veri cattivi stanno in Kill Bill, il suo film più crudo e, in fondo, meno giocoso. Bill e le sue vipere sono gli unici veri cattivi del cinema di Tarantino: un uomo capace di uccidere la sua ex compagna, per di più incinta, nel giorno del suo matrimonio, è la vera iena.

Uno che è capace di tentare ancora di ucciderla, dopo un ameno discorso sui supereroi, con la figlia a pochi metri di distanza.

David Carradine, nel ruolo di Bill, è il vero “bastardo senza gloria” del cinema di Tarantino. E le sue vipere non sono da meno O-Ren Ishii (Lucy Liu), Vernita Green (Vivica Fox), Elle Driver (Daryl Hannah) e Budd (di nuovo Michael Madsen), sono tutte persone efferate, che siamo contenti di veder morire.

Non come Vincent Vega, che si fa beffare come un fessacchiotto uscendo dal cesso. Ma come Goebbels, Hitler e tutti i nazisti. Sì, tra i cattivi di Tarantino c’è anche un Hitler caricaturale e pop, che il regista raffigura come un simbolo. Del male. Ma anche della stupidità.

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

 

30
Lug
09

Film sul rock e film rock: che differenza c’è?

3645777001_2ce823bc48Notorious, il film appena uscito nelle sale che racconta la storia del rapper newyorchese Notorious B.I.G. è solo l’ultimo di tanti biopic che raccontano vita, morte e (relativi) miracoli di grandi della musica pop e rock (in questo caso del rap). Il biopic rock è una di quelle operazioni sinergiche che tanto piacciono all’industria: il film su una star della musica parla di qualcuno di molto noto e spesso molto amato, e quindi si presume un buon incasso al botteghino. D’altro canto, l’industria musicale si prepara a vendere colonne sonore e ristampe e a godere del rinnovato interesse intorno a quel personaggio. Quanto ci vorrà prima che annuncino un biopic su Michael Jackson? Nel frattempo Notorious, diretto da George Tillman jr., non si discosta da quelli che sono stati gli ultimi biopic musicali. Il film sul defunto rapper è un teatrino fatto di infanzia difficile, dipendenze, cadute e redenzioni, amori e corna. Una struttura da soap opera che ricorda molto quella di Ray, il biopic di Taylor Hackford sulla vita di Ray Charles. Anche quel film presenta una serie di schemi – gli amori, i tradimenti e la dipendenza da droghe – che tendono a reiterarsi in maniere piuttosto schematica, finendo per annoiare. Hackford ha qualche buona idea, come quella di enfatizzare i suoni, visto che per un cieco le orecchie sono gli occhi, e l’uso di movimenti di macchina e montaggio più frenetici nel momento “Trainspotting” del film, quello del momento della disintossicazione dalla droga. Per il resto, si tratta di una regia piuttosto convenzionale.

A spiccare, in quel film, era l’interpretazione mimetica di Jamie Foxx, calato a tal punto nel ruolo da ridere e muoversi come il vero Charles. E, se ci pensiamo, il punto è proprio questo: forse in questo tipo di operazioni si punta tutto su una ricostruzione storica forte, sulla musica e sull’attore principale, che fa un gran lavoro di preparazione. E meno sulla regia. È anche il caso di Walk The Line – Quando l’amore brucia l’anima, dedicato a Johnny Cash. Anche qui al centro di tutto c’è un grande attore, Joaquin Phoenix, con una grande aderenza, fisica e spirituale, al ruolo. E un regista, James Mangold, che finora è stato più una promessa di autore che un artista realizzato. Il risultato è un film godibile, sicuramente superiore ai due sopra citati. Ma che funziona – vedi anche sottotitolo italiano – più come una storia d’amore che come un film su un artista che ha segnato la storia della musica.

Fortunatamente, non tutti i film di questo tipo vanno in questa direzione. I film dedicati a stelle del rock funzionano quanto più sono dei film d’autore, caratterizzati dalla visione di un artista del cinema su un artista della musica. E quanto più si distinguono dall’idea classica del film biografico per diventare qualcosa di più complesso. L’esempio tipico di un film rock che è molto più di un biopic è The Doors di Oliver Stone. Il regista americano gira un film che è molto di più della vita di Jim Morrison e della sua band: riesce a cogliere l’anima del poeta Morrison, le sue visioni, il cuore di canzoni come The End, messe in scena come lunghe allucinazioni dell’artista. Senza che manchino gli altri elementi del genere: attenzione per la musica, per i fatti storici, e un’interpretazione mimetica e indimenticabile come quella di Val Kilmer nei panni del leader della band.

Di recente il miracolo è avvenuto ancora con Control, dedicato a Ian Curtis, leader dei Joy Division. Anche qui a essere vincente è la visione di un artista: Anton Corbijn mette in scena Curtis e la sua band con quel bianco e nero sgranato con cui li fotografava verso la fine degli anni Settanta: così la forma del film aderisce perfettamente all’arte dei Joy Division, portandoci immediatamente in un’epoca, in un’atmosfera sociale, culturale e sonora inconfondibile. Il bianco e nero ci fa vedere quello spleen che la musica dei Joy Division evoca. Tanto che non riusciremmo a immaginarceli mai a colori.

Così come non potremmo mai immaginarci il glam rock in bianco e nero. E infatti Velvet Goldmine di Todd Haynes è coloratissimo. E va oltre la concezione di biopic. Haynes stesso – cogliendo il concetto che stiamo cercando di spiegare – lo ha definito “non un film sul glam, ma un film glam”, nel senso che più che una storia cerca di trasmettere uno stato d’animo, uno stile di vita, un mondo. Le due rockstar non si chiamano David Bowie e Iggy Pop, ma li ricordano. E la storia non è esattamente la stessa, ma ne coglie movenze, motivazioni e sensazioni. In questo modo, il film si prende le sue libertà, che sono sinonimo di creatività, ma entra nel glam rock e nel periodo Ziggy Stardust molto meglio di quanto lo avrebbe fatto un classico biopic su David Bowie (per una mancata sua autorizzazione, pare, non sentiamo le sue canzoni nel film).

Come diceva una pubblicità, Todd Haynes vuol dire fiducia. Non a caso è suo un altro dei film rock più belli degli ultimi anni. Io non sono qui stavolta non rimane nel vago: il personaggio al centro della storia è  – e si chiama – Bob Dylan. Solo che invece di un personaggio sono sei. Ancora una volta al centro di un grande film c’è una grande intuizione e una grande scelta di regia: frammentare un artista nelle sue molteplici anime, ognuna con la propria vita e la propria direzione. Un modo per dimostrare  come sia irrappresentabile un artista come Dylan. E forse ogni artista. Io non sono qui è forse il film che più di altri alza l’asticella del genere, facendo (letteralmente) a pezzi il concetto di biopic classico. Ci aveva provato, con poco successo, qualche anno prima Gus Van Sant, con il suo Last Days, dedicato a Kurt Cobain. Che è l’opposto del biopic come lo intendiamo normalmente: vanno in scena gli ultimi giorni della vita di Cobain, ma di lui non ci viene detto quasi niente. Così Van Sant racconta l’imperscrutabilità e l’insondabilità dell’anima di Cobain, il mistero della sua vita. Non ci mostra niente, ma ci comunica disagio, ansia e straniamento. Per quelli a cui non è piaciuto il film, ne arriverà forse un altro. Mentre è stato annunciato, ma non se ne è saputo più nulla, il film di Spike Lee su James Brown, e smentito il film di Tarantino su Jimi Hendrix, si parla da tempo di un nuovo film su Kurt Cobain. La sua vedova, Courtney Love, avrebbe personalmente scelto Ewan McGregor nel ruolo di Cobain. Ma di questo progetto non si sono avute più notizie. Probabilmente sarebbe un altro film sul rock (sul grunge in questo caso), piuttosto che un film rock.

 

 

10
Giu
09

L’amore nascosto. Cinema deprimente e mai antidepressivo

Voto: 4 (su 10)

1Sono le parole che creano il mondo e sono sempre loro che lo distruggono. È quello che dice una psichiatra, (Greta Scacchi) a Danielle (Isabelle Huppert), ricoverata in una casa di cura dopo che ha tentato più volte il suicidio. Danielle, subito dopo il parto, ha capito che non ama e non potrà mai amare la figlia Sophie (Melanie Laurent). A causa di questo rapporto che non c’è, Danielle si è chiusa in un silenzio, nei suoi sensi di colpa dai quali sembra non poter uscire.

Sono le parole che creano un film, nel senso che la sceneggiatura è sempre la base di partenza. Sono le parole che a volte lo distruggono, perché se la sceneggiatura non è buona il film ne risente quasi sempre. E la sceneggiatura de L’amore nascosto, presentato al Festival di Roma nel 2007 e distribuito oggi da Archibald dopo che il fallimento della precedente distribuzione l’aveva lasciato a lungo senza distributore, non riesce quasi mai a coinvolgere, ad approfondire, a far entrare lo spettatore nella storia e nel disagio delle protagoniste.

Figli: una scia di sangue e responsabilità. Ecco cosa pensa Isabelle. E lo spunto sarebbe importante. Raccontare una madre che prova indifferenza, disagio davanti alla propria figlia, dire che sì, è possibile che una madre possa non amare il sangue del suo sangue, è una scelta coraggiosa e controcorrente, oggi. Una scelta che spezza il velo di ipocrisia con cui spesso si trattano – o non si trattano – certi temi. E colpisce ancora di più sapere che il libro da cui è tratto, Madre e ossa, di Danielle Girard, è una storia vera.

Nella storia c’è una disperazione, una mancanza di speranza che non sembra aprire a vie d’uscita. Ma fa sì che al cinema non ci siano cambi di ritmo, sussulti alla storia, che finisce per appiattirsi sempre sullo stesso tono, a divenire ripetitiva. Nemmeno la regia, pur ricercando immagini raffinate, riesce a risollevare il film, a incidere su un’opera che è tutta sulle spalle di Isabelle Huppert, in un altro dei suoi ruoli al limite, sulla scia de La pianista, e della bella Melanie Laurent, che vedremo nel prossimo Tarantino, Inglourious Basterds.

Quello de L’amore nascosto è un cinema deprimente e mai antidepressivo, buio e mai catartico, nemmeno nel finale posticcio e fastidioso (anche se probabilmente anche questo è vero). E’ un film stanco come i suoi protagonisti, estenuato ed estenuante, dissonante come la colonna sonora jazzata che fa capolino ogni tanto sulle immagini del film.

Da non vedere perchè: tipico cinema d’analisi, che però analizza poco…

 

 












Archivi


Cerca


Blog Stats

  • 106,499 Visite

RSS

Iscriviti al feed di

    Allucineazioni (cos'è?)




informazioni

Allucineazioni NON e' una testata giornalistica ai sensi della legislazione italiana.

Scrivimi

Creative Commons License

Questo blog è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.