Posts Tagged ‘The Road

25
Mag
10

The Road. La strada verso la fine…

Voto: 7 (su 10)

Ogni giorno è una bugia. Ma sto morendo lentamente. E questa non è una bugia. Sono le parole del protagonista di The Road (interpretato da Viggo Mortensen), il film di John Hillcoat tratto dal romanzo di Cormac McCarthy presentato in concorso all’ultimo Festival di Venezia, che ha finalmente trovato una distribuzione qui in Italia (è Videa Cde, che aveva portato in Italia anche The Hurt Locker, il trionfatore degli Oscar), mentre in America è ancora in attesa di essere distribuito. E possiamo capire il perché: The Road è uno dei film più cupi e inquietanti visti sullo schermo negli ultimi tempi. E il pessimismo spaventa sempre esercenti e distributori, che credono che il pubblico, una volta in sala, aspiri solo a staccare il cervello.

Lo fa tenere acceso, il cervello, The Road. Lo fa lavorare. Lo fa viaggiare avanti nel tempo, verso un medioevo prossimo venturo. Lo scenario più vicino alla fine del mondo che abbiamo mai visto. Ogni giorno diventa più grigio e freddo: non c’è più raccolto, non ci sono più animali, non c’è più cibo. Gli alberi muoiono e cadono da soli, all’improvviso. È un mondo virato in grigio, un grigio sporco. Senza un filo di luce, se non un pallido arcobaleno che compare grazie ai vapori di una cascata. La terra è solcata da bande armate, uomini che sono costretti a cibarsi di altri uomini. C’è ancora chi, come un padre e un figlio che si muovono da soli verso il mare e verso il sud, non vogliono ridursi a diventare cannibali, che ci tengono a “essere quelli buoni”. “Mantenere il fuoco acceso” è l’imperativo che si sono dati. Mantenere il fuoco dove si accampano e che li scalda. Ma mantenere anche il fuoco dentro se stessi.

È molto diverso dal solito cinema catastrofico, The Road. Perché al contrario di film come L’alba del giorno dopo non spettacolarizza il disastro, ma inizia in medias res, quando l’inevitabile è già accaduto. E al contrario di Io sono leggenda non cerca luoghi famosi da distruggere, o momenti di azione che alzino il ritmo del film. E non dà spiegazioni. Perché non serve: in un modo o nell’altro siamo arrivati a un collasso ambientale (e i modi per arrivarci non ci mancano), e immedesimarsi è immediato. È impossibile non chiederci cosa faremmo in determinate situazioni,

The Road è a suo modo un film epocale. Un monito verso il futuro, ma anche la metafora del mondo di oggi, senza più risorse, nel nostro caso economiche. Non sono poche le persone che a cause della crisi hanno perso la propria abitazione e sono stati costretti a improvvisarla. Per questo l’atmosfera del film sembra essere in sintonia con lo stato d’animo di molti in questo delicato momento storico. Sono in momenti come questi che l’uomo – metaforicamente parlando – può diventare cannibale, un lupo verso gli altri uomini – homo homini lupus – come teorizzava Hobbes. Non è stato apprezzato da tutta la critica, The Road. È stato considerato piatto, monocorde. Ma le giornate di chi è rimasto senza niente, nemmeno la speranza, sono inevitabilmente così. Si tratta di  un film importante, in questi tempi bui. Perché ci insegna a tenere acceso il fuoco.

Da vedere perché: è il film simbolo dei tempi bui di oggi, della crisi che sta lasciando il mondo senza speranza

 

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03
Nov
09

Arriva nelle sale Capitalism: A Love Story. La scena del crimine

Voto: 8 (su 10)

capitalism defQuesto film contiene scene sconsigliate ai malati di cuore. Un giovanotto preso da qualche tv degli anni Sessanta ci avverte nella prima scena di Capitalism: A Love Story, il nuovo film di Michael Moore, presentato a Venezia in concorso. Subito dopo scorrono immagini di varie rapine. Ma le immagini forti non sono queste: sono quelle che mostrano tutte le persone che in seguito alla crisi sono costrette con la forza ad abbandonare le proprie case. Soli, sulla strada, senza più risorse. E senza un futuro. È Capitalism: A Love Story il vero film catastrofico della Mostra di Venezia, perché se The Road lavora sull’ipotetico e il metaforico, il film di Moore lavora sul reale. La catastrofe è già qui. E quello di Moore ancora una volta è il racconto di un’epoca.

Ma non si tratta di una fatalità. È una truffa studiata ad arte. È il Capitalismo, bellezza. Un sistema di prendere e dare. Prendere, soprattutto. Ognuno approfitta della sfortuna di qualcun altro. Homo homini lupus, come in The Road. Per raccontarci la crisi, Moore parte da lontano, dal boom economico del dopoguerra, quando l’industria americana volava dopo aver distrutto quella giapponese e quella tedesca, all’avvento di Ronald Reagan, il più grande portavoce delle aziende mai visto sulla scena politica. Con lui il paese diventa un’impresa, i ricchi si vedono diminuite le tasse e la gente viene incoraggiata a prendere denaro in prestito. Fino all’arrivo di Alan Greenspan, colui che convince gli americani ad attingere i soldi dalla propria casa, impegnandola per avere i prestiti. Basta distruggere ogni regolamentazione sui mutui ed ecco la frode perfetta orchestrata per far perdere la casa alla gente.

È riduttivo chiamare documentari i film di Michael Moore. Si tratta ormai di un genere a sé, che potremmo chiamare MMM, Michael Moore Movie. Un mix perfetto di satira e denuncia, con una lucidità di analisi rara. Diffidate dalle imitazioni: c’è stato chi ha provato a essere divertente come lui (Morgan Spurlock, Larry Charles), ma si è scordato l’obiettivo principale: quello di informare. Moore lo fa sempre benissimo. Così scopriamo di 6500 giovani condannati per le connivenze tra un giudice e i riformatori privati, dove più resti rinchiuso più frutti. O che molte aziende stipulano polizze vita sui loro dipendenti, per guadagnare anche sulla loro morte.  

Moore ancora una volta mette in scena un’umana commedia dove si ride e si piange. E si combatte il nemico facendosi beffe di lui. Il Robin Hood con cappello da baseball affila sempre più le armi del montaggio e del doppiaggio. Dalle immagini di un documentario sull’antica Roma usate in analogia alla caduta di un altro impero, agli inserti che ridicolizzano ogni apparizione di quello che è ormai il suo feticcio, George W. Bush (sono al terzo film insieme…). Per arrivare agli inserti del Gesù di Nazareth di Zeffirelli doppiati in modo che Gesù/Robert Powell elargisca insegnamenti pro capitalismo (Il denaro è il male, guai a voi ricchi, si legge invece nel Vangelo secondo Luca).

A proposito di attori protagonisti. A fine film entra in scena l’eroe: Barack Obama. Colui che sarà chiamato a raccogliere una delle sfide di Moore, quella riforma sanitaria invocata in Sicko. Come in ogni grande storia, l’arrivo dell’eroe cambia le cose. E comincia ad apparire qualche segnale positivo. Sarà curioso vedere come diventerà il cinema di Moore ora che il suo nemico giurato, Bush, è ormai sconfitto. Per ora ci piace rivederlo caricare a testa bassa seguito dalla camera a mano andando a sbattere contro le security mentre tenta di andare a parlare con qualcuno. Seguirlo ci dà quella sensazione di “arrivano i nostri” che ci dà coraggio. È fazioso, ma ci piace esserlo con lui. E siamo tutti con lui nella scena finale, quando circonda Wall Street e le banche con il tipico nastro giallo della polizia. Sopra c’è scritto: scena del crimine.

Da vedere perché: è il film di un’epoca. Un’umana commedia dove si ride e si piange. E si combatte il nemico facendosi beffe di lui.

 

 

07
Set
09

Venezia 66 Capitalism: A Love Story. La scena del crimine

Voto: 8 (su 10)

capitalismQuesto film contiene scene sconsigliate ai malati di cuore. Un giovanotto preso da qualche tv degli anni Sessanta ci avverte nella prima scena di Capitalism: A Love Story, il nuovo film di Michael Moore, presentato a Venezia in concorso. Subito dopo scorrono immagini di varie rapine. Ma le immagini forti non sono queste: sono quelle che mostrano tutte le persone che in seguito alla crisi sono costrette con la forza ad abbandonare le proprie case. Soli, sulla strada, senza più risorse. E senza un futuro. È Capitalism: A Love Story il vero film catastrofico della Mostra di Venezia, perché se The Road lavora sull’ipotetico e il metaforico, il film di Moore lavora sul reale. La catastrofe è già qui. E quello di Moore ancora una volta è il racconto di un’epoca.

Ma non si tratta di una fatalità. È una truffa studiata ad arte. È il Capitalismo, bellezza. Un sistema di prendere e dare. Prendere, soprattutto. Ognuno approfitta della sfortuna di qualcun altro. Homo homini lupus, come in The Road. Per raccontarci la crisi, Moore parte da lontano, dal boom economico del dopoguerra, quando l’industria americana volava dopo aver distrutto quella giapponese e quella tedesca, all’avvento di Ronald Reagan, il più grande portavoce delle aziende mai visto sulla scena politica. Con lui il paese diventa un’impresa, i ricchi si vedono diminuite le tasse e la gente viene incoraggiata a prendere denaro in prestito. Fino all’arrivo di Alan Greenspan, colui che convince gli americani ad attingere i soldi dalla propria casa, impegnandola per avere i prestiti. Basta distruggere ogni regolamentazione sui mutui ed ecco la frode perfetta orchestrata per far perdere la casa alla gente.

È riduttivo chiamare documentari i film di Michael Moore. Si tratta ormai di un genere a sé, che potremmo chiamare MMM, Michael Moore Movie. Un mix perfetto di satira e denuncia, con una lucidità di analisi rara. Diffidate dalle imitazioni: c’è stato chi ha provato a essere divertente come lui (Morgan Spurlock, Larry Charles), ma si è scordato l’obiettivo principale: quello di informare. Moore lo fa sempre benissimo. Così scopriamo di 6500 giovani condannati per le connivenze tra un giudice e i riformatori privati, dove più resti rinchiuso più frutti. O che molte aziende stipulano polizze vita sui loro dipendenti, per guadagnare anche sulla loro morte.  

Moore ancora una volta mette in scena un’umana commedia dove si ride e si piange. E si combatte il nemico facendosi beffe di lui. Il Robin Hood con cappello da baseball affila sempre più le armi del montaggio e del doppiaggio. Dalle immagini di un documentario sull’antica Roma usate in analogia alla caduta di un altro impero, agli inserti che ridicolizzano ogni apparizione di quello che è ormai il suo feticcio, George W. Bush (sono al terzo film insieme…). Per arrivare agli inserti del Gesù di Nazareth di Zeffirelli doppiati in modo che Gesù/Robert Powell elargisca insegnamenti pro capitalismo (Il denaro è il male, guai a voi ricchi, si legge invece nel Vangelo secondo Luca).

A proposito di attori protagonisti. A fine film entra in scena l’eroe: Barack Obama. Colui che sarà chiamato a raccogliere una delle sfide di Moore, quella riforma sanitaria invocata in Sicko. Come in ogni grande storia, l’arrivo dell’eroe cambia le cose. E comincia ad apparire qualche segnale positivo. Sarà curioso vedere come diventerà il cinema di Moore ora che il suo nemico giurato, Bush, è ormai sconfitto. Per ora ci piace rivederlo caricare a testa bassa seguito dalla camera a mano andando a sbattere contro le security mentre tenta di andare a parlare con qualcuno. Seguirlo ci dà quella sensazione di “arrivano i nostri” che ci dà coraggio. È fazioso, ma ci piace esserlo con lui. E siamo tutti con lui nella scena finale, quando circonda Wall Street e le banche con il tipico nastro giallo della polizia. Sopra c’è scritto: scena del crimine.

Da vedere perché: è il film di un’epoca. Un’umana commedia dove si ride e si piange. E si combatte il nemico facendosi beffe di lui.

(Pubblicato su Movie Sushi)

06
Set
09

Venezia 66. The Road. La strada verso la fine

Voto: 7 (su 10)

The-Road-Poster-thumbOgni giorno è una bugia. Ma sto morendo lentamente. E questa non è una bugia. Sono le parole del protagonista di The Road (interpretato da Viggo Mortensen), il film di John Hillcoat tratto dal romanzo di Cormac McCarthy presentato in concorso a Venezia. È un film ancora in attesa di uscire in America, e di una distribuzione qui in Italia. E possiamo capire il perché: The Road è uno dei film più cupi e inquietanti visti sullo schermo negli ultimi tempi. E il pessimismo spaventa sempre esercenti e distributori, che credono che il pubblico, una volta in sala, aspiri solo a staccare il cervello. 

Lo fa tenere acceso, il cervello, The Road. Lo fa lavorare. Lo fa viaggiare avanti nel tempo, verso un medioevo prossimo venturo. Lo scenario più vicino alla fine del mondo che abbiamo mai visto. Ogni giorno diventa più grigio e freddo: non c’è più raccolto, non ci sono più animali, non c’è più cibo. Gli alberi muoiono e cadono da soli, all’improvviso. È un mondo virato in grigio, un grigio sporco. Senza un filo di luce, se non un pallido arcobaleno che compare grazie ai vapori di una cascata. La terra è solcata da bande armate, uomini che sono costretti a cibarsi di altri uomini. C’è ancora chi, come un padre e un figlio che si muovono da soli verso il mare e verso il sud, non vogliono ridursi a diventare cannibali, che ci tengono a “essere quelli buoni”. “Mantenere il fuoco acceso” è l’imperativo che si sono dati. Mantenere il fuoco dove si accampano e che li scalda. Ma mantenere anche il fuoco dentro se stessi.

È molto diverso dal solito cinema catastrofico, The Road. Perché al contrario di film come L’alba del giorno dopo non spettacolarizza il disastro, ma inizia in medias res, quando l’inevitabile è già accaduto. E al contrario di Io sono leggenda non cerca luoghi famosi da distruggere, o momenti di azione che alzino il ritmo del film. E non dà spiegazioni. Perché non serve: in un modo o nell’altro siamo arrivati a un collasso ambientale (e i modi per arrivarci non ci mancano), e immedesimarsi è immediato. È impossibile non chiederci cosa faremmo in determinate situazioni.

The Road è a suo modo un film epocale. Un monito verso il futuro, ma anche la metafora del mondo di oggi, senza più risorse, nel nostro caso economiche. Non sono poche le persone che a cause della crisi hanno perso la propria abitazione e sono stati costretti a improvvisarla. Per questo l’atmosfera del film sembra essere in sintonia con lo stato d’animo di molti in questo delicato momento storico. Sono in momenti come questi che l’uomo – metaforicamente parlando – può diventare cannibale, un lupo verso gli altri uomini – homo homini lupus – come teorizzava Hobbes. Non è stato apprezzato da tutti, qui a Venezia, The Road. È stato considerato piatto, monocorde. Ma le giornate di chi è rimasto senza niente, nemmeno la speranza, sono inevitabilmente così. Ma è un film importante, in questi tempi bui. Perché ci insegna a tenere acceso il fuoco.

Da vedere perché: è il film simbolo dei tempi bui di oggi, della crisi che sta lasciando il mondo senza speranza.

 













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