Posts Tagged ‘film horror

02
Mar
12

The Woman In Black. La maledizione di Harry Potter

Voto: 5,5 (su 10)

C’è una doppia storia di possessioni al cento di The Woman In Black. La prima è quella di Daniel Radcliffe, posseduto dal suo alter ego Harry Potter, di cui è stato il corpo e il volto per dieci anni. Ora che Radcliffe sta iniziando una nuova carriera, il fantasma di Harry Potter sembra ancora aleggiare su di lui: è difficilissimo staccarsi da un personaggio così popolare, anche se Radcliffe ce la mette tutta. E The Woman In Black, horror prodotto dalla gloriosa casa inglese Hammer, è il suo primo tentativo. Il film inizia proprio con Radcliffe, che nel film è l’avvocato vedovo Arthur Kipps, nell’atto di radersi, e nel momento in cui viene chiamato dal figlioletto: due chiari simboli di un passaggio all’età adulta. E proprio la barba di qualche giorno è il nuovo look di Radcliffe nel suo nuovo ruolo, quella barba che doveva nascondere – ma qua e là affiorava in controluce – quando ancora vestiva i panni del maghetto di Hogwarts.

L’altra possessione è quella della casa che Kipps si trova a visitare per conto del suo studio legale, in vista della vendita dell’immobile. Una casa che tutti, in paese, considerano infestata dai fantasmi. Una signora in nero, infatti, appare a chi si reca alla casa. E ogni volta che lo fa, qualche bambino in paese, muore. La Hammer ha in sé il know-how dell’horror, e si vede. Alla messinscena del film non manca niente: la nebbia, i corvi, l’atmosfera raggelante. Tutto quello che ci deve essere in un classico del gotico e dell’horror. The Woman In Black è una ghost story girata bene, e gioca con i suoni, con il montaggio e le inquadrature (le brevi soggettive dell’entità che ci fanno capire che il protagonista è osservato da qualcuno). Riesce a creare qualche brivido, con l’immancabile effetto sobbalzo dell’horror di oggi (che consiste nell’apparizione improvvisa di qualcosa sottolineato dal sonoro).

L’anello debole della catena è proprio lui, Radcliffe. A tratti inespressivo, ingessato, non ancora pronto per andare oltre quella profondità minore che richiede un fantasy per ragazzi rispetto a un genere più maturo come l’horror. Se la cornice del film è creata ad hoc per mettere paura allo spettatore, per immergerlo totalmente in una dimensione di terrore, non funziona proprio quello che dovrebbe essere lo specchio dello spettatore, il medium in cui si identifica: provare quelle sensazioni è fondamentale per trasmetterle al pubblico. Radcliffe non è credibile né nelle sue reazioni davanti ai fantasmi, né nella sua preoccupazione di genitore, e nemmeno nel ruolo di padre, visto che per chi lo guarda è ancora un ragazzino che ha appena finito la scuola. Se la Hammer dimostra di avere le carte in regola per sfornare ancora degli horror in linea con il suo grande passato, Radcliffe è rimandato. La scuola di Hogwarts potrà laureare dei bravi maghi, non ancora dei grandi attori.

Da non vedere perché: Daniel Radcliffe non è credibile né nelle sue reazioni davanti ai fantasmi, né nella sua preoccupazione di genitore, e nemmeno nel ruolo di padre, visto che per chi lo guarda è ancora un ragazzino che ha appena finito la scuola.

 

12
Ott
11

Blood Story. Horror? L’orrore dell’adolescenza

Voto: 6,5 (su 10)

È gelido, innevato, desolato l’ambiente dove si svolge Blood Story, in originale Let Me In, remake hollywoodiano di Lasciami entrare, finalmente uscito in Italia con questo nuovo titolo. Si tratta di un’operazione piuttosto attesa: un film molto particolare, un horror raggelato e raggelante arrivato dalla Svezia, e molto diverso dai prodotti in giro oggi, è stato rifatto dal regista di Cloverfield, che, raccontandoci una storia in soggettiva tramite l’occhio di un’handycam, ci aveva spaventato non poco. La storia è nota: un bambino di dodici anni, dai genitori perennemente assenti (il padre non c’è e la madre non si vede mai in viso), è vittima di episodi di bullismo a scuola, è solo ed insicuro. Un giorno arriva nel suo condominio una ragazzina della stessa età, accompagnata da un uomo più anziano, che potrebbe essere suo padre. Mentre i due ragazzini legano, l’uomo si rende protagonista di efferati delitti.

Dalla Svezia siamo passati a Los Alamos, New Mexico, Stati Uniti d’America. Matt Reeves rilegge bene l’opera originale, lasciando intatta la storia e l’atmosfera desolata e raggelata. Non ha senso vedere questa cosa come un difetto, perché Blood Story è destinato a un pubblico, quello americano, che non ha visto il film originale (gli yankee, si sa, non amano vedere film non nella loro lingua e sottotitolati) e assisterà alla storia per la prima volta nella versione di Reeves. A cambiare, come ci si poteva attendere, sono i momenti delle aggressioni, notevolmente più horror che nell’originale. La piccola protagonista si muove ha gli occhi malati e i movimenti velocissimi di un ragno indemoniato, a metà tra L’esorcista e i mostriciattoli di Cloverfield.

Se Reeves spinge sul pedale del sangue molto di più rispetto all’originale, riesce a trovare un suo stile personale, diverso sia da Lasciami entrare che dal suo Cloverfield. Il suo filmare con la macchina da presa addosso a corpi, volti e oggetti, dove l’originale prediligeva di più i campi lunghi e il fuoricampo è anche l’antitesi alla visione di Cloverfield, dove le immagini corrispondevano all’occhio umano e questo alla telecamera dei personaggi, e quindi spesso vedevamo con loro le immagini da lontano. Sembra invece un omaggio a Cloverfield la soggettiva all’interno della macchina nella scena dell’incidente, con una macchina da presa fissa che si capovolge insieme all’automobile.

Reeves ha accentuato, ma senza gli eccessi che ci si aspetterebbe da un film americano, il lato horror di un film che in fondo è horror fino a un certo punto. La cornice è quella, visto che si parla di vampiri e di efferati delitti. Ma sarebbe più corretto parlare di orrore, dell’orrore dell’adolescenza, di un’età in cui si è in trasformazione e capire la propria identità è sempre complicato. In fondo Blood Story è un romanzo di formazione, una storia d’amore e di amicizia.  Un po’ come Twilight, ma con una profondità e una delicatezza completamente diverse. Sì, perché qui l’horror è una metafora per raccontare due giovinezze abbandonate, due solitudini che non possono che avvicinarsi, le storie di due bambini emarginati e soli che non possono che aiutarsi.

Siamo nell’America del 1983, e in scena, attraverso le tv, vediamo spesso Ronald Reagan. Un personaggio che arriva dai ricordi del Reeves adolescente, ma che qui rappresenta anche l’impossibilità di distinguere il bene dal male. Cosa capiterebbe a un ragazzo se sentisse parlare un presidente di bene e male in maniera semplicistica come fa Reagan? Al centro di Blood Story c’è anche questo. Dei personaggi che compiono azioni cattive, ma a cui non possiamo che volere bene, perché quella è l’unica cosa che possono fare. Il loro destino è segnato, e per loro è anche l’unico possibile.

Da vedere perché: è un ottimo horror. Ma sarebbe più corretto parlare di orrore, quello dell’adolescenza

27
Lug
11

At The End Of The Day. La guerra non è un gioco

Voto: 6 (su 10)

La guerra non è un gioco. E a giocarci finisce che ci si fa male. Potrebbe essere questo il messaggio morale di At The End Of The Day – Un giorno senza fine, opera prima di Cosimo Alemà, finora specialista in videoclip di grande successo, un horror davvero fuori dagli schemi per il cinema italiano. E infatti è stato venduto in tutto il mondo, Stati Uniti compresi. La situazione è un classico del thriller e dell’horror, che abbiamo visto mille volte da Un tranquillo weekend di paura in poi: alcuni ragazzi, per divertirsi, si ritrovano in un posto lontano e isolato. Dove capiranno ben presto di non essere soli. E il divertimento si trasformerà in incubo: partiti per giocare alla guerra con il softair (gioco in cui le armi sono copie di quelle vere, ma sono caricate con pallini di plastica al posto delle pallottole) troveranno qualcuno che la guerra la fa sul serio.

La guerra non si può disinnescare. È questo il messaggio morale di fondo secondo lo sceneggiatore Daniele Persica. La guerra è sempre sbagliata. Ed è così brutta che non può essere mai un gioco. Ma ovviamente quello pacifista è solo un sottotesto di un’opera che vuole essere un solido film di genere. È stato girato apposta con attori stranieri, in un non luogo, un dove non precisato, proprio per essere universale. Un’ottima idea, anche perché sostenuta da un’ottima regia: il passato da regista di videoclip di Alemà non è un limite, ma una forza, viste le ottime soluzioni di regia, dalle inquadrature sfocate alle soggettive degli sconosciuti che regalano subito una sensazione di pericolo e di disagio. Un disagio acuito dal grande lavoro sul sound design e sulla colonna sonora, fatti di rumori sinistri e disturbanti alternati a canzoni dolci e malinconiche, che creano ulteriore straniamento. La fotografia “mimetica”, sui toni del verde, del marrone e del grigio, è funzionale al film, e crea subito la giusta atmosfera.

Nonostante tutte le cartucce sparate da Alemà, At The End Of The Day non decolla mai veramente, e non avvince come dovrebbe. Colpa probabilmente di una sceneggiatura non all’altezza della regia: non riesce a creare empatia con i personaggi, a caratterizzarli a tutto tondo, e non riesce a creare una progressione narrativa e una vera tensione drammatica. Invece di costruire un crescendo, il film fa salire la tensione rapidamente, ma poi la mantiene troppo stabile per tutto il film, fino al finale, sorprendente, ma anche un po’ furbo. Cosimo Alemà ha dichiarato che il suo prossimo film sarà un thriller, e non abbiamo dubbi che la sua bravura risalterà ancora di più in un genere dove l’atmosfera è fondamentale. Per ora applausi per Cosimo, e per un cinema italiano che merita di riscoprire e percorrere con coraggio una via diversa dalle commedie e dai film d’autore: quella del film di genere.

Da vedere perché: il cinema italiano merita di riscoprire e percorrere con coraggio una via diversa dalle commedie e dai film d’autore: quella del film di genere.

 

21
Apr
11

Scream 4. Il Wes Craven 2.0 si conferma un maestro dell’horror

Voto: 7,5 (su 10)

Prima regola del remake: non cambiare mai il finale. È una battuta che sentiamo dire alla fine di Scream 4. Non vi diremo chi la pronuncia, e nemmeno cosa significa nella trama del film. Non perché ci abbiano fatto firmare di non rivelare niente (cosa che una persona di buon senso comunque non farebbe), ma perché il senso profondo di questa battuta è un altro. Scream 4 arriva sugli schermi esattamente quindici anni dopo Scream, il film che rilanciò l’horror in chiave metacinematografica: è a tutti gli effetti un sequel, ma in un certo senso anche un remake. È così che lo intende soprattutto l’assassino, il nuovo Ghostface che vuole girare il remake dei massacri di Woodsboro: uccidere nel modo in cui aveva ucciso il primo, persone simili a quelle che aveva ucciso il primo. Il tutto proprio mentre la protagonista di quei fatti, Sidney Prescott (Neve Campbell) torna sul luogo del delitto, per presentare un suo libro di memorie. Diciamolo: è un po’ come la Signora Fletcher, non tanto perché è una scrittrice, ma perché porta un po’ rogna. E non manca chi cerca di farglielo notare.

Nel remake si vuole spesso superare l’originale. È così per l’assassino, che cerca di fare qualcosa in più del precedente. Anche qui non vi sveliamo niente, ma nella miriade di film citati (Psycho, La cosa, Suspiria, Non aprite quella porta, Venerdi 13, Nightmare) sceglie L’occhio che uccide (Peeping Tom) di Michael Powell, del 1960, il primo a mostrare il punto di vista dell’assassino. Vi basti questo indizio per capire come l’assassino stavolta voglia fare qualcosa di più che emulare l’originale. Questa chiave di lettura, il remake come superamento dell’originale, è declinato in una sceneggiatura (di Kevin Williamson, autore dello script del primo Scream) geniale che riesce a reinventare la saga con mille sorprese e colpi di scena, con una partenza a razzo che è un gioco di scatole cinesi in cui si passa dai film (gli infiniti remake di Stab, il film ispirato ai massacri di Woodsboro diventato un cult) alla realtà, e un doppio finale carico di sorprese da non rivelare neanche sotto minaccia di essere squartati da Ghostface.

Regole per fare un buon remake: montare tutto come un videoclip e spingere tutto più all’estremo, più sangue, più efferatezza. Perché il pubblico ormai è preparato. È questo che Craven e Williamson fanno dire ai ragazzi in una lezione in un cineclub. Ed è impossibile non vederci un’ironia beffarda nei confronti degli eterni remake che vengono fatti oggi dei classici horror degli anni Settanta e Ottanta. In particolare Craven sembra puntare il dito verso il remake del suo Nightmare, progetto da cui è stato tagliato fuori e si è rivelato piuttosto deludente (al remake del suo Le colline hanno gli occhi, approvato da Craven e diretto da Alexandre Aja, pare sia andata meglio). Scream 4 allora è un modo efficacissimo di far ripartire la saga di Scream (ma il film non sembra scritto per aprire la strada ad ulteriori sequel), e anche un modo per ribadire che Craven è un maestro dell’horror, di fronte al quale i registi della nuova generazione impallidiscono. La sceneggiatura, oltre che per le giovani vittime di Ghostface, lancia pugnalate un po’ a tutti: alla serie di Saw, ritenuto profondo come un film porno, agli horror giapponesi stile The Ring, ai Final Destination, e agli stessi Scream, ironizzando sia sui continui sequel (nel film Stab è arrivato a sette) sia sull’anima del film (ragazzetti logorroici che parlano di film e poi muoiono). Non manca l’autoironia a Craven, ma non manca nemmeno l’orgoglio. Lo dimostra anche la scena in cui i film di Stab vengono visti in una proiezione-maratona in cui i fan declamano le battute ad alta voce come accade per The Rocky Horror Picture Show. Come a dire: il mio film è un cult. E io sono il maestro.

Scream 4 è Wes Craven 2.0. E se nella saga di Scream Il terrore corre sul filo, come ci raccontava il classico di Anatole Litvak, oggi Scream è wireless e social. Craven e Williamson aggiornano bene la storia alle comunicazioni di oggi: blog con immagini caricate in tempo reale, assassini che minacciano su Facebook, notizie che appaiono su internet prima che sui giornali. “La gente deve vedere, perché oggi non legge più nessuno”. “Non ho bisogno di amici ma di fan”. È la stampa dell’era web 2.0, bellezza. E sarà proprio il web, eventualmente, a chiedere a gran voce che la saga continui. Craven ha girato un ottimo sequel/remake. Come fare ora a non chiedergli il sequel del remake?

Da vedere perché: è Wes Craven 2.0. Se in Scream il terrore corre sul filo, Scream 4 è wireless e social. Craven riesce ancora a spaventare pugnalando i ragazzini. E anche i nuovi registi horror, che nei loro remake dei classici non sono all’altezza dei maestri

31
Mar
11

The Ward – Il reparto. Bentornato, Carpenter!

Voto: 7 (su 10)

Un ospedale, la notte, i corridoi lugubri e vuoti, tuoni e fulmini. E un assassinio. Comincia così The Ward – Il reparto. Un classico dell’horror. E infatti è un grande classico l’autore che porta questo film sullo schermo, John Carpenter, uno dei massimi esponenti del genere, che torna dopo quasi dieci anni di assenza, con un prodotto a basso budget, ispirato alla modalità produttiva di Masters Of Horror, serie tv americana a cui il maestro ha preso parte. Si tratta dunque di un film minore nel curriculum di Carpenter. Ma avercene di film minori così.

Kristen (Amber Heard) ha appena dato fuoco a una casa. Si ritrova, coperta di tagli e di lividi, in un ospedale psichiatrico. Non ricorda niente. Ma capisce ben presto che non sarà facile uscire da quel posto. E che in quel posto non è per niente al sicuro: misteriosamente le ragazze nel reparto (tutte bellissime, vabbè…) cominciano a morire ad una ad una.

C’è molto del vecchio Carpenter, in The Ward. E uno dei giochi per i tanti appassionati del maestro dell’horror sarà proprio andare a cogliere tutti i riferimenti alla sua opera. L’ospedale psichiatrico è un luogo circoscritto da cui è difficile uscire, come l’isola di The Fog, o la base tra i ghiacci de La cosa. Un luogo perfetto dove creare tensione e pericolo, come ci ha ricordato anche Scorsese con Shutter Island. Le belle ragazze in pericolo, braccate da un mostro, ci rimandano invece immediatamente a Halloween, il film più copiato, riprodotto e rifatto di Carpenter. E anche i movimenti di macchina, ricchi di steadycam, sono quelli.

The Ward è un film che funziona su più livelli, che gioca tra horror puro (le apparizioni del mostro assassino), thriller di suspence hitchcockiana (i tentativi di fuga con la paura di essere scoperte, che creano un gioco alla Marnie), e l’horror psicologico, che in un film in manicomio ci sta sempre e permette di arrivare a qualsiasi soluzione. Che infatti arriva inaspettata, e rovescia tutte le carte in tavola. Siamo dalle parti di Psycho e Identity, ma non vogliamo dirvi di più. Solo che il vero pericolo, al solito, è dentro di noi. Carpenter gioca con la nostra percezione e con quella della protagonista. Ossessivo, labirintico, claustrofobico, The Ward è un piccolo film ma funziona alla grande. Non resta che dire: bentornato, Carpenter!

Da vedere perché: è un film che funziona su più livelli, che gioca tra horror puro, thriller di suspence hitchcockiana e l’horror psicologico. Con il tocco di uno dei più grandi dell’horror, John Carpenter

 

16
Mar
11

Dylan Dog. Il fumetto cult diventa un film. Però…

Voto: 4,5 (su 10)

Facciamo subito un po’ d’ordine. Un film su Dylan Dog non c’era ancora mai stato. Dylan Dog, di Kevin Munroe, in uscita in Italia in anteprima mondiale il 16 marzo, è la prima volta dell’investigatore dell’incubo creato da Tiziano Sclavi sul grande schermo. C’era stato un altro film, nel 1994, DellaMorte DellAmore, che era stato tratto da un romanzo di Sclavi, con protagonista un becchino, su cui era stato modellato il personaggio di Dylan Dog. In quel film, diretto da Michele Soavi, il protagonista era Rupert Everett, l’attore a cui Dylan Dog è dichiaratamente ispirato. E con cui ogni attore chiamato a interpretarlo deve necessariamente fare i conti. Così ora che arriva il primo Dylan Dog ufficiale sul grande schermo (non approvato da Sclavi e dall’editore Bonelli), il confronto è sì con il fumetto, ma anche con il film di Soavi.

Qui la produzione è americana, e gli americani non conoscono Dylan Dog. Allora perché non aggiornarlo agli standard americani? È questo che avranno pensato Munroe e i suoi autori, ma per il pubblico italiano è un altro discorso. Cominciamo col dire che accanto a Dylan Dog non c’è il fidato e iconico assistente Groucho. C’era tutta una serie di problemi di diritti d’autore, visto che l’aiutante di Dylan è la copia di Groucho Marx. Però… Non c’è la famosa automobile di Dylan. O meglio, è un po’ cambiata: carrozzeria nera con interni bianchi invece che bianca con interni neri. E qui c’era il rischio, secondo il regista, che ricordasse Herbie il maggiolino tutto matto. Vabbè, a parte che sarebbe venuto in mente solo a lui. Però… Da Londra l’azione è trasferita a New Orleans: città diabolica e misteriosa, certo. Però…  L’attore protagonista è Brandon Routh, già Superman in Superman Returns di Bryan Singer. Però… non è Rupert Everett, e lo vediamo in camicetta gialla, anche se solo per le prime scene. Se riuscite a superare tutti questi però, potreste anche vedervi Dylan Dog in pace. Però… è chiaro che non si tratta di un film da grandi fan di Dylan Dog.

Si tratta, lo dicevamo di un film per americani. La ricetta la dice lo stesso regista: due parti di Underworld, una parte di Zombieland, e una spruzzatina di Chinatown. Il regista pensa anche a Ghostbusters e Indiana Jones come commistione di generi, horror, thriller, action, commedia. Magari. Dylan Dog strizza sì l’occhio all’horror per adolescenti americano, ma i modelli sono più quelli televisivi, come Buffy, Angel e Streghe, Twilight se vogliamo avvicinarsi al cinema. Combattimenti, trasformazioni, salti. Munroe ha a disposizione l’immaginario enorme del cinema horror, dai licantropi ai morti viventi, ma li usa in maniera grossolana o usando i registri della farsa, in particolare per tutta la vicenda legata agli zombie. Se i morti viventi di Romero lo trovassero in giro, credo che farebbe una brutta fine.

Il confronto con DellaMorte DellAmore, allora, ci sta eccome. E Michele Soavi, non certo un regista dal tocco raffinato, aveva dimostrato con il suo film, per quanto ingenuo, di cogliere meglio le atmosfere di Tiziano Sclavi. Stile televisivo, registri narrativi mal integrati, attori scadenti: pur macabro, Dylan Dog non è un horror, perché non fa paura. Pur con la voce narrante, non è un noir, perché i personaggi non hanno la dolente profondità. Brandon Routh, poi, è un attore belloccio ma poco espressivo, e dopo aver demolito Superman, ora lo fa con un altro mito a strisce, Dylan Dog. Il film è un prodotto da multiplex da venerdì sera, under 20, ma sarebbe più adatto ad un’uscita straight to video. Abbiamo nostalgia di Soavi, ed è tutto dire.

Da non vedere perché: non si tratta di un film da grandi fan di Dylan Dog, troppe libertà rispetto al fumetto originale. È un action movie che ammicca all’horror per teenager americani, alla Underworld, ma è girato come una puntata di Buffy l’ammazzavampiri

 

12
Mar
11

Il rito. La possessione di Anthony Hopkins

Voto: 5 (su 10)

Ci sono due casi di possessione al centro del film Il rito, nelle sale dall’11 marzo, diretto dal regista Michael Hafstrom, già autore di un horror tratto da Stephen King, 1408. La prima è quella della storia al centro del film. Che a quanto pare è vera, come lo era quella de L’esorcista. Ma si dice spesso così quando si parla di horror, per farci più paura. Michael Kovac, seminarista più per scappare dal lavoro del padre (le pompe funebri) che per una reale vocazione, viene mandato a Roma, dove il Vaticano insegna il lavoro di esorcista (il corso in esorcismo ancora non l’avevamo visto). A Roma Michael incontra Padre Lucas (Anthony Hopkins), prete esperto di esorcismi. Insieme si occupano del caso di Rosaria, una ragazza di sedici anni che è vittima di una possessione demoniaca. Ma Il rito è uno di quei film che partono verso una direzione per raggiungerne un’altra. Il centro del film infatti non è chi è posseduto, ma chi deve liberarlo. E Michael potrà combattere il Diavolo solo se crederà nel Diavolo, e quindi in Dio. È trovare la fede, di cui dubita, la vera sfida.

L’altra possessione che possiamo osservare ne Il rito è quella di Anthony Hopkins, posseduto da un suo indimenticabile personaggio, l’Hannibal Lecter de Il silenzio degli innocenti, già ripreso in Hannibal e Red Dragon. Nonostante non ci sia il bisogno di precisare come Hopkins sia un grande attore, e che abbia dato grandissime prove in questo senso, il Dottor Lecter continua a fare capolino nella sua carriera, possedendolo di tanto in tanto. Così, quando Il rito prende una svolta inaspettata, e il Diavolo pensa di prendersi Lucas/Hopkins, negli occhi dell’attore compaiono quei lampi di follia, quegli occhi torvi e spiritati che avevamo conosciuto, e amato, tanto, nel film da Oscar di Jonathan Demme. Lampi di follia che rendono servizio al film, certo, ma che sembrano ormai un po’ di maniera, come se Hopkins mettesse il pilota automatico, la modalità Hannibal Lecter, sapendo di affrontare un ruolo horror, o comunque un ruolo al confine con la follia.

Questo discorso però ci permette di capire una cosa: Il rito è un film di attori, prima ancora che di effetti speciali. Che sono usati con molta parsimonia, e non sono l’aspetto principale che viene usato per far paura. Durante le scene delle possessioni, qualche riga in computer grafica viene usata per solcare il volto degli attori, certo, ma non ci sono scene ad effetto, solo un grande lavoro di recitazione. E se Hopkins, seppur di maniera, è bravo, è bravissima, ed è la vera scoperta del film, Marta Gastini, che interpreta Rosaria: ha ventuno anni e finora l’avevamo vista in Io & Marilyn, dove era la figlia di Pieraccioni, e non immaginavamo fosse così brava. La sua interpretazione, tra convulsioni, sguardi indiavolati e fragilità, è eccezionale. Così come piace che l’horror sugli esorcismi sia tornato alla sua forma classica, quella drammatica, dalle tinte oscure e dalle atmosfere austere de L’esorcista, dopo le contaminazioni con il legal thriller de L’esorcismo di Emily Rose, e quelle del mockumentary (finto documentario) de L’ultimo esorcismo. Siamo lontani, però, dal classico di Friedkin. Dopo un buon inizio, tutto sommato sobrio, il film perde il filo per colpa di una sceneggiatura non sempre a fuoco. Il rito così diventa allo stesso tempo prevedibile ed eccessivo (vedi gli animali messi lì per creare tensione, ma anche piuttosto a caso, o lo schiaffo alla bambina). E, alla fine, poco interessante.

Da non vedere perché: Dopo un buon inizio, tutto sommato sobrio, il film perde il filo per colpa di una sceneggiatura non sempre a fuoco. Il rito così diventa allo stesso tempo prevedibile ed eccessivo

 












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