Archive for the 'fantastico' Category

20
Dic
16

Rogue One. In The Name Of The (Darth) Vader

nullL’uomo che non c’era. Star Wars: Episodio VII – Il risveglio della Forza, secondo chi scrive, era davvero un buon film. Ma aveva quel grande problema. Che non c’era Lui. Non c’era Darth Vader, da qualunque lato della Forza vogliate stare, senza dubbio il personaggio più iconico dell’intera saga di Star Wars. Tanto che quel film provava ad evocarlo in ogni modo, con la sua maschera bruciata, con i dubbi del nuovo cattivo Kylo Ren, con il suo look e la sua spada. Rogue One: A Star Wars Story, il nuovo film dell’immortale franchise creata da George Lucas, diretto da Gareth Edwards, ha dalla sua parte la possibilità di giocarsi questa nera, nerissima carta: e lo fa molto bene. Ma riavvolgiamo il nastro: per chi ancora non lo sapesse Rogue One, già dal sottotitolo che recita “A Star Wars Story” non è il film che continua la saga, cioè l’ottavo episodio, ma uno spin off, o meglio, una storia “laterale” che non continua la storia della famiglia Skywalker, ma fa luce su un altro episodio legato alla storia principale. In Rogue One si parla della costruzione della Morte Nera, la gigantesca astronave capace di distruggere un intero pianeta. C’è un ingegnere in crisi d’identità, Galen Erso (Mads Mikkelsen), costretto dall’Impero a proseguire il suo lavoro, una figlia, Jyn Erso (Felicity Jones) per cui vuole una vita migliore, tanto da lasciarla in custodia a un vecchio combattente della Resistenza, Saw Gerrera (Forest Whitaker), a cui invia anche un messaggio su quella fantomatica falla del sistema per cui la Morte Nera ha un punto debole. Jyn ci crede, e prova a impadronirsi dei piani della Morte Nera con un gruppo di ribelli, guidati dal capitano Cassian (Diego Luna), a cui si uniscono un monaco non vedente e un guerrigliero.

 

nullL’uomo che non c’era ne Il risveglio della forza in Rogue One c’è, non vi sveliamo niente di nuovo se avete visto i trailer. Siamo infatti tra l’Episodio III, La vendetta dei Sith, e il leggendario Episodio IV, Una nuova speranza, il primo in assoluto, quello che tutti conosciamo come Guerre stellari. Avevamo lasciato Darth Vader appena risorto dalle ceneri di Anakin Skywalker nel terzo episodio, lo ritroviamo pienamente in carica. La sua apparizione, anzi le sue due apparizioni, saggiamente centellinate da Gareth Edwards, valgono da sole il proverbiale prezzo del biglietto. D’altra parte, Edwards è un regista che fa dell’attesa e del non visto uno dei suoi marchi di fabbrica. Anche nel suo Godzilla, insolito e intrigante monster movie, la creatura era evocata, attesa, nominata, prima di fare il suo ingresso in scena dopo circa un’ora di film. Più o meno quello che tocca attendere per vedere lo Jedi passato al lato oscuro. Abbastanza per accontentare qualunque fan, e per lasciare il segno profondo della Saga di Star Wars su Rogue One. Ma non troppo, in modo che Rogue One sia comunque un film autonomo, il primo “stand-alone”, non pensato per una trilogia, che infatti ha una storia che si apre e si chiude nell’arco delle due ore (poco più) del film. Un’opera che non è la storia principale di Star Wars, ma che si muove nel suo mondo, un mondo creato talmente bene che è possibile ambientarci storie, interessanti e coerenti, potenzialmente all’infinito. Rogue One lo mette in chiaro subito: si parte con la scritta “tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana”, ma non ci sono le scritte oblique che scorrono sullo schermo sui titoli di testa, né la famosa musica di John Williams. Quanto ai punti di contatto, oltre a Vader e alla trama, ce ne sono molti: c’è un droide imperiale riprogrammato, la protagonista è più una Han Solo al femminile che una Leia o una Rey, e con il droide mette in scena i classici siparietti leggeri della Saga. Sono personaggi nuovi, e all’inizio si fatica a entrare in sintonia con loro. Ma si impara ad amarli prestissimo.

 

nullC’è una falla nella progettazione della Morte Nera. E probabilmente c’era una falla, nel senso di un buco, uno spazio vuoto, ancora da riempire, anche nella linearità del racconto. Se, una volta passata la Lucasfilm alla Disney, il mondo di Star Wars è ridiventato un nuovo filone aureo da sfruttare – film ogni anno, quando eravamo abituati ad aspettarne parecchi – e un universo espanso come quello del mondo Marvel, i produttori sono stati bravi a non voler dotare la saga principale di infiniti episodi, ma di andare a illuminare alcuni lati oscuri che non erano entrati nel racconto principale (un altro film, in arrivo nel 2018, sarà sulla vita di Han Solo). I fantomatici piani della Morte Nera ognuno se li era immaginati come voleva: credevamo in qualche incuria da parte dei progettisti dell’Impero, per fretta o per umana fallibilità. Così come non avevamo saputo molto di come la principessa Leia fosse entrata in possesso di quei progetti, e saputo del punto debole. Ora impariamo che dietro ci sono stati un duro lavoro, crisi di coscienza, famiglie separate (altro tema caro a Edwards come agli sceneggiatori di Star Wars), coraggio e temerarietà, vite sacrificate. Una storia che chi ha amato Star Wars, anche solo la trilogia originale, non può non vedere. Nel mondo di Star Wars ci siamo cresciuti. E sì, ci fa piacere tornarci ogni volta che possiamo.

03
Feb
12

Hugo Cabret. Scorsese, Melies, e il cinema che cattura i sogni

Voto: 8 (su 10)

Venite a sognare con noi. È l’invito che George Méliés (Ben Kingsley), dal palco di un teatro, rivolge al pubblico. Méliés, fa dire Scorsese a uno dei suoi personaggi, è stato il primo a capire che il cinema poteva catturare i sogni. E una storia che ruota attorno a Méliés e alla grandezza del cinema come quella del libro La straordinaria invenzione di Hugo Cabret di Brian Selznick non poteva che affascinare Martin Scorsese. Hugo Cabret, un ragazzino per cui l’avventura è andare al cinema, è Scorsese stesso. Hugo (Asa Butterfield), rimasto orfano del padre orologiaio, vive in una stazione di Parigi riparando gli orologi. Il padre gli aveva lasciato un automa, un robot d’antan, una sorta di manichino meccanico che si muove grazie a degli ingranaggi molto sofisticati. Per metterlo in moto serve una chiave, e ce l’ha proprio una ragazzina che Hugo incontra (Chloe Grace Moretz).

Ed è proprio per una ragazzina, la propria figlia, che Scorsese ha deciso di fare questo film, apparentemente lontano dalla sue corde. Ha scelto di girare un fantasy sui generis, e ha scelto la tecnica oggi più sofisticata, il 3D. E Hugo Cabret è vero 3D, pensato per essere girato in questo modo: ed è il miglior film 3D dai tempi di Avatar. Ha una profondità di campo eccezionale, e ogni tanto qualcosa esce anche dallo schermo. Un cinefilo compulsivo come Scorsese non poteva che buttarsi a capofitto in questa nuova opportunità, come un ragazzino appassionato. Hugo Cabret è un sogno dentro un sogno, ed è mille film dentro un unico film: sullo schermo scorrono Chaplin, Buster Keaton, Louise Brooks e Il gabinetto del Dr. Caligari, le immagini a colori in 3D diventano all’improvviso piatte e in bianco e nero. Dimostrando (come fa anche il successo di The Artist) che non sono due mondi opposti ma complementari. Quello che conta è la passione del cinema.

In Scorsese la profondità di campo è anche profondità di cuore. Perché ci racconta la storia di qualcuno che vuole aggiustare le cose, e capisce che nello stesso modo si possono aggiustare le persone. I macchinari rotti gli fanno tristezza perché non possono fare il loro lavoro. E così è per le persone. Per Scorsese Hugo Cabret è l’occasione perfetta per dimostrare il suo amore per il cinema: da cinefilo accanito deve essersi divertito da matti a far rivivere i set di Méliés, occasione straordinaria per omaggiare il primo autore di effetti speciali del cinema, con un gran film di effetti speciali. È un cerchio che si chiude.

E in quell’automa che sta al centro della storia, c’è il senso di tutto il cinema di Scorsese: meccanismi ad orologeria perfetti, ingranaggi complicati e costruiti maniacalmente, dove tutto si incastra alla perfezione. I film di Scorsese sono così, costruiti con la pazienza e l’amore per il lavoro di un artigiano, come gli automi del film. E come in essi, al centro c’è un cuore. Trovare la chiave del nostro cuore è sempre stata la missione di Scorsese. Se Méliés era stato il primo a capire che il cinema poteva catturare i sogni, anche Scorsese l’ha capito benissimo da tempo.

Da vedere perché: è il miglior film in 3D dai tempi di Avatar. È un appassionato atto d’amore per il cinema. Ed è Martin Scorsese

 

17
Giu
10

The Twilight Saga. Ecco i primi 15 minuti di Eclipse

“Devo ancora decidere. Ho paura di cosa dirà la gente”. “Tra qualche decennio tutti quelli che conosci saranno morti”. Bella Swan ed Edward Cullen, alias Kristen Stewart e Robert Pattinson, sono distesi uno accanto all’altra sul letto. E parlano della scelta di lei. La scelta più importante della sua vita: diventare o meno un vampiro, diventare come l’uomo che ama. E sposarlo. È la prima scena di Eclipse, terzo episodio della amatissima Twilight Saga, che arriva dopo Twilight e New Moon. Quindici minuti del film, suddivisi in alcune brevi scene e ad alcune interviste dietro le quinte, sono stati svelati oggi a  Roma, al cinema Adriano. In attesa dell’incontro di oggi pomeriggio con i fan di Kristen Stewart e Taylor Lautner, all’Auditorium della Conciliazione.

“Conosco le conseguenze della scelta che stai per fare. Ci sono già passato. Tu credi che io abbia un’anima, ma non ce l’ho”. È ancora Edward Cullen a parlare, aria tormentata e look alla James Dean, a cui Robert Pattinson sembra ispirarsi. È proprio lui a mancare a Roma. Ma sono presenti Kristen Stewart e Taylor Lautner, alias Bella e il licantropo Jacob. Cioè due dei tre lati del triangolo amoroso che in questo episodio tocca il suo culmine. È proprio il triangolo, legato alla grande scelta di Bella, il primo fulcro narrativo del film. E nelle scene di Eclipse che abbiamo visto oggi è presente, eccome. Vediamo Edward e Jacob che litigano alla presenza di Bella, davanti alla casa di lei, con Jacob che ammette di averla baciata. I tre si ritrovano davanti alla scuola. Jacob dice a Bella, proprio davanti a Edward, che è lei che Victoria (la vampira rossa) vuole uccidere. E  Bella capisce che Edward le ha nascosto qualcosa. Così, arrabbiata, se ne va in moto con Jacob, che non nasconde la sua soddisfazione con un sorriso malizioso.

Amore e morte, Eros e Thanatos. Questo è Eclipse. Accanto all’amore, l’altro filo narrativo è quello della morte, della guerra. Bella è in pericolo: Victoria, come dicevamo, sta arrivando per uccidere Edward, ma soprattutto per uccidere lei. A proposito, dalle scene viste oggi, balza agli occhi una piacevole novità: a interpretare Victoria c’è una nuova attrice, Bryce Dallas Howard, figlia di Ron Howard e già apprezzata protagonista di The Village, Lady In The Water e Manderlay. Un’attrice di serie A che promette di dare alla saga un tocco di qualità in più. Ma Victoria non è l’unico problema di Bella ed Edward: un vero esercito di vampiri cattivi (li chiamano i “NeoNati”, nel senso che sono appena diventati vampiri), sta per dare vita a una vera e propria battaglia contro i vampiri buoni, i Cullen e il loro clan. La sorpresa è che i Licantropi, notoriamente avversi ai vampiri, si uniranno ai Cullen per sconfiggere i NeoNati e per salvare Bella. Sullo sfondo anche gli inquietanti Volturi, capitanati da Dakota Fanning. Più azione e più violenza, e narrazione che raggiunge un climax (prima del finale, Breaking Dawn, che sarà diviso in due capitoli): questa sembra essere la ricetta di Eclipse, che potrebbe essere l’episodio migliore della serie. Per dare un tocco più dark al tutto, è stato chiamato un nuovo regista: David Slade, il regista di 30 giorni di buio. Siamo in presenza di una (leggera, certo), svolta horror?

 

19
Mar
10

Speciale Alice nel paese delle meraviglie. Burton in Wonderland

“È meglio se tieni per te le tue visioni. Se sei in dubbio rimani in silenzio”. “Perché sprechi tempo a sognare cose impossibili?” Sono domande rivolte – nel mondo reale – ad Alice. Ma chissà quante volte, quando era ancora un genio incompreso, Tim Burton si sarà sentito rivolgere domande come queste. Colui che all’inizio della carriera, quando lavorava ai film d’animazione della Disney, se ne andò perché il suo lavoro non era in linea con le direttive della casa di Topolino, e i suoi personaggi erano troppo poco rassicuranti, torna alla Disney per rileggere a modo suo una di quelle opere che proprio grazie a un cartoon della Disney è fissata nell’immaginario collettivo di tutti. E farne qualcosa di proprio. L’identificazione tra Burton e Alice è proprio una delle chiavi di lettura del suo nuovo Alice In Wonderland. Entrambi anticonformisti, restii all’omologazione, entrambi capaci di sognare grazie a una fantasia sfrenata. Ed entrambi capaci di costruire, grazie ad essa, mondi dove ogni cosa è impossibile solo se pensi che lo sia. In una parola, Alice e Tim Burton sono dei diversi.

Ed è naturale che Burton sia affascinato dal Sottomondo. È lo stesso mondo che Alice aveva visitato da bambina, e che ora visita nuovamente a 19 anni. Aveva confuso il termine “Underland” con “Wonderland” e pensava che invece che Sottomondo avessero detto “Paese delle meraviglie”. Il Sottomondo è l’essenza stessa del cinema di Burton. È l’Underground che diventa Over-ground. Quello di Burton è un mondo capovolto. In The Nightmare Before Christmas, il suo capolavoro di animazione in Stop Motion, la sua simpatia va al mondo di Halloween, che preferisce a quello del Natale. Ne La sposa cadavere il mondo dei vivi è freddo, grigio, ingessato nei rituali borghesi, e quello dei morti è chiassoso, colorato e allegro. Come a dire che solo liberandoci dalle convenzioni possiamo essere liberi, senza freni. Ne Il pianeta delle scimmie gli uomini sono gli animali, e gli animali sono gli uomini. Come a dire gli ultimi saranno i primi, i diversi sono gli eroi. È naturale che Burton/Alice ami questo Sottomondo, così bizzarro e così inusuale. E in fondo, il Cappellaio Matto, la Regina Rossa, la Regina Bianca, il Fante di Cuori, Pinco Panco e Panco Pinco, il Bianconiglio, il Brucaliffo, lo Stregatto e tutte le altre incredibili creature cosa sono se non gli ennesimi Freaks cantati da Burton? Non starebbero forse bene nel circo di Big Fish? La stessa Alice, nel film, viene spesso fatta sentire inadatta, inadeguata: viene definita “l’Alice sbagliata”, è prima troppo piccola, poi troppo alta.

“Mi piacciono le persone che hanno un aspetto strano, non so perché” ha dichiarato a Venezia, quando ha ritirato il Leone d’Oro alla carriera. Tim Burton è diventato famoso per Batman, ma se dovessimo scommettere sul suo supereroe preferito, punteremmo sul bimbo Supermacchia, una creatura del suo libro di favole Morte del bambino ostrica e altri racconti. Un bambino che a ogni movimento si sporca, diventando un’enorme macchia nera. Sì, perché Burton ha un’anima pop e un’anima gotica. È a volte colorato e a volte oscuro. E anche il Wonderland, che qui diventa Underland, è a tratti colorato. Ma è anche grigio e oscuro, vista la dittatura instaurata dalla Regina Rossa. L’ex Paese delle meraviglie con Tim Burton diventa horror, fatto di rami aggrovigliati, cieli plumbei, creature pericolose. A momenti somiglia al mondo de Il mistero di Sleepy Hollow. È stato Burton a volerlo così. Man mano che infatti i suoi collaboratori cominciavano a creare un mondo molto colorato, Burton correggeva questo portandolo verso il suo gusto. Così Sottomondo è diventato un universo opprimente. La chiave è stata una vecchia fotografia scattata durante la Seconda Guerra Mondiale, che mostrava una famiglia britannica mentre prendeva un tè nel proprio giardino. Sullo sfondo si vede il cielo di Londra, decisamente grigio. Da qui sono partiti Burton e il suo staff per creare questo mondo.

È invece una creazione di Johnny Depp, amico, sodale e alter ego di Tim Burton, il Cappellaio Matto. Depp lo interpreta in maniera ancora una volta straordinaria, ma ha contribuito anche a crearlo. Ha scoperto infatti che i cappellai dell’epoca di Carroll soffrivano spesso di avvelenamento da mercurio. Il detto inglese “matto come un cappellaio” non è campato in aria: i cappellai usavano una colla ad alto contenuto di mercurio che macchiava le loro mani. Depp ha immaginato un cappellaio dall’intero corpo, e non solo la mente, colpito dal mercurio. E per questo ha dipinto un Cappellaio dai capelli arancioni, dal volto da clown e dai grandi occhi verdi. A vedere il Cappellaio di Depp e i suoi colori accesi sembra di avere una visione da trip di LSD. E non a caso Carroll è stato spesso accostato all’LSD. Non perché ne abbia fatto uso, i tempi non erano quelli. Ma perché la sua scrittura immaginifica e “lisergica” è servita a molti artisti per raccontare i viaggi procurati dall’uso di droghe. Si pensi a John Lennon e ai Beatles di Lucy In The Sky With Diamonds e I Am The Walrus o ai Jefferson Airplaine di White Rabbit. Quel Cappellaio Matto dai colori da trip allucinogeno allora è come un cerchio che si chiude. Burton e Depp, con la loro follia, sembrano ridare a Carroll quell’aura lisergica, allucinata e liberatoria che già Lennon e altri artisti trovavano nelle sue parole. È come se Burton fosse rientrato alla Disney per rapire Carroll e liberarlo. È quello che accade quando artisti che parlano lo stesso linguaggio si incontrano. Quando si trovano insieme menti come Carroll, Lennon e Burton, persone che da sempre abitano in un loro Paese delle meraviglie. Pardon, in un loro Sottomondo.

 

03
Mar
10

Alice In Wonderland. Johnny Depp, quel cappellaio all’LSD…

Voto: 7 (su 10) 

È impossibile solo se pensi che lo sia. È il motto di Alice In Wonderland. Ma potrebbe essere anche il motto della carriera di Tim Burton, il visionario regista che riporta sullo schermo il libro di Lewis Carroll. Proprio colui che a inizio carriera se n’era andato dalla Disney, perché i personaggi che creava erano troppo poco rassicuranti, ritorna da Topolino per rileggere un libro che proprio grazie a un cartoon Disney è stato fissato nell’immaginario collettivo. Quello tra Burton e Carroll, menti fervide e immaginifiche, è un matrimonio che s’ha da fare, che pare naturale, anzi, ci si chiede come non sia avvenuto prima. L’identificazione tra Burton e Alice è la cosa che balza agli occhi sin dalle prime scene del film. “È meglio se tieni per te le tue visioni. Se sei in dubbio rimani in silenzio”. “Perché sprechi tempo a sognare cose impossibili?”. Sono parole che si sente dire Alice nel mondo reale. Ma chissà quante volte se le sarà sentite dire Burton da piccolo. Burton è Alice e Alice è Burton: anticonformisti, sognatori, creatori di mondi incredibili grazie alla loro fantasia.

Mescolando due libri di Carroll, Alice nel paese delle meraviglie e Oltre lo specchio, Burton racconta la storia di Alice, ormai diciannovenne e prossima al matrimonio, che viene richiamata nel Paese delle meraviglie, che in realtà si chiama Sottomondo (è stata lei, da piccola, a confondere Underland con Wonderland), per uccidere il drago e liberare il mondo dalla dittatura della Regina Rossa. Alice è Burton stesso, dicevamo. Ma è tutto il Sottomondo a essere la terra ideale della poetica di Burton, in cui da sempre tutto è capovolto e gli ultimi sono i primi. Dal mondo colorato dei morti de La sposa cadavere che vince nettamente su quello dei vivi, al mondo di Halloween che suscita più simpatia di quello del Natale in The Nightmare Before Christmas, fino alla storia de Il pianeta delle scimmie dove gli animali sono gli  uomini e gli uomini sono animali. Quel sottomondo dove “ogni cosa è leggermente strana, anche le brave persone”, come ha dichiarato Burton, sembra proprio piacere al regista. E il Cappellaio Matto, la Regina Rossa, la Regina Bianca, il Fante di Cuori, il Bianconiglio, il Brucaliffo e lo Stregatto non sono altro che gli ennesimi Freaks cantati da Burton, che starebbero benissimo nel circo di Big Fish.

Ma la dialettica/scontro tra due mondi, tema tipico di Burton, in questo Alice In Wonderland è doppio. Perché a quello tra mondo e Sottomondo, si aggiunge lo scontro tra il Sottomondo che era e quello che è. Se il Sottomondo è liberatorio e sfrenato rispetto al mondo reale, deve a sua volta liberarsi dal giogo della Regina Rossa, che ha instaurato una dittatura e oppresso e ingrigito quello che una volta era il Paese delle meraviglie. Che oggi è colorato e grigio insieme: a colori sono i personaggi, e grigia è l’atmosfera che li circonda. Così, a momenti il Paese delle meraviglie di Burton diventa horror, tra rami aggrovigliati, cieli plumbei e nebbie che lo fanno sembrare Sleepy Hollow. Burton forse esagera con il 3D (ma il film è stato girato in 2D e poi adattato), andando un po’ in controtendenza con quelle che sono le scelte del 3D di oggi, e ci fa arrivare parecchie cose addosso, facendoci chiudere gli occhi più di una volta. Ma da un ragazzaccio come lui ci può anche stare. Quello che manca al film è sorprendentemente l’aspetto emotivo, che è preponderante in ogni suo film. Alice In Wonderland lascia freddi, non emoziona mai, è come una serie di abili mosse su una scacchiera, tutte corrette ma tutte anche troppo studiate o prevedibili. Il problema è forse la sceneggiatura di Linda Woolverton, autrice de Il re leone e La bella e la bestia, film dall’impianto narrativo piuttosto classico. Lo script di Alice In Wonderland, se da un lato reinventa bene la storia di Alice, dall’altro scorre un po’ schematico e prevedibile. E il nuovo film di Burton rischia di colpire solo l’occhio e non il cuore, al contrario di quanto avviene nell’altra meraviglia in 3D di oggi, Avatar.

C’è però ancora uno sberleffo al mondo Disney. E a firmarlo, insieme a Burton, è Johnny Depp. Il suo Cappellaio Matto è un’altra figura da ricordare nella galleria dei suoi personaggi. È un parente stretto di Willy Wonka, ma anche di Sweeney Todd. E negli occhi ha la tristezza e la malinconia di alcuni personaggi di Chaplin. Ma il Cappellaio di Depp ha soprattutto i colori allucinati/allucinogeni di un trip da lsd, la sostanza stupefacente che molti artisti, da John Lennon e i Beatles (Lucy In The Sky With Diamonds, I Am The Walrus) ai Jefferson Airplane (White Rabbit) hanno associato alle parole di Carroll, così immaginifiche e lisergiche da rappresentare, senza volerlo, meglio di chiunque altro i viaggi procurati da quella droga. Con i colori del Cappellaio Matto, Burton e Depp sembrano liberare Carroll dall’edulcorato mondo dei cartoon Disney e restituirlo a quella controcultura degli anni Sessanta che aveva scorto significati ulteriori e nuove chiavi di lettura alla sua opera. Può succedere anche questo, quando si incontrano menti come Carroll, Burton e Lennon, che parlano la stessa lingua e abitano nello stesso mondo. Anzi, nello stesso Sottomondo.

Da vedere perché: Anche se stupisce più gli occhi che il cuore, quello di Burton e il Paese delle meraviglie è un connubio naturale. E il film che ne esce è un viaggio allucinogeno

Guarda il trailer italiano

 

01
Ott
09

Parnassus –L’uomo che voleva ingannare il Diavolo. Heath Ledger che ha ingannato il Diavolo

Voto: 8 (su 10)

parnassusUn film di Heath Ledger e amici. È questa la scritta che appare alla fine di Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il Diavolo, l’ultimo film (in senso di uscita) di Terry Gilliam. Ma anche, e soprattutto, l’ultimo film (in senso assoluto) di Heath Ledger, scomparso il 22 gennaio del 2008 a New York, in una pausa di lavorazione di questo film. Così a sostituirlo, a salvare il film e il suo lavoro sono stati chiamati tre “eroi”, tre amici di Gilliam e di Ledger, che hanno interpretato il ruolo di Tony. È per questo che Parnassus è diventato un film di Ledger: Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrell hanno vissuto il suo personaggio basandosi su quello che l’attore australiano aveva girato, ma anche su quello che di lui conoscevano. In maniera postuma, era come se Ledger stesse dirigendo il film, come ha ammesso Gilliam.

È evidente allora come il film acquisti tutto un altro senso se visto in quest’ottica. Anche se la storia è già di per sé affascinante: il dottor Parnassus ha un dono, quello di realizzare i sogni della gente tramite lo specchio dell’Imaginarium, il suo spettacolo itinerante. È un dono che gli ha dato il Diavolo, molto tempo fa, insieme alla vita eterna. Ma chiedendo in cambio l’anima della figlia, nel caso ne avesse avuta una, al compimento dei sedici anni di età. Mentre sua figlia Valentina sta per compiere sedici anni, lui crede di poter ingannare ancora il Diavolo, con una nuova scommessa. Che l’arrivo di Tony potrebbe fargli vincere.

Rodolfo Valentino, James Dean, Lady Diana: vediamo scorrere le loro effigi/icone su delle barche che solcano un fiume, nel mondo parallelo al di là dello specchio di Parnassus. È Tony, interpretato in quella scena da Johnny Depp, a spiegare a una signora, spaventata dall’idea di invecchiare, che loro sono morti, ma immortali: che non invecchieranno, non ingrasseranno, resteranno per sempre giovani. Come non pensare che non si parli anche di Ledger? Ironia della sorte, lo avevamo visto entrare in scena proprio mentre, appeso a un cappio, sta per morire. Il suo Tony è straordinario, istrione e seducente, quando è in scena. E il suo spirito guida gli altri attori quando non c’è. Il gioco riesce anche grazie alla struttura del film: Ledger aveva girato tutte le scene fuori dallo specchio, mentre il mondo all’interno dello specchio è un mondo incantato dove ogni cosa può mutare forma. E così anche il suo personaggio può mutare forma e prendere le sembianze di altri fantastici attori. Che finiscono per sottolineare le sue caratteristiche: Depp ne continua il ruolo di seduttore e di istrione, ma nella maniera candida e innocua di un Jack Sparrow. Mentre Colin Farrell è il suo lato bugiardo, seduttore sì, ma ambiguo come lo sono i suoi occhi. E il gioco fa sì che sia il suo Tony a essere dannato, mentre quello di Ledger rimane immacolato ed entusiasta ai nostri occhi.

Sì, il cinema può rendere immortali. E tutto il film di Gilliam è un inno all’immaginazione, e quindi all’arte e al cinema. In fondo Parnassus è Gilliam: un uomo dall’immaginazione sfrenata, in grado di far sognare la gente con i suoi film. Ma anche qualcuno, come Parnassus, che la gente non segue più come prima, perché i tempi cambiano. Parnassus è un film che “parla della lotta delle persone creative, degli artisti, che cercano di ispirare gli altri, incoraggiandoli ad aprire gli occhi per apprezzare la verità del mondo”, come ha dichiarato Gilliam. Il suo universo è immaginifico e sfrenato, degno di Tim Burton (ricordiamoci che Gilliam ha iniziato prima) e di Pirandello, un mondo fatto di quinte teatrali che ci nascondono le molteplici verità delle nostre vite, e le infinite direzioni che queste possono prendere. Portandoci all’estasi o alla dannazione, al Paradiso o all’Inferno. Puntate, signore e signori, potrete vincere o perdere. Chi ha vinto è Heath Ledger, l’uomo che ha ingannato il Diavolo. È morto, ma, grazie a questo e altri film, ora è immortale. Scacco matto.

Da vedere perchè: Ledger ha ingannato il Diavolo. È morto, ma grazie a questo e altri film è immortale. E l’universo immaginifico e sfrenato di Gilliam lo celebra alla grande.

 

 












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