Archive for the 'drammatico' Category

28
Set
12

Elles. Denuncia o voyeurismo?

Voto: 5 (su 10)

In Francia ogni anno 40.000 studenti si prostituiscono per pagarsi gli studi. È da questo assunto sconvolgente che inizia Elles, il film di Malgoska Szumowska presentato allo scorso Festival di Berlino e ora in uscita nelle nostre sale. Anne, giornalista di un periodico femminile, sta lavorando ad un’inchiesta che parla appunto della prostituzione tra le giovani studentesse. Incontra così Alicja e Charlotte, due ragazze giovanissime che si prostituiscono. L’incontro con queste due ragazze turba parecchio la vita di Anne. La seguiamo durante una giornata normale, con l’articolo da consegnare, i figli da gestire, e una cena da preparare per il marito e i suoi colleghi. Mentre affronta questa routine, Anne ricorda l’incontro con le due ragazze, che riviviamo in flashback, e le immagina con i propri clienti, per quello che è un flashback nel flashback.

Elles è così un gioco di scatole cinesi, un film con dentro un altro e un altro ancora. Ed è costruito volutamente per giocare sul contrasto tra la banalità della routine quotidiana e familiare di Anne, un mondo consolidato, scontato e sicuro, e il mondo più avventuroso, pericoloso, imprevedibile delle due ragazze. Quello che colpisce, e sconvolge, Anne, è la loro vitalità, in contrasto con il suo ménage matrimoniale, ormai spento. Quello che colpisce lo spettatore, alle prime scene del film, è l’apparente naturalezza con cui queste giovanissime si prostituiscono. “Non è una cosa facile, ma non impegna troppo tempo” sentiamo dire ad una di loro.

Ma che cos’è Elles? Un film di denuncia o una pellicola voyeuristica? Parte come un film di denuncia, che non vuole essere moralistico, un film senza pregiudizi e che vuole vedere la questione dalla parte delle donne. Ma, dopo una mezz’ora, il tono cambia e tutto continua a diventare molto esplicito: non ascoltiamo solo le storie delle ragazze, ma cominciamo a vederle senza troppi pudori. La sensazione allora è che Elles rimanga sospeso tra queste due anime, quella che vuole denunciare il problema e quella che ammicca un po’ troppo allo spettatore. Così come Anne, la protagonista, subisce il fascino proibito delle sue intervistate, anche il film sembra subire la fascinazione della materia, e lasciarsi andare un po’ troppo. L’altro problema del film è che in fondo non ha una storia, una vera progressione narrativa. È composto da una serie di quadri, uniti dal passepartout delle azioni quotidiane di Anne, per una serie di scene che finiscono per essere ripetitive. Ma il vero problema di fondo è che Elles non approfondisce veramente come dovrebbe.

Resta la prestazione maiuscola di Juliette Binoche nella parte di Anne: convinta e convincente. E davvero intensa. Il suo personaggio è centrato e meriterebbe un contorno migliore, a partire dalla sceneggiatura. Lungi da noi aspettarci un film moralista, né tantomeno casto. Ma la sensazione è che il film, raccontando le dichiarazioni disincantate delle ragazze, e la fascinazione della protagonista per le loro vite, tenda, se non proprio a giustificarle e a mostrarle in una luce positiva, a rendere meno grave di quello che è il problema.

Da non vedere perché: rimane sospeso tra due anime, quella che vuole denunciare il problema e quella che ammicca un po’ troppo allo spettatore

04
Apr
12

Romanzo di una strage. Un romanzo scritto con il sangue

Voto: 7,5 (su 10)

È un romanzo scritto con il sangue, quello della strage di Piazza Fontana. Non un “sanguepazzo”, ma una storia scritta dalla “peggio gioventù” alla fine degli anni Sessanta. La strage di Piazza Fontana ha distrutto molti di quei sogni della “meglio gioventù” del Sessantotto e aperto una ferita nell’Italia del tempo che è durata per oltre un decennio. È stato la prima frattura tra la gente e lo Stato, il momento in cui la gente ha cominciato a non fidarsi. Romanzo di una strage è il nuovo film di Marco Tullio Giordana, e prova a fare luce su una strage che ancora oggi non ha un colpevole.

Sin dalle prime scene, si capisce che cosa vuole fare il film: contestualizzare, incorniciare, mettere in relazione le diverse tessere di un mosaico per ricomporlo. Ma più che un mosaico è un puzzle, un rompicapo, un disegno in cui, dopo oltre quarant’anni le tessere non sono ancora tutte a posto. Stato, polizia, servizi segreti, anarchici, estrema destra. E nomi come Rumor, Moro, Feltrinelli, Calabresi, Pinelli, Valpreda, Delle Chiaie. In molti oggi sono troppo giovani per ricordare i fatti precisi di quegli anni, ma sono nomi che sono rimbombati come un’eco anche nei decenni seguenti a quel dicembre del ‘69. In cui una bomba, un venerdì pomeriggio, scoppiò alla Banca dell’Agricoltura nella centralissima Piazza Fontana, a due passi da Piazza Duomo, a Milano. La polizia, sviata ad arte, segue la pista anarchica, ferma ed interroga Pinelli, che muore in circostanza misteriose cadendo dalla finestra dell’ufficio del commissario Calabresi, che però in quel momento non c’era. A lui tocca la gogna mediatica e giudiziaria, ma anche l’intuizione di un disegno più grande del previsto dietro alla strage, e il compiersi di un tragico destino.

Marco Tullio Giordana riesce a creare un magnifico affresco d’epoca: gli anni a cavallo tra i Sessanta e Settanta vengono evocati alla perfezione. Quella tensione, quell’esasperazione del conflitto politico, quell’atmosfera cupa e buia che è seguita al sogno del Sessantotto pare di viverla come se fossimo in quegli anni. Non a caso Marco Tullio Giordana è l’Autore de La meglio gioventù, che iniziava proprio in quegli anni e li ricostruiva benissimo: ma se di quel periodo quel film evocava il bicchiere mezzo pieno, cioè la speranza, qui vede quello mezzo vuoto, l’impotenza, la frustrazione. Romanzo di una strage è un film teso, cupo, senza speranza. Giordana non cade nella tentazione di farne cinema di genere, come accade per tanti “romanzi criminali” oggi di moda, ma anzi gira un’opera tragica – nel  senso più nobile del termine, quello della tragedia greca o elisabettiana – divisa, come un romanzo letterario, in capitoli. A rendere Romanzo di una strage una grande tragedia (si veda il pianto della madre di Pinelli), oltre al tocco di Giordana, è l’apporto di alcuni grandi attori: su tutti Pierfrancesco Favino, volto da tragedia per eccellenza, che è un Pinelli convincente e naturalmente tragico (e perfettamente milanese, cosa sorprendente se pensiamo che Favino è di Roma). Ma anche Valerio Mastandrea, che impersona il commissario Calabresi, è la sobria nemesi del Pinelli/Favino, e porta il suo classico spleen in un personaggio che è molto lontano da quelli impersonati finora, quello di un poliziotto. Insieme a loro, in mezzo a un cast straordinario, spicca l’Aldo Moro mimetico e perfetto di Fabrizio Gifuni.

Meno male che c’è il cinema, oggi uno dei pochi custodi della memoria, oggi che, come sempre, in Italia si rimuove, si archivia, si derubrica. Si dimentica. Il cinema ha invece il potere di rievocare, di analizzare, di guardare dall’alto e dall’esterno e di spiegarci come eravamo e come siamo. Per questo Romanzo di una strage, che arriva sugli schermi poco prima di Diaz, storia di un’altra rimozione e di un altro buco nero nella storia d’Italia, è un film importante, da non perdere, che forse ha il solo difetto di mettere in scena troppi nomi e troppi volti, a volte senza spiegarli appieno, della storia politica italiana di quegli anni. Ma è un film che il peso di quel cinema civile italiano di degli anni d’oro, quello dei Rosi e dei Petri, e la tensione dei film d’inchiesta americani alla JFK. È un film senza un vero finale, perché un finale questa maledetta storia non ce l’ha.

Da vedere perché: è un film che il peso di quel cinema civile italiano di degli anni d’oro, quello dei Rosi e dei Petri, e la tensione dei film d’inchiesta americani alla JFK

04
Apr
12

The Lady. Besson, l’uomo che amava le donne

Voto: 6,5 (su 10)

L’uomo che amava le donne è anche Luc Besson. Magari non proprio come le amava Truffaut, ma in una maniera tutta sua. Se in Truffaut, le donne, amatissime, coccolate, valorizzate, erano pur sempre dei magnifici oggetti del desiderio, e in questo servivano soprattutto come specchio per le sensazioni dei personaggi maschili, e per le ossessioni del regista, le donne di Besson sono sempre donne soggetto, eroine, donne che scrivono da sole la propria storia, come Giovanna d’Arco, Nikita, Angel-A o la Leloo de Il quinto elemento. E come Aung San Suu Kyi, la leader birmana che da più di vent’anni, in maniera non violenta, ha lottato per la democrazia contro il regime militare. È lei la protagonista di The Lady, il nuovo film di Besson, che aveva aperto il Festival del Film di Roma e che ora arriva sui nostri schermi. Aung San Suu Kyi è una donna che combatte senza violenza, fragile come i fiori con cui ama acconciare i capelli, che si ispira a Gandhi. Fragile eppure restistente, imperterrita, dedita alla causa. Proprio come tanti eroi della Storia, Aung San Suu Kyi lo diventa quasi per caso, quasi senza sceglierlo: acclamata dal popolo alla morte del padre come la leader da cui vuole essere guidato, organizza in pochissimo tempo le elezioni, e finisce per vincerle. Ma il regime birmano la mette agli arresti domiciliari, la isola dalla famiglia e dal mondo, annulla le elezioni e continua a governare.

Per raccontare quella che è una bellissima storia vera, Besson annulla quasi se stesso, elimina tutti i virtuosismi e la potenza a cui ci aveva abituato nella sua carriera, e si mette al servizio della storia, del suo personaggio e della sua attrice, Michelle Yeoh, che, senza alcun trucco, “è” Aung San Suu Kyi, solo con il suo sguardo, con il suo portamento, con la sua luce. E infatti la storia non ha bisogno di altro. È una storia forte di per sé, una storia che va conosciuta. E per questo The Lady è un film da vedere. Besson utilizza anche un po’ di musica rock, tra cui quegli U2 che proprio alla leader birmana avevano dedicato la bellissima Walk On. Stranamente, però, Besson non usa quella canzone, ma una vecchia hit dei quattro di Dublino, When Love Comes To Town, e un piccolo gioiello nascosto della loro produzione, Slug, contenuto nel poco noto progetto Passengers (quello che conteneva Miss Sarajevo). Ma, come tutto, regia, fotografia, interpreti, anche la musica è funzionale alla storia. Quello che conta è questo. Specialmente in questo momento, dove nella vita di Aung San Suu Kyi e della Birmania (l’attuale Myanmar) il vento sta cambiando (il primo aprile ci saranno le elezioni e Aung San Suu Kyi è finalmente libera e candidata), e “l’orchidea d’acciaio” è finalmente pronta per l’appuntamento con la Storia. Quella con la S maiuscola.

Da vedere perché: Quella di Aung San Suu Kyi è una storia che va raccontata

04
Apr
12

Magnifica presenza. Questi fantasmi di Ozpetek

Voto: 5 (su 10)

È ossessionato dalla morte, Ferzan Ozptek, l’ha ammesso più volte. E su questa paura della morte, sul tentativo di esorcizzarla, ha costruito molti dei suoi film, da La finestra di fronte a Saturno contro, che è quello che l’affronta in modo più diretto. In Magnifica presenza, prende la Nera Signora da un altro punto di vista, quello della commedia. Pietro (Elio Germano) arriva a Roma con il sogno di fare l’attore, e intanto lavora di notte sfornando cornetti. Trova casa a Monteverde vecchio: è un appartamento d’epoca, appartenuto a una nobile, dal fascino molto rétro. Tutto, in quella casa, sembra avere una vita propria, ricordare il passato. Ma Pietro non può immaginare che in quella casa “vive” qualcuno. Presenze che, all’inizio, spaventano Pietro, ma che poi lo coinvolgono nelle loro storie, nei loro segreti.

È un Questi fantasmi alla Ozpetek, Magnifica presenza, o un The Others a Monteverde, se preferite. Ma noi preferiamo la prima definizione, perché il tono è leggero, divertito. Se il cinema di Ozpetek è sempre stato un misto tra commedia e mélo, qui inizialmente sembra convincere questo nuovo tono più da commedia, ma più misurata rispetto a quella comicità un po’ forzata che caratterizzava Mine vaganti. Qui Ozpetek sembrerebbe, almeno inizialmente, prendersi meno sul serio, e declinare, in chiave di commedia surreale, quei temi a cui da sempre tiene: l’importanza del passato e la sua influenza sul presente (La finestra di fronte), e quella delle persone che non ci sono più (Cuore sacro, Saturno contro e ancora La finestra di fronte). Oltre alla consapevolezza del proprio io e della propria natura: Pietro è omosessuale, ma forse è ancora troppo timido e chiuso per vivere fino in fondo la sua natura. Non mancano i marchi di fabbrica Ozpetek: le tavolate conviviali, i dolci, le musiche rètro e latine.

Ma questo tono così azzeccato della prima parte finisce per perdersi lungo il film. Non si capisce perché Ozpetek inserisca nel film altri toni e altri racconti, come quell’incursione nel mondo sommerso dei transessuali e del loro lavoro, che non si inserisce nella storia di Pietro e nel messaggio del film: il tono cupo e oscuro stride con il resto del racconto, e la scena culmina con un’improbabile e incomprensibile comparsa di Mauro Coruzzi, alias Platinette senza trucco, nei panni della badessa, una sorta di colonnello Kurtz a capo di chissà quale carboneria sconosciuta. Così come stridono i momenti della rivelazione del mistero legato alle presenze nella casa, con Pietro che, davanti a una vecchia attrice, capisce tutto grazie a un colpo di mano che schiaccia un insetto. Si tratta di cambi di tono e di sviluppi della storia poco comprensibili, che finiscono per allentare quell’atmosfera leggera che caratterizzava l’inizio del film.

Se nel ruolo di Pietro Elio Germano sembra una scelta azzeccata (è bravo nel raffigurare una fragilità diversa da quella, più rabbiosa, dei suoi tipici personaggi), sembrano in parte anche le “presenze” Giuseppe Fiorello, Andrea Bosca e Vittoria Puccini. Solo Margherita Buy sembra un po’ fuori luogo, donna troppo contemporanea nei suoi tic per sembrare una donna degli anni Trenta/Quaranta. Come avevamo scritto per Mine vaganti, ad Ozpetek non riesce quello che riesce ad Almodovar: trasformare l’eccesso in poesia, rendere l’assurdo verità. Così alcuni personaggi rischiano di ridursi a macchiette. Ozpetek sembra aver detto veramente tutto sull’omosessualità e sulla libertà di espressione, sull’importanza del passato, su cui ha girato degli ottimi film. Il risultato è che non ci commuove più, e che non ci diverte poi tanto. Nei suoi prossimi film il suo talento e la sua sensibilità potrebbero essere messi al servizio di storie e temi completamente nuovi.

Da non vedere perché: Ozpetek sembra aver esaurito il suo discorso. Sta cercando un nuovo tono, ma non ci commuove più, e non ci diverte poi tanto

16
Gen
12

Shame. Il sesso come prigione

Voto: 8 (su 10)

Shame come  vergogna. Quella della dipendenza da sesso, malattia figlia dei tempi che viviamo, bombardati come siamo oggi da input di tutti i tipi, ritmi di lavoro eccessivi, e spesso da una vita affettiva raggelata. È così per Brandon (Michael Fassbender), il protagonista del film, broker di Wall Street perduto in una New York tutta acciaio e vetro, dove tutto è lucido, tutto è solo una superficie su cui scivolare, pura apparenza. È una New York fatta di specchi, dove guardarsi con vergogna. Brandon, che sembra uscito da uno dei romanzi minimalisti sulla New York degli anni Ottanta, quelli di Brett Easton Ellis e Jay McInerney, è bello, elegante, ricco: può avere tutto, comprare tutto. Anche il sesso. I suoi comportamenti diventano sempre più compulsivi. E le cose sono destinate a complicarsi quando arriva in città la fragile sorella Sissy (una struggente Carey Mulligan), a incrinare il già fragilissimo equilibrio di Brandon. E ancora di più quando un’affascinante collega prova a imbastire con lui una relazione. A fare l’amore, invece che sesso.

Shame, opera seconda del videoartista inglese Steve McQueen, tanto raffinata quanto dolorosa, ha il pregio di non mostrare il sesso solo come depravazione, ma anche come fascino e seduzione.  Non è un film né moralista né pietista, ma drammatico e tragico. Ci attrae e poi ci fa sentire in colpa, mettendoci sullo stesso piano del protagonista. Facendoci capire che forse questa storia può riguardarci tutti. Perché riguarda la nostra società usa e getta. McQueen è bravo a trasmettere il desiderio e poi il vuoto. Lo fa sfruttando corpi eleganti e bellissimi e ambienti freddi e vuoti, a evocare animi raggelati e desolati.

Acciaio e vetro, come la New York in cui si muove, sembrano essere anche gli occhi di Michael Fassbender. A prima vista appaiono freddi, spietati, come quelli di un cacciatore. Ma il suo Brandon è un cacciatore suo malgrado. È un prigioniero, proprio come lo era in Hunger, opera prima di McQueen. Così su quegli occhi di vetro scivolano le lacrime, si legge la vergogna, il ghiaccio si scioglie e rimane la disperazione. Attore superdotato, nel senso di talento e non solo, visto che il suo nudo frontale ha fatto scalpore. Il nudo di Fassbender apre il film spiegandoci subito la sua condizione di essere indifeso di fronte al mondo. Fassbender, futura star del cinema mondiale, ha un volto da cinema d’altri tempi, da anni Quaranta o Cinquanta: la mascella quadrata, il volto perfetto, un contegno alla Cary Grant. Ma sotto quel contegno cova la passione. Ghiaccio fuori, fuoco dentro.

Da vedere perché: non è un film né moralista né pietista, ma drammatico e tragico. Ci attrae e poi ci fa sentire in colpa, mettendoci sullo stesso piano del protagonista. E Michael Fassbender è la futura star del cinema

20
Dic
11

Le idi di marzo. La disillusione dell’era Obama

Voto: 7,5 (su 10)

Avrebbe comunque vinto sempre il Diavolo. Sì, perché in molti avrebbero voluto che il Leone d’Oro del Festival di Venezia andasse a Le idi di marzo, il film di George Clooney che aveva aperto la kermesse. Il Leone d’Oro è andato a Faust, ma, avesse vinto Clooney, sarebbe stato comunque il trionfo del Diavolo. Anche Le idi di marzo, thriller politico e opera morale, è la storia di un uomo che vende l’anima al Diavolo: Stephen Meyers (Ryan Gosling) è uno spin doctor, l’addetto alla comunicazione del governatore Mike Morris (George Clooney), candidato alle primarie del Partito Democratico per le elezioni presidenziali (le vere primarie e il vero Partito Democratico, quelli americani). Il Diavolo è la politica, è l’ambizione. Partito con grandi ideali, Meyers scoprirà che nella vita del governatore non è tutto oro quel che luccica. C’è del marcio in America. E c’è del marcio anche in Meyers, che non esiterà a “pugnalare” metaforicamente il suo candidato, e l’altro addetto alla comunicazione (Philip Seymour Hoffman) per farsi strada nel mondo di cui ha scelto di fare parte. Di qui il titolo Le idi di marzo, che fa riferimento all’uccisione di Giulio Cesare. Come insegna la cronaca, anche qui c’è di mezzo una stagista. Ma, potere del cinema, è alta, bionda e bellissima (è Evan Rachel Wood), tutto il contrario di Monica Lewinsky.

Ci piace George Clooney quando recita in questi ruoli (il suo Morris è un ritratto del perfetto democratico, del politico pulito, tra Kennedy e un Obama in bianco), ci piace ancora di più quando dirige film impegnati come questi, e come Good Night, and Good Luck. Il suo cinema ha sempre raccontato storie che hanno a che fare con lo iato tra realtà e apparenza, in tutte le sue declinazioni. Dalla mitomania (Confessioni di una mente pericolosa) alla censura (Good Night, And Good Luck), fino alle tattiche della comunicazione politica (Le idi di marzo), in tutti i film di Clooney si racconta di come la verità possa essere distorta per fini personali o politici. In questo senso, Le idi di marzo è un film complementare e opposto a Good Night, and Good Luck. È complementare perché racconta come la politica stessa filtri, nasconda, organizzi i flussi dell’informazione prima ancora che arrivi ai mass media, dove il film sul maccartismo parlava di come i mezzi di comunicazione, sotto le pressioni della politica, scelgano come e quando l’informazione debba fluire. Allo stesso tempo, questo è un film opposto, perché racconta la storia di un uomo che si lascia corrompere, dove l’altro mostrava una strenua resistenza al nemico, in nome di una profonda integrità professionale.

E se Good Night, And Good Luck era il film dell’era Bush, in cui era evidente il disgusto per la censura e il controllo ossessivo dell’informazione, Le idi di marzo è il film dell’era Obama, e della disillusione arrivata dopo la speranza, dei compromessi arrivati dopo gli ideali. Il Morris di Clooney è immortalato come Obama nella celebre effige/icona di Shepard Fairey. Ovviamente Clooney non vuole lanciare strali né contro l’attuale Presidente U.S.A. né contro i Democratici. Vuole solo metterci in guardia sul fatto che la politica sia un gioco sporco, e chi ci entra finisce per sporcarsi. E su come non ci si possa illudere mai troppo. In un film teso e lucidissimo, dalla sceneggiatura perfetta, girato come un classico che sembra uscito dagli anni Settanta (potrebbe essere stato girato da Pollack), spiccano un Clooney attore dalla perfetta faccia imperturbabile da politico e un Ryan Gosling ormai lanciatissimo, ed eccezionale nel passare dall’innocenza all’esperienza. In un mondo fatto di chiaroscuri – come sottolineato dalla fotografia del film – dove tutti entrano ed escono continuamente dall’ombra, Clooney sembra volerci dire che in politica vediamo solo quello che appare sotto i riflettori, quando sono accesi. Chissà cosa succede fuori dal cono di luce degli spot, o quando la luce è spenta. Buona notte, e buona fortuna.

Da vedere perché: se Good Night, And Good Luck era il film dell’era Bush, in cui era evidente il disgusto per la censura, Le idi di marzo è il film dell’era Obama, e della disillusione arrivata dopo la speranza

 

17
Set
11

Il debito. La verità è un lusso

Voto: 6 (su 10)

La verità è un lusso. Lo sentiamo dire a uno dei personaggi de Il debito, e in questa frase è racchiuso tutto il senso di un film più attuale di quello che sembra. Non era stata detta tutta la verità, molto tempo fa, a proposito di un’operazione del Mossad: nel 1965 tre agenti israeliani furono incaricati di catturare un ex criminale nazista, noto come il Chirurgo di Birkenau, che fu preso a Berlino Est e poi ucciso mentre tentava di scappare. O almeno, così racconta il libro della figlia di Rachel, secondo il quale lei e i suoi due colleghi erano diventati degli eroi in patria. Ma le cose non erano andate davvero così. La verità è un lusso. Perché, da sempre e oggi più che mai, dobbiamo attenerci alle versioni di chi ci racconta i fatti, siano essi militari, politici, giornalisti. Per questo Il debito è un film attualissimo: pensiamo solamente a Bin Laden, scovato, catturato e ucciso, almeno stando a quello che ci hanno raccontato. Anche se nessuno ha visto il cadavere, né le foto. Ci siamo semplicemente fidati di un annuncio.

Il debito è un film attuale, e lo sarebbe stato ancora di più se il regista John Madden (sì, proprio quello di Shakespeare In Love e Il mandolino del capitano Corelli, qui in un film che sembra lontano dalle sue corde) avesse insistito su questo tema, ricollegandolo in qualche modo a quello che accade oggi, rendendolo qualcosa di universale. Invece il film perde vigore proprio nella parte dedicata ai giorni nostri, piuttosto frettolosa, mentre funziona piuttosto bene in quella ambientata nel 1965, in cui il regista sembra riprendere, forse fin troppo, la lezione di Spielberg e del suo Munich. Le atmosfere e i temi sono quelli, e in tutta la sua prima parte Il debito sembra essere un Munich in miniatura. Senza Spielberg, ovviamente, perché il tocco non è certamente quello del maestro americano. Madden riesce a giocare bene però nella scena chiave, quella della fuga e dell’uccisione del nazista, mostrata due volte con esiti diversi. Senza volervi svelare nulla, vi diciamo solo che il regista gioca con un trucco antico, quello del finto flashback che Hitchcock usò in Paura in palcoscenico, e che condiziona la percezione dello spettatore riguardo alla vicenda. Così come è particolarmente efficace la scena in cui il Chirurgo di Birkenau compare in scena davanti a Rachel, nei panni di un ginecologo: è inquietante e beffardo vedere un assassino nazista maneggiare i ferri ginecologici, e ancora di più pensare che fa il lavoro di chi aiuta a dare la vita, mentre prima era quello che il cui scopo era toglierla.

Rachel da giovane è interpretata da Jessica Chastain (da adulta è Helen Mirren), la luminosa e vibrante attrice che avevamo ammirato in The Tree Of Life di Terrence Malick. Accanto a lei c’è Sam Worthington, che, dopo Avatar, non sbaglia un film. I due brillano di luce propria e si illuminano a vicenda, e quando sono in scena insieme il film si accende naturalmente. E vira sul mélo, perché è anche la storia di una donna divisa tra due uomini. Spy-story, action, mèlo, opera morale: Il debito è tutto questo insieme, e forse niente di tutto questo, restando indeciso tra i vari registri di questi generi. Pur restando un film imperfetto e incompiuto, non può non intrigare, portando avanti quell’infinito flashback sul Nazismo che caratterizza da molto tempo il cinema, un flashback su un tema che, per quanto continueremo a indagarlo, continuerà a essere un nerissimo mistero della storia dell’uomo.

Da vedere perché: piacerà a chi sono piaciute le atmosfere e le tematiche di Munich. Ma la tensione del film di Spielberg qui dura solo per metà film.












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