Posts Tagged ‘Hitchcock

31
Gen
12

Mission: Impossible – Protocollo fantasma. Un po’ Bond, un po’ Pixar

Voto: 7 (su 10)

È questa la vita che sognavo da bambino:  un po’ di Apocalisse, un po’ di Topolino, canta Jovanotti in Megamix. Un po’ di James Bond, un po’ di Pixar deve essere quello che sognava Tom Cruise per il suo nuovo Mission: Impossible – Protocollo fantasma, diretto da Brad Bird (e prodotto anche da J.J. Abrams che aveva diretto il terzo episodio). Un po’ di James Bond nella nuova avventura di Ethan Hunt (Cruise) ce n’è. Perché, con la franchise di Bourne per ora in stand by, l’agente Hunt si propone come il principale erede di 007. Il quarto capitolo della serie è bondiano già nella trama, che ruota intorno al furto di alcuni codici per il lancio di testate nucleari, una storia che riporta a Thunderball (e all’ apocrifo remake non dichiarato Mai dire mai): Hunt viene fatto evadere dalla sua squadra da un carcere di Mosca, e, mentre entra nel Cremlino per rubare i codici di cui sopra. Ma viene preceduto da qualcuno che fa anche saltare in aria il Cremlino, facendo cadere le accuse sull’unità Mission: Impossible, che così viene sciolta.

È la Guerra Fredda, bellezza. E pazienza se non esiste più: la sola presenza dei russi porta il film nel terreno più fertile, i tempi d’oro della spy-story. Trama a parte, il nuovo Mission: Impossible è bondiano in molti altri aspetti. Dalla scelta di location esotiche e all’ultimo grido – oltre a Mosca e Budapest ci si muove tra Dubai e Mumbai – per seguire la strada dei film di Bond, ma anche per conquistare i nuovi pubblici dell’Asia e dell’Est Europa, alla struttura che, come nei film di 007 (ma anche di quelli di Hitchcock), si sviluppa intorno a grandi scene madri, costruite in modo da essere eccessive e memorabili, con la trama che è più che altro un pretesto per legarle tra loro. Sia chiaro, in un film d’azione va benissimo così.

E qui, accanto all’Apocalisse, entra in scena Topolino. O meglio la Pixar, cioè Brad Bird, il regista maestro dell’animazione autore de Gli incredibili e Ratatouille, alla sua prima prova in un film live action (lo seguirà, a marzo, il suo sodale Andrew Stanton, con John Carter Of Mars). E qui sembrerebbe facile dire che la sua presenza in cabina di regia abbia spostato la franchise di Mission: Impossible verso il cartoon. Se le azioni dei personaggi sono così iperboliche da sembrare realizzate da personaggi virtuali, il dolore delle ferite e dei colpi si sente e si vede: sono personaggi in carne ed ossa, non supereroi, e su questo non c’è dubbio. Ma il modo che ha Brad Bird di riprendere spazi grandi e stilizzati rende alcune scene vicine alle scenografie magniloquenti dei grandi film d’animazione. Le scene girate sul Burj Khalifa di Dubai, il grattacielo più alto del mondo, tutte specchi e vertigini, sono esteticamente così riuscite da sembrare “disegnate”. E a proposito di cartoon, la presenza di Simon Pegg (new entry nella squadra accanto a una sexy e muscolare Paula Patton e a un rude Jeremy Renner, che ora passerà alla “concorrenza”, nei panni dell’agente Bourne) regala un po’ di quell’ironia che trovavamo nei film d’animazione di Bird. Il risultato è divertente, emozionante, estetico. Si può dire che Brad Bird è un regista per cui oggi niente è “impossibile”.

Da vedere perché: trama e azione da film di James Bond, diretta con grande senso estetico dal regista de Gli incredibili. Cosa volete di più dalla vita?

Annunci
17
Set
11

Il debito. La verità è un lusso

Voto: 6 (su 10)

La verità è un lusso. Lo sentiamo dire a uno dei personaggi de Il debito, e in questa frase è racchiuso tutto il senso di un film più attuale di quello che sembra. Non era stata detta tutta la verità, molto tempo fa, a proposito di un’operazione del Mossad: nel 1965 tre agenti israeliani furono incaricati di catturare un ex criminale nazista, noto come il Chirurgo di Birkenau, che fu preso a Berlino Est e poi ucciso mentre tentava di scappare. O almeno, così racconta il libro della figlia di Rachel, secondo il quale lei e i suoi due colleghi erano diventati degli eroi in patria. Ma le cose non erano andate davvero così. La verità è un lusso. Perché, da sempre e oggi più che mai, dobbiamo attenerci alle versioni di chi ci racconta i fatti, siano essi militari, politici, giornalisti. Per questo Il debito è un film attualissimo: pensiamo solamente a Bin Laden, scovato, catturato e ucciso, almeno stando a quello che ci hanno raccontato. Anche se nessuno ha visto il cadavere, né le foto. Ci siamo semplicemente fidati di un annuncio.

Il debito è un film attuale, e lo sarebbe stato ancora di più se il regista John Madden (sì, proprio quello di Shakespeare In Love e Il mandolino del capitano Corelli, qui in un film che sembra lontano dalle sue corde) avesse insistito su questo tema, ricollegandolo in qualche modo a quello che accade oggi, rendendolo qualcosa di universale. Invece il film perde vigore proprio nella parte dedicata ai giorni nostri, piuttosto frettolosa, mentre funziona piuttosto bene in quella ambientata nel 1965, in cui il regista sembra riprendere, forse fin troppo, la lezione di Spielberg e del suo Munich. Le atmosfere e i temi sono quelli, e in tutta la sua prima parte Il debito sembra essere un Munich in miniatura. Senza Spielberg, ovviamente, perché il tocco non è certamente quello del maestro americano. Madden riesce a giocare bene però nella scena chiave, quella della fuga e dell’uccisione del nazista, mostrata due volte con esiti diversi. Senza volervi svelare nulla, vi diciamo solo che il regista gioca con un trucco antico, quello del finto flashback che Hitchcock usò in Paura in palcoscenico, e che condiziona la percezione dello spettatore riguardo alla vicenda. Così come è particolarmente efficace la scena in cui il Chirurgo di Birkenau compare in scena davanti a Rachel, nei panni di un ginecologo: è inquietante e beffardo vedere un assassino nazista maneggiare i ferri ginecologici, e ancora di più pensare che fa il lavoro di chi aiuta a dare la vita, mentre prima era quello che il cui scopo era toglierla.

Rachel da giovane è interpretata da Jessica Chastain (da adulta è Helen Mirren), la luminosa e vibrante attrice che avevamo ammirato in The Tree Of Life di Terrence Malick. Accanto a lei c’è Sam Worthington, che, dopo Avatar, non sbaglia un film. I due brillano di luce propria e si illuminano a vicenda, e quando sono in scena insieme il film si accende naturalmente. E vira sul mélo, perché è anche la storia di una donna divisa tra due uomini. Spy-story, action, mèlo, opera morale: Il debito è tutto questo insieme, e forse niente di tutto questo, restando indeciso tra i vari registri di questi generi. Pur restando un film imperfetto e incompiuto, non può non intrigare, portando avanti quell’infinito flashback sul Nazismo che caratterizza da molto tempo il cinema, un flashback su un tema che, per quanto continueremo a indagarlo, continuerà a essere un nerissimo mistero della storia dell’uomo.

Da vedere perché: piacerà a chi sono piaciute le atmosfere e le tematiche di Munich. Ma la tensione del film di Spielberg qui dura solo per metà film.

09
Set
11

Contagion. In ansia per le nostre vite appese a un filo

Voto: 7 (su 10)

In principio era Hitchcock. Era stato proprio lui, per la prima volta, a scioccare eliminando a sorpresa la sua protagonista dopo le prime scene del film, in Psycho. Contagion, il nuovo film di Steven Soderbergh presentato al Festival di Venezia fuori concorso, prende questo schema e lo moltiplica: è pieno di stelle, e fin dalle prime scene capiamo che chiunque, anche i protagonisti, anche quelli interpretati dalle star, possono morire in seguito al contagio di un terribile virus. Gwyneth Paltrow, Kate Winslet, Marion Cotillard, Matt Damon, Jude Law, Laurence Fishburne, Elliott Gould: nessuno di loro ha la salvezza assicurata. L’ansia e la tensione narrativa di Contagion nascono proprio da questo, da chi si salverà e da chi rimarrà in vita. E ovviamente dal tema trattato: quello delle epidemie, forse il pericolo più ineluttabile che ciascuno di noi possa temere. Tutto inizia quando una donna torna a Minneapolis dopo un viaggio d’affari a Hong Kong, e dopo due giorni muore all’improvviso. In breve tempo molte altre persone presentano gli stessi sintomi: tosse secca, febbre, attacchi ischemici, emorragia cerebrale. E poi la morte.

È un film ad alto tasso di suggestione, questo Contagion. Ci sentiremmo di sconsigliarlo a chi è facilmente suggestionabile, a chi è sensibile, a chi è ipocondriaco. E questo è un complimento per il film, che sceglie la via dell’estremo realismo, non risparmiando niente, dalle convulsioni, alla schiuma bianca alla bocca, fino a un cranio aperto per un’autopsia. L’inizio è scioccante, e la gente muore in serie al ritmo frenetico scandito dalla colonna sonora techno. L’evoluzione del contagio è scandita dalle scritte in sovraimpressione che indicano i giorni che passano da quando il virus si presenta: partiamo dal giorno 2, perché nessuno sa cosa sia accaduto nel giorno 1. Lo scopriremo alla fine. Come in ogni film catastrofico che si rispetti, l’azione si svolge su scala globale: Minneapolis, Chicago, Londra, Parigi, Tokyo, Hong Kong, Los Angeles.

Rispetto ai classici dei film sulle epidemie (Virus letale, per fare un esempio), Contagion ha il pregio – oltre all’estremo realismo – di affrontare la questione dai più svariati punti di vista: con una costruzione alla Altman, si passa dalle storie dei malati al punto di vista della ricerca, dalla strategia dell’informazione ufficiale, divisa tra la necessità di dare sicurezza e quella di evitare il panico, degli organi della sanità alle notizie date dai giornalisti indipendenti dei blog, fino agli interessi delle case farmaceutiche. Fino agli effetti collaterali, come le folle impazzite che prendono d’assalto supermercati e farmacie, quelle folle inferocite che diventano un soggetto altro dalle persone che le compongono, di cui raccontava già Manzoni ne I promessi sposi.

Contagion è un film tremendamente efficace ed efficacemente tremendo, nel senso di pauroso. Ed è forse il film migliore di Soderbergh, quello, nella sua eclettica carriera, più vicino a Traffic, per come mescola intrattenimento e contenuti. Lo ricorda anche l’utilizzo di una fotografia dai colori lividi, che passano dal giallognolo al blu, a evocare malattia e desolazione. A proposito di Hitchcock: proprio il regista inglese, finché era in attività, era considerato soprattutto un artista da intrattenimento, e solo dopo è stato considerato Autore, per la maestria con cui ha padroneggiato la macchina cinema. Forse i posteri ci daranno una risposta su Soderbergh. Per ora, più che nei suoi film autoriali, il regista di Sesso, bugie e videotape ci pare bravissimo quando fa intrattenimento, in film come questo ancora di più che nella goliardia dei suoi Ocean. Con Contagion riesce a tenerci in ansia per due ore. Per le vite dei protagonisti, ma anche per le nostre, rendendoci consapevoli di come siano appese a un filo. E di come – lo vediamo nel finale, con la ricostruzione del giorno 1 del virus, dopo che la voce salvifica di Bono ci ha regalato un po’ di speranza con All I Want Is You – siano davvero regolate dal Caso.

Da vedere perché: è un film ad alto tasso di suggestione. Ci sentiremmo di sconsigliarlo a chi è facilmente suggestionabile, a chi è sensibile, a chi è ipocondriaco. E questo è un complimento per il film, che sceglie la via dell’estremo realismo, non risparmiando niente.

 

09
Mag
11

Source Code. La fantascienza secondo Duncan Jones, il figlio dell’alieno

Voto: 7,5 (su 10)

“Ground control to Major Tom”, cantava David Bowie nel lontano 1969. Il brano è Space Oddity, la storia di un astronauta in missione per la Luna che finiva disperso nello spazio. “Sono qui che galleggio intorno al mio barattolo di latta, lontano sopra la Luna, il pianeta Terra è triste e non c’è niente che possa fare”. Space Oddity è un gioco di parole con 2001: A Space Odissey, il film di Kubrick a cui è ispirato. Nella vita, e nel cinema, tutto torna. Nel 1971 nasceva il primo figlio di Bowie, all’epoca presentato a tutti come Zowie, ma che oggi si fa giustamente chiamare con il suo nome all’anagrafe, Duncan Jones. Al piccolo Duncan il padre leggeva racconti di fantascienza, Orwell, Philip K. Dick, Ballard. Lo portava sul set di film come L’uomo che cadde sulla Terra. Duncan Jones, insomma, è il figlio di Ziggy Stardust, l’alieno del rock. E, quando lo scorso anno lo abbiamo visto esordire con Moon, un film di fantascienza molto vicino all’Odissea di Kubrick, ci è sembrata la cosa più naturale. Non poteva essere altrimenti.

Duncan Jones è uno dei nuovi talenti del cinema sci-fi, e lo conferma anche nella sua opera seconda, Source Code. Il capitano Colter Stevens (Jake Gyllenhaal) è costretto a rivivere gli ultimi otto minuti di vita di un passeggero di un treno che esploderà in seguito a un attentato: si risveglia all’improvviso senza sapere dov’è, di fronte a sé ha una donna (Michelle Monaghan) che gli sorride e in tasca ha la carta d’identità di un professore. Tra un viaggio e l’altro in questi otto minuti, sempre uguali, della vita di un passeggero, si ritrova in una capsula dove una donna, da un video, gli impartisce gli ordini. L’attentato è già successo, ma lui sta viaggiando indietro nel tempo, grazie al programma Source Code, per scoprire chi è l’attentatore, perché colpirà di nuovo. Jake Gyllenhaal è perfetto in un ruolo a metà strada tra Jarhead e Donnie Darko, uomo d’azione risoluto ma umano, grazie a quel briciolo di fragilità nello sguardo che lo rende così unico.

Raccontata così la storia sembra la versione dark e ossessiva di Ricomincio da capo. Ma l’atmosfera futuristica e paranoica, e la costruzione da thriller lo avvicinano più ad alcune opere dickiane come Minority Report (e alla sua versione semplificata, Dejà Vu). Jones sembra a suo agio con i vari aspetti della fantascienza, e nella sua carriera, che speriamo lunga, promette di sviscerarne tutte le sfaccettature: se in Moon ci aveva raccontato l’alienazione e la solitudine, qui esplora la tensione, con un occhio anche a Hitchcock: pensiamo ai panni del professore “innocente” in cui si incarna il capitano Stevens. Ma anche al classico schema della suspence hitchcockiana, la bomba che sta per esplodere: qui accade ogni otto minuti, la deadline è riproposta di continuo, e la tensione è sempre alta. Assieme alla curiosità: come il protagonista, anche noi siamo all’oscuro, e per questo il film intriga e appassiona, incollando lo spettatore allo schermo.

Ha la paranoia di Philip K. Dick, questo Source Code, paranoia che alla fine del decennio del terrorismo globale e della guerre preventive è quanto mai attuale. È il figlio dell’alieno, Duncan Jones, e quei libri che gli leggeva il padre l’hanno segnato nel profondo. Moon e Source Code sono due film distanti tra loro eppure vicinissimi. Personale, indipendente e low budget il primo, blockbuster su commissione il secondo; con un unico attore il film d’esordio, con decine di comparse questo. Eppure entrambi i film sono claustrofobici, alienati e alienanti, ambientati come sono in un luogo chiuso (la stazione spaziale di Moon come il treno e la capsula di Source Code), sono storie in cui qualcuno è solo contro tutti, ignaro di cosa stia accadendo, abbandonato ai suoi soli sensi per risolvere la questione. E allora il cerchio si chiude, perché i protagonisti di Duncan Jones sono come il Major Tom di Space Oddity. Seduti in un barattolo di latta, lontani sopra il mondo.

Da vedere perché: Duncan Jones è uno dei nuovi talenti del cinema di fantascienza, e promette di sviscerarne tutte le sfaccettature: se in Moon ci aveva raccontato l’alienazione e la solitudine, qui esplora la tensione, con un occhio anche a Hitchcock

19
Dic
10

The Tourist. Volevo essere Hitchcock…

Voto: 5 (su 10)

Sarà che per gran parte della sua durata è ambientato a Venezia, ma The Tourist, il nuovo film con Johnny Depp e Angelina Jolie, fa acqua da tutte le parti. Trama, sceneggiatura, scelte di casting. The Tourist, remake del thriller francese Anthony Zimmer, capitato, dopo una serie di rinvii e rinunce (tra cui quelle di Lasse Hallstrom e Alfonso Cuaron), nelle mani del regista tedesco Florian Henckel Von Donnersmarck (premio Oscar per Le vite degli altri), dovrebbe essere il tentativo di girare un film di quelli che ormai non se ne fanno più, uno di quei film alla Hitchcock che mescolavano storia d’amore, azione e thriller. Caccia al ladro, o Intrigo internazionale, insomma. E l’assunto di partenza del film è chiaramente hitchcockiano: un uomo comune e ignaro, innocente, coinvolto in un complotto più grande di lui. È Frank Tupelo (Johnny Depp), uomo qualunque, anonimo professore di matematica in un’università americana. Su un treno, diretto da Parigi a Venezia, viene abbordato da Elise (Angelina Jolie), donna affascinante ed elegantissima. Poco prima l’avevamo vista ricevere un biglietto in cui un uomo le chiedeva di scegliere un tale della sua stessa corporatura e avvicinarlo. L’uomo misterioso che manda questo messaggio è un certo Alexander Pearce.

Un nome, uno scambio di persona, un tourbillon di eventi che scaturiscono da questo equivoco. Pearce come Kaplan: lo spunto è quello di Intrigo internazionale. Lo sviluppo è diverso, con una sorpresa finale che non vi sveliamo (sappiate solo che siamo dalle parti del Mission: Impossible di Brian De Palma). Ma da qui a farne un film alla Hitchcock ce ne passa. La prima cosa che balza agli occhi è la scelta del cast, con due attori bravissimi se utilizzati nel loro campo, ma difficilmente credibili in una storia simile (sono entrati a progetto iniziato, all’inizio dovevano esserci Charlize Theron e Tom Cruise o Sam Worthington). Anche se vestita in abiti fascinosamente rètro, tra gli anni Cinquanta e  i Sessanta, Angelina Jolie continua ad essere una donna troppo dura, troppo “fisica” e attiva per essere una donna hitchcockiana, il cui modello sono le algide Grace Kelly e Tippi Hedren. Allo stesso modo, anche Johnny Depp non è Cary Grant, ma soprattutto risulta poco credibile, lui che è un istrione e un uomo dal carisma straordinario, costretto nei panni di un uomo comune, quasi dimesso. Il risultato è che ci sembra di guardare i due divi insieme, e non i loro personaggi. La chimica tra due dei personaggi più sexy del pianeta, poi, non funziona: restano due corpi estranei, due particelle separate che non si combinano mai per diventare un unico elemento.

È proprio questo il difetto maggiore di un film che non può che essere il risultato di questa scelta sbagliata. Le vicende non ci sembrano quasi mai credibili, tra scene d’azione impacciate e passaggi della sceneggiatura – compreso il finale a sorpresa – che non convincono per niente. A proposito di cast, poi, non sappiamo dire come alcune scelte possano apparire all’estero: ma per noi vedere a un certo punto della storia comparire Christian De Sica, Nino Frassica o Raul Bova contribuisce a creare un effetto straniante e a togliere verità alla storia, facendoci uscire ulteriormente dal film. Attori italiani meno conosciuti e caratterizzati avrebbero contribuito a rendere più credibile l’insieme. L’eccezione è Neri Marcorè, impeccabile.

Per essere un film che si avvicini ad Hitchcock mancano anche scene veramente memorabili, quelle scene madri su cui costruiva il suo cinema. Florian Henckel Von Donnersmarck (se non pronunciate il nome completo non si gira, come Luca Cordero di Montezemolo…), che ha il gusto per un certo cinema classico, era stato a suo agio ne Le vite degli altri, un thriller interessante per la ricostruzione storica, che però era soprattutto un kammerspiel psicologico e girato in interni. Una macchina ad alto budget come questa, con molte scene d’azione, è qualcosa di diverso. Certo, se vi manca l’atmosfera dei film degli anni d’oro di Hitchcock, il film potrà darvi qualche soddisfazione per un attimo, ma allora è meglio che vi rivediate Intrigo internazionale o Caccia al ladro.

Da non vedere perché: se vi manca l’atmosfera dei film di Hitchcock è meglio che vi rivediate Intrigo internazionale o Caccia al ladro

 

19
Dic
10

Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni. L’auto analisi di Woody Allen

Voto: 6,5 (su 10)

Perché Woody Allen continua a fare film? “È una distrazione che presenta le sue sfide e che di conseguenza mi serve per distrarre la mente dai pensieri morbosi” ha dichiarato il maestro americano. Che proprio nel suo ultimo film, Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni, sembra invece concentrarsi molto sui suoi problemi, sul suo tormentato io, invece che distrarsene. Molti dei suoi film della sua ultima fase sembravano una sorta di viagra: Match Point, Scoop e Vicky Cristina Barcelona sembravano un modo, riuscito il primo, molto meno gli altri due, per corteggiare e possedere Scarlett Johansson e poi anche Penelope Cruz, in Basta che funzioni e Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni Allen sembra concentrarsi di nuovo su di sé e sulle sue nevrosi. Se nel primo trasferiva il suo ego al personaggio principale, qui sembra distribuire le sue ansie e le sue manie a tutti i personaggi. Tutti in cerca di qualcosa, tutti a loro modo alle prese con le loro illusioni.

Alfie (Anthony Hopkins), insegue la sua perduta giovinezza lasciando la moglie Helena, tra abbronzatura, palestre, un appartamento da scapolo e una giovane moglie oca, l’attricetta Charmaine (Lucy Punch, in un ruolo che era stato pensato per Nicole Kidman e l’avrebbe messa alla prova). La moglie Helena (Gemma Jones), è depressa, ma invece di rivolgersi allo psicanalista – causa ormai persa – si dedica a una cartomante, che, sì, le pronostica l’arrivo dell’uomo dei suoi sogni. Intanto, la figlia Sally (Naomi Watts, al solito splendida), insoddisfatta dal suo matrimonio, equivoca le attenzioni del suo capo, Greg (Antonio Banderas), e si prende una cotta per lui. Mentre suo marito, Roy (un Josh Brolin ingrassato per la parte), si illude di sfondare come scrittore, non esitando a fregare il libro a un amico, e di avere una storia con la giovane dirimpettaia, che spia dalla finestra, come piacerebbe a Hitchcock.

Tutto il loro affannarsi finirà in niente, tutte le illusioni verranno vanificate. Anche se il finale tronco, forse troppo, del film, lascia tutto in sospeso e tutto in possibile divenire. Non è chiaro come andrà a finire la storia, anche se possiamo chiaramente immaginarlo. Quello che è chiaro è il punto di vista di Allen su queste persone, e sulla vita. Un pessimismo cosmico ormai pacificato e accettato da vedere le vite di queste persone, che poi sono la sua, con distacco e lucidità. Parla di sé, Woody, del suo divorzio e della sua relazione con una ragazza più giovane. Del suo continuo ricorso all’analisi, che probabilmente in anni non ha risolto niente. Fino alle sue velleità artistiche: un uomo che vuole avere successo, più che essere un artista, come il personaggio interpretato da Brolin, è un altro tassello di autoironia su se stesso, ma anche sugli artisti in generale. Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni è una riflessone sul lavoro di artista, sulla sua generazione (non manca, in una scena, il viagra), e anche, come accadeva in Match Point, sul destino. Per questo, anche se la sceneggiatura è meno scoppiettante, a livello di battute, di film come Anything Else o Basta che funzioni, questo ultimo Woody Allen ci piace.

Girato in un Londra classica e vittoriana, lontana da quella fredda e moderna di Match Point, Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni è al solito girato e montato a ritmo di jazz e illuminato da una luce pastosa e uniforme. È un film che, seppur lontano dai capolavori del passato, risponde piuttosto bene alla domanda “perché Woody Allen continua a fare film?”. Come avrete capito, è un modo per fare auto analisi, e per parlare di sé.

Da vedere perché: Allen sembra concentrarsi di nuovo su di sé e sulle sue nevrosi

 

01
Lug
09

Coraline e la porta magica. La dolceama(cab)ra storia in tre dimensioni

Voto: 8 (su 10) 

1È come un teatro di burattini, però senza fili. È stata definita così, qualche anno fa, la versione in 3D di The Nightmare Before Christmas, capolavoro di Tim Burton ed Henry Selick. La definizione si applica alla perfezione a Coraline e la porta magica, diretto proprio da Selick. Il perché è presto detto: si tratta di un film in Stop Motion, il primo nato direttamente per essere un film in 3D, in cui ogni cosa – o quasi – è reale, materica, costruita a mano. La nuova tecnica tridimensionale, allora, fa qualcosa di ben diverso dal mostrare in tre dimensioni qualcosa di virtuale, disegnato dal computer: ci fa apprezzare a tutto tondo, fino a farcelo quasi toccare, qualcosa di reale e corporeo. Vivo, verrebbe da dire.

Coraline e la porta magica parla dell’incontro tra due mondi, di un passaggio che connette due dimensioni. Sembra naturale, visti i suoi autori: The Nightmare Before Christmas di Selick parlava proprio dell’incontro tra due universi contrapposti, quello di Helloween e quello del Natale, e anche Stardust di Neil Gaiman (autore della storia) raccontava di un passaggio verso una realtà parallela. Coraline e la porta magica è la storia di una bambina che trova nel suo salotto un passaggio segreto verso un altro mondo. Che sembra uguale al suo, però più colorato, più divertente, più gustoso. Ovviamente il trucco c’è, anche se non si vede… Selick mette in scena la storia con un gusto visivo eccezionale, con rimandi ai quadri di Arcimboldo, Botticelli e Van Gogh, con coreografie che rimandano alle Silly Simphonies disneyane degli anni Trenta. E con un effetto che ci rimanda addirittura a Hitchcock: quel movimento in avanti in quel tunnel che dalla porta magica ci riporta al mondo parallelo è reso alla perfezione dalla tecnica 3D e ci ricorda il famoso movimento di macchina che evocava il senso di vertigine nella tromba delle scale de La donna che visse due volte. È proprio questo che volevano fare con il 3D Selick e il suo team: puntare sulla profondità e il movimento nello spazio, invece di far uscire le cose dallo schermo verso di noi.

Vale la pena di ricordare in cosa consiste il lavoro della Stop Motion: gli animatori manipolano con estrema attenzione una serie di oggetti tangibili, come personaggi, ambienti, arredi, su un piano di lavoro. Ogni movimento è un’inquadratura che viene fotografata per la macchina da presa: quando le migliaia di inquadrature fotografate vengono proiettate insieme in sequenza, i personaggi e gli ambienti si animano in un movimento continuo e fluido. In un certo senso è un lavoro più vicino al cinema live-action che a quello di animazione: si devono costruire  e arredare i set, vestire, pettinare, truccare e illuminare i personaggi.

Il racconto di Selick è una meraviglia per gli occhi, ma colpisce anche la mente, facendo riflettere sul perché si vuole cercare una nuova vita, e sul bisogno di apprezzare le piccole cose quotidiane. Ha forse solo il difetto di non enfatizzare a sufficienza alcune sorprese e alcuni nodi drammatici della storia. Ma si tratta di dettagli. Tecnologia, tocco artigianale, fantasia e poesia. In Coraline e la porta magica, dolceama(cab)ra storia di Henry Selick c’è tutto. Da gustare rigorosamente in 3D.

Da vedere perché: il 3D fa rendere appieno i pupazzi (veri) usati per la Stop Motion. E il mondo creato da Selick è davvero incantato

 

 












Archivi


Cerca


Blog Stats

  • 107,321 Visite

RSS

Iscriviti al feed di

    Allucineazioni (cos'è?)




informazioni

Allucineazioni NON e' una testata giornalistica ai sensi della legislazione italiana.

Scrivimi

Creative Commons License

Questo blog è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.