Posts Tagged ‘commedie al cinema

01
Giu
11

Una notte da leoni 2. Il branco di lupi è tornato…

Voto: 7 (su 10)

I lupi perdono il pelo ma non il vizio. Il branco di lupi, il Wolfpack, come lo chiamano in America, sulla falsariga dei vari Ratpack (i gruppi di Sinatra, Dean Martin & co. prima e Clooney, Pitt e compagnia bella dopo) è quello formato da Bradley Cooper, Zach Galifianakis e Ed Helms, rispettivamente Phil, Alan e Stu, i protagonisti di Una notte da leoni, film campione di incassi di qualche stagione fa e Golden Globe a sorpresa come miglior commedia.

Uno dei lupi ha perso il pelo – Galifianakis si risveglia rasato a zero – ma tutti non hanno perso il vizio: in Una notte da leoni 2 si risvegliano ancora una volta ubriachi e privi di qualsiasi ricordo di cosa sia successo. Stavolta siamo in Thailandia, e a sposarsi, con una bellissima thailandese, è Stu.

Memore di quello che era successo nel precedente addio al celibato, si concede solo una birretta, venti minuti e un falò sulla spiaggia. Ma i tre si risvegliano in una sordida stanza. Stu ha un tatuaggio alla Mike Tyson (ci sarà anche lui, ma non vi sveliamo dove…) intorno all’occhio.

C’è una scimmietta con un giubbetto con il logo dei Rolling Stones. E c’è il dito mozzato del fratello della sposa nel secchiello del ghiaccio… Non ci sono dubbi: è successo di nuovo.

La formula è quella collaudata del primo episodio. E, come ogni sequel, si alza il tiro, in ogni senso: location, budget, trovate. E anche volgarità.

Il regista Todd Phillips è l’erede della commedia fracassona americana, quella alla Animal House per intenderci. Ma nella formula vincente di Una notte da leoni, alla commedia si aggiunge una parte di detection da film giallo. Il fatto che i protagonisti, causa sbornia, non ricordino cosa è successo, e non lo sappia nemmeno lo spettatore, scatena l’investigazione, il percorso a ritroso nella nottata, la ricerca degli indizi. E la curiosità.

Così il film non è solo un accumulo di gag, alcune delle quali irresistibili, ma anche una storia con una struttura che tiene sempre viva l’attenzione dello spettatore. Qui, oltre alle foto, la notte è ricostruita con filmati di telefonini. E anche con la meditazione… Una notte da leoni 2, insomma, è Addio al celibato che incontra Memento (prendete con le pinze queste definizioni, mi raccomando).

È la storia di una discesa agli inferi e ritorno. Apocalypse Now: The Comedy, come l’ha definita il protagonista Bradley Cooper.

È proprio questa la differenza con alcuni film nostrani, a cui queste commedie vengono avvicinate per una certa volgarità. Che differenza c’è tra Una notte da leoni e un Cinepanettone? C’è, eccome. E sta proprio nel non voler puntare tutto sulla volgarità di alcune gag, ma su una storia strutturata, e una confezione, sceneggiatura, attori e regia, di qualità.

Certe gag sono un condimento piccante alla storia. E non la storia stessa. In questo senso Todd Phillips ci piace per come sceglie le colonne sonore dei suoi film, rock da fm americano, che riesce a dare corpo e un leggero senso epico alle sue storie. Il suo cinema è anche fatto di amicizia: il branco di lupi di Una notte da leoni (The Hangover, in originale) è anche un gruppo di amici che non vede l’ora di rivedersi sul set. E siamo certi che lo farà ancora per un terzo episodio.

Una delle regole del cinema è che quando gli attori si divertono troppo sul set, il pubblico si diverte molto meno. Ma non è proprio questo il caso. A parte l’idea di partenza, che non può più sorprendere come nel primo film, Una notte da leoni 2 scorre alla perfezione, e diverte molto. Il branco di lupi è orgoglioso di essere tale. E ha ragione.

Da vedere perché: è Addio al celibato che incontra Memento (prendete con le pinze questa definizione, mi raccomando)

 

31
Mar
11

Boris Il film. La tv è come la mafia: non se ne esce se non da morti

Voto: 7 (su 10)

Qual è l’anello di congiunzione tra Gomorra e il Cinepanettone? Detto così, sembra una cosa assurda, ma nell’Italietta di oggi tutto è possibile. Ce lo spiegherà René Ferretti (Francesco Pannofino), eroe dell’Italia odierna dei tagli alla cultura e del cinema omologato dai gusti televisivi. Tutto questo in Boris Il film, serie tv diventata ora pellicola in cui si ride tantissimo e in cui non c’è niente da ridere. Ferretti, regista televisivo, si ribella e lascia il set della serie tv che sta girando, Il Giovane Ratzinger, quando deve girare una scena al ralenti in cui il futuro Papa, alla notizia della scoperta del vaccino antipolio, corre felice su un prato della Baviera. Quando è troppo è troppo. Ora René è solo, non lavora più. Ma improvvisa arriva la proposta di riscatto: il grande schermo, un film d’autore e d’impegno, “un progetto alla Gomorra: un grande libro, un grande regista, e un film dove un po’ ci si capisce e un po’ no” come lo definisce il produttore, che ammette di non averci capito niente. Il libro d’inchiesta da portare sullo schermo è nientepopodimeno che La casta, di Rizzo e Stella. C’è da ricavare in poco tempo una sceneggiatura, fare il cast, e scegliere la troupe, che non può essere quella scalcagnata con cui Renè è solito collaborare. Ma le cose non saranno così semplici. Perché “la tv è come la mafia: non se ne esce se non da morti”.

“La ristorazione è l’unica cosa serie in questo paese”. Infatti nel frattempo Arianna (Caterina Guzzanti), la storica assistente di Ferretti, ha aperto un locale, e gli sceneggiatori che cureranno l’adattamento propongono una sceneggiatura “all’impepata di cozze”. Ma ci sono anche sceneggiatori che vogliono fare de La casta un horror, un film cecoviano, chi vuole ambientarlo in Brasile, chi farne una commedia frizzante. E non finisce qui… L’Italia di Boris Il film non è per niente lontana dall’Italia di oggi: il pubblico affolla le sale per Natale al Polo Nord e Natale nello spazio, i genitori chiamano i figli Francescototti (tutto attaccato), a teatro si ride per comici che ripetono un solo tormentone come un mantra. È un’Italia in cui il livello culturale è ai minimi storici.

Boris Il film non le manda a dire. Ce n’è per tutti, Garrone, Calopresti, Virzì, la Rai. Per tutte le magagne della tivù, ma anche per i vizi e i vezzi dei cosiddetti “artisti” del cinema. Boris Il film vive di momenti memorabili, come Piovani che perde l’Oscar a poker, lo Stanis La Rochelle di Pietro Sermonti che fa Gianfranco Fini, Massimiliano Bruno che fa Neo in Matrix, la vecchia troupe che torna sul set al ralenti come in un western, e il duetto tra Ferretti e l’attrice sensibile e insicura. Si tratta di un’operazione coerente e intelligente: passando dalla tv al cinema, Boris alza il tiro e ambienta la storia nel mondo della Settima Arte (arte…si fa per dire). E usa il linguaggio del cinema: la fotografia e le inquadrature sono più cinematografiche rispetto alla serie, ridiventano televisive quando vediamo una soap opera, si trasformano in fotografia “d’autore”, ammantata di bianco, nelle scene del girato de La casta.

Boris Il film si fa volgare per denigrare la volgarità, si fa stupido per diventare un intelligente apologo dell’Italia di oggi. È una commedia non trash, che alza ulteriormente il tiro rispetto a prodotti come Benvenuti al Sud e Che bella giornata. A tratti, per come viaggia dentro il lato oscuro del cinema, per come tocca la politica, raggiunge certi momenti de Il caimano. Ben scritta, ben recitata, con trovate geniali e un gran ritmo, ha solo un rischio: che sia davvero troppo colta e che il grande pubblico non colga tutte le sfumature, i riferimenti e l’ironia. Riesce però nell’intento di piacere anche a chi non è un fan della serie. A proposito del “caimano”. C’è anche lui in Boris Il film. Uno sceneggiatore di Cinepanettoni propone di iniziare il film con le parole “l’Italia è il paese che amo, qui ho le mie radici”. Ed è ancora dedicata a lui una delle battute più emblematiche del film. Quando Renè lascia il set televisivo dice: “Vado alla concorrenza”. La risposta è “Questo paese non ce l’ha una concorrenza. Siamo sempre noi”.

Da vedere perché: si fa volgare per denigrare la volgarità, si fa stupido per diventare un intelligente apologo dell’Italia di oggi. È una commedia non trash, che alza ulteriormente il tiro rispetto a prodotti come Benvenuti al Sud e Che bella giornata

 

27
Gen
11

Immaturi. Nostalgia, nostalgia canaglia…

Voto: 5,5 (su 10)

A un certo punto di Immaturi ascoltiamo una versione acustica di Born To Be Alive, classico dance degli anni Settanta. A cantarla è, a sorpresa, Paolo Kessisoglu, uno dei protagonisti del film. Rallentata e spogliata dei suoi orpelli kitsch e disco, la canzone è veramente bella. Se ci pensiamo, la nostalgia è questo: qualcosa che toglie alle cose passate quello che hanno di brutto, di ridicolo o di patetico, e ce le restituisce nella loro veste più bella, più pulita, più pura. È la nostalgia del passato il sentimento al centro di Immaturi, il nuovo film di Paolo Genovese. Un gruppo di ex compagni di scuola, vicini ai quarant’anni, riceve una comunicazione: il loro esame di maturità non risulta valido, e dovranno ripetere la prova a quasi vent’anni di distanza. Quello che è l’incubo di tutti noi (chi non ha mai davvero sognato la notte di non dover ripetere il fantomatico esame?) prende insomma forma sullo schermo per un gruppo di persone. Lo spunto del film, se ci riflettete, è davvero improbabile. Ma tanto vale stare al gioco e vedere cosa succede.

E così ha via la riunione di ex compagni di scuola. C’è Francesca, la dipendente dal sesso che frequenta i gruppi di sostegno e ha paura di avvicinarsi a qualsiasi uomo (Ambra Angiolini), Piero,  che si finge sposato con un figlio per dedicare pochissimo tempo alla fidanzata, facendole credere di essere l’amante (Luca Bizzarri), Lorenzo, che vive ancora con i genitori (no, non lo chiameremo bamboccione: ora che l’ex ministro Padoa Schioppa è passato a miglior vita è il caso che il termine vada in disuso) interpretato da Ricky Memphis, Giorgio, lo psicologo che capisce tutti ma non se stesso, e vive da eterno fidanzato con la propria compagna (Raoul Bova), Luisa, la madre divorziata e donna in carriera (Barbora Bobulova). E poi Virgilio (Paolo Kessisoglu), che Giorgio non vuole nemmeno vedere, perché tra loro deve essere successo qualcosa nel passato. Qualcosa che forse ha a che fare con Eleonora (Anita Caprioli), l’ex ragazza di Giorgio, che non vediamo fino alla fine.

C’era una volta la premiata ditta Genovese e Miniero (Questa notte è ancora nostra). Se Luca Miniero è passato con successo alla commedia italiana (attenzione: non “all’italiana”) con Benvenuti al Sud, operazione piuttosto riuscita, Paolo Genovese, oltre ad aver diretto l’ultimo film di Aldo, Giovanni e Giacomo, La banda dei Babbi Natale, qui punta sulla commedia generazionale e nostalgica. I temi sono quelli di Gabriele Muccino, ma i cambiano i toni: escono le ansie, le urla e i drammi, ed entrano le battute e i sorrisi. Il gioco potrebbe anche funzionare, se non fosse che i personaggi sembrano disegnati più secondo luoghi comuni e tipi raccontati da riviste di costume che cercando di creare delle persone vere. E alcuni sviluppi della trama, come lo spunto di partenza, sembrano davvero poco credibili: va bene evitare le scene madri alla Muccino, ma creare tensioni e conflitti, per poi scioglierli in un attimo non giova alla storia. Immaturi è un film che scorre veloce e piacevole, ma dove ogni sviluppo è prevedibile e telefonato. E dove tutto è leggero, troppo leggero. Questo Grande freddo all’italiana è insomma un freschetto settembrino e nulla di più.

Resta la nostalgia, i ricordi di quelle cose che ci toccano sempre. È una lista che piacerebbe a Fazio: il Subbuteo, le biglie con i volti dei ciclisti, Gioca Jouer, Ufo Robot, Maledetta primavera, i Rockets, Ah, nostalgia, nostalgia canaglia…

Da non vedere perché: i personaggi sembrano disegnati più secondo luoghi comuni e tipi raccontati da riviste di costume che cercando di creare delle persone vere. E alcuni sviluppi della trama, come lo spunto di partenza, sembrano davvero poco credibili

19
Gen
11

Qualunquemente. Quando la realtà supera la finzione…che delusione!

Voto: 4,5 (su 10)

“Non sono le donne che devono entrare in politica, ma è la politica che deve entrare nelle donne”. Parole attualissime: Cetto Laqualunque è un personaggio simbolo dell’Italia di oggi. Un personaggio geniale e profetico, se pensiamo che era stato inventato nell’ormai lontano 2003, quando vizi e corruzione dell’attuale classe politica italiana forse esistevano già, ma non erano così tristemente noti. Cetto Laqualunque, inventato da Antonio Albanese, è oggi, come ricorda il regista Giulio Manfredonia che lo porta al cinema nel nuovo film Qualunquemente, una Grande Maschera Italiana. Qualunquemente, il film che lo vede protagonista, sarebbe a suo modo profetico, visto che si è iniziato a scriverlo un paio di anni fa. Il problema è che la realtà oggi va incredibilmente più veloce della finzione, e Qualunquemente rischia di arrivare fuori tempo massimo, un po’ come W., il film su Bush di Oliver Stone. Oggi nemmeno il documentario alla Moore o l’instant movie (cosa poco auspicabile per il bene del cinema) rischiano di essere in tempo per raccontare la realtà.

“Le tasse sono come la droga. Se le paghi una volta poi ti prende la voglia”. Cetto Laqualunque è un imprenditore corrotto calabrese che torna in Italia dopo una lunga latitanza all’estero. Le sue proprietà sono minacciate da un’improvvisa ondata di legalità, rappresentata dall’onestissimo candidato sindaco De Santis. A Cetto viene proposto di entrare in politica per difendere la sua città dalla legge. La storia è questa. Il personaggio è noto. Si trattava di costruirgli attorno un mondo, dei contatti, una vita. Manfredonia e i suoi scenografi sono bravi a creare un mondo barocco, dorato, eccessivo e ridondante. Usano il viola e il rosso acceso per rendere esplicita la cafonaggine e il cattivo gusto di una certa classe dirigente dell’Italia di oggi. Tra atmosfere da gangster movie e da spaghetti western, il tentativo di Manfredonia è quello dell’astrazione, del surreale, del linguaggio dei fumetti. L’operazione non riesce: dei fumetti Laqualunque e compagnia non hanno la leggerezza, i personaggi sono pesanti, sempre troppo carichi. I toni sono quelli di un grottesco spinto. Non funziona nemmeno l’astrazione: anche provando a esagerare certi comportamenti, questi non hanno nulla di strano: un politico con amante e nuova famiglia oltre alla prima moglie e al figlio di primo letto (erede designato del suo impero), costruzioni abusive, siti archeologici in malora, pensioni di invalidità fasulle, primari nominati senza alcun titolo, festini con prostitute. Quando poi andiamo alla situazione negli ospedali, si sfiora il cattivo gusto. Quello che esce è un film desolato e desolante.

Non c’è niente da ridere, questo lo sappiamo. Ma in Qualunquemente non si ride mai. Primo per il motivo di cui sopra: il film non riesce ad inventare più niente di iperbolico, di esagerato rispetto alla realtà. In questo modo il ritratto dell’Italia, anche attraverso personaggi caricaturali, è così vero da farci cadere in depressione per la nostra povera patria. Secondo per la sceneggiatura: al film mancano completamente una storia e personaggi a tutto tondo. Lo script è ripetitivo: tutto funziona al contrario, l’illegale diventa legale, e il legale è il male. Dopo quindici minuti in cui questo riesce a strappare qualche sorriso, il gioco diventa logoro. La scelta poco felice qui è quella di Piero Guerrera, sceneggiatore televisivo ma con poca esperienza di cinema. Che è un’altra cosa. E infatti Qualunquemente è uno sketch televisivo stiracchiato per un’ora e mezza, fino a diventare estenuante. È il problema storico di Antonio Albanese: tutti i suoi personaggi, irresistibili a teatro e in tv, non reggono il respiro di un film, e perdono vita nei novanta minuti. E così anche Albanese diventa un attore sprecato, lui che è bravissimo quando si tratta di interpretare i personaggi a tutto tondo in film di altri autori (Questioni di cuore, Giorni e nuvole, Vesna va veloce).

Il confronto con Checco Zalone, pur tenendo conto della diversità dei due progetti, è impietoso. Checco Zalone gira intorno alla realtà, Albanese la prende per le corna. Ma se il primo non perde mai di vista la risata, ricordandosi di essere in un film comico, il secondo pare scordarsi di questo aspetto: se non si ride non si può nemmeno parlare di film comico. E un film di denuncia deve avere ben altri contenuti. Proprio il caso Zalone è un esempio: il comico barese si è affidato a Gennaro Nunziante, vero sceneggiatore (ha scritto tre ottimi film per D’Alatri), allo stesso tempo leggero ma attento all’attualità, che gli ha confezionato una storia compiuta. Ecco, a Qualunquemente manca una certa leggerezza. E manca una storia. E’ una grande delusione: poteva diventare un film epocale, è soltanto un film “qualunque”.

Da non vedere perché: Non c’è niente da ridere, questo lo sappiamo. Ma in Qualunquemente non si ride mai: il film non riesce ad inventare più niente di iperbolico, di esagerato rispetto alla realtà. E al film mancano completamente una storia e personaggi a tutto tondo.

 

19
Gen
11

Tamara Drewe – Tradimenti all’inglese. Le relazioni pericolose di Gemma Arterton

Voto: 7 (su 10)

Le relazioni pericolose che ci racconta oggi Stephen Frears, regista arrivato al grande successo proprio con il film tratto dal libro omonimo di Pierre Choderlos de Laclos, sono quelle di una giovane giornalista inglese. Tamara Drewe ritorna a casa, nel suo paesino della campagna inglese, tutto cottage, vacche e vecchi pub, dopo essersi trasferita a Londra e aver fatto carriera. Oltre alla carriera, Tamara si è fatta, anzi rifatta, anche il naso: la vita è più facile per i belli, e allora perché non provarci? Il suo arrivo sconvolge la sonnacchiosa comunità di campagna: dal famoso scrittore fedifrago che ha creato un Bed And Breakfast per autori in cerca d’ispirazione, alla rockstar che ha appena rotto con la sua band, fino al primo amore. Sono tutti pazzi per Tamara.

Tratto da una graphic novel, Tamara Drewe – Tradimenti all’inglese ha il ritmo, l’irriverenza e lo humour dei fumetti, ma è cinema a tutti gli effetti. È british all’ennesima potenza: Gemma Arterton fa l’ingresso in scena su una Mini, ascoltando Lily Allen, c’è una band che litiga e si scioglie nel mezzo di un concerto come gli Oasis dei fratelli Gallagher, a un festival in campagna che sembra Glastonbury o Reading, altre istituzioni della cultura pop inglese. Stephen Frears non è stato mai così leggero e spensierato, ma allo stesso tempo il microcosmo che riesce a creare è vivido e vivace. Ci si troverebbe bene anche la regina Elisabetta di Elen Mirren, The Queen dell’ultimo grande film di Frears (e anche il Tony Blair di Michael Sheen, perché no), se passasse di qua per una vacanza.

Come nella migliore tradizione delle commedie inglesi, il film di Frears diverte senza sembrare mai vacuo, resta piacevolmente in superficie pur avendo una sua profondità. Tamara Drewe potrebbe anche essere il personaggio di una franchise, e diventare la nuova Bridget Jones. E Gemma Arterton potrebbe diventare la nuova eroina della commedia sentimentale, inglese e non solo. La sua apparizione al cottage in hot pants e canottiera rossa ha lo stesso effetto che ha sulla gente del paesino: stupore. È come se rivedessimo una nostra compagna di scuola che non vedevamo da tempo, e la trovassimo all’improvviso cambiata, più donna, più sexy. Gemma Arterton non era mai stata così nei film precedenti: una breve apparizione come comprimaria, e poi subito via ricoperta di petrolio in 007 Quantum Of Solace, o bardata  e petulante (nonché poco credibile) principessa in Prince Of Persia. Ora è finalmente la protagonista assoluta, e recita non solo con il suo volto, ma con tutto il corpo. Un corpo del reato che sarà bene seguire, perché promette altre nuove relazioni pericolose

Da vedere perché: Tratto da una graphic novel, Tamara Drewe – Tradimenti all’inglese ha il ritmo, l’irriverenza e lo humour dei fumetti, ma è cinema a tutti gli effetti. E Gemma Arterton potrebbe diventare la nuova eroina della commedia sentimentale, inglese e non solo.

 












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