Posts Tagged ‘anteprima cinema

23
Mar
12

GHOST RIDER: SPIRIT OF VENGEANCE

Da oggi nelle sale Ghost Rider: Spirit of Vengeance, il nuovo capitolo della saga diretto da Mark Neveldine e Brian Taylor.

Nicolas Cage ritorna a calarsi nei panni di Johnny Blaze, ancora alle prese con la maledizione del cacciatore di taglie del diavolo…

Ma dopo l’incontro con il leader di un gruppo di monaci ribelli (Idris Elba) sembra disposto a tutto pur di salvare un ragazzino dalle grinfie del diavolo – e liberarsi una volta per tutte dalla maledizione che lo perseguita.

Guarda il backstage.

03
Ago
11

Hanna. La crudele e tenera favola di un’infanzia rubata

Voto: 6,5 (su 10)

Nikita. La sposa di Kill Bill. La sposa in nero di Truffaut. Trinity di Matrix. E l’elenco potrebbe continuare a lungo. È la galleria delle donne combattenti che ha fatto la storia del cinema. Quasi mai avevamo visto però una bambina combattente, a parte la recente Chloe Moretz di Kick-Ass (ma la violenza lì era stemperata dalla cornice pop). Hanna (una bravissima Saoirse Ronan) ha sedici anni ed è stata cresciuta dal padre Erik (Eric Bana), ex agente CIA, come una perfetta macchina da guerra, forte, scaltra e insensibile, in attesa di una probabile vendetta da compiere. Qualcosa che attendiamo, e che crea un’atmosfera di sospensione nella bellissima prima parte del film, tra i ghiacci della Finlandia.

È un film algido, glaciale, e non solo per gli ambienti dove inizia, Hanna. Sono algidi i ghiacci dove la protagonista si esercita, sono freddi gli interni asettici, vetro e metallo, dell’ufficio della CIA dove si muove l’agente Marissa Wiegler (Cate Blanchett), sono algidi i volti di porcellana di Saoirse Ronan e Cate Blanchett. Il tutto è accentuato dall’eccezionale colonna sonora techno dei Chemical Brothers, cuore e scheletro metallici del film. Joe Wright, finalmente lontano dai film in costume come Orgoglio e pregiudizio ed Espiazione (lui che dice di amare David Lynch), raffredda volutamente il suo film, donandogli calore a sprazzi, poco a poco. Perché l’andamento di Hannah segue quello della sua protagonista: creata per essere fredda e insensibile, si scopre più calda, più tenera, man mano che conosce la vita.

Hanna è infatti allo stesso tempo una spy story, un thriller e un romanzo di formazione. Hannah, a sedici anni, esce per la prima volta dal bozzolo dove l’aveva chiusa il padre, e scopre pian piano il mondo e la vita. È vergine, pura, non ha ancora visto quasi niente. Così è naturale il suo stupore, carico di paura, davanti all’energia elettrica, la sua estraneità ai discorsi vacui del mondo di oggi. Hanna ci emoziona emozionandosi di fronte alla musica, o scoprendo per la prima volta cosa vuol dire avere un’amica (e la regia di Wright cambia registro, con la macchina da presa addosso ai volti delle due ragazze nella sequenza delle confessioni tra le due).

Hanna è un film che spiazza proprio per questa alternanza di toni e registri, è allo stesso tempo crudele e tenero, come può essere la storia di una bambina strappata alla sua infanzia e adolescenza, alla sua vita. Come nella realtà, in altri modi, purtroppo accade spesso. E come in fondo accade ai bambini protagonisti delle favole (da qui il riferimento ai Fratelli Grimm), alle prese con orchi e prove difficili da superare. Hanna potrebbe essere una favola postmoderna. È un film spiazzante anche per come si snoda la storia, che devia spesso dalla strada che ci si aspetta. Anche se spesso sembra andare troppo veloce: non convincono alcuni movimenti dei personaggi (dalla Finlandia si passa al Marocco, alla Spagna e a Berlino come se ci fosse il teletrasporto) e a tratti alcuni aspetti della loro psicologia, non spiegati completamente, soprattutto man mano che si arriva alla fine. Hanna è un film difficile da definire e da incasellare (forse per questo esce ad agosto?), ma molto coraggioso. Si chiude come era iniziato, con i cigni e la casetta innevata del luna park che richiamano le scene dell’inizio del film. E la stessa battuta che Hanna la cacciatrice aveva pronunciato dopo aver ferito un cervo. “Ti ho mancato il cuore”.

Da vedere perché: è allo stesso tempo crudele e tenero, come può essere la storia di una bambina strappata alla sua infanzia e adolescenza, alla sua vita. Come accade ai bambini protagonisti delle favole. Hanna potrebbe essere una favola postmoderna

 

31
Mar
11

The Ward – Il reparto. Bentornato, Carpenter!

Voto: 7 (su 10)

Un ospedale, la notte, i corridoi lugubri e vuoti, tuoni e fulmini. E un assassinio. Comincia così The Ward – Il reparto. Un classico dell’horror. E infatti è un grande classico l’autore che porta questo film sullo schermo, John Carpenter, uno dei massimi esponenti del genere, che torna dopo quasi dieci anni di assenza, con un prodotto a basso budget, ispirato alla modalità produttiva di Masters Of Horror, serie tv americana a cui il maestro ha preso parte. Si tratta dunque di un film minore nel curriculum di Carpenter. Ma avercene di film minori così.

Kristen (Amber Heard) ha appena dato fuoco a una casa. Si ritrova, coperta di tagli e di lividi, in un ospedale psichiatrico. Non ricorda niente. Ma capisce ben presto che non sarà facile uscire da quel posto. E che in quel posto non è per niente al sicuro: misteriosamente le ragazze nel reparto (tutte bellissime, vabbè…) cominciano a morire ad una ad una.

C’è molto del vecchio Carpenter, in The Ward. E uno dei giochi per i tanti appassionati del maestro dell’horror sarà proprio andare a cogliere tutti i riferimenti alla sua opera. L’ospedale psichiatrico è un luogo circoscritto da cui è difficile uscire, come l’isola di The Fog, o la base tra i ghiacci de La cosa. Un luogo perfetto dove creare tensione e pericolo, come ci ha ricordato anche Scorsese con Shutter Island. Le belle ragazze in pericolo, braccate da un mostro, ci rimandano invece immediatamente a Halloween, il film più copiato, riprodotto e rifatto di Carpenter. E anche i movimenti di macchina, ricchi di steadycam, sono quelli.

The Ward è un film che funziona su più livelli, che gioca tra horror puro (le apparizioni del mostro assassino), thriller di suspence hitchcockiana (i tentativi di fuga con la paura di essere scoperte, che creano un gioco alla Marnie), e l’horror psicologico, che in un film in manicomio ci sta sempre e permette di arrivare a qualsiasi soluzione. Che infatti arriva inaspettata, e rovescia tutte le carte in tavola. Siamo dalle parti di Psycho e Identity, ma non vogliamo dirvi di più. Solo che il vero pericolo, al solito, è dentro di noi. Carpenter gioca con la nostra percezione e con quella della protagonista. Ossessivo, labirintico, claustrofobico, The Ward è un piccolo film ma funziona alla grande. Non resta che dire: bentornato, Carpenter!

Da vedere perché: è un film che funziona su più livelli, che gioca tra horror puro, thriller di suspence hitchcockiana e l’horror psicologico. Con il tocco di uno dei più grandi dell’horror, John Carpenter

 

17
Mar
11

Gnomeo e Giulietta. Liberate i nani da giardino

Voto: 6 (su 10)

Vi siete mai chiesti che senso abbiano i fantomatici nani da giardino che appaiono qua e là nei giardini di tutto il mondo? Simbolo del cattivo gusto, qualche anno fa sono stati oggetto di interesse anche di un fantomatico comitato di liberazione dei nani da giardino, che li toglieva dai giardini per lasciarli liberi di andare per il mondo.

Un po’ come faceva la Amelie Poulain de Il favoloso mondo di Amelie, mandando un nano in giro per il mondo con tanto di cartoline spedite. In Gnomeo e Giulietta, film d’animazione in uscita il 16 marzo, i nani sono protagonisti assoluti: quando noi non li vediamo si muovono, si amano, si odiano.

E sono i protagonisti della storia di amore e odio più famosa del mondo: quella di Romeo e Giulietta, di William Shakespeare. I Capuleti e i Montecchi sono i nani di due giardini contigui, che si odiano come i rispettivi padroni di casa. Gnomeo e Giulietta, lui blu, lei rossa, si incontrano, e nasce l’amore. Che sarà contrastato.

L’idea è a suo modo geniale. E che fa la distribuzione italiana? Per accentuare il contrasto tra i due clan, trasforma i due gruppi in settentrionali e meridionali, doppiando i personaggi con accenti del nord e del sud, che vanno dal veneto al lombardo in un caso, dal napoletano al siciliano nell’altro. Qualcosa di simile era accaduto con Shaolin Soccer, film orientale di qualche anno fa. È un chiaro esempio di quando non ci si fida del prodotto. In questo caso, è anche un ammiccamento ai recenti successi della commedia nostrana, che giocano sugli stereotipi e i contrasti tra nord e sud, come Benvenuti al Sud e Che bella giornata di Checco Zalone. Solo che una cosa è costruire un film su questi stereotipi, giocandoci, superandoli e smentendoli, una cosa è fare una fusione a freddo su una vicenda che parla di tutt’altro.

È un peccato perché gli gnomi sono personaggi davvero divertenti e sono disegnati bene, ovviamente al computer: piace come sono state create le superfici, e come i personaggi digitali abbiano una loro pesantezza, che è quella di chi è fatto di coccio. Anche i suoni sono curati, e quando si toccano sono rumorosi. Come al solito non manca il gioco di citazioni che va da Gioventù bruciata a Matrix fino a Salvate il soldato Ryan. Anche se molte trovate, è il caso di dirlo, sono prese da Toy Story, che è il modello di un film come questo. I dialetti fanno ridere, certo, ma sono risate che vanno così come vengono, e nascondono un po’ quella che è l’anima del film. I nani da giardino andrebbero liberati sì, ma dai loro doppiatori. Solo allora potremmo capire l’anima di questo film.   

Da vedere perché: i nani sono simpatici, e la storia di Romeo e Giulietta è sempre bella. Ma sono doppiati con vari accenti dialettali italiani, ed è una scelta che penalizza il film

 

04
Ago
10

Splice. Vincenzo Natali rimane chiuso nel suo cubo

Voto: 5 (su 10)

Avevamo incontrato Vincenzo Natali in un cubo: il suo The Cube era misterioso, claustrofobico, carico di attese e di domande. Persone che si svegliavano chiuse in cubo, e cercavano di uscirne. Domandandosi: chi siamo, dove andiamo, qual è il senso di tutto questo. Che poi sono le domande della nostra vita. Da quel momento anche Vincenzo Natali è sembrato rimanere rinchiuso in quel cubo, in una carriera bloccata, senza la possibilità di ripetere l’exploit di quel film.

Natali torna ora con Splice, un film che sembra avere tutte le caratteristiche per bissare quel successo. Splice è la storia di due scienziati, Clive (Adrien Brody) ed Elsa (Sarah Polley), che sono anche una coppia nella vita. I due danno vita ad un ambizioso esperimento: mescolare dna umano e animale. La creatura che ne esce è qualcosa di mai visto, un essere apparentemente perfetto, una chimera alata. La chiamano Dren. Appena nata sembra un animale (viene in mente la creatura di Eraserhead di Lynch), man mano che cresce sembra sempre meno “cosa” e sempre più umana. Anche nei bisogni e nei comportamenti.

L’idea è interessante, e mette in piazza una serie di interrogativi importanti sulla scienza e i limiti che si dovrebbero o non si dovrebbero superare. Ma un regista come Natali dovrebbe accorgersi quando una sceneggiatura non funziona. Splice, che per un’ora abbondante si regge su una notevole tensione, naufraga all’improvviso sulla scena di un tradimento (non vogliamo svelarvi di più) che – complici le espressioni attonite di attori evidentemente poco convinti – finisce per rivelarsi involontariamente comica, e per vanificare tutto il percorso che il film aveva fatto fino a quel momento. Ecco, un buon regista avrebbe dovuto accettare di girare il film solo apportando delle modifiche alla sceneggiatura, capire cosa sullo schermo funziona e cosa no.

È davvero un peccato che un film simile sia stato buttato così. Splice sembrava un creature movie interessante e inquietante, sulla scia di Alien e Species, ma anche del cronenberghiano Rabid – Sete di sangue. Virato in una luce blu, che evoca subito il freddo dei laboratori e della scienza, Splice ha dei momenti forti, quasi horror, e una sceneggiatura – almeno fino al fattaccio – che gioca con la musica (i riferimenti a Ginger Rogers e Fred Astaire, Bob Fosse, i ritmi techno sostituiti dal jazz durante un esperimento) fino a suggerire un’andatura musicale a film, che poi finisce per perdersi. Soprattutto, per gran parte del film Natali è bravissimo (ma ci deve essere lo zampino di Guillermo Del Toro, produttore, che di creature se ne intende, vedi Il labirinto del Fauno e Hellboy) nel mettere nella creatura un misto di tenerezza e orrore, di bellezza e repulsione (in fondo è un mostro, ma anche un cucciolo). Sembrava andare tutto bene, e poi quella scena. Che ci farebbe dire: non drammatizziamo, è tutta questione di corna.

Da non vedere perché: toni sbagliati e una comicità involontaria penalizzano un creature movie che si presentava interessante

 

16
Apr
10

Perdona e dimentica. Sorriso amaro

Voto: 6,5 (su 10) 

“L’avete fatto?” “Sì.” “Com’è stato?” Così normale!”. Mettete un senso di soddisfazione nel modo di pronunciare la parola “normale” e capirete cos’è Life During Wartime, e che cos’è il mondo di Todd Solondz. Il film, presentato al Festival di Venezia, arriva ora in Italia (il primo paese a distribuirlo) con titolo Perdona e dimentica. Il dialogo è tra due sorelle: Joy e Trish. Trish le sta raccontando del suo nuovo amore, che corona la sua nuova vita dopo aver scoperto che il marito è un pedofilo. Joy invece ha appena lasciato il marito Allen, neanche lui guarito da un suo peculiare “disturbo”. Ed è in questo senso che la parola “normale” acquista un senso tutto particolare: il senso che acquista la parola e il modo in cui è pronunciata portano a sorridere.

 Ma è un sorriso amaro, a denti stretti. Un sorriso per non piangere. Nello spietato affresco familiare di Solondz, sequel e variazione sul tema di Happiness, i personaggi si dicono cose terribili. Sono i tempi e i modi in cui le battute vengono dette a far scattare un mezzo sorriso, a creare lo straniamento tra parole ed espressioni, e tra parole e situazioni. È una sceneggiatura intelligente, quella di Solondz, che mette in scena un’umanità serenamente disperata.  Il film è formato da una serie di quadri che propongono quasi sempre situazioni a due (oltre alle due sorelle si vedono i loro mariti o compagni e i figli di Trish), quasi sempre al tavolo di un ristorante o in una cucina. È un altro modo per rapportarsi con il “normale”. Luoghi dove quasi sempre avvengono atti e discussioni di circostanza sono teatro di confessioni spesso drammatiche.

 È un tema, quello della normalità, che torna spesso nel cinema indipendente americano. Dove al sostantivo “normale” viene sempre appiccicato l’avverbio “apparentemente”. Era apparentemente normale la vita del paesino di Velluto blu di David Lynch, e quel giardino con i fiori sotto i quali a uno sguardo più attento proliferavano minacciosi insetti. Era apparentemente normale la famiglia Burnham di American Beauty, nella casa costellata di rose rosse. E potremmo andare avanti a lungo. Anche Perdona e dimentica è un film tutto basato sul contrasto. I suoi colori accesi sono accesi solo esteriormente. Se potessimo vedere il colore dell’animo delle persone probabilmente sarebbe nero come la pece. Così come il loro tormento interiore stride con la quiete degli scenari ovattati tipicamente middle-class in cui vivono.

 Tutto questo contribuisce a uno straniamento continuo. Ed è quello che rimane all’uscita da un film intelligente ma a modo suo disciplinato, nel senso che rimane nei binari di un certo cinema indipendente americano. È un film che riesce a cogliere nel segno per alcune situazioni, ma forse non nel risultato globale: probabilmente non è un film che lascerà una grande traccia. La traccia, tra gli americani, l’ha lasciata invece la guerra all’Iraq. Quella guerra che non è al centro del film, ma torna spesso a ricordarci l’epoca buia in cui è ambientato. Una guerra che finisce per influenzare anche le persone. Che però sono alle prese con una guerra molto più dura. Quella dentro se stessi.

 Da vedere perché: è un intelligente e spietato affresco familiare, che ancora una volta scruta dentro la vita della middle class americana. Anche se rimane nei binari classici di un certo cinema indipendente americano

 












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