Posts Tagged ‘nuove uscite cinema

14
Apr
11

Lo stravagante mondo di Greenberg. Una seduta psicanalitica su pellicola

Voto: 6,5 (su 10)

Hurt people hurt people. La gente ferita ferisce la gente. È questo che si dicono Roger Greenberg (Ben Stiller) e Florence Marr (Greta Gerwig), due anime ferite che si incontrano in una Los Angeles illuminata da una fotografia bianca e sgranata che sa tanto di cinema americano indipendente anni Settanta. È a quel tipo di cinema che si ispira Noah Baumbach (Il calamaro e la balena) per Lo stravagante mondo di Greenberg. Ci racconta la storia di Roger, falegname che da New York arriva a Los Angeles per prendersi cura della casa e del cane del fratello, in Vietnam per aprire un hotel. Qui incontra Florence, la sua assistente personale, aspirante cantante. Greenberg è un maniaco depressivo, che punta al non fare “assolutamente nulla”, se non scrivere lettere di lamentele a qualunque azienda. Pian piano capiamo che un tempo scriveva canzoni e aveva una rock band, con la quale ha sfiorato un contratto discografico, il disco della vita, saltato per scelta sua. Così, insieme al proprio rimpianto, deve portare sulle spalle anche il senso di colpa di aver fatto fallire le altre carriere.

Lo stravagante mondo di Greenberg è un film maniaco depressivo, fatto di alti e bassi, degli sbalzi d’umore che ha chi soffre di questi disturbi. Sorrisi e battute a cui si ride a denti stretti si alternano a momenti catatonici e tristi. È una seduta psicanalitica su pellicola, un film sofferto, a dispetto del titolo italiano (tiratina d’orecchie a chi lo ha scelto, in maniera un po’ furbetta, aggiungendo “lo stravagante mondo di” accanto a Greenberg, il titolo originale) che, accostato a Ben Stiller, lo fa sembrare un film comico. È un film non facile da seguire, ma proprio il suo registro drammatico ci regala un Ben Stiller praticamente inedito, lontanissimo dal presentarci i suoi e dai vari Fotter della sua carriera. Quella di Greenberg è una delle sue migliori prestazioni in carriera. È da antologia la scena della festa dei ventenni a base di cocaina, con il monologo sulla generazione “social network” e il suo trip sulle note di The Chaffeur dei Duran Duran, la perfetta canzone da cocaina (chissà che ne pensano Simon Le Bon e soci).

Baumbach, già co-sceneggiatore di Wes Anderson, non riesce qui a trasformare la depressione in fantasia stralunata, come nei film dell’autore americano. Così Greenberg (ma sì, chiamiamolo così) è un film che non riesce mai a decollare completamente, ad avere quello scarto che lo elevi un po’ dalle disperazioni terrene che racconta. È un film piuttosto monotono. Eppure riesce a colpire nel raccontarci la storia d’amore o di quel qualcosa che comunque nasce tra Florence e Greenberg. La viviamo come se fossimo noi a essere invaghiti di lei, ad aspettare un suo sì come una speranza per il futuro. Segno che qualcosa il film ce lo trasmette. Oltre a Stiller, il merito è di Greta Gerwig, bellezza insolita, arrendevole e dolente, bravissima a disegnare un personaggio speculare e complementare a quello di Stiller. Si avvicineranno, si faranno male, forse rimedieranno. La gente ferita ferisce la gente. Ma poi forse ripara. Così è la vita.

Da vedere perché: ci regala un Ben Stiller inedito, lontanissimo dai vari Fotter della sua carriera. Quella di Greenberg è una delle sue migliori prestazioni. Ma attenzione: non è un film comico

31
Mar
11

The Ward – Il reparto. Bentornato, Carpenter!

Voto: 7 (su 10)

Un ospedale, la notte, i corridoi lugubri e vuoti, tuoni e fulmini. E un assassinio. Comincia così The Ward – Il reparto. Un classico dell’horror. E infatti è un grande classico l’autore che porta questo film sullo schermo, John Carpenter, uno dei massimi esponenti del genere, che torna dopo quasi dieci anni di assenza, con un prodotto a basso budget, ispirato alla modalità produttiva di Masters Of Horror, serie tv americana a cui il maestro ha preso parte. Si tratta dunque di un film minore nel curriculum di Carpenter. Ma avercene di film minori così.

Kristen (Amber Heard) ha appena dato fuoco a una casa. Si ritrova, coperta di tagli e di lividi, in un ospedale psichiatrico. Non ricorda niente. Ma capisce ben presto che non sarà facile uscire da quel posto. E che in quel posto non è per niente al sicuro: misteriosamente le ragazze nel reparto (tutte bellissime, vabbè…) cominciano a morire ad una ad una.

C’è molto del vecchio Carpenter, in The Ward. E uno dei giochi per i tanti appassionati del maestro dell’horror sarà proprio andare a cogliere tutti i riferimenti alla sua opera. L’ospedale psichiatrico è un luogo circoscritto da cui è difficile uscire, come l’isola di The Fog, o la base tra i ghiacci de La cosa. Un luogo perfetto dove creare tensione e pericolo, come ci ha ricordato anche Scorsese con Shutter Island. Le belle ragazze in pericolo, braccate da un mostro, ci rimandano invece immediatamente a Halloween, il film più copiato, riprodotto e rifatto di Carpenter. E anche i movimenti di macchina, ricchi di steadycam, sono quelli.

The Ward è un film che funziona su più livelli, che gioca tra horror puro (le apparizioni del mostro assassino), thriller di suspence hitchcockiana (i tentativi di fuga con la paura di essere scoperte, che creano un gioco alla Marnie), e l’horror psicologico, che in un film in manicomio ci sta sempre e permette di arrivare a qualsiasi soluzione. Che infatti arriva inaspettata, e rovescia tutte le carte in tavola. Siamo dalle parti di Psycho e Identity, ma non vogliamo dirvi di più. Solo che il vero pericolo, al solito, è dentro di noi. Carpenter gioca con la nostra percezione e con quella della protagonista. Ossessivo, labirintico, claustrofobico, The Ward è un piccolo film ma funziona alla grande. Non resta che dire: bentornato, Carpenter!

Da vedere perché: è un film che funziona su più livelli, che gioca tra horror puro, thriller di suspence hitchcockiana e l’horror psicologico. Con il tocco di uno dei più grandi dell’horror, John Carpenter

 

17
Mar
11

Gnomeo e Giulietta. Liberate i nani da giardino

Voto: 6 (su 10)

Vi siete mai chiesti che senso abbiano i fantomatici nani da giardino che appaiono qua e là nei giardini di tutto il mondo? Simbolo del cattivo gusto, qualche anno fa sono stati oggetto di interesse anche di un fantomatico comitato di liberazione dei nani da giardino, che li toglieva dai giardini per lasciarli liberi di andare per il mondo.

Un po’ come faceva la Amelie Poulain de Il favoloso mondo di Amelie, mandando un nano in giro per il mondo con tanto di cartoline spedite. In Gnomeo e Giulietta, film d’animazione in uscita il 16 marzo, i nani sono protagonisti assoluti: quando noi non li vediamo si muovono, si amano, si odiano.

E sono i protagonisti della storia di amore e odio più famosa del mondo: quella di Romeo e Giulietta, di William Shakespeare. I Capuleti e i Montecchi sono i nani di due giardini contigui, che si odiano come i rispettivi padroni di casa. Gnomeo e Giulietta, lui blu, lei rossa, si incontrano, e nasce l’amore. Che sarà contrastato.

L’idea è a suo modo geniale. E che fa la distribuzione italiana? Per accentuare il contrasto tra i due clan, trasforma i due gruppi in settentrionali e meridionali, doppiando i personaggi con accenti del nord e del sud, che vanno dal veneto al lombardo in un caso, dal napoletano al siciliano nell’altro. Qualcosa di simile era accaduto con Shaolin Soccer, film orientale di qualche anno fa. È un chiaro esempio di quando non ci si fida del prodotto. In questo caso, è anche un ammiccamento ai recenti successi della commedia nostrana, che giocano sugli stereotipi e i contrasti tra nord e sud, come Benvenuti al Sud e Che bella giornata di Checco Zalone. Solo che una cosa è costruire un film su questi stereotipi, giocandoci, superandoli e smentendoli, una cosa è fare una fusione a freddo su una vicenda che parla di tutt’altro.

È un peccato perché gli gnomi sono personaggi davvero divertenti e sono disegnati bene, ovviamente al computer: piace come sono state create le superfici, e come i personaggi digitali abbiano una loro pesantezza, che è quella di chi è fatto di coccio. Anche i suoni sono curati, e quando si toccano sono rumorosi. Come al solito non manca il gioco di citazioni che va da Gioventù bruciata a Matrix fino a Salvate il soldato Ryan. Anche se molte trovate, è il caso di dirlo, sono prese da Toy Story, che è il modello di un film come questo. I dialetti fanno ridere, certo, ma sono risate che vanno così come vengono, e nascondono un po’ quella che è l’anima del film. I nani da giardino andrebbero liberati sì, ma dai loro doppiatori. Solo allora potremmo capire l’anima di questo film.   

Da vedere perché: i nani sono simpatici, e la storia di Romeo e Giulietta è sempre bella. Ma sono doppiati con vari accenti dialettali italiani, ed è una scelta che penalizza il film

 

15
Mar
11

Beyond. Il vero volto di Noomi Rapace

Voto: 5,5 (su 10)

La cosa che ci interessava di più, andando a vedere Beyond, piccolo film svedese portato in Italia dalla Sacher di Nanni Moretti, era vedere all’opera Noomi Rapace in un’altra occasione che non fossero i film tratti dalla trilogia Millennium di Stieg Larsson (Uomini che odiano le donne e i suoi due sequel). Vedere cioè qual era il suo vero volto, acqua e sapone, come si suol dire, depurato dagli orpelli dell’indelebile hacker punk Lisbeth Salander, che ne caratterizzavano l’immagine. La cosa che è chiara vedendo Beyond è che Noomi Rapace è davvero brava: lo sapevamo già, ma si sa che i ruoli borderline come quello di Lisbeth aiutano le interpretazioni degli attori. Mentre è più difficile lavorare sui mezzi toni.

È un film di questo tipo, Beyond, diretto da Pernilla August, attrice bergmaniana (esordì in Fanny e Alexander). E ha sapori bergmaniani, e ibseniani. Noomi Rapace è Lena, felicemente sposata (il marito è interpretato da Ola Rapace, vero marito di Noomi) con due bambine: una mattina riceve una telefonata dalla madre che è in fin di vita. Lena non la vede da anni, e non vorrebbe rivederla: in quel modo si aprirebbe un vaso di Pandora impossibile da richiudere, e riaffiorerebbero i ricordi della sua infanzia difficile, fatta di genitori alcolizzati e violenti. Quell’infanzia che Lena ha rimosso e occultato con fatica. Ma ora è il momento di affrontarlo e superarlo.

Con un personaggio doloroso, ma non così estremo come Lisbeth, Noomi Rapace si conferma bravissima, un volto spigoloso e androgino, ma capace di una grande dolcezza. Un volto che avrà un grande futuro (la rivedremo nel sequel di Sherlock Holmes di Guy Ritchie e nel prossimo progetto di Ridley Scott). Rapace a parte, Beyond è un film piuttosto classico, che alterna  presente e passato, e rivive attraverso i flashback i ricordi di Lena bambina. Beyond è un film sincero, semplice, minimalista, a volte un po’ noioso e ripetitivo nel reiterare le stesse situazioni di violenza  e degrado senza un vero sviluppo narrativo, se non quello del finale, in cui Lena Noonriesce a venire a patti con il suo passato. Beyond è una storia dura, intensa, ma anche già vista, in cui la regia non riesce a trovare una sua chiave di lettura, una sua visione, e si affida solo alla forza della storia e dei suoi attori. Anche la metafora dell’acqua come pulizia e isolamento da tutto è un po’ già vista. Non è affatto un volto già visto quello di Noomi Rapace:  il cinema ha una nuova stella. Una donna completamente diversa dall’estetica che Hollywood, e, perdonateci il parallelo, le tv e le cronache italiane ci mostrano come modello dominante.

Da non vedere perché: è una storia, dura, intensa, ma anche già vista, in cui la regia non riesce a trovare una sua chiave di lettura, una sua visione, e si affida solo alla forza della storia e dei suoi attori

 

27
Feb
11

Ladri di cadaveri (Burke e Hare). I “Blood Brothers” di John Landis

Voto: 7 (su 10)

Stanlio e Ollio serial killer. È così che John Landis ha definito Burke e Hare, i protagonisti del suo nuovo film, Ladri di cadaveri (Burke & Hare). Una nuova coppia comica per Landis, dopo i suoi Blues Brothers. Due Blood Brothers, potremmo dire, visto il tema del film, due fratelli insanguinati. In questa storia vera (tranne le cose che non lo sono, come ci avvisa la scritta all’inizio del film), Burke e Hare sono due imbroglioni irlandesi nella Edinburgo dell’Ottocento, antesignani dei grandi truffatori di oggi. Dopo aver provato ogni tipo di “business”, come vendere muffa di formaggio spacciandola per un muschio miracoloso, si mettono in affari con un professore universitario di medicina, a cui servono cadaveri per le sue dissezioni. Dopo aver sfruttato alcune morti naturali, capiscono però che non è possibile che ogni giorno muoia qualcuno vicino a loro. Così decidono di “aiutare” qualche decesso. E, quando la loro attività decolla, la cosa comincia a insospettire la polizia.

In questa danza macabra di Landis i due protagonisti, diversi e complementari, sono Simon Pegg e Andy Serkis, attore straordinario che finalmente vediamo nelle sue reali sembianze, dopo averlo visto coperto dalla computer grafica: era lui che, con l’artificio della motion capture, dava movimento al corpo e al volto del Gollum de Il signore degli Anelli e al King Kong di Peter Jackson.

John Landis riesce come pochi a fondere nel modo giusto horror e humour. Ladri di cadaveri (Burke & Hare) è un esempio di questa fusione. Il film è prodotto dagli Ealing Studios, istituzione della commedia british: in sintonia con lo stile della casa madre, Landis firma un film classico, un’opera che potrebbe essere stata girata cinquanta anni fa, come La signora omicidi. Non un capolavoro, ma un gradevole divertissement in cui si sorride e ci si raccapriccia con piacere.

Da vedere perché: si sorride e ci si raccapriccia con piacere

18
Giu
10

A-Team. Nostalgia canaglia…

Voto: 6,5 (su 10)

Nostalgia canaglia, cantavano un tempo Al Bano e Romina Power. Già, la nostalgia è canaglia perché è proprio quella che ci frega quando riguardiamo oggi le serie tv che amavamo da piccoli. Come eravamo semplici, come eravamo tamarri (negli anni Ottanta poi…), com’eravamo ingenui. Però a quelle serie si vuole un gran bene. Questo senso di “com’eravamo tamarri/ingenui” è quello che assale gli studios di Hollywood ogni volta che si rapportano con le serie tv rétro: visto che, ripensando a come eravamo, facciamo ridere, tanto vale, riprendendo una vecchia serie, buttarla in parodia. Così, tutti i film ispirati alle serie tv vintage (vedi Starsky & Hutch e Charlie’s Angels) sono sostanzialmente delle parodie, e cambiano completamente il tono delle serie originali: da polizieschi sul piccolo schermo sono diventati rispettivamente una commedia e un action/comedy su quello grande. A-Team, arrivato al cinema dopo una decina d’anni di tentennamenti (secondo solo a Magnum P.I., di cui si parla da altrettanto tempo ma è ancora fermo), ha prima di tutto questo grande pregio: la cifra stilistica dell’opera. A-Team era sostanzialmente un film d’azione ironico e leggero, e tale è rimasto.

Il merito è soprattutto della regia: l’ipercinetico Joe Carnahan è un piccolo Tarantino senza le sue capacità di scrittura. Ma, come quello vero, vuole bene ai prodotti che cita e così mette in scena l’originale rivedendolo e aggiornandolo, ma sempre con rispetto. È evidente da subito, per come inquadra i quattro personaggi, facendoli entrare in scena uno alla volta evidenziando le loro caratteristiche peculiari: il sigaro di Hannibal Smith, il sorriso smagliante e il ciuffo di Sberla, la cresta da Moicano di P.E. Baracus. Il pazzo Murdock, poi, fa storia a sé. Il cast è piuttosto riuscito, almeno per tre quarti: Hannibal è Liam Neeson (Shindler’s List), Sberla è Bradley Cooper (Una notte da leoni) e Murdock è Sharlto Copley (protagonista rivelazione di District 9). L’unico a non reggere il confronto, impossibile, con Mr. T è Quinton “Rampage” Jackson. È un ex pugile, e non a caso, in quella che è stata la scelta più dura a livello di cast, si era pensato anche a Mike Tyson. Ma Mr. T è davvero qualcosa di irripetibile. Per la cronaca, si dice che abbia visto il film, e non abbia gradito…

Ma torniamo al regista. Joe Carnahan, reduce dal “tarantinato” e divertente Smokin’Aces, gira bene, dimostrando di avere parecchi buoni colpi in canna. Come l’incontro tra Sberla e Charisse Sosa (Jessica Biel), ufficiale dell’esercito e sua ex, in una macchina per le foto tessere. Ma soprattutto nella scena del film in 3D che viene proiettato nel manicomio dove si trova Murdock. Il 3D promette un’immagine che esce dallo schermo: e stavolta esce davvero, visto che il muro dove è proiettato il film è sfondato dalla vettura vera dell’A-Team che si vede nel film. Un po’ il contrario di quello che accadeva quando il pubblico assisteva ai primi esperimenti dei Fratelli Lumiere e scappava dal treno che arrivava dallo schermo. Qui non scappa, ma l’auto con l’A-Team gli arriva davvero addosso…

Se convincono la costruzione dei personaggi, i rapporti tra di loro (che poi sono sempre stati la chiave del telefilm) e le gag tagliate su misura per i loro caratteri, a non convincere è la trama che viene costruita attorno a loro. È giusto il tentativo di aggiornare la storia (non sono più reduci del Vietnam ma dalla Guerra in Iraq), ma l’intreccio, che ha a che fare con delle matrici per banconote false e si snoda tra America, Iraq e Germania, è inutilmente prolisso e poco avvincente. Poco male: anche se A-Team non è un film imperdibile, il divertimento è assicurato. Ma non provate a dirlo a Mr.T, potrebbe reagire male. E, al vostro posto, non vorremmo vederlo incavolato.

Da vedere perché: è divertente e ben girato, anche se non imperdibile. Chi ha amato la serie anni Ottanta non rimarrà deluso. Anche se manca Mr.T

 

13
Giu
10

About Elly. Un tranquillo week end di paura in Iran

Voto: 6,5 (su 10)

About Elly. Come a dire, tutto su Elly. Ma sarebbe meglio dire niente su Elly. Elly è la ragazza al centro della vicenda del film iraniano di Ashgar Farhadi, Orso d’Argento per la miglior regia al 59° Festival di Berlino. Elly è la maestra d’asilo della figlia di Sepideh, una donna energica e vitale, che l’ha invitata a una breve vacanza sul Mar Caspio. L’occasione è il ritorno a casa di Ahmad, emigrato in Germania e con un matrimonio fallito alle spalle, tornato a casa anche per cercare una sposa iraniana. È per questo che Sepideh ha deciso di invitare Elly.

In realtà, nessuno conosce Elly. Non si sa né il suo nome completo, né il suo cognome. Tutti la guardano con curiosità, tutti la trattano con riguardo, ma anche con una certa diffidenza. E lei alimenta il mistero. Tende a stare da sola, si sente spesso a disagio, è malinconica e pensierosa. Come se avesse la testa altrove. Come se ci fosse qualcosa che la tormenta. È su questo mistero, su questo segreto, che si basa il film, che procede lento ed enigmatico, con un senso di attesa e di sospensione che cattura lo spettatore. Fino a che, in un incidente in acqua dove un bambino rischia la vita, Elly scompare. E le domande si fanno sempre più frequenti. Tra noi del pubblico, ma soprattutto all’interno del gruppo, dove si comincia a dubitare di lei, del suo carattere, delle sue qualità.

Attraverso il racconto di un microcosmo, come quello di un gruppo ristretto di amici, About Elly è un film emblematico dell’Iran di oggi. Già alle prime immagini, quando la vita delle persone scorre tranquilla, balza agli occhi un dettaglio. Che poi un dettaglio proprio non è. Vediamo dei ragazzi vestiti all’occidentale, jeans e t-shirt, che potrebbero essere dei nostri vicini di casa. Mentre le ragazze, egualmente giovani e belle, vestono sì dei jeans, ma con sopra vesti accollate e lunghe, e con un velo a coprirne il capo (anche se non il volto). Già questo ci mette in guardia. E infatti a uscire dal film è l’Iran odierno, un mondo dove le donne sono considerate sempre come succubi dell’uomo, e destinate a subire le sue scelte. Uomini che odiano le donne anche qui, insomma. E se non le odiano, di certo non le considerano al loro pari.

Tutto questo si inserisce in un contesto ancora più subdolo e opprimente, quello di un paese in cui la gente vive nell’oppressione da talmente tanti anni da sentirsi oppressa anche nelle piccole cose quotidiane, come le relazioni interpersonali o nelle vacanze. Non parliamo di politica, né di persone che si oppongono in qualche modo al regime, come raccontava Persepolis. Parliamo di persone qualunque, che in ogni gesto quotidiano hanno paura. Che è essenzialmente una paura della verità, così a lungo negata da risultare impossibile. Così tutti vivono in un continuo sospetto, in un continuo dubbio, con una paura costante di tutto e di tutti. È un mondo dove non si può parlare chiaro, bisogna gestire le parole, le versioni della verità che si devono raccontare. About Elly è un film importante, che forse indugia troppo sulle ripetizioni di alcuni gesti nella parte centrale, e racconta le cose in troppo tempo, soprattutto nel finale, una volta che il segreto è svelato. Sì, Elly ha un segreto. Che poi, lo capirete, non è un segreto.

Da vedere perché: attraverso il racconto di un microcosmo, About Elly è un film emblematico dell’Iran di oggi, un paese in cui la gente vive nell’oppressione da talmente tanti anni da sentirsi oppressa anche nelle piccole cose quotidiane

19
Mag
10

Copia conforme. Uomini e donne, siamo le copie di Adamo ed Eva

Voto: 6,5 (su 10)

Un uomo e una donna. Si incontrano in paesino della Toscana. Lui, inglese, sta presentando un libro, Copia conforme, che analizza il rapporto tra originale e copia nelle opere d’arte. Lei, francese, è un’antiquaria e rimane affascinata da lui, tanto da volerlo incontrare di nuovo per una gita in un paese vicino. È lo spunto di Copia conforme, l’ultimo film di Abbas Kiarostami, presentato all’ultimo Festival di Cannes e subito uscito nelle nostre sale.

I due iniziano a parlare in macchina. E partono dal libro dello scrittore. Il dialogo tra i due parte allora come una lunga riflessione filosofica sull’opera d’arte, la sua unicità e la sua ripetibilità. Per “originale” ci si riferisce a una cosa autentica, genuina, affidabile, che si riferisce alla nascita. Per “copia” intendiamo qualcosa che si riferisce alla riproduzione. E che si può riferire anche alla razza umana: non siamo forse tutti noi delle copie del dna dei nostri antenati? Si parla di opere d’arte, come la Coca Cola di Jasper Johns: basta mettere un oggetto in un museo e cambia il modo della gente di guardarlo.

Visto che assistiamo a queste disquisizioni sullo schermo di una sala cinematografica, è impossibile non riflettere anche sul concetto di originale e copia nel cinema. Il cinema è un’arte che vive già di copie: il film originale infatti non è il suo negativo, ma vive in tutte le copie che vengono realizzate per la sua diffusione. Tutte le copie del film sono l’originale. Ed è così anche per gli altri modi di fruizione del film: le copie del dvd, la “copia digitale” da vedere sul computer, sono tutti originali. Semmai il cinema vive la dialettica tra originale e copia in quella tra l’opera originale e i remake, i rifacimenti e le riletture che possono venire fatte di essa. Ma in questo caso ci allontaniamo dal concetto di copia tipica dell’arte: non possiamo parlare di copia conforme.

Mentre ci perdiamo in queste riflessioni, e crediamo di aver capito a che film stiamo assistendo, ecco che quest’opera “originale” riesce a stupirsi. All’improvviso il discorso tra i due cambia. In un bar, dove i due vengono creduti marito e moglie, lei comincia a parlare con lui come se fosse veramente suo marito, e a rinfacciargli le sue assenze, le sue dimenticanze, le sue colpe per un rapporto che è appassito dopo quindici anni di matrimonio. E lui risponde: non sappiamo se anche lui ha una moglie, e parla come se rispondesse a lei, oppure recita una scena prendendo le parti dell’uomo. Già, perché in fondo la scena che vivono è qualcosa di universale, che forse è già capitata a loro, e può capitare a tutti. Qualcosa di archetipico. In questo senso, i due sono le copie di uomini e donne che sono già passati da questa situazione. Sono le copie di Adamo ed Eva.

Kiarostami firma un film alla Rohmer, uno di quei film tutti parlati, che nascono da un incontro tra due sconosciuti e scorrono leggeri e naturali come dei pezzi di vita colti in medias res. Con una sensualissima e intensa Juliette Binoche. È un film lontano dal suo Iran, che trae leggerezza e sollievo dall’ambientazione toscana. In fondo, come ha scritto Mereghetti, anche questo suo film italiano non è altro che una copia di quello che di solito faceva in patria.

Da vedere perché: è un film alla Rohmer, uno di quei film tutti parlati, che nascono da un incontro tra due sconosciuti e scorrono leggeri e naturali come dei pezzi di vita

 

30
Apr
10

Oceani 3D. Immergetevi nelle immagini. Un po’ meno nei suoni…

Guarda il trailer

Voto: 6,5 (su 10) 

Se l’intento del nuovo corso del 3D, più che gettarci gli oggetti in faccia, è farci immergere nelle immagini (come ha fatto Cameron con Avatar), Oceani 3D è un film che riprende alla lettera questo concetto. È infatti un viaggio negli oceani, nato da 26 spedizioni in tutto il mondo (dagli USA alla Polinesia Francese, dal Sudafrica all’Australia, dalle Bahamas alla Colombia fino a Egitto, Messico, Mozambico e così via), una storia che, per citare un famoso cartone animato, si svolge “in fondo al mar”. E si tratta quindi di un’immersione in tutti i sensi, visto che grazie al 3D pare davvero di nuotare accanto alle meravigliose creature (quasi tutte a rischio di estinzione, purtroppo) che abitano i fondali marini.

Oceani 3D mostra chiaramente un altro genere in cui il 3D può eccellere: non solo fantascienza, horror o animazione, ma anche il documentario. Non per niente, proprio James Cameron in persona, per testare le attrezzature che poi sarebbero servite per il suo Avatar, si è cimentato negli anni scorsi in dei documentari sottomarini. Il film, poi, è prodotto da un altro nome che è una garanzia, Jean-Michel Cousteau, figlio di quel Jacques Cousteau con i cui documentari siamo cresciuti un po’ tutti (anche Wes Anderson, che si ispirò a lui per Le avventure acquatiche con Steve Zissou).

Oceani 3D vive di immagini spettacolari, di creature così belle che nessuna computer grafica e nessuna Pixar potrebbe inventare. Guardate a un animale come il lamantino, e ditemi quale film d’animazione potrebbe creare un personaggio più simpatico. O ammirate lo squalo balena. A proposito di Pixar e di cortocircuiti cinema realtà, nel film compare anche lui, il pesce pagliaccio reso famoso da Alla ricerca di Nemo.

A immagini così belle basterebbe poco, un commento semplice e garbato, per rendere al massimo. Invece in Italia è stato scelto di far fare da voce narrante (che in Francia è di Marion Cotillard) ad Aldo, Giovanni e Giacomo. Una scelta che segue una tendenza già in atto da tempo (ricordate Fiorello che raccontava La marcia dei pinguini?), che cerca di allargare il potenziale pubblico del film. E che corrisponde a una scarsa fiducia nel prodotto-film. I tre comici, a cui vogliamo un gran bene, e che recitano un testo non scritto da loro (l’adattamento è di Pino Insegno e Francesca Draghetti), stavolta però esagerano: non stanno zitti un attimo, gigioneggiano, urlano. E verrebbe voglia di schiacciare il tasto del volume, che al cinema non c’è (una collega ha suggerito di portarsi al cinema l’I-pod, in modo da isolarsi dal commento sonoro). Se fossero davvero in acqua, spaventerebbero tutti i pesci, e addio film. Oceani 3D è comunque un film istruttivo, che ci sentiamo di consigliare. Soprattutto ai bambini, alla generazione di domani, che dovrà difendere il nostro pianeta.

Da vedere perché: vive di immagini spettacolari, di creature così belle che nessuna computer grafica e nessuna Pixar potrebbe inventare. Peccato per quelle tre voci…

 

03
Mar
10

Alice In Wonderland. Johnny Depp, quel cappellaio all’LSD…

Voto: 7 (su 10) 

È impossibile solo se pensi che lo sia. È il motto di Alice In Wonderland. Ma potrebbe essere anche il motto della carriera di Tim Burton, il visionario regista che riporta sullo schermo il libro di Lewis Carroll. Proprio colui che a inizio carriera se n’era andato dalla Disney, perché i personaggi che creava erano troppo poco rassicuranti, ritorna da Topolino per rileggere un libro che proprio grazie a un cartoon Disney è stato fissato nell’immaginario collettivo. Quello tra Burton e Carroll, menti fervide e immaginifiche, è un matrimonio che s’ha da fare, che pare naturale, anzi, ci si chiede come non sia avvenuto prima. L’identificazione tra Burton e Alice è la cosa che balza agli occhi sin dalle prime scene del film. “È meglio se tieni per te le tue visioni. Se sei in dubbio rimani in silenzio”. “Perché sprechi tempo a sognare cose impossibili?”. Sono parole che si sente dire Alice nel mondo reale. Ma chissà quante volte se le sarà sentite dire Burton da piccolo. Burton è Alice e Alice è Burton: anticonformisti, sognatori, creatori di mondi incredibili grazie alla loro fantasia.

Mescolando due libri di Carroll, Alice nel paese delle meraviglie e Oltre lo specchio, Burton racconta la storia di Alice, ormai diciannovenne e prossima al matrimonio, che viene richiamata nel Paese delle meraviglie, che in realtà si chiama Sottomondo (è stata lei, da piccola, a confondere Underland con Wonderland), per uccidere il drago e liberare il mondo dalla dittatura della Regina Rossa. Alice è Burton stesso, dicevamo. Ma è tutto il Sottomondo a essere la terra ideale della poetica di Burton, in cui da sempre tutto è capovolto e gli ultimi sono i primi. Dal mondo colorato dei morti de La sposa cadavere che vince nettamente su quello dei vivi, al mondo di Halloween che suscita più simpatia di quello del Natale in The Nightmare Before Christmas, fino alla storia de Il pianeta delle scimmie dove gli animali sono gli  uomini e gli uomini sono animali. Quel sottomondo dove “ogni cosa è leggermente strana, anche le brave persone”, come ha dichiarato Burton, sembra proprio piacere al regista. E il Cappellaio Matto, la Regina Rossa, la Regina Bianca, il Fante di Cuori, il Bianconiglio, il Brucaliffo e lo Stregatto non sono altro che gli ennesimi Freaks cantati da Burton, che starebbero benissimo nel circo di Big Fish.

Ma la dialettica/scontro tra due mondi, tema tipico di Burton, in questo Alice In Wonderland è doppio. Perché a quello tra mondo e Sottomondo, si aggiunge lo scontro tra il Sottomondo che era e quello che è. Se il Sottomondo è liberatorio e sfrenato rispetto al mondo reale, deve a sua volta liberarsi dal giogo della Regina Rossa, che ha instaurato una dittatura e oppresso e ingrigito quello che una volta era il Paese delle meraviglie. Che oggi è colorato e grigio insieme: a colori sono i personaggi, e grigia è l’atmosfera che li circonda. Così, a momenti il Paese delle meraviglie di Burton diventa horror, tra rami aggrovigliati, cieli plumbei e nebbie che lo fanno sembrare Sleepy Hollow. Burton forse esagera con il 3D (ma il film è stato girato in 2D e poi adattato), andando un po’ in controtendenza con quelle che sono le scelte del 3D di oggi, e ci fa arrivare parecchie cose addosso, facendoci chiudere gli occhi più di una volta. Ma da un ragazzaccio come lui ci può anche stare. Quello che manca al film è sorprendentemente l’aspetto emotivo, che è preponderante in ogni suo film. Alice In Wonderland lascia freddi, non emoziona mai, è come una serie di abili mosse su una scacchiera, tutte corrette ma tutte anche troppo studiate o prevedibili. Il problema è forse la sceneggiatura di Linda Woolverton, autrice de Il re leone e La bella e la bestia, film dall’impianto narrativo piuttosto classico. Lo script di Alice In Wonderland, se da un lato reinventa bene la storia di Alice, dall’altro scorre un po’ schematico e prevedibile. E il nuovo film di Burton rischia di colpire solo l’occhio e non il cuore, al contrario di quanto avviene nell’altra meraviglia in 3D di oggi, Avatar.

C’è però ancora uno sberleffo al mondo Disney. E a firmarlo, insieme a Burton, è Johnny Depp. Il suo Cappellaio Matto è un’altra figura da ricordare nella galleria dei suoi personaggi. È un parente stretto di Willy Wonka, ma anche di Sweeney Todd. E negli occhi ha la tristezza e la malinconia di alcuni personaggi di Chaplin. Ma il Cappellaio di Depp ha soprattutto i colori allucinati/allucinogeni di un trip da lsd, la sostanza stupefacente che molti artisti, da John Lennon e i Beatles (Lucy In The Sky With Diamonds, I Am The Walrus) ai Jefferson Airplane (White Rabbit) hanno associato alle parole di Carroll, così immaginifiche e lisergiche da rappresentare, senza volerlo, meglio di chiunque altro i viaggi procurati da quella droga. Con i colori del Cappellaio Matto, Burton e Depp sembrano liberare Carroll dall’edulcorato mondo dei cartoon Disney e restituirlo a quella controcultura degli anni Sessanta che aveva scorto significati ulteriori e nuove chiavi di lettura alla sua opera. Può succedere anche questo, quando si incontrano menti come Carroll, Burton e Lennon, che parlano la stessa lingua e abitano nello stesso mondo. Anzi, nello stesso Sottomondo.

Da vedere perché: Anche se stupisce più gli occhi che il cuore, quello di Burton e il Paese delle meraviglie è un connubio naturale. E il film che ne esce è un viaggio allucinogeno

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