Posts Tagged ‘nuove uscite cinema

14
Apr
11

Lo stravagante mondo di Greenberg. Una seduta psicanalitica su pellicola

Voto: 6,5 (su 10)

Hurt people hurt people. La gente ferita ferisce la gente. È questo che si dicono Roger Greenberg (Ben Stiller) e Florence Marr (Greta Gerwig), due anime ferite che si incontrano in una Los Angeles illuminata da una fotografia bianca e sgranata che sa tanto di cinema americano indipendente anni Settanta. È a quel tipo di cinema che si ispira Noah Baumbach (Il calamaro e la balena) per Lo stravagante mondo di Greenberg. Ci racconta la storia di Roger, falegname che da New York arriva a Los Angeles per prendersi cura della casa e del cane del fratello, in Vietnam per aprire un hotel. Qui incontra Florence, la sua assistente personale, aspirante cantante. Greenberg è un maniaco depressivo, che punta al non fare “assolutamente nulla”, se non scrivere lettere di lamentele a qualunque azienda. Pian piano capiamo che un tempo scriveva canzoni e aveva una rock band, con la quale ha sfiorato un contratto discografico, il disco della vita, saltato per scelta sua. Così, insieme al proprio rimpianto, deve portare sulle spalle anche il senso di colpa di aver fatto fallire le altre carriere.

Lo stravagante mondo di Greenberg è un film maniaco depressivo, fatto di alti e bassi, degli sbalzi d’umore che ha chi soffre di questi disturbi. Sorrisi e battute a cui si ride a denti stretti si alternano a momenti catatonici e tristi. È una seduta psicanalitica su pellicola, un film sofferto, a dispetto del titolo italiano (tiratina d’orecchie a chi lo ha scelto, in maniera un po’ furbetta, aggiungendo “lo stravagante mondo di” accanto a Greenberg, il titolo originale) che, accostato a Ben Stiller, lo fa sembrare un film comico. È un film non facile da seguire, ma proprio il suo registro drammatico ci regala un Ben Stiller praticamente inedito, lontanissimo dal presentarci i suoi e dai vari Fotter della sua carriera. Quella di Greenberg è una delle sue migliori prestazioni in carriera. È da antologia la scena della festa dei ventenni a base di cocaina, con il monologo sulla generazione “social network” e il suo trip sulle note di The Chaffeur dei Duran Duran, la perfetta canzone da cocaina (chissà che ne pensano Simon Le Bon e soci).

Baumbach, già co-sceneggiatore di Wes Anderson, non riesce qui a trasformare la depressione in fantasia stralunata, come nei film dell’autore americano. Così Greenberg (ma sì, chiamiamolo così) è un film che non riesce mai a decollare completamente, ad avere quello scarto che lo elevi un po’ dalle disperazioni terrene che racconta. È un film piuttosto monotono. Eppure riesce a colpire nel raccontarci la storia d’amore o di quel qualcosa che comunque nasce tra Florence e Greenberg. La viviamo come se fossimo noi a essere invaghiti di lei, ad aspettare un suo sì come una speranza per il futuro. Segno che qualcosa il film ce lo trasmette. Oltre a Stiller, il merito è di Greta Gerwig, bellezza insolita, arrendevole e dolente, bravissima a disegnare un personaggio speculare e complementare a quello di Stiller. Si avvicineranno, si faranno male, forse rimedieranno. La gente ferita ferisce la gente. Ma poi forse ripara. Così è la vita.

Da vedere perché: ci regala un Ben Stiller inedito, lontanissimo dai vari Fotter della sua carriera. Quella di Greenberg è una delle sue migliori prestazioni. Ma attenzione: non è un film comico

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31
Mar
11

The Ward – Il reparto. Bentornato, Carpenter!

Voto: 7 (su 10)

Un ospedale, la notte, i corridoi lugubri e vuoti, tuoni e fulmini. E un assassinio. Comincia così The Ward – Il reparto. Un classico dell’horror. E infatti è un grande classico l’autore che porta questo film sullo schermo, John Carpenter, uno dei massimi esponenti del genere, che torna dopo quasi dieci anni di assenza, con un prodotto a basso budget, ispirato alla modalità produttiva di Masters Of Horror, serie tv americana a cui il maestro ha preso parte. Si tratta dunque di un film minore nel curriculum di Carpenter. Ma avercene di film minori così.

Kristen (Amber Heard) ha appena dato fuoco a una casa. Si ritrova, coperta di tagli e di lividi, in un ospedale psichiatrico. Non ricorda niente. Ma capisce ben presto che non sarà facile uscire da quel posto. E che in quel posto non è per niente al sicuro: misteriosamente le ragazze nel reparto (tutte bellissime, vabbè…) cominciano a morire ad una ad una.

C’è molto del vecchio Carpenter, in The Ward. E uno dei giochi per i tanti appassionati del maestro dell’horror sarà proprio andare a cogliere tutti i riferimenti alla sua opera. L’ospedale psichiatrico è un luogo circoscritto da cui è difficile uscire, come l’isola di The Fog, o la base tra i ghiacci de La cosa. Un luogo perfetto dove creare tensione e pericolo, come ci ha ricordato anche Scorsese con Shutter Island. Le belle ragazze in pericolo, braccate da un mostro, ci rimandano invece immediatamente a Halloween, il film più copiato, riprodotto e rifatto di Carpenter. E anche i movimenti di macchina, ricchi di steadycam, sono quelli.

The Ward è un film che funziona su più livelli, che gioca tra horror puro (le apparizioni del mostro assassino), thriller di suspence hitchcockiana (i tentativi di fuga con la paura di essere scoperte, che creano un gioco alla Marnie), e l’horror psicologico, che in un film in manicomio ci sta sempre e permette di arrivare a qualsiasi soluzione. Che infatti arriva inaspettata, e rovescia tutte le carte in tavola. Siamo dalle parti di Psycho e Identity, ma non vogliamo dirvi di più. Solo che il vero pericolo, al solito, è dentro di noi. Carpenter gioca con la nostra percezione e con quella della protagonista. Ossessivo, labirintico, claustrofobico, The Ward è un piccolo film ma funziona alla grande. Non resta che dire: bentornato, Carpenter!

Da vedere perché: è un film che funziona su più livelli, che gioca tra horror puro, thriller di suspence hitchcockiana e l’horror psicologico. Con il tocco di uno dei più grandi dell’horror, John Carpenter

 

17
Mar
11

Gnomeo e Giulietta. Liberate i nani da giardino

Voto: 6 (su 10)

Vi siete mai chiesti che senso abbiano i fantomatici nani da giardino che appaiono qua e là nei giardini di tutto il mondo? Simbolo del cattivo gusto, qualche anno fa sono stati oggetto di interesse anche di un fantomatico comitato di liberazione dei nani da giardino, che li toglieva dai giardini per lasciarli liberi di andare per il mondo.

Un po’ come faceva la Amelie Poulain de Il favoloso mondo di Amelie, mandando un nano in giro per il mondo con tanto di cartoline spedite. In Gnomeo e Giulietta, film d’animazione in uscita il 16 marzo, i nani sono protagonisti assoluti: quando noi non li vediamo si muovono, si amano, si odiano.

E sono i protagonisti della storia di amore e odio più famosa del mondo: quella di Romeo e Giulietta, di William Shakespeare. I Capuleti e i Montecchi sono i nani di due giardini contigui, che si odiano come i rispettivi padroni di casa. Gnomeo e Giulietta, lui blu, lei rossa, si incontrano, e nasce l’amore. Che sarà contrastato.

L’idea è a suo modo geniale. E che fa la distribuzione italiana? Per accentuare il contrasto tra i due clan, trasforma i due gruppi in settentrionali e meridionali, doppiando i personaggi con accenti del nord e del sud, che vanno dal veneto al lombardo in un caso, dal napoletano al siciliano nell’altro. Qualcosa di simile era accaduto con Shaolin Soccer, film orientale di qualche anno fa. È un chiaro esempio di quando non ci si fida del prodotto. In questo caso, è anche un ammiccamento ai recenti successi della commedia nostrana, che giocano sugli stereotipi e i contrasti tra nord e sud, come Benvenuti al Sud e Che bella giornata di Checco Zalone. Solo che una cosa è costruire un film su questi stereotipi, giocandoci, superandoli e smentendoli, una cosa è fare una fusione a freddo su una vicenda che parla di tutt’altro.

È un peccato perché gli gnomi sono personaggi davvero divertenti e sono disegnati bene, ovviamente al computer: piace come sono state create le superfici, e come i personaggi digitali abbiano una loro pesantezza, che è quella di chi è fatto di coccio. Anche i suoni sono curati, e quando si toccano sono rumorosi. Come al solito non manca il gioco di citazioni che va da Gioventù bruciata a Matrix fino a Salvate il soldato Ryan. Anche se molte trovate, è il caso di dirlo, sono prese da Toy Story, che è il modello di un film come questo. I dialetti fanno ridere, certo, ma sono risate che vanno così come vengono, e nascondono un po’ quella che è l’anima del film. I nani da giardino andrebbero liberati sì, ma dai loro doppiatori. Solo allora potremmo capire l’anima di questo film.   

Da vedere perché: i nani sono simpatici, e la storia di Romeo e Giulietta è sempre bella. Ma sono doppiati con vari accenti dialettali italiani, ed è una scelta che penalizza il film

 

15
Mar
11

Beyond. Il vero volto di Noomi Rapace

Voto: 5,5 (su 10)

La cosa che ci interessava di più, andando a vedere Beyond, piccolo film svedese portato in Italia dalla Sacher di Nanni Moretti, era vedere all’opera Noomi Rapace in un’altra occasione che non fossero i film tratti dalla trilogia Millennium di Stieg Larsson (Uomini che odiano le donne e i suoi due sequel). Vedere cioè qual era il suo vero volto, acqua e sapone, come si suol dire, depurato dagli orpelli dell’indelebile hacker punk Lisbeth Salander, che ne caratterizzavano l’immagine. La cosa che è chiara vedendo Beyond è che Noomi Rapace è davvero brava: lo sapevamo già, ma si sa che i ruoli borderline come quello di Lisbeth aiutano le interpretazioni degli attori. Mentre è più difficile lavorare sui mezzi toni.

È un film di questo tipo, Beyond, diretto da Pernilla August, attrice bergmaniana (esordì in Fanny e Alexander). E ha sapori bergmaniani, e ibseniani. Noomi Rapace è Lena, felicemente sposata (il marito è interpretato da Ola Rapace, vero marito di Noomi) con due bambine: una mattina riceve una telefonata dalla madre che è in fin di vita. Lena non la vede da anni, e non vorrebbe rivederla: in quel modo si aprirebbe un vaso di Pandora impossibile da richiudere, e riaffiorerebbero i ricordi della sua infanzia difficile, fatta di genitori alcolizzati e violenti. Quell’infanzia che Lena ha rimosso e occultato con fatica. Ma ora è il momento di affrontarlo e superarlo.

Con un personaggio doloroso, ma non così estremo come Lisbeth, Noomi Rapace si conferma bravissima, un volto spigoloso e androgino, ma capace di una grande dolcezza. Un volto che avrà un grande futuro (la rivedremo nel sequel di Sherlock Holmes di Guy Ritchie e nel prossimo progetto di Ridley Scott). Rapace a parte, Beyond è un film piuttosto classico, che alterna  presente e passato, e rivive attraverso i flashback i ricordi di Lena bambina. Beyond è un film sincero, semplice, minimalista, a volte un po’ noioso e ripetitivo nel reiterare le stesse situazioni di violenza  e degrado senza un vero sviluppo narrativo, se non quello del finale, in cui Lena Noonriesce a venire a patti con il suo passato. Beyond è una storia dura, intensa, ma anche già vista, in cui la regia non riesce a trovare una sua chiave di lettura, una sua visione, e si affida solo alla forza della storia e dei suoi attori. Anche la metafora dell’acqua come pulizia e isolamento da tutto è un po’ già vista. Non è affatto un volto già visto quello di Noomi Rapace:  il cinema ha una nuova stella. Una donna completamente diversa dall’estetica che Hollywood, e, perdonateci il parallelo, le tv e le cronache italiane ci mostrano come modello dominante.

Da non vedere perché: è una storia, dura, intensa, ma anche già vista, in cui la regia non riesce a trovare una sua chiave di lettura, una sua visione, e si affida solo alla forza della storia e dei suoi attori

 

27
Feb
11

Ladri di cadaveri (Burke e Hare). I “Blood Brothers” di John Landis

Voto: 7 (su 10)

Stanlio e Ollio serial killer. È così che John Landis ha definito Burke e Hare, i protagonisti del suo nuovo film, Ladri di cadaveri (Burke & Hare). Una nuova coppia comica per Landis, dopo i suoi Blues Brothers. Due Blood Brothers, potremmo dire, visto il tema del film, due fratelli insanguinati. In questa storia vera (tranne le cose che non lo sono, come ci avvisa la scritta all’inizio del film), Burke e Hare sono due imbroglioni irlandesi nella Edinburgo dell’Ottocento, antesignani dei grandi truffatori di oggi. Dopo aver provato ogni tipo di “business”, come vendere muffa di formaggio spacciandola per un muschio miracoloso, si mettono in affari con un professore universitario di medicina, a cui servono cadaveri per le sue dissezioni. Dopo aver sfruttato alcune morti naturali, capiscono però che non è possibile che ogni giorno muoia qualcuno vicino a loro. Così decidono di “aiutare” qualche decesso. E, quando la loro attività decolla, la cosa comincia a insospettire la polizia.

In questa danza macabra di Landis i due protagonisti, diversi e complementari, sono Simon Pegg e Andy Serkis, attore straordinario che finalmente vediamo nelle sue reali sembianze, dopo averlo visto coperto dalla computer grafica: era lui che, con l’artificio della motion capture, dava movimento al corpo e al volto del Gollum de Il signore degli Anelli e al King Kong di Peter Jackson.

John Landis riesce come pochi a fondere nel modo giusto horror e humour. Ladri di cadaveri (Burke & Hare) è un esempio di questa fusione. Il film è prodotto dagli Ealing Studios, istituzione della commedia british: in sintonia con lo stile della casa madre, Landis firma un film classico, un’opera che potrebbe essere stata girata cinquanta anni fa, come La signora omicidi. Non un capolavoro, ma un gradevole divertissement in cui si sorride e ci si raccapriccia con piacere.

Da vedere perché: si sorride e ci si raccapriccia con piacere

18
Giu
10

A-Team. Nostalgia canaglia…

Voto: 6,5 (su 10)

Nostalgia canaglia, cantavano un tempo Al Bano e Romina Power. Già, la nostalgia è canaglia perché è proprio quella che ci frega quando riguardiamo oggi le serie tv che amavamo da piccoli. Come eravamo semplici, come eravamo tamarri (negli anni Ottanta poi…), com’eravamo ingenui. Però a quelle serie si vuole un gran bene. Questo senso di “com’eravamo tamarri/ingenui” è quello che assale gli studios di Hollywood ogni volta che si rapportano con le serie tv rétro: visto che, ripensando a come eravamo, facciamo ridere, tanto vale, riprendendo una vecchia serie, buttarla in parodia. Così, tutti i film ispirati alle serie tv vintage (vedi Starsky & Hutch e Charlie’s Angels) sono sostanzialmente delle parodie, e cambiano completamente il tono delle serie originali: da polizieschi sul piccolo schermo sono diventati rispettivamente una commedia e un action/comedy su quello grande. A-Team, arrivato al cinema dopo una decina d’anni di tentennamenti (secondo solo a Magnum P.I., di cui si parla da altrettanto tempo ma è ancora fermo), ha prima di tutto questo grande pregio: la cifra stilistica dell’opera. A-Team era sostanzialmente un film d’azione ironico e leggero, e tale è rimasto.

Il merito è soprattutto della regia: l’ipercinetico Joe Carnahan è un piccolo Tarantino senza le sue capacità di scrittura. Ma, come quello vero, vuole bene ai prodotti che cita e così mette in scena l’originale rivedendolo e aggiornandolo, ma sempre con rispetto. È evidente da subito, per come inquadra i quattro personaggi, facendoli entrare in scena uno alla volta evidenziando le loro caratteristiche peculiari: il sigaro di Hannibal Smith, il sorriso smagliante e il ciuffo di Sberla, la cresta da Moicano di P.E. Baracus. Il pazzo Murdock, poi, fa storia a sé. Il cast è piuttosto riuscito, almeno per tre quarti: Hannibal è Liam Neeson (Shindler’s List), Sberla è Bradley Cooper (Una notte da leoni) e Murdock è Sharlto Copley (protagonista rivelazione di District 9). L’unico a non reggere il confronto, impossibile, con Mr. T è Quinton “Rampage” Jackson. È un ex pugile, e non a caso, in quella che è stata la scelta più dura a livello di cast, si era pensato anche a Mike Tyson. Ma Mr. T è davvero qualcosa di irripetibile. Per la cronaca, si dice che abbia visto il film, e non abbia gradito…

Ma torniamo al regista. Joe Carnahan, reduce dal “tarantinato” e divertente Smokin’Aces, gira bene, dimostrando di avere parecchi buoni colpi in canna. Come l’incontro tra Sberla e Charisse Sosa (Jessica Biel), ufficiale dell’esercito e sua ex, in una macchina per le foto tessere. Ma soprattutto nella scena del film in 3D che viene proiettato nel manicomio dove si trova Murdock. Il 3D promette un’immagine che esce dallo schermo: e stavolta esce davvero, visto che il muro dove è proiettato il film è sfondato dalla vettura vera dell’A-Team che si vede nel film. Un po’ il contrario di quello che accadeva quando il pubblico assisteva ai primi esperimenti dei Fratelli Lumiere e scappava dal treno che arrivava dallo schermo. Qui non scappa, ma l’auto con l’A-Team gli arriva davvero addosso…

Se convincono la costruzione dei personaggi, i rapporti tra di loro (che poi sono sempre stati la chiave del telefilm) e le gag tagliate su misura per i loro caratteri, a non convincere è la trama che viene costruita attorno a loro. È giusto il tentativo di aggiornare la storia (non sono più reduci del Vietnam ma dalla Guerra in Iraq), ma l’intreccio, che ha a che fare con delle matrici per banconote false e si snoda tra America, Iraq e Germania, è inutilmente prolisso e poco avvincente. Poco male: anche se A-Team non è un film imperdibile, il divertimento è assicurato. Ma non provate a dirlo a Mr.T, potrebbe reagire male. E, al vostro posto, non vorremmo vederlo incavolato.

Da vedere perché: è divertente e ben girato, anche se non imperdibile. Chi ha amato la serie anni Ottanta non rimarrà deluso. Anche se manca Mr.T

 

13
Giu
10

About Elly. Un tranquillo week end di paura in Iran

Voto: 6,5 (su 10)

About Elly. Come a dire, tutto su Elly. Ma sarebbe meglio dire niente su Elly. Elly è la ragazza al centro della vicenda del film iraniano di Ashgar Farhadi, Orso d’Argento per la miglior regia al 59° Festival di Berlino. Elly è la maestra d’asilo della figlia di Sepideh, una donna energica e vitale, che l’ha invitata a una breve vacanza sul Mar Caspio. L’occasione è il ritorno a casa di Ahmad, emigrato in Germania e con un matrimonio fallito alle spalle, tornato a casa anche per cercare una sposa iraniana. È per questo che Sepideh ha deciso di invitare Elly.

In realtà, nessuno conosce Elly. Non si sa né il suo nome completo, né il suo cognome. Tutti la guardano con curiosità, tutti la trattano con riguardo, ma anche con una certa diffidenza. E lei alimenta il mistero. Tende a stare da sola, si sente spesso a disagio, è malinconica e pensierosa. Come se avesse la testa altrove. Come se ci fosse qualcosa che la tormenta. È su questo mistero, su questo segreto, che si basa il film, che procede lento ed enigmatico, con un senso di attesa e di sospensione che cattura lo spettatore. Fino a che, in un incidente in acqua dove un bambino rischia la vita, Elly scompare. E le domande si fanno sempre più frequenti. Tra noi del pubblico, ma soprattutto all’interno del gruppo, dove si comincia a dubitare di lei, del suo carattere, delle sue qualità.

Attraverso il racconto di un microcosmo, come quello di un gruppo ristretto di amici, About Elly è un film emblematico dell’Iran di oggi. Già alle prime immagini, quando la vita delle persone scorre tranquilla, balza agli occhi un dettaglio. Che poi un dettaglio proprio non è. Vediamo dei ragazzi vestiti all’occidentale, jeans e t-shirt, che potrebbero essere dei nostri vicini di casa. Mentre le ragazze, egualmente giovani e belle, vestono sì dei jeans, ma con sopra vesti accollate e lunghe, e con un velo a coprirne il capo (anche se non il volto). Già questo ci mette in guardia. E infatti a uscire dal film è l’Iran odierno, un mondo dove le donne sono considerate sempre come succubi dell’uomo, e destinate a subire le sue scelte. Uomini che odiano le donne anche qui, insomma. E se non le odiano, di certo non le considerano al loro pari.

Tutto questo si inserisce in un contesto ancora più subdolo e opprimente, quello di un paese in cui la gente vive nell’oppressione da talmente tanti anni da sentirsi oppressa anche nelle piccole cose quotidiane, come le relazioni interpersonali o nelle vacanze. Non parliamo di politica, né di persone che si oppongono in qualche modo al regime, come raccontava Persepolis. Parliamo di persone qualunque, che in ogni gesto quotidiano hanno paura. Che è essenzialmente una paura della verità, così a lungo negata da risultare impossibile. Così tutti vivono in un continuo sospetto, in un continuo dubbio, con una paura costante di tutto e di tutti. È un mondo dove non si può parlare chiaro, bisogna gestire le parole, le versioni della verità che si devono raccontare. About Elly è un film importante, che forse indugia troppo sulle ripetizioni di alcuni gesti nella parte centrale, e racconta le cose in troppo tempo, soprattutto nel finale, una volta che il segreto è svelato. Sì, Elly ha un segreto. Che poi, lo capirete, non è un segreto.

Da vedere perché: attraverso il racconto di un microcosmo, About Elly è un film emblematico dell’Iran di oggi, un paese in cui la gente vive nell’oppressione da talmente tanti anni da sentirsi oppressa anche nelle piccole cose quotidiane












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