Posts Tagged ‘Cappellaio matto

12
Mag
12

Dark Shadows. Tim Burton, così fuori moda come il suo vampiro…

Voto: 7 (su 10)

Demodè, fuori tempo, fuori moda. È così che si sente Barnaba Collins (Johnny Depp), giovane trasformato in vampiro da una strega innamorata di lui e sepolto vivo (o meglio, “non morto”) alla fine del Settecento, quando ritorna libero e in superficie in pieni anni Settanta, in America: una sua parente, quando va a fare visita ai suoi eredi, lo definisce “Swinging’ London”, mente impazza la cultura hippie. Fuori tempo e fuori moda come lo è sempre stato Tim Burton, sin da quando fu licenziato dalla Disney per un corto troppo estremo per lo stile della casa di Topolino (che ora rivivrà come film in stop-motion, Frankenweenie, in arrivo in autunno). Su questo essere fuori tempo e fuori moda Burton ci ha costruito sopra una carriera, e una serie di mondi dove “gli ultimi saranno i primi”, dove vediamo la realtà dal punto di vista dei diversi fino a sentirci come loro. E anche in un filmone come questo Dark Shadows, un blockbuster con cast stellare, grande budget e grande marketing, un film d’intrattenimento puro, Burton continua a seguire il filo blu notte della sua poetica.

Non è un caso che il suo alter ego Johnny Depp, sex symbol dallo sguardo penetrante, nelle mani di Tim Burton venga spogliato del suo sex appeal e della sua natura terrena per vestirsi di uno sguardo fragile e diventi sempre qualche personaggio indifeso e lievemente folle, dal suo Edward mani di forbice, fino al Cappellaio Matto di Alice In Wonderland. E fino al Barnaba Collins di questo film, vampiro che finalmente ci libera dell’immagine geneticamente modificata dei succhiasangue creata delle saghe di Twilight e Underworld per riportarli a quelli che erano negli anni Trenta e Quaranta: unghie acuminate, occhi contornati di nero profondi come crateri, sangue che dipinge le loro labbra. Depp riesce ancora una volta a creare un’interpretazione memorabile, fatta di movimenti impercettibili e un’austerità che evoca immediatamente epoche passate. Anche qui Depp diventa una creatura lontana, quasi incorporea. E proprio in questo film è evidente cosa Burton riesca a fare agli attori. Sembra togliere loro vita per ridarla in un’altra forma: nelle sue mani ogni attore diventa icona, si stacca dal nostro mondo per diventare irreale, astratto, come una bambola di porcellana pronta a essere mossa dal burattinaio Burton. Ma anche a rompersi. E attenzione a Angie, il personaggio di Eva Green, sexy e tremendamente inquietante nei panni di una strega, che finirà per farlo letteralmente… Depp e la Green sono gli aspetti più piacevoli di un cast perfetto, con una Michelle Pfeiffer che non ha paura di invecchiare e trae fascino dalle sue rughe, Helena Bonham Carter ancora una volta diversa, nei panni di una psicanalista gonfia e alcolizzata, e Chloe Moretz, che era stata già vampira in Let Me In e qui è perfetta, non più bambina, nel ruolo di adolescente inquieta. E non solo…

Ancora una volta, Depp è Burton, e Burton è Barnaba, il suo protagonista. Orgogliosamente fuori moda: Dark Shadows, tratto da una serie tv americana a cavallo tra i Sessanta e i Settanta, vive proprio del contrasto tra Settecento e anni Settanta, tra antichità e vintage, tra gotico e pop. È da questo conflitto che nasce la comicità. Burton, che nel 1972 aveva quattordici anni, coglie l’occasione per fare una propria operazione nostalgia, una propria “ricerca del tempo perduto” recuperando tutto ciò che di curioso c’era in quegli anni, dalla mirrorball agli organi Farfisa, da Love Story a Elton John, da Sapientino alla Lava Lamp, da Barry White a Scooby Doo. In quello che è un esercizio di stile, un divertissement volutamente superficiale (ma meno di quello che sembra), Burton approfitta anche per citare se stesso e fare una summa di tutto il suo cinema fino a oggi, da Ed Wood a Big Fish fino allo straniamento davanti alla tv de La fabbrica di cioccolato. Mancano la poesia e la commozione dei suoi capolavori, ma di questi tempi il suo tocco funziona anche in un prodotto apparentemente meno d’Autore. È come se qui facesse il punto della sua carriera, per chiudere un capitolo e cominciarla da un’altra parte. Perché, quello che è certo, che da Autore demodè oggi Burton sia diventato un regista di gran moda.

Da vedere perché: Esercizio di stile finissimo con cast in stato di grazia, Dark Shadows è una summa del cinema burtoniano. Più divertente che commovente, stavolta. Ma, per fortuna, riporta i vampiri a quello che erano un tempo…

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19
Mar
10

Speciale Alice nel paese delle meraviglie. Burton in Wonderland

“È meglio se tieni per te le tue visioni. Se sei in dubbio rimani in silenzio”. “Perché sprechi tempo a sognare cose impossibili?” Sono domande rivolte – nel mondo reale – ad Alice. Ma chissà quante volte, quando era ancora un genio incompreso, Tim Burton si sarà sentito rivolgere domande come queste. Colui che all’inizio della carriera, quando lavorava ai film d’animazione della Disney, se ne andò perché il suo lavoro non era in linea con le direttive della casa di Topolino, e i suoi personaggi erano troppo poco rassicuranti, torna alla Disney per rileggere a modo suo una di quelle opere che proprio grazie a un cartoon della Disney è fissata nell’immaginario collettivo di tutti. E farne qualcosa di proprio. L’identificazione tra Burton e Alice è proprio una delle chiavi di lettura del suo nuovo Alice In Wonderland. Entrambi anticonformisti, restii all’omologazione, entrambi capaci di sognare grazie a una fantasia sfrenata. Ed entrambi capaci di costruire, grazie ad essa, mondi dove ogni cosa è impossibile solo se pensi che lo sia. In una parola, Alice e Tim Burton sono dei diversi.

Ed è naturale che Burton sia affascinato dal Sottomondo. È lo stesso mondo che Alice aveva visitato da bambina, e che ora visita nuovamente a 19 anni. Aveva confuso il termine “Underland” con “Wonderland” e pensava che invece che Sottomondo avessero detto “Paese delle meraviglie”. Il Sottomondo è l’essenza stessa del cinema di Burton. È l’Underground che diventa Over-ground. Quello di Burton è un mondo capovolto. In The Nightmare Before Christmas, il suo capolavoro di animazione in Stop Motion, la sua simpatia va al mondo di Halloween, che preferisce a quello del Natale. Ne La sposa cadavere il mondo dei vivi è freddo, grigio, ingessato nei rituali borghesi, e quello dei morti è chiassoso, colorato e allegro. Come a dire che solo liberandoci dalle convenzioni possiamo essere liberi, senza freni. Ne Il pianeta delle scimmie gli uomini sono gli animali, e gli animali sono gli uomini. Come a dire gli ultimi saranno i primi, i diversi sono gli eroi. È naturale che Burton/Alice ami questo Sottomondo, così bizzarro e così inusuale. E in fondo, il Cappellaio Matto, la Regina Rossa, la Regina Bianca, il Fante di Cuori, Pinco Panco e Panco Pinco, il Bianconiglio, il Brucaliffo, lo Stregatto e tutte le altre incredibili creature cosa sono se non gli ennesimi Freaks cantati da Burton? Non starebbero forse bene nel circo di Big Fish? La stessa Alice, nel film, viene spesso fatta sentire inadatta, inadeguata: viene definita “l’Alice sbagliata”, è prima troppo piccola, poi troppo alta.

“Mi piacciono le persone che hanno un aspetto strano, non so perché” ha dichiarato a Venezia, quando ha ritirato il Leone d’Oro alla carriera. Tim Burton è diventato famoso per Batman, ma se dovessimo scommettere sul suo supereroe preferito, punteremmo sul bimbo Supermacchia, una creatura del suo libro di favole Morte del bambino ostrica e altri racconti. Un bambino che a ogni movimento si sporca, diventando un’enorme macchia nera. Sì, perché Burton ha un’anima pop e un’anima gotica. È a volte colorato e a volte oscuro. E anche il Wonderland, che qui diventa Underland, è a tratti colorato. Ma è anche grigio e oscuro, vista la dittatura instaurata dalla Regina Rossa. L’ex Paese delle meraviglie con Tim Burton diventa horror, fatto di rami aggrovigliati, cieli plumbei, creature pericolose. A momenti somiglia al mondo de Il mistero di Sleepy Hollow. È stato Burton a volerlo così. Man mano che infatti i suoi collaboratori cominciavano a creare un mondo molto colorato, Burton correggeva questo portandolo verso il suo gusto. Così Sottomondo è diventato un universo opprimente. La chiave è stata una vecchia fotografia scattata durante la Seconda Guerra Mondiale, che mostrava una famiglia britannica mentre prendeva un tè nel proprio giardino. Sullo sfondo si vede il cielo di Londra, decisamente grigio. Da qui sono partiti Burton e il suo staff per creare questo mondo.

È invece una creazione di Johnny Depp, amico, sodale e alter ego di Tim Burton, il Cappellaio Matto. Depp lo interpreta in maniera ancora una volta straordinaria, ma ha contribuito anche a crearlo. Ha scoperto infatti che i cappellai dell’epoca di Carroll soffrivano spesso di avvelenamento da mercurio. Il detto inglese “matto come un cappellaio” non è campato in aria: i cappellai usavano una colla ad alto contenuto di mercurio che macchiava le loro mani. Depp ha immaginato un cappellaio dall’intero corpo, e non solo la mente, colpito dal mercurio. E per questo ha dipinto un Cappellaio dai capelli arancioni, dal volto da clown e dai grandi occhi verdi. A vedere il Cappellaio di Depp e i suoi colori accesi sembra di avere una visione da trip di LSD. E non a caso Carroll è stato spesso accostato all’LSD. Non perché ne abbia fatto uso, i tempi non erano quelli. Ma perché la sua scrittura immaginifica e “lisergica” è servita a molti artisti per raccontare i viaggi procurati dall’uso di droghe. Si pensi a John Lennon e ai Beatles di Lucy In The Sky With Diamonds e I Am The Walrus o ai Jefferson Airplaine di White Rabbit. Quel Cappellaio Matto dai colori da trip allucinogeno allora è come un cerchio che si chiude. Burton e Depp, con la loro follia, sembrano ridare a Carroll quell’aura lisergica, allucinata e liberatoria che già Lennon e altri artisti trovavano nelle sue parole. È come se Burton fosse rientrato alla Disney per rapire Carroll e liberarlo. È quello che accade quando artisti che parlano lo stesso linguaggio si incontrano. Quando si trovano insieme menti come Carroll, Lennon e Burton, persone che da sempre abitano in un loro Paese delle meraviglie. Pardon, in un loro Sottomondo.

 

03
Mar
10

Alice In Wonderland. Johnny Depp, quel cappellaio all’LSD…

Voto: 7 (su 10) 

È impossibile solo se pensi che lo sia. È il motto di Alice In Wonderland. Ma potrebbe essere anche il motto della carriera di Tim Burton, il visionario regista che riporta sullo schermo il libro di Lewis Carroll. Proprio colui che a inizio carriera se n’era andato dalla Disney, perché i personaggi che creava erano troppo poco rassicuranti, ritorna da Topolino per rileggere un libro che proprio grazie a un cartoon Disney è stato fissato nell’immaginario collettivo. Quello tra Burton e Carroll, menti fervide e immaginifiche, è un matrimonio che s’ha da fare, che pare naturale, anzi, ci si chiede come non sia avvenuto prima. L’identificazione tra Burton e Alice è la cosa che balza agli occhi sin dalle prime scene del film. “È meglio se tieni per te le tue visioni. Se sei in dubbio rimani in silenzio”. “Perché sprechi tempo a sognare cose impossibili?”. Sono parole che si sente dire Alice nel mondo reale. Ma chissà quante volte se le sarà sentite dire Burton da piccolo. Burton è Alice e Alice è Burton: anticonformisti, sognatori, creatori di mondi incredibili grazie alla loro fantasia.

Mescolando due libri di Carroll, Alice nel paese delle meraviglie e Oltre lo specchio, Burton racconta la storia di Alice, ormai diciannovenne e prossima al matrimonio, che viene richiamata nel Paese delle meraviglie, che in realtà si chiama Sottomondo (è stata lei, da piccola, a confondere Underland con Wonderland), per uccidere il drago e liberare il mondo dalla dittatura della Regina Rossa. Alice è Burton stesso, dicevamo. Ma è tutto il Sottomondo a essere la terra ideale della poetica di Burton, in cui da sempre tutto è capovolto e gli ultimi sono i primi. Dal mondo colorato dei morti de La sposa cadavere che vince nettamente su quello dei vivi, al mondo di Halloween che suscita più simpatia di quello del Natale in The Nightmare Before Christmas, fino alla storia de Il pianeta delle scimmie dove gli animali sono gli  uomini e gli uomini sono animali. Quel sottomondo dove “ogni cosa è leggermente strana, anche le brave persone”, come ha dichiarato Burton, sembra proprio piacere al regista. E il Cappellaio Matto, la Regina Rossa, la Regina Bianca, il Fante di Cuori, il Bianconiglio, il Brucaliffo e lo Stregatto non sono altro che gli ennesimi Freaks cantati da Burton, che starebbero benissimo nel circo di Big Fish.

Ma la dialettica/scontro tra due mondi, tema tipico di Burton, in questo Alice In Wonderland è doppio. Perché a quello tra mondo e Sottomondo, si aggiunge lo scontro tra il Sottomondo che era e quello che è. Se il Sottomondo è liberatorio e sfrenato rispetto al mondo reale, deve a sua volta liberarsi dal giogo della Regina Rossa, che ha instaurato una dittatura e oppresso e ingrigito quello che una volta era il Paese delle meraviglie. Che oggi è colorato e grigio insieme: a colori sono i personaggi, e grigia è l’atmosfera che li circonda. Così, a momenti il Paese delle meraviglie di Burton diventa horror, tra rami aggrovigliati, cieli plumbei e nebbie che lo fanno sembrare Sleepy Hollow. Burton forse esagera con il 3D (ma il film è stato girato in 2D e poi adattato), andando un po’ in controtendenza con quelle che sono le scelte del 3D di oggi, e ci fa arrivare parecchie cose addosso, facendoci chiudere gli occhi più di una volta. Ma da un ragazzaccio come lui ci può anche stare. Quello che manca al film è sorprendentemente l’aspetto emotivo, che è preponderante in ogni suo film. Alice In Wonderland lascia freddi, non emoziona mai, è come una serie di abili mosse su una scacchiera, tutte corrette ma tutte anche troppo studiate o prevedibili. Il problema è forse la sceneggiatura di Linda Woolverton, autrice de Il re leone e La bella e la bestia, film dall’impianto narrativo piuttosto classico. Lo script di Alice In Wonderland, se da un lato reinventa bene la storia di Alice, dall’altro scorre un po’ schematico e prevedibile. E il nuovo film di Burton rischia di colpire solo l’occhio e non il cuore, al contrario di quanto avviene nell’altra meraviglia in 3D di oggi, Avatar.

C’è però ancora uno sberleffo al mondo Disney. E a firmarlo, insieme a Burton, è Johnny Depp. Il suo Cappellaio Matto è un’altra figura da ricordare nella galleria dei suoi personaggi. È un parente stretto di Willy Wonka, ma anche di Sweeney Todd. E negli occhi ha la tristezza e la malinconia di alcuni personaggi di Chaplin. Ma il Cappellaio di Depp ha soprattutto i colori allucinati/allucinogeni di un trip da lsd, la sostanza stupefacente che molti artisti, da John Lennon e i Beatles (Lucy In The Sky With Diamonds, I Am The Walrus) ai Jefferson Airplane (White Rabbit) hanno associato alle parole di Carroll, così immaginifiche e lisergiche da rappresentare, senza volerlo, meglio di chiunque altro i viaggi procurati da quella droga. Con i colori del Cappellaio Matto, Burton e Depp sembrano liberare Carroll dall’edulcorato mondo dei cartoon Disney e restituirlo a quella controcultura degli anni Sessanta che aveva scorto significati ulteriori e nuove chiavi di lettura alla sua opera. Può succedere anche questo, quando si incontrano menti come Carroll, Burton e Lennon, che parlano la stessa lingua e abitano nello stesso mondo. Anzi, nello stesso Sottomondo.

Da vedere perché: Anche se stupisce più gli occhi che il cuore, quello di Burton e il Paese delle meraviglie è un connubio naturale. E il film che ne esce è un viaggio allucinogeno

Guarda il trailer italiano

 












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