Archive for the 'documentario' Category

21
Set
10

Niente paura. L’educazione civica ai tempi di Ligabue

Voto: 7 (su 10)

Buonanotte all’Italia, deve un po’ riposare, tanto a fare la guardia c’è un pezzo di mare. È forse da questa canzone, così affettuosa, e così critica nei confronti del nostro paese, che nasce l’idea di affidare un compito simile a Luciano Ligabue. Quello di fare, con le sue parole e le sue canzoni, di fare da filo conduttore agli ultimi trent’anni della nostra storia. Ma anche di fare da testimonial a uno dei libri più importanti della nostra storia, proprio oggi che c’è chi vuole rinnegarlo: la Costituzione. Quel libro con le regole che gli uomini si danno da sobri per camminare dritto quando saranno ubriachi. “Vorrei augurare la buona notte  a tutti quelli che vivono in questo Paese, ma che non si sentono in affitto, perché questo paese è di chi lo abita e non di chi lo governa” aveva detto Ligabue a un suo concerto. In un altro faceva scorrere gli articoli della costituzione durante Non è tempo per noi. Per tutti questi motivi, e per la sua popolarità, è la persona adatta a guidarci in questo viaggio.

Che va da Giovanni Soldini, che racconta della solidarietà tra velisti, quando si trattò di soccorrere una collega, quella solidarietà in mare che invece non avviene quando si tratta di soccorrere una barca con degli stranieri che cercano rifugio. E le immagini saltano al 1991 quando, attraverso quel pezzo di mare che faceva la guardia, in Puglia arrivò la prima nave con ventimila albanesi in cerca di una vita migliore. Tra gli intervistati, nel film di Piergiorgio Gay, c’è anche una “nuova italiana”, una ragazza albanese arrivata in Italia da piccolissima che racconta come si senta italiana, a dispetto di tanti pregiudizi. Così si passa al 2010, e al primo sciopero degli immigrati. Stefano Rodotà fa notare che negli anni Sessanta al nord apparivano i cartelli contro i meridionali, oggi in Italia accade con gli immigrati: ma quella volta i partiti di massa si opposero, oggi no.

Accanto a persone normali Gay ha scelto anche dei testimonial ricchi di cultura e profondità. Che parlano della Costituzione con affetto. Carlo Verdone parla di un paese pieno di preti, ma estremamente morale nel rapporto con gli stranieri. Saviano parla degli africani che combattono le mafie, perché, a differenza degli italiani, non sono nati sapendo già di avere un diritto mutilato. “Quello che ci raccontano non è quello che sappiamo” è un motto di Bob Marley che Saviano ha fatto suo e gli ha permesso di scrivere Gomorra. Sentiamo raccontare Beppino Englaro, Margherita Hack, e un eccezionale Paolo Rossi, che invoca per il nostro Paese una “polizia culturale”, che ti ferma per strada, ti chiede se conosci Leopardi, e se non lo sai, ti manda a studiare. O che ti fa entrare a vedere il film di Natale, ti imprigiona e ti proietta Pasolini.

Ci sono anche le stragi, nel film. I momenti di repertorio più toccanti, come la strage di Bologna, nel 1980, e le morti di Falcone e Borsellino nel 1992. Tutti gli intervistati si ricordano dov’erano in quei momenti. Capita anche a noi, e l’effetto commozione scatta inesorabile. Perché, anche se non tutto è a fuoco, e a volte i collegamenti tra fatti e canzoni, o tra un fatto e l’altro, appaiono forzati, il più delle volte sono riusciti. Niente paura ha il ritmo pacato di una ballata acustica, il ritmo che serve a captare e sedimentare tutte queste informazioni e concetti. È la lezione di Educazione Civica che a scuola non ci hanno mai tenuto, con un professore d’eccezione. Da proiettare a oltranza nelle scuole. E da tenere con orgoglio dentro di noi per avere la forza di ripartire. Niente paura, ci pensa la vita, mi han detto così.

Da vedere perché: È la lezione di Educazione civica che a scuola non ci hanno mai tenuto. E il prof d’eccezione è Ligabue

 

18
Mag
10

Ian Curtis. He’s Lost Control

Il 18 maggio di 30 anni fa moriva suicida Ian Curtis, il leader dei Joy Division. Lo ricordiamo grazie a Control, l’imperdibile film di Anton Corbijn che ne racconta la vita. In bianco e nero

Il presente è fuori controllo. Le parole di Ian Curtis, leader dei Joy Division, aprono così Control, il film dedicato alla sua (breve) vita e alla sua morte, diretto dal famoso fotografo rock Anton Corbijn e presentato al Festival di Cannes del 2007 nella sezione Quinzane des Realisateurs, dove ha vinto la Camera d’Or, riconoscimento per la miglior opera prima. Il controllo, la paura di perderlo (She’s Lost Control) ossessionavano Ian. Nel vero senso della parola, come gli capitava durante gli attacchi di epilessia. Ma anche in senso più ampio, come se le cose a un certo punto gli stessero sfuggendo di mano, diventando troppo grandi. Si suicidò a 23 anni, il 18 maggio del 1980, alla vigilia del primo tour americano che avrebbe consacrato definitivamente i Joy Division.

Control inizia nel 1973, in sottofondo le note di Drive-in Saturday di David Bowie: c’è lui, come Lou Reed, tra gli idoli del giovane Ian. Insieme ai libri di James Ballard, alle poesie di Wordsworth. Vediamo scorrere la sua vita, tra le droghe, la scuola, il lavoro in un ufficio di collocamento, dove vedrà una ragazza avere un attacco epilettico, un presagio di quello che capiterà a lui. Ian conosce e sposa Deborah (dal suo libro, Touching From A Distance, è tratto il film) e incontra quasi per caso i ragazzi di una band che cerca un cantante. Vediamo il loro esordio, con il nome di Warsaw: poco dopo lo cambieranno in Joy Division, dal nome dei bordelli tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale. Eccoli in tv, con Transmission, ecco il primo attacco di epilessia al ritorno da un concerto a Londra. Una storia che si ripeterà spesso, anche sul palco. Anche la vita privata di Ian è fuori controllo: alla relazione con la moglie si sovrappone quella con una giornalista, in una sorta di schizofrenia sentimentale, che viviamo sulle note di Love Will Tear Us Apart.

Control è coinvolgente. E perfettamente coerente con lo stile di Corbijn, ma soprattutto con lo “spleen” che Ian Curtis e la musica dei Joy Division esprimono. Corbijn, olandese, si recò in Inghilterra nel 1979 per fotografare la scena post-punk e new wave, e visse in prima persona l’esplosione dei Joy Division, fotografando la band. Il film è girato in bianco e nero, marchio di fabbrica di Corbijn (la cover di The Joshua Tree degli U2, i video dei Depeche Mode). Un bianco e nero sgranato, che chi segue il rock conosce bene, con molte sfumature di grigio, perfetto per rappresentare il grigiore dei dintorni di Manchester, e quel male di vivere che ha accompagnato Curtis. Le inquadrature sono spesso fisse, come se fossero delle fotografie, con la macchina da presa addosso ai volti, per scrutarli, coglierne l’essenza, proprio come nelle sue celebri foto. L’occhio di Corbijn si ferma sugli oggetti: come quello stendipanni, quotidiano e squallido quando lo vediamo con le mutande appese, tetro presagio quando vediamo scorrere quella corda che lo sostiene, e capiamo che servirà a Curtis per impiccarsi. Il bianco e nero di Corbijn rende tutto più impietoso, la realtà come il dolore.

Accanto a Samantha Morton, che interpreta Deborah, Ian è impersonato in maniera straordinaria da Sam Riley: il suo sguardo fisso nel vuoto, impaurito e incredulo, di qualcuno capitato qui per caso, il suo muoversi a scatti, sembrano proprio quelli di Curtis. Quelle sue movenze sul palco, quella specie di marcia frenetica per restare fermo, sembrano rappresentare la sua vita. Una corsa che non è arrivata da nessuna parte. Perché ogni cosa nella vita di Ian Curtis aveva perso il controllo. E così se n’è andato. Come recita la canzone che chiude il film, Atmosphere: in silenzio.

(Pubblicato su Jam)

 

07
Mag
10

Draquila – L’Italia che trema. Il mondo deve sapere

Voto: 8 (su 10) 

Sulla scalinata che porta alla chiesa di San Bernardino sono cresciute le erbacce. E così in altri luoghi dell’Aquila. È passato un anno dal terremoto, e lo scenario è quello di un film catastrofico, di un western fantascientifico, di uno di quei film che mette in scena città devastate da invasioni aliene, o abbandonate da tempo. E invece è passato solo un anno. Ma a L’Aquila, nel centro, non si è mosso niente. A parte le erbacce. Con questa immagine si apre Draquila – L’Italia che trema di Sabina Guzzanti, che passeggia nella notte nella zona rossa della città, accompagnata dal sindaco Massimo Cialente.

A L’Aquila Sabina Guzzanti è arrivata più tardi degli altri, dopo la passerella di politici e star, che cita con ironia all’inizio del film, e dopo il G8, quel secondo terremoto mediatico che ha invaso il capoluogo abruzzese. È venuta soprattutto per parlare con la gente. A raccontare l’intervento dello Stato che ha puntato tutto sull’emergenza senza dire nulla sulla ricostruzione: “Un ferito è più gestibile di una persona in forze”. “Ci vorrebbe una tassa di scopo, come si è sempre fatto, ma le tasse sono impopolari”. E l’idea che si respira nel documentario è che agli aquilani sia stato propinato un progetto preconfezionato per una disgrazia qualunque. “Siamo delle cavie” sentiamo dire a uno di loro. Molti cittadini hanno avuto l’impressione che, nei campi, in quei giorni di emergenza, ci sia stata una sospensione delle libertà civili (come il divieto di assemblee pubbliche e di informazione tramite volantini). E poi il piano C.A.S.E: le case che sono state costruite nei dintorni dell’Aquila, la new town diffusa allestita per dare una casa a un terzo degli sfollati, moduli abitativi fissi che sono stati proposti come unica soluzione possibile, perché l’alternativa sarebbero stati i container. Già, peccato che i container non siano più quelli degli anni 80, e oggi esistono moduli abitativi temporanei a più piani, confortevoli come appartamenti, che avrebbero permesso un risparmio delle risorse e sarebbero potuti essere rimossi in futuro, senza modificare definitivamente l’assetto urbanistico e paesaggistico dell’Aquila. La Guzzanti fa vedere anche questi: ad Amsterdam sono stati utilizzati come casa dello studente.

È in questi piccoli dettagli che si capisce il lavoro di Sabina Guzzanti. Nel suo documentario non dice forse molto di più di quello che, chi ha seguito l’informazione alternativa fatta sul terremoto, forse già sa. Ma è abilissima ad aggiungere piccoli tocchi come quello di Amsterdam. E soprattutto è brava a collegare, a contestualizzare, a dare una visione di sistema, a inserire cioè il terremoto dell’Aquila in un sistema paese. Una città in macerie inserita in un paese a pezzi. Una città da ricostruire, fisicamente, in un paese da ricostruire, moralmente. Intorno all’Aquila prendono vita lo scandalo delle intercettazioni ai costruttori Anemone e Balducci, al capo della protezione civile Bertolaso. Spiega cosa c’era dietro la trasformazione della protezione civile in società per azioni. Non ne ha solo per il governo, la Guzzanti. Le immagini della tenda-sede del PD all’Aquila, vuota e abbandonata lungo i mesi, è altrettanto dolorosa, e contribuisce all’affresco oscuro dell’Italia di oggi.

Sabina Guzzanti, con Draquila, studia sempre più da Michael Moore all’italiana (vedi alcuni siparietti girati in animazione, che strappano qualche sorriso e tengono desta l’attenzione). Come lui è di parte, ma lo mette in chiaro subito. Ascolta le voci di tutti, anche se fa capire da che parte sta. Ma in questo film stupisce per il tono, molto più sobrio degli altri suoi film (Viva Zapatero! e Le ragioni dell’Aragosta, con cui questo costituisce un ideale trittico di opposizione), com’è giusto in rispetto per le vittime e per chi ancora soffre una situazione di grande disagio. E poi perché in Italia oggi c’è poco da ridere. Piace soprattutto come annulli quasi se stessa (pochi secondi di imitazione del premier all’inizio e poi basta), e lasci parlare i fatti, e da cabarettista diventi giornalista d’inchiesta. La metamorfosi ormai sembra completa. Andrà a Cannes, e fioriranno le polemiche, forse anche più che con Gomorra. Perché il Belpaese che esce dal film rischia di non avere davvero più niente di bello. Ma il mondo deve sapere. Giudicate voi. Chi scrive, ha ancora una volta lasciato la sala con le lacrime agli occhi.

Da vedere perché: Sabina Guzzanti studia sempre più da Michael Moore all’italiana. Ma il tono è molto più sobrio degli altri suoi film. Annulla se stessa e lascia parlare i fatti, e da cabarettista diventa giornalista d’inchiesta. La metamorfosi ormai sembra completa.

 

30
Apr
10

Oceani 3D. Immergetevi nelle immagini. Un po’ meno nei suoni…

Guarda il trailer

Voto: 6,5 (su 10) 

Se l’intento del nuovo corso del 3D, più che gettarci gli oggetti in faccia, è farci immergere nelle immagini (come ha fatto Cameron con Avatar), Oceani 3D è un film che riprende alla lettera questo concetto. È infatti un viaggio negli oceani, nato da 26 spedizioni in tutto il mondo (dagli USA alla Polinesia Francese, dal Sudafrica all’Australia, dalle Bahamas alla Colombia fino a Egitto, Messico, Mozambico e così via), una storia che, per citare un famoso cartone animato, si svolge “in fondo al mar”. E si tratta quindi di un’immersione in tutti i sensi, visto che grazie al 3D pare davvero di nuotare accanto alle meravigliose creature (quasi tutte a rischio di estinzione, purtroppo) che abitano i fondali marini.

Oceani 3D mostra chiaramente un altro genere in cui il 3D può eccellere: non solo fantascienza, horror o animazione, ma anche il documentario. Non per niente, proprio James Cameron in persona, per testare le attrezzature che poi sarebbero servite per il suo Avatar, si è cimentato negli anni scorsi in dei documentari sottomarini. Il film, poi, è prodotto da un altro nome che è una garanzia, Jean-Michel Cousteau, figlio di quel Jacques Cousteau con i cui documentari siamo cresciuti un po’ tutti (anche Wes Anderson, che si ispirò a lui per Le avventure acquatiche con Steve Zissou).

Oceani 3D vive di immagini spettacolari, di creature così belle che nessuna computer grafica e nessuna Pixar potrebbe inventare. Guardate a un animale come il lamantino, e ditemi quale film d’animazione potrebbe creare un personaggio più simpatico. O ammirate lo squalo balena. A proposito di Pixar e di cortocircuiti cinema realtà, nel film compare anche lui, il pesce pagliaccio reso famoso da Alla ricerca di Nemo.

A immagini così belle basterebbe poco, un commento semplice e garbato, per rendere al massimo. Invece in Italia è stato scelto di far fare da voce narrante (che in Francia è di Marion Cotillard) ad Aldo, Giovanni e Giacomo. Una scelta che segue una tendenza già in atto da tempo (ricordate Fiorello che raccontava La marcia dei pinguini?), che cerca di allargare il potenziale pubblico del film. E che corrisponde a una scarsa fiducia nel prodotto-film. I tre comici, a cui vogliamo un gran bene, e che recitano un testo non scritto da loro (l’adattamento è di Pino Insegno e Francesca Draghetti), stavolta però esagerano: non stanno zitti un attimo, gigioneggiano, urlano. E verrebbe voglia di schiacciare il tasto del volume, che al cinema non c’è (una collega ha suggerito di portarsi al cinema l’I-pod, in modo da isolarsi dal commento sonoro). Se fossero davvero in acqua, spaventerebbero tutti i pesci, e addio film. Oceani 3D è comunque un film istruttivo, che ci sentiamo di consigliare. Soprattutto ai bambini, alla generazione di domani, che dovrà difendere il nostro pianeta.

Da vedere perché: vive di immagini spettacolari, di creature così belle che nessuna computer grafica e nessuna Pixar potrebbe inventare. Peccato per quelle tre voci…

 

03
Nov
09

Arriva nelle sale Capitalism: A Love Story. La scena del crimine

Voto: 8 (su 10)

capitalism defQuesto film contiene scene sconsigliate ai malati di cuore. Un giovanotto preso da qualche tv degli anni Sessanta ci avverte nella prima scena di Capitalism: A Love Story, il nuovo film di Michael Moore, presentato a Venezia in concorso. Subito dopo scorrono immagini di varie rapine. Ma le immagini forti non sono queste: sono quelle che mostrano tutte le persone che in seguito alla crisi sono costrette con la forza ad abbandonare le proprie case. Soli, sulla strada, senza più risorse. E senza un futuro. È Capitalism: A Love Story il vero film catastrofico della Mostra di Venezia, perché se The Road lavora sull’ipotetico e il metaforico, il film di Moore lavora sul reale. La catastrofe è già qui. E quello di Moore ancora una volta è il racconto di un’epoca.

Ma non si tratta di una fatalità. È una truffa studiata ad arte. È il Capitalismo, bellezza. Un sistema di prendere e dare. Prendere, soprattutto. Ognuno approfitta della sfortuna di qualcun altro. Homo homini lupus, come in The Road. Per raccontarci la crisi, Moore parte da lontano, dal boom economico del dopoguerra, quando l’industria americana volava dopo aver distrutto quella giapponese e quella tedesca, all’avvento di Ronald Reagan, il più grande portavoce delle aziende mai visto sulla scena politica. Con lui il paese diventa un’impresa, i ricchi si vedono diminuite le tasse e la gente viene incoraggiata a prendere denaro in prestito. Fino all’arrivo di Alan Greenspan, colui che convince gli americani ad attingere i soldi dalla propria casa, impegnandola per avere i prestiti. Basta distruggere ogni regolamentazione sui mutui ed ecco la frode perfetta orchestrata per far perdere la casa alla gente.

È riduttivo chiamare documentari i film di Michael Moore. Si tratta ormai di un genere a sé, che potremmo chiamare MMM, Michael Moore Movie. Un mix perfetto di satira e denuncia, con una lucidità di analisi rara. Diffidate dalle imitazioni: c’è stato chi ha provato a essere divertente come lui (Morgan Spurlock, Larry Charles), ma si è scordato l’obiettivo principale: quello di informare. Moore lo fa sempre benissimo. Così scopriamo di 6500 giovani condannati per le connivenze tra un giudice e i riformatori privati, dove più resti rinchiuso più frutti. O che molte aziende stipulano polizze vita sui loro dipendenti, per guadagnare anche sulla loro morte.  

Moore ancora una volta mette in scena un’umana commedia dove si ride e si piange. E si combatte il nemico facendosi beffe di lui. Il Robin Hood con cappello da baseball affila sempre più le armi del montaggio e del doppiaggio. Dalle immagini di un documentario sull’antica Roma usate in analogia alla caduta di un altro impero, agli inserti che ridicolizzano ogni apparizione di quello che è ormai il suo feticcio, George W. Bush (sono al terzo film insieme…). Per arrivare agli inserti del Gesù di Nazareth di Zeffirelli doppiati in modo che Gesù/Robert Powell elargisca insegnamenti pro capitalismo (Il denaro è il male, guai a voi ricchi, si legge invece nel Vangelo secondo Luca).

A proposito di attori protagonisti. A fine film entra in scena l’eroe: Barack Obama. Colui che sarà chiamato a raccogliere una delle sfide di Moore, quella riforma sanitaria invocata in Sicko. Come in ogni grande storia, l’arrivo dell’eroe cambia le cose. E comincia ad apparire qualche segnale positivo. Sarà curioso vedere come diventerà il cinema di Moore ora che il suo nemico giurato, Bush, è ormai sconfitto. Per ora ci piace rivederlo caricare a testa bassa seguito dalla camera a mano andando a sbattere contro le security mentre tenta di andare a parlare con qualcuno. Seguirlo ci dà quella sensazione di “arrivano i nostri” che ci dà coraggio. È fazioso, ma ci piace esserlo con lui. E siamo tutti con lui nella scena finale, quando circonda Wall Street e le banche con il tipico nastro giallo della polizia. Sopra c’è scritto: scena del crimine.

Da vedere perché: è il film di un’epoca. Un’umana commedia dove si ride e si piange. E si combatte il nemico facendosi beffe di lui.

 

 

21
Set
09

Venezia 66. Il Piccolo. Piccolo grande teatro

Voto: 7 (su 10) 

piccoloÈ un bel viaggio, quello dentro al Piccolo Teatro di Milano, lo storico teatro fondato da Giorgio Strehler e Paolo Grassi nel 1966, raccontato da Il Piccolo, documentario di Maurizio Zaccaro presentato a Venezia nella sezione Controcampo Italiano. È un bel viaggio perché Il Piccolo nasce con un’idea ben precisa, quella di essere  un teatro di protesta, non di consenso, ma di dissenso. Il suo pubblico era, è sempre stato, ed è ancora, un pubblico diverso da quello, ad esempio, del Teatro Manzoni. Ed è un bel viaggio perché a raccontarci la sua storia ci sono persone come il compianto Tullio Kezich, storico critico cinematografico, nonché produttore e autore teatrale, e Maurizio Porro, uno dei più preparati e garbati tra i critici cinematografici italiani.

Ci si commuove a vedere Kezich sul grande schermo. E ci si diverte, perché il critico triestino si dimostra ancora un grande narratore di aneddoti. È spassoso il racconto delle sere passate a casa di Strehler, dopo che dal mattino alla sera avevano parlato di teatro: una sera, alle undici, mentre Kezich voleva solamente dormire, Strehler bussò alla sua stanza per continuare a parlare, e gli fece una lezione su Goldoni, con una grande interpretazione. C’è una grande umanità, una grande arte, dentro alla storia del Piccolo. È un posto che ha un’atmosfera senza pari: quando si entra si sentono i fantasmi, e i silenzi sono ricchi di presenze, come racconta Mariangela Melato a Maurizio Porro.piccolo 2

È un documentario piacevolissimo, Il Piccolo, che si segue come se a raccontarci la storia del teatro ci fosse un gruppo di amici. Più che interviste quelle che vediamo nel film sono chiacchierate. Ci sono Branciaroli, Giuseppe Battiston, Paolo Rossi (che suggerisce di vendere i biglietti del teatro in edicola, come si faceva un tempo), Leo Gullotta. E poi Toni Servillo. Allora, per chi ama il cinema, questo film può servire per capire da dove arrivano le interpretazioni dei nostri più grandi attori. E Servillo è ancora una volta straordinario, quando ci parla della maschera, e ci racconta come l’attore cambi i propri gesti quando deve riferirsi a questa. Perché la maschera non sopporta la concretezza del gesto reale. La maschera è rituale. Lo vediamo anche in quel successo mondiale che è stata la Trilogia della villeggiatura di Goldoni.

Parlare del Piccolo significa parlare di Milano. E guardare inevitabilmente indietro. Ed è bellissima la scena in cui, in una via del centro, si accendono tutte le insegne dei cinema che c’erano e non ci sono più. E l’insegna del Piccolo riluce ancora. Nel film c’è tutta la Milano del Piccolo, la Milano intorno al Piccolo. Ed è una Milano bellissima.

Da vedere perché: Il Piccolo è la storia del teatro in Italia. E anche del cinema (vedi Servillo). Ed è come se ce la raccontassero un gruppo di amici.

08
Set
09

Venezia 66. Napoli Napoli Napoli. Ridateci Gomorra!

Voto: 4 (su 10) 

la-locandina-di-napoli-napoli-napoli-128024I panni sporchi si lavano in famiglia? Le mille polemiche legate a Gomorra (libro e film) sarebbero destinate a riproporsi anche in occasione di Napoli Napoli Napoli, il film di Abel Ferrara presentato a Venezia fuori concorso. Se non fosse che, per qualità artistica e portata dell’operazione, è difficile che il documentario del regista newyorchese varchi i nostri confini. Perché un regista americano – seppur di origine italiana – dovrebbe raccontare una realtà nostrana? I risultati potrebbero andare in due direzioni: da esterno potrebbe cogliere degli aspetti che noi, dall’interno, non riusciamo a vedere. Oppure, da persona che vuole informarsi, andrebbe a cercare le prime cose evidenti del fenomeno, fermandosi a questi aspetti.

Come direbbe il Quelo di Guzzanti: la seconda che hai detto. Napoli Napoli Napoli non dice niente di nuovo sulla Camorra, niente che già non si sappia. Il filo conduttore del film è una serie di interviste a delle detenute, quasi tutte dentro per droga, che sono la struttura portante e la costante del film. A esse si intrecciano interviste a esperti, immagini di repertorio, e degli inserti di fiction che mostrano vita criminale e prostituzione.

Il risultato è un affresco senza speranza. Si parla di un posto in cui si respira violenza, di una tensione continua, di persone che appena possono vorranno portare via i loro figli. La novità è una teoria sociologica che dice che a Napoli esisterebbe ancora un ceto sociale, la “plebe”, che i napoletani chiamano i Mao Mao, che sarebbe addirittura un’etnia diversa, che parla una propria lingua, che gli altri non capiscono. Se lo dicono i sociologi, per carità… però è un discorso che lascia piuttosto perplessi. Così come il fatto che il discorso sia così totalmente negativo. Gomorra era senza speranza perché parlava di Camorra. Questo è un film che si chiama Napoli, e parla di una città: identificarla totalmente con la criminalità, generalizzare in questo modo sembra piuttosto semplicistico.

A chiudere il cerchio con Gomorra entrano in scena le Vele di Scampia, il non luogo per eccellenza della malavita campana, costruito, sentiamo dire, “per abitare ma non per vivere”, una struttura di tipo penitenziario che fa sentire la gente in carcere anche se non lo è. Il messaggio è lo stesso di Gomorra: l’impossibilità di uscire da questo circolo vizioso. Ma vale la pena di analizzare il rapporto tra i due film. Gomorra è un film di finzione che nasce da fatti veri (quelli raccontati del libro) li drammatizza ma li riporta ai luoghi originari, fotografandoli in modo tale da coglierne l’essenza e, grazie a  un alto senso artistico, rendendo tutto più reale del vero. Napoli Napoli Napoli è un documentario che riprende direttamente la realtà, innestando – a tratti – elementi di finzione che dovrebbero risultare realistici, semplicemente perché girati nello stile del documentario. In realtà i momenti di fiction sono semplicemente scritti e girati male, inutili, avulsi e mal integrati nel film. Vince Gomorra, ma Napoli Napoli Napoli si rivela un film inutile e fastidioso al di là della sconfitta. Anche se ci ricorda, come sentiamo dire, che “la negazione dei sogni è ancora più grave di un morto per terra”. 

Da non vedere perché: non ci dice niente di nuovo sulla Camorra, e dipinge Napoli come se fosse solo Camorra. Perdendo la sfida del racconto del reale contro Gomorra.

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

 

07
Set
09

Venezia 66 Capitalism: A Love Story. La scena del crimine

Voto: 8 (su 10)

capitalismQuesto film contiene scene sconsigliate ai malati di cuore. Un giovanotto preso da qualche tv degli anni Sessanta ci avverte nella prima scena di Capitalism: A Love Story, il nuovo film di Michael Moore, presentato a Venezia in concorso. Subito dopo scorrono immagini di varie rapine. Ma le immagini forti non sono queste: sono quelle che mostrano tutte le persone che in seguito alla crisi sono costrette con la forza ad abbandonare le proprie case. Soli, sulla strada, senza più risorse. E senza un futuro. È Capitalism: A Love Story il vero film catastrofico della Mostra di Venezia, perché se The Road lavora sull’ipotetico e il metaforico, il film di Moore lavora sul reale. La catastrofe è già qui. E quello di Moore ancora una volta è il racconto di un’epoca.

Ma non si tratta di una fatalità. È una truffa studiata ad arte. È il Capitalismo, bellezza. Un sistema di prendere e dare. Prendere, soprattutto. Ognuno approfitta della sfortuna di qualcun altro. Homo homini lupus, come in The Road. Per raccontarci la crisi, Moore parte da lontano, dal boom economico del dopoguerra, quando l’industria americana volava dopo aver distrutto quella giapponese e quella tedesca, all’avvento di Ronald Reagan, il più grande portavoce delle aziende mai visto sulla scena politica. Con lui il paese diventa un’impresa, i ricchi si vedono diminuite le tasse e la gente viene incoraggiata a prendere denaro in prestito. Fino all’arrivo di Alan Greenspan, colui che convince gli americani ad attingere i soldi dalla propria casa, impegnandola per avere i prestiti. Basta distruggere ogni regolamentazione sui mutui ed ecco la frode perfetta orchestrata per far perdere la casa alla gente.

È riduttivo chiamare documentari i film di Michael Moore. Si tratta ormai di un genere a sé, che potremmo chiamare MMM, Michael Moore Movie. Un mix perfetto di satira e denuncia, con una lucidità di analisi rara. Diffidate dalle imitazioni: c’è stato chi ha provato a essere divertente come lui (Morgan Spurlock, Larry Charles), ma si è scordato l’obiettivo principale: quello di informare. Moore lo fa sempre benissimo. Così scopriamo di 6500 giovani condannati per le connivenze tra un giudice e i riformatori privati, dove più resti rinchiuso più frutti. O che molte aziende stipulano polizze vita sui loro dipendenti, per guadagnare anche sulla loro morte.  

Moore ancora una volta mette in scena un’umana commedia dove si ride e si piange. E si combatte il nemico facendosi beffe di lui. Il Robin Hood con cappello da baseball affila sempre più le armi del montaggio e del doppiaggio. Dalle immagini di un documentario sull’antica Roma usate in analogia alla caduta di un altro impero, agli inserti che ridicolizzano ogni apparizione di quello che è ormai il suo feticcio, George W. Bush (sono al terzo film insieme…). Per arrivare agli inserti del Gesù di Nazareth di Zeffirelli doppiati in modo che Gesù/Robert Powell elargisca insegnamenti pro capitalismo (Il denaro è il male, guai a voi ricchi, si legge invece nel Vangelo secondo Luca).

A proposito di attori protagonisti. A fine film entra in scena l’eroe: Barack Obama. Colui che sarà chiamato a raccogliere una delle sfide di Moore, quella riforma sanitaria invocata in Sicko. Come in ogni grande storia, l’arrivo dell’eroe cambia le cose. E comincia ad apparire qualche segnale positivo. Sarà curioso vedere come diventerà il cinema di Moore ora che il suo nemico giurato, Bush, è ormai sconfitto. Per ora ci piace rivederlo caricare a testa bassa seguito dalla camera a mano andando a sbattere contro le security mentre tenta di andare a parlare con qualcuno. Seguirlo ci dà quella sensazione di “arrivano i nostri” che ci dà coraggio. È fazioso, ma ci piace esserlo con lui. E siamo tutti con lui nella scena finale, quando circonda Wall Street e le banche con il tipico nastro giallo della polizia. Sopra c’è scritto: scena del crimine.

Da vedere perché: è il film di un’epoca. Un’umana commedia dove si ride e si piange. E si combatte il nemico facendosi beffe di lui.

(Pubblicato su Movie Sushi)

11
Mag
09

Terra madre. Vivere con meno: il nuovo Rinascimento

Voto: 8 (su 10)

LocandinaÈ uno di quei film a cui si vuole bene, questo Terra madre di Ermanno Olmi. Per quello che dice e per come lo dice. Terra madre è un documentario che nasce nel 2006, quando Carlo Petrini, fondatore del movimento Slow Food, ha inviato a Olmi il primo appunto su quello che sarebbe potuto diventare un film “politico e preveggente”. Olmi ha poi iniziato le riprese nell’ottobre del 2006, durante il Forum Mondiale Terra Madre, che ha riunito a Torino settemila contadini e pescatori provenienti da 153 nazioni del mondo. Il cui mondo è assediato dalle grandi imprese il cui scopo è il profitto: guadagnare interessa anche ai contadini, ma senza che questo vada a scapito della terra, che loro amano e rispettano.

Con un salto alle Isole Svalbard, in Norvegia, veniamo a conoscere una banca dei semi, in cui, grazie al grande freddo, vengono portate in salvo le specie delle piante in via d’estinzione. Riscaldamento globale, uso smodato di fertilizzanti, iperproduzione in nome del profitto stanno infatti svuotando e impoverendo una terra a cui viene chiesto ormai troppo. Una terra che arata e riarata perde l’humus e non trattiene l’acqua che finisce per portarla via. Il nuovo modello che Terra madre si propone è di lavorare la terra, ma di non interferire con il lavoro della natura.

Vivere con meno sarà il nuovo Rinascimento, sentiamo dire nel film. E ci sembra il messaggio giusto per rappresentare questi anni di recessione e crisi. Per resettare e ripartire, con un nuovo modello sostenibile. Così viene raccontata la storia de L’uomo senza desideri (di Ignazio e Fulvio Roiter), un uomo che nel nostro nordest si è ritirato a vita privata, coltivando e costruendo da solo tutto ciò che aveva bisogno: aveva poco, ma in realtà aveva tutto. A cui fa da controcanto uno studente di quindici anni che in Massachusets ha fatto partire il progetto di un piccolo orto sito nel campo di calcio della scuola, che ha fornito cibo per la mensa dell’istituto.

Terra madre porta in dote un messaggio fatto di informazioni semplici ma importantissime, e lo rafforza con la bellezza dei volti, delle idee e dei suoni che vengono da tutto il mondo, in nome del pensiero “glocal” (global + local) che in molti auspicano sia il futuro del mondo, in antitesi alla globalizzazione spinta. Alterna perfettamente una prima parte politica e programmatica a una seconda parte poetica e contemplativa. È quella girata da Franco Piavoli (L’orto di Flora) nella Valle dell’Adige. Sono immagini che seguono un contadino nel suo lungo e paziente lavoro quotidiano, e sono la messa in pratica di quello che fino a quel momento ha detto il film. Lunghi momenti di silenzio, di osservazione della natura e del lavoro sulla terra. Immagini di lentezza e pazienza, in contrasto con le scie degli aerei che passano nel cielo, ma che sono lontanissimi. Motori, carburante e velocità, sopra. Terra, flora e fauna, sotto. Dove tutto sembra immobile, e si muove lentissimo. E dove un bambino può ancora restare stupito di fronte alla natura, alla forma, al colore e al gusto dei suoi frutti. Durante la visione di Terra madre, quel bambino siamo tutti noi.

Da vedere perché: Prima politico e programmatico, poi poetico e contemplativo, il film di Olmi ci mostra qual è la strada da intraprendere per il futuro.

 

 

15
Mar
09

Cinema Universale d’Essai

 Voto: 7(su 10)

esternoInterattività. Se ne parla tanto oggi. Ma già quarant’anni fa esisteva l’esperienza di un cinema interattivo, dove si andava con l’idea di poter entrare nel film, di partecipare allo spettacolo. Era il Cinema Universale d’Essai, a Firenze, nel quartiere operaio del Pignone, a metà strada tra la periferia e il centro. Oggi è una discoteca alla moda, come vediamo nel documentario di Federico Micali che ne racconta la storia. Era un cinema unico, dove ogni sera partivano commenti ad alta voce, cori, slogan. E anche Bella ciao. “Quando volevo vedere un film era l’ultimo posto dove volevo andare” sentiamo dire a una delle tante voci che ci raccontano quell’esperienza. Ricostruita proprio grazie ai racconti di chi c’era, visto che il materiale di repertorio è pochissimo (ma a qualcuno venne l’idea di registrare l’audio di quello che accadeva), e a qualche sequenza di animazione in stop-motion. Un continuo gioco in bilico tra il visto e il non visto, che fa leva sulla nostra immaginazione. Il film è proiettato al Politecnico Fandango di Roma, poi sarà al Messico di Milano, a Ferrara, Bologna e Padova. E in dvd al Caffè Fandango e presto da Feltrinelli.

Il Cinema Universale nasce con l’avanspettacolo: non solo cinema, ma spettacoli dal vivo, durante i quali il pubblico si produceva in commenti coloriti, lanci di lupini e gente gettata sul palco. Era il periodo dei film di cowboy, in cui si faceva il tifo per loro “perchè ci avevano detto che erano quelli buoni”. L’alluvione del 1966 blocca tutto e chiude la prima fase dell’Universale. Che rinasce poco dopo come cinema d’essai. Gli spettatori potevano richiedere i titoli che preferivano, e la programmazione mirata portava al cinema gli studenti universitari di sinistra. Ne usciva un centro sociale misto a un coffee shop misto a un laboratorio.

Ma l’impegno culturale e politico era filtrato dalla tradizione dell’Universale e dallo spirito toscano. Così si continuava a entrare al cinema in bici, ad andare in bagno per vedere le donne. E a commentare. Nacque tutto con il colpo di una pistola giocattolo durante un western: da lì in poi fu tutto un cercare di essere lo spettacolo nello spettacolo. Si entrava in sala con i petardi, con le racchette da tennis, si insultava la cassiera.

 

Si respirava un clima di contestazione, di anarchia. Era il 1977, gli anni delle rivolte e della repressione. Così internodurante Fragole e sangue, in sala si tiravano gli oggetti contro lo schermo, durante la scena dell’arrivo della polizia. E una sera in sala la polizia arrivò davvero… La stessa cosa accadeva con If, e alla scena della ragazza che dal tetto sparava al preside partivano puntuali gli appassionati applausi. Passavano film di contestazione e libertà, Zabriskie Point, Easy Rider. Ma anche film difficili venivano visti da tutti, non solo dagli intellettuali. Ovviamente venivano commentati… e migliorati, secondo molti! Commentare era un rischio: si veniva applauditi, o mandati a quel paese.

Si può immaginare cosa accadeva con i film musicali. Da quelli degli Who e dei Led Zeppelin al film su Woodstock, con Jimi Hendrix che riproduceva il suono delle bombe in Vietnam durante la sua versione dell’inno americano. La gente cantava, faceva con la voce gli assoli della chitarra, ancora più scatenata, visto che non c’era trama da seguire…

 

La fine degli Anni 70 coincide con l’arrivo dell’eroina, che distrugge una generazione. Molti degli intervistati ricorda di amici persi in questo modo. Negli Anni 80 l’impegno si stempera e cominciano ad arrivare i gruppi legati alla Fiorentina. Che trasformavano Fuga per la vittoria in Fiorentina-Juve: i nazisti erano vestiti di bianco e nero… La programmazione diventa più leggera, con La signora in rosso e Blade Runner. Erano anni di grande fermento a Firenze, culla della new wave italiana, di gruppi come Diaframma, Litfiba, Neon.

Ma continuavano ad accadere le cose più impensabili. In BirdyLe ali della libertà, alcuni piccioni vennero lanciati verso lo schermo. Un’altra volta toccò a delle rane essere imbustate e portate in sale. C’è poi l’episodio più leggendario dell’Universale: qualcuno entrò in sala con una vespa, facendo vari giri e restando quasi tutto il film. Ogni fiorentino sa questa storia. Così come la battuta più famosa: durante Highlander, Christopher Lambert incontra un suo amico di colore e gli chiede “dove sei stato?” “A Follonica, e senza ombrellone” era la storica risposta. Così si andava a vedere Arancia Meccanica vestiti in bianco con le bretelle, e una volta usciti, ci si continuava a menare.

 

Alla fine degli anni 80 il pubblico cominciò a degenerare, non si andava più per commentare ma per fare caciara e basta. La trasformazione dell’Universale in discoteca è quella di Firenze, da città viva a città vetrina. L’Universale chiude nell’89, mentre cade il muro di Berlino. Secondo molti, qualche nesso ci deve essere.

 

Da vedere perché: Cinema (nel senso del locale cinema) d’altri tempi, come non ce ne sono più

 

 

 

 












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