Archive for the 'animazione' Category

22
Giu
11

Cars 2. Le macchine hanno un’anima?

Voto: 7 (su 10)

Le automobili hanno un’anima? O sono solamente meccanismi ed acciaio? A questa domanda ha cercato di rispondere la Pixar, la casa di animazione leader nel mondo, con il suo Cars, del 2006. Un film che raccontava un mondo piuttosto originale, senza alcun essere vivente, né uomini né animali, ma solo automobili vive, parlanti e autonome, trattate come delle vere e proprie persone. Le automobili di Cars un’anima ce l’hanno. Resta da vedere se ce l’abbia il film. Quello che è sicuro è che Cars è la franchise della Pixar che più si presta alla declinazione dei personaggi in giocattoli e gadget, e infatti è quella che ha incassato di più anche per quanto riguarda gli aspetti extra cinematografici. Ricordate le paure su Up, e sul fatto che non fosse abbastanza vendibile a livello di giocattoli? Così è giusto che la Pixar e la Disney abbiano puntato ancora su Cars, vera e propria miniera d’oro. Anche se, Toy Story a parte, avevano detto che non avrebbero mai girato sequel…

Cars è un prodotto leggermente diverso dagli altri Pixar: più maschile, più adolescenziale che infantile, meno tenero. E, saranno le lamiere della auto, più freddo. Per girare Cars 2 senza essere ripetitivi, per dare un nuovo respiro a Cars, che appariva come una storia compiuta, ci voleva una grande idea. Così John Lasseter e il suo team hanno deciso di aprirsi al mondo, portando i loro protagonisti da ogni parte, dal Giappone all’Italia fino a Londra. E di virare il film verso la spy-story, girando un vero e proprio film di spionaggio alla James Bond, evidente fin dalla prima scena, con tanto di musiche alla John Barry. Il nuovo protagonista è l’agente segreto inglese Finn McMissile, che arriva da una delle scene tagliate di Cars, dove Saetta McQueen e Sandy andavano in un drive in a vedere proprio un film dell’agente segreto. Che ovviamente non poteva che essere la Aston Martin DB5, la famosa auto di 007. McMissile è in missione per sventare un complotto internazionale, che ha a che fare con il petrolio e con delle vecchie auto sgangherate, e le sue gesta si mescolano a quelle di Cricchetto, che sta seguendo Saetta McQueen in un tour mondiale attraverso Giappone, Italia e Inghilterra: Cricchetto viene creduto una spia sotto copertura. Mentre Saetta è impegnato a vincere le gare, contro l’auto italiana Francesco Bernoulli, sarà proprio Cricchetto, imbranato ma vincente, come l’ispettore Clouseau, a sventare il complotto e a salvare la vita all’amico. Oltre alla spy-story, la grande novità di Cars 2 è la scelta di Cricchetto come vero e proprio protagonista del film accanto a Saetta McQueen.

Si parla anche di petrolio e di carburanti ecologici, in Cars 2, e così c’è anche il messaggio verde e politicamente corretto che si aggiunge a quello sull’amicizia. Ma il modo migliore per gustarsi Cars 2 è quello di tenere gli occhi bene aperti e notare ogni piccolo particolare. Perché è dai particolari che si capisce la genialità, ed è in questi che la Pixar è maestra. Le sorprese sono dietro a ogni angolo: guardate i monumenti di Francia e Italia ridisegnati con i pezzi delle meccaniche delle auto, come se nel mondo ci fossero solo le macchine, le presenze della Papa mobile e dei negozi Carmani in Italia, la vecchia e la nuova Cinquecento che ballano insieme. Sorprese a parte, la qualità del disegno è sempre altissima, tra le lamiere dell’auto lucide e scintillanti (guardate come brillano sotto le luci di Tokyo) e vibrazioni dell’immagine al passaggio delle auto in gara (come se ci fosse una vera macchina da presa a riprenderne le azioni). Eppure il piacere della visione di Cars 2 si ferma qui. Azione, velocità, divertimento. Ma non il solito cuore dei personaggi Pixar, quello che ti spinge ad amare delle creature fatte di pixel come se fossero vive. Per la prima volta, dopo anni, a vedere un film Pixar non ci siamo commossi. Per capirci, Cars 2 non è il film che vedremmo candidato all’Oscar come miglior film in assoluto, com’era avvenuto per Up e Toy Story 3, ma solo come miglior film d’animazione. Forse coi film di cui sopra, e con il capolavoro Wall-E, ci eravamo abituati troppo bene. E così, in attesa di Brave, un nuovo prodotto originale che arriverà nel 2012 (con protagonista una donna), non ci resta che parlare non di un capolavoro, ma di un gran bel (come si diceva una volta) cartone animato.

Da vedere perché: C’è la solita perfezione Pixar. Anche se Cars 2 commuove ed emoziona meno del solito, altissimo, standard Pixar

 

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17
Mar
11

Gnomeo e Giulietta. Liberate i nani da giardino

Voto: 6 (su 10)

Vi siete mai chiesti che senso abbiano i fantomatici nani da giardino che appaiono qua e là nei giardini di tutto il mondo? Simbolo del cattivo gusto, qualche anno fa sono stati oggetto di interesse anche di un fantomatico comitato di liberazione dei nani da giardino, che li toglieva dai giardini per lasciarli liberi di andare per il mondo.

Un po’ come faceva la Amelie Poulain de Il favoloso mondo di Amelie, mandando un nano in giro per il mondo con tanto di cartoline spedite. In Gnomeo e Giulietta, film d’animazione in uscita il 16 marzo, i nani sono protagonisti assoluti: quando noi non li vediamo si muovono, si amano, si odiano.

E sono i protagonisti della storia di amore e odio più famosa del mondo: quella di Romeo e Giulietta, di William Shakespeare. I Capuleti e i Montecchi sono i nani di due giardini contigui, che si odiano come i rispettivi padroni di casa. Gnomeo e Giulietta, lui blu, lei rossa, si incontrano, e nasce l’amore. Che sarà contrastato.

L’idea è a suo modo geniale. E che fa la distribuzione italiana? Per accentuare il contrasto tra i due clan, trasforma i due gruppi in settentrionali e meridionali, doppiando i personaggi con accenti del nord e del sud, che vanno dal veneto al lombardo in un caso, dal napoletano al siciliano nell’altro. Qualcosa di simile era accaduto con Shaolin Soccer, film orientale di qualche anno fa. È un chiaro esempio di quando non ci si fida del prodotto. In questo caso, è anche un ammiccamento ai recenti successi della commedia nostrana, che giocano sugli stereotipi e i contrasti tra nord e sud, come Benvenuti al Sud e Che bella giornata di Checco Zalone. Solo che una cosa è costruire un film su questi stereotipi, giocandoci, superandoli e smentendoli, una cosa è fare una fusione a freddo su una vicenda che parla di tutt’altro.

È un peccato perché gli gnomi sono personaggi davvero divertenti e sono disegnati bene, ovviamente al computer: piace come sono state create le superfici, e come i personaggi digitali abbiano una loro pesantezza, che è quella di chi è fatto di coccio. Anche i suoni sono curati, e quando si toccano sono rumorosi. Come al solito non manca il gioco di citazioni che va da Gioventù bruciata a Matrix fino a Salvate il soldato Ryan. Anche se molte trovate, è il caso di dirlo, sono prese da Toy Story, che è il modello di un film come questo. I dialetti fanno ridere, certo, ma sono risate che vanno così come vengono, e nascondono un po’ quella che è l’anima del film. I nani da giardino andrebbero liberati sì, ma dai loro doppiatori. Solo allora potremmo capire l’anima di questo film.   

Da vedere perché: i nani sono simpatici, e la storia di Romeo e Giulietta è sempre bella. Ma sono doppiati con vari accenti dialettali italiani, ed è una scelta che penalizza il film

 

10
Mar
11

Rango. L’animation western più per grandi che per piccini…

Voto: 5,5 (su 10)

L’animazione non è un genere, è un mezzo. Parole di Gore Verbinski. Parole che fanno riflettere e che possono cambiare il nostro modo di vedere le cose. Rango, nelle sale dall’11 marzo, la nuova creatura di Verbinski, è sì un film d’animazione, girato in computer grafica e con personaggi di fantasia, ma è a tutti gli effetti un film western. Rango è un camaleonte, che vive una vita tranquilla (e finta!) in una teca. Per un incidente, mentre è trasportato da una macchina, cade dalla teca e viene catapultato nella vita reale. In pieno deserto del Mojave, nella cittadina di Dirt (cioè sporcizia, spazzatura), dove per un equivoco viene creduto capace di essere un valido vice sceriffo e nominato tale. In città non c’è acqua: Rango scoprirà un intrigo dietro a questo problema e con personaggi molto pericolosi. Dovrà trovare il coraggio. E quindi trovare se stesso.

Fin dalle prime scene capiamo che ci troviamo dentro a qualcosa di molto particolare. Rango è il tentativo di un film d’animazione d’autore. La narrazione è più rarefatta e onirica, il ritmo è più compassato rispetto ai film d’animazione a cui siamo abituati. Verbinski è bravissimo a costruire mondi (The Ring e la saga I Pirati dei Caraibi sono opera sua). Il mondo del West che ha ricostruito in Rango è eccezionale: vedere per credere movimenti, inquadrature e uso delle luci che accompagnano l’ingresso del nuovo arrivato nel saloon della città. O la scena del duello. Lo schema narrativo è quello di tanti film di Sergio Leone, quello dello sconosciuto che arriva in città, desta sospetti, si batte con coraggio e cambia le cose. Solo che qui lo sconosciuto è un cialtrone mascherato da eroe. Un altro personaggio nella galleria di Johnny Depp, che ha dato movimenti e voce (che purtroppo nel doppiaggio italiano non sentiremo) al personaggio di Rango (le altre voci originali sono quelle di Isla Fisher, Abigail Breslin, Bill Nighy, Alfred Molina e Harry Dean Stanton). A proposito di Johnny Depp, non mancano le citazioni del suo Duke di Paura e delirio a Las Vegas. E altre citazioni colte, da 2001: Odissea nello spazio ad Apocalypse Now, omaggiate con la Cavalcata delle GValchirie e Sul bel Danubio blu nella scena d’azione più bella del film.

Nonostante tutti questi ingredienti, però, Rango non convince appieno. Proprio la scelta di un ritmo più riflessivo e di una narrazione più rarefatta, lontana da quella scoppiettante dell’animazione americana di oggi (Pixar in primis), che evidentemente ci ha assuefatto, rende il film noioso, con una storia che stenta a decollare. I personaggi sono volutamente non belli né carini come quelli Pixar. Ma non hanno neanche quel carattere dei brutti che diventano belli dei mostri d’animazione di Burton e Selick. Non scattano, insomma, né la simpatia né l’empatia, caratteristiche fondamentali per catturare lo spettatore. Rango, insomma, è un film troppo adulto per piacere al pubblico principale dei film d’animazione. E non raggiunge nemmeno le vette d’autore necessarie a diventare qualcos’altro. Che Verbinski volesse fare qualcos’altro da un film per bambini è evidente: ma poi chi produce e distribuisce il film si aspetta gli incassi dati dal pubblico delle famiglie. Certo, se pensiamo all’animazione come mezzo e non come genere, nuovi orizzonti si aprono davanti a noi. Per ora, Rango rimane a metà tra un film Pixar e i capolavori d’animazione in stop motion di Tim Burton. Tutti pensano che il gap con la Pixar sia a livello tecnologico, ma questo è ormai colmato da molti (qui la ILM di George Lucas fa un lavoro eccezionale sulle superfici dei personaggi). Il gap è ancora sulle storie, sulle trovate. In una parola, sulla fantasia.

Da non vedere perché: è un film troppo adulto per piacere al pubblico principale dei film d’animazione. E non raggiunge nemmeno le vette d’autore necessarie a diventare qualcos’altro. Rango rimane a metà tra un film Pixar e i capolavori d’animazione in stop motion di Tim Burton

 

15
Ott
10

Cattivissimo me. La terza via c’è, e si chiama MacGuff

Voto: 7 (su 10)

Ci sono due belle storie da raccontare, in questo Cattivissimo Me, film d’animazione in 3D che ha sbancato i botteghini americani questa estate e che arriva finalmente sui nostri schermi. La prima è quella raccontata sul grande schermo. Ed è quella di Gru, un cattivo degno dei film di James Bond (ad aiutarlo c’è il Dr. Nefario, uno scienziato che è la versione nera del Mr. Q di 007), che vive in una casa nera su un prato desolato, ha un divano a forma di alligatore e come animale domestico l’anello di congiunzione tra un cane e un piranha. È cattivo, e orgoglioso di esserlo. Ma in città c’è un villain più giovane e geniale, un nerd in occhialoni e tuta da ginnastica, che ha rubato una piramide, sostituendola con una copia di plastica gonfiabile. Gru non può subire un simile sopruso: il più grande cattivo di tutti i tempi vuole essere lui, e per farlo deve escogitare un piano ancora più ardito: rubare la luna. Così chiede un prestito alla banca del male (sotto la cui insegna compare la scritta “già Lehmann Brothers” con una non troppo velata frecciata alle banche americane responsabili della grande crisi, vedi Capitalism: A Love Story di Michael Moore), e inizia a ordire il suo piano. Che non prevedeva certo l’arrivo di tre irresistibili orfanelle, che non vedono affatto in lui un villain da antologia. Ma piuttosto un padre.

È una storia originale, per un film d’animazione, quella di Cattivissimo Me. Per la prima volta al centro c’è un villain, un vero cattivo (e non un brutto ma buono come l’orco Shrek), e il film è completamente incentrato su di lui. I cattivi sono più interessanti, lo sappiamo da tempo, e la galleria dei villain del cinema è ricca e gustosa. Ma che questa tendenza sia arrivata al cinema d’animazione è una piccola grande svolta. È disegnato con cura, questo Gru, con un look tra un cattivo di James Bond e lo zio Fester de La famiglia Addams, e con le movenze di un Peter Sellers e un Rowan Atkinson. Idea vincente, svolgimento divertente e a tratti irresistibile, che porterebbe a un film perfetto se Gru, il protagonista, fosse disegnato a livello psicologico con la stessa cura con cui è tratteggiato a livello grafico.

Dopo il promettente inizio, infatti, Gru sembra perdere il suo appeal, e il film non decolla completamente quando dovrebbe commuovere. In questo, c’è ancora qualcosa da imparare dalle storie e dai personaggi della Pixar. A proposito di personaggi: Gru rischia di farsi rubare la scena dai Minions, o Tirapiedi, adorabili e irresistibili assistenti gialli, i suoi Umpa Lumpa del male, diversi ma tutti uguali, dei cloni che lo aiutano nelle sue imprese in maniera maldestra.

Sono tra i personaggi più riusciti degli ultimi anni, e meritano di rimanere nelle antologie dei film d’animazione. Ma una storia altrettanto affascinante è quella dei creatori di Cattivissimo Me. Il film è prodotto dalla Universal, che ha voluto un proprio studio di animazione, creando la Illumination Entertainment e mettendo al timone Chris Meledandri, che viene dagli studios Blue Sky e dal successo de L’era glaciale. Per creare Cattivissimo me si è rivolto a una casa di produzione europea, la MacGuff di Pierre Coffin, che finora si era distinta per effetti speciali e pubblicità (ma anche per il film Azur e Asmar di Ocelot). Ricorderete tutti i suoi Pat & Stanley, il cane e l’ippopotamo che cantavano The Lion Sleeps Tonight diventati un caso mediatico, cliccatissimi in rete prima di diventare uno spot per un noto marchio di snack. La MacGuff ha stoffa: i suoi personaggi sono originali, il loro tratto ha personalità ed è fatto di disegni stilizzati e geometrici, a loro modo unici. MacGuff, insieme alla Illumination della Universal, può diventate la terza via all’animazione, una via con una sua personalità, una via alternativa al duopolio di Disney/Pixar e Dreamworks.

Da vedere perché: già da soli i Minions, o Tirapiedi, irresistibili esserini gialli, meritano il prezzo del biglietto. In più c’è una storia originale (per la prima volta il protagonista è un cattivo), ed è nata una casa di produzione (la francese MacGuff) che può segnare il futuro dell’animazione. Sarà la nuova Pixar?

 

16
Apr
10

Fantastic Mr. Fox. Il fantastico Signor Anderson

Voto: 7,5 (su 10) 

Aprite il libro e iniziate a sfogliare. Come I Tenenbaum, Fantastic Mr. Fox inizia con un libro che si apre, e segue la sua struttura a capitoli. Perché è tratto da un libro famoso (di Roald Dahl, quello de La fabbrica di cioccolato), certo. Ma questo inizio è solo il primo dei tanti marchi di fabbrica di Wes Anderson, qui al suo primo film d’animazione. E, da personaggio anticonformista, rétro, fuori dal tempo e dalle mode, il fantastico Signor Anderson non poteva che optare per una scelta controcorrente. In tempi di computer grafica, effetti speciali e 3D, il nostro eroe opta per un film orgogliosamente tradizionale, basato su una tecnica antica e minuziosa, come quella della stop motion, o passo uno, dove in scena ci sono dei veri pupazzi, che vengono mossi e fotografati per creare così ogni singolo fotogramma di film.

La storia, tratta dal sottile libro di Dahl e rielaborata da Anderson secondo la sua sensibilità, è quella del signor Fox. Una volpe, da sempre abituata a rubare galline, che per amore si ritira per fare il giornalista. Ma la sua natura lo porta a fare un ultimo, triplo “colpo”, contro i tre ricconi che dominano la vallata con le loro fabbriche. Mentre il figlioletto Ash, già alle prese con l’ingombrante figura paterna, si trova come rivale anche il brillante cugino Kristofferson. Il Signor Fox è vestito con un elegante e snob completo in velluto chiaro a coste. Proprio come ama vestirsi il suo creatore Anderson. È modellato su George Clooney (il Danny Ocean per eccellenza, e infatti la storia è costruita sullo stile dei film di rapina), che doppia Mr. Fox in originale (da noi lo fa benissimo il grande Pannofino). Ma nella malinconia dei suoi occhi ci sembra di scorgere anche quella di un altro attore feticcio di Anderson, Bill Murray. I ragazzi, come quelli de I Tenenbaum, sono spesso vestiti con scarpe da tennis e tute sportive. Tutto questo per dire che siamo sì in un film d’animazione. Ma siamo soprattutto in un film di Wes Anderson.

Sono presenti infatti tutte le ossessioni del regista. Al quale interessa sì l’intreccio della storia, interessa far ridere con situazioni che scorrono sempre sul filo dell’assurdo e del surreale, ma interessano soprattutto le dinamiche familiari. Come in ogni suo film, da Rushmore a I Tenenbaum a Le avventure acquatiche di Steve Zissou fino a Il treno per il Darjeeling, c’è un ragazzo alle prese con un’ingombrante figura paterna. Un cucciolo represso e un padre-capobranco con un enorme e ingombrante ego. Uno che ha sempre bisogno di sentirsi dire che è il migliore. Con un film d’animazione, Anderson è riuscito solo a cambiare genere, per fare ancora lo stesso film. Così, se a un pubblico raffinato il film piacerà, gli amanti di Wes Anderson lo adoreranno. Certo, è più un film per adulti che per bambini.

Tra musiche trascinanti, dai Rolling Stones ai Beach Boys, e momenti cult, come la gag sulle cuffie da ladro, a stupire è anche il grande lavoro tecnico che è stato fatto sul film. Un esempio su tutti sono gli occhi. Che nella stop motion vengono sostituiti per cambiare un espressione. Qui il gioco viene spinto all’estremo, con delle palline con stelle o spirali per dare l’impressione di occhi sbarrati o imbambolati. Ma, con un po’ di liquido, quegli stessi occhi riescono a trasmettere commozione, e a farci entrare nella storia con personaggi che sembrano vivi. Anderson riesce a fare con Roald Dahl quello che ha fatto Burton: prende una storia e la usa come canovaccio, piegandola alle sue esigenze e alla sua poetica. È il fantastico Signor Anderson.

Da vedere perché: In piena era 3D, è un film orgogliosamente controcorrente, in stop motion con pupazzi. A tutti gli effetti è un film di Wes Anderson: più per adulti che per bambini.

 

10
Mar
10

Anteprima: in sala dal 26 marzo Dragon Trainer. Il ragazzo che sussurrava ai draghi

Voto: 7 (su 10) 

Il cinema ti fa volare. È qualcosa che andiamo affermando da sempre. Ma mai come quest’anno il cinema ci sta letteralmente facendo assaporare la sensazione del volo. Da L’era glaciale 3 ad Avatar fino a questo Dragon Trainer, l’ultimo film d’animazione Dreamworks, il cinema fantastico e d’animazione di questa stagione è un continuo volo libero e sfrenato su incredibili creature alate. Sono proprio le sequenze di volo, che fanno pensare ad Avatar, e traggono giovamento dalla profondità e dall’effetto avvolgente del 3D, il punto di forza di Dragon Trainer.

Dragon Trainer (How To Train Your Dragon in originale, tratto dal libro omonimo di Cressida Cowell) ha dalla sua anche una gran bella storia. È quella di un giovane vichingo, che non ha il physique du role per combattere i draghi come il suo possente padre e tutti i membri del suo villaggio. Dovrebbe iniziare il suo addestramento per diventare un cacciatore, ma non sembra proprio averne voglia. Anche perché, quando incontra un drago e avrebbe la possibilità di ucciderlo, non ci riesce e lo lascia in vita. Proprio con quel drago, che chiamerà Sdentato perché ha i denti nascosti, nascerà una sorta di complicità. E, più che combattere i draghi, inizierà a capirli. E scoprirà un segreto.

Per questa nuova storia, la Dreamworks pesca nella mitologia nordica e anglosassone, ancora poco sfruttata dal cinema d’animazione, che finora ha trovato linfa vitale soprattutto nel mondo delle favole, e più di recente nell’immaginario stesso del cinema e dei suoi generi. Come aveva fatto per Kung Fu Panda, la Dreamworks sposta il confine dell’animazione verso una nuova frontiera: Dragon Trainer è un vero e proprio action movie, con meno dialoghi e più azione, e un ritmo decisamente più alto rispetto alla tradizione dei film d’animazione. Rispetto alla Pixar la tattica sembra diversa: dove i creatori di Up e Wall-E sembrano puntare a un pubblico di tutte le età, la Dreamworks sembra puntare a un pubblico di giovanissimi: bambini ma anche adolescenti.

Sono tanti i temi tipici dell’adolescenza portati del film. Dai primi amori (la bella ed energica Astrid), fino ai rapporti irrisolti con i padri (tema al centro di molti film d’animazione recenti, da Chicken Little a Piovono polpette). Questo Avatar per giovanissimi ha effettivamente in comune con il film di Cameron il tema della comprensione dell’altro, e l’idea che conoscere chi si ha di fronte sia meglio che combatterlo. C’è poi l’amicizia tra il ragazzino e la creatura, tipico di film come E.T. Guardare per credere la scena in cui il nostro eroe cerca di tenere nascosto Sdentato. Un classico: non dimentichiamo che la Dreamworks è pur sempre la compagnia fondata da Spielberg

A livello tecnico, oltre a un tratto di disegno in computer grafica originale ed efficace, c’è un grande lavoro sul sonoro. I versi e i rumori fatti dai draghi sono perfetti. Fate attenzione alla scena in cui vediamo per la prima volta Sdentato imprigionato, e ascoltate i gorgoglii del suo corpo. Dragon Trainer ha il pregio di aver creato uno dei personaggi più teneri e simpatici degli ultimi anni, il cui pelouche, se la Dreamworks avesse canali di distribuzione pari a quelli della Disney, andrebbe a ruba. Dopo che vedrete Sdentato, avrete voglia di avere come animale domestico, al posto di un cagnolino, un piccolo drago. 

Da vedere perché: Il confine dell’animazione è spostato verso l’action movie: meno dialoghi e più azione, e un ritmo decisamente più alto rispetto al solito. Un Avatar per giovanissimi

Guarda il trailer italiano

 

 

10
Nov
09

Up. Sempre più in alto…

Voto: 9 (su 10) 

up 3Up. Su, nel cielo. Vola ancora alto, altissimo, la magica Pixar. La nuova Disney, lo studio che ormai è l’anima della Disney, scarta il suo ultimo regalo, il suo decimo gioiello. E ci si abbandona allo stupore, allo spettacolo, come bambini.

E non c’è critica che tenga. Stavolta quelli della Pixar ci raccontano la storia di un uomo anziano, Carl, che è rimasto vedovo, e sogna di raggiungere il Sud America per vedere quelle cascate che avrebbe tanto voluto visitare con la moglie quando questa era in vita. Mentre i palazzinari stanno costruendo dei grattacieli intorno alla sua casetta, e vorrebbero tanto disfarsene, Carl decide di spiccare il volo.

Letteralmente: grazie a migliaia di palloncini solleva la sua casetta, e veleggia verso Sud. Solo che con lui c’è un ospite non previsto. Il boy scout Russell, che pensa a Carl come alla sua prossima buona azione…

Up. Alza ancora il tiro, la Pixar. Perché stavolta, in un film al solito delicato e indicato per i più piccoli, parla addirittura della morte. Dopo che, con Wall-E, aveva parlato di ecologia e della morte del nostro pianeta. Fa addirittura morire un personaggio,

Ellie, la moglie di Carl, nel commovente prologo, che è un piccolo film nel film.

Non  ha paura di fare discorsi seri, la Pixar. Il cui segreto, ancor più dell’inconfutabile aspetto tecnico-visivo, sta nella fantasia con cui creano le loro storie: lo ripetono sempre i suoi artisti, da John Lasseter a Andrew Stanton, a Pete Docter, regista di Up.

Le loro storie sono originali sia quando raccontano mondi mai visti (Monsters & Co), che quando si rifanno all’immaginario di generi come i supereroi (Gli incredibili) o la fantascienza (Wall-E).

Up si rifà a un cinema ben preciso, quel cinema d’avventura degli anni Trenta e Quaranta, anni in cui non ancora tutti gli angoli del mondo erano noti, e si poteva fantasticare sulla natura selvaggia e su creature fantastiche e mai viste, e credere alla loro esistenza. Un po’ quello che accadeva con l’isola di King Kong. Up si rifà a questo genere di pellicola, liberando una seconda parte sfrenata, dopo una prima parte chiusa e controllata.

Ma anche rileggendo un genere riesce a creare qualcosa di originale, che stupisce a ogni inquadratura. Con alcune idee geniali, come loup 1 stratagemma creato per far parlare i cani in modo che siano capiti dagli umani.

In Up non mancano i riferimenti alla storia del cinema, come le fattezze di Carl, ispirate ad attori storici come Spencer Tracy e Walter Matthau (in fondo, l’incontro tra Carl e Russell dà vita a un buddy movie, genere in cui Matthau eccelleva).

E il sogno di Carl, il suo andare da solo, o quasi, contro tutti, ha qualcosa del Don Chisciotte di Cervantes.

Ma la Pixar, come abbiamo capito da tempo, riesce a inserire tutto in un racconto fluido e naturale, senza appesantirlo, come si usa oggi nell’animazione, con tutte quelle citazioni forzate che altro non sono se ammiccamenti a un pubblico adulto.

Non ne hanno bisogno, alla Pixar. Così come non hanno bisogno di oggetti che escono dallo schermo fino ad arrivarci sul naso per farci apprezzare un film in 3D.

Come tutto quello che fanno, anche la loro via al cinema 3D è sobria, semplice, funzionale alla storia. È solo un’altra matita in più.

È un mezzo espressivo e non un fine. Forse solo un gradino sotto il capolavoro Wall-E, Up è un film maturo e intenso, adatto a tutti (non manca un messaggio sulla famiglia e sul valore del tempo) e commovente.

Un’opera che ci parla di morte in modo così delicato da farci amare terribilmente la vita.

Da vedere perché: Pixar. Basta la parola.

(Pubblicato su Effettonotte on line)

 

 












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