Archive for the 'supereroi' Category

21
Lug
11

Captain America. Quando l’America combatteva le guerre giuste

Voto: 6,5 (su 10)

Uno scudo rotondo, con la stella e le strisce della bandiera americana. E dietro un uomo. Ecco di cosa è fatto il fumetto di Capitan America, che ora arriva al cinema con il film Captain America: il primo vendicatore. C’è una Storia più grande, quella di un intero paese in conflitto, la Seconda Guerra Mondiale: Capitan America nacque proprio in quel periodo, come strumento di propaganda e di sostegno all’America nella dura lotta contro Hitler e il Nazismo. Ed è proprio in quegli anni, nel 1941, che è ambientato Captain America.

Con un affascinante gioco di rimandi, sullo schermo vediamo proprio il fumetto di Capitan America nascere e diffondersi nelle strade, come accadde nella realtà. Dentro la Storia dell’America in guerra c’è la storia di Steve Rogers (Chris Evans, “indebolito” grazie agli effetti speciali), ragazzo troppo gracile per essere arruolato, che entra a far parte di un programma sperimentale, diventando il super soldato noto come Capitan America, che sfiderà i nazisti e il temibile Teschio Rosso.

La storia di Capitan America nasce durante la Seconda Guerra Mondiale, e il film è ambientato in quel periodo. Ma non sembra che sia così solo per questo. Si sente, nel cinema americano di oggi, una voglia di dare un colpo di spugna a tutte le guerra sbagliate, dal Vietnam all’Iraq, che sono state combattute negli ultimi sessant’anni, per tornare alla Seconda Guerra Mondiale, e riannodare i fili con l’ultima guerra giusta, l’ultima volta che l’America combatteva dalla parte dei buoni. È così in Captain America, ed è stato così anche in Bastardi senza gloria. Il film si chiude con un aereo lanciato a tutta velocità verso New York, che il nostro eroe prova a dirigere in un’altra direzione. E il rimpianto per non aver evitato l’11 settembre 2001, vero nervo scoperto dell’America di oggi insieme alla guerra sbagliata in Iraq, si sente tutto.

Il Nazismo, l’11 settembre, l’Iraq: questa è la Storia, che in un modo o nell’altro entra nel film. Poi c’è la storia, quella dell’uomo dietro lo scudo, dello Steve Rogers che diventa Capitan America: una storia drammatica, quella di un individuo con un corpo e con delle capacità che non sono all’altezza della sua volontà e delle sue ambizioni: storia attualissima nel mondo di oggi, quello dell’apparenza e dei corpi costruiti. È una storia raccontata bene, grazie a una sceneggiatura che, seppur con semplicità, rende bene il dramma del protagonista. Certo, è difficile oggi per un film di supereroi trovare una sua via tra il dark di Batman, il pop di Spider-man e il rock heavy metal irriverente di Iron Man, per citare i fumetti più riusciti nelle loro trasposizioni cinematografiche. Eppure Captain America ha quell’ironia sottile che ci era piaciuta in Iron Man, lontana dall’umorismo becero che intervallava i toni seriosi di Thor. Captain America non è un film memorabile, ma scorre piacevolmente e funziona. Merito anche del cast: se con Chris Evans, ormai abituato ai supereroi dopo I fantastici 4, e Hugo Weaving, natural born villain dopo l’agente Smith di Matrix, si va sul sicuro, è una piacevole conferma Hayley Atwell (La Duchessa), viso da cerbiatto e corpo da pin up (che negli abiti anni Quaranta sta benissimo), nei panni di Peggy, l’amore di Rogers. Per non parlare di Tommy Lee Jones, Stanley Tucci e Toby Jones.

Il sottotitolo di Captain America: il primo vendicatore ci ricorda che è in arrivo The Avengers, in cui Capitan America, arrivato ai giorni nostri dopo essere stato ibernato, combatterà al fianco di Iron Man e Thor. Si tratta di un progetto interessante, diverso dalle saghe e dai sequel: una serie di film singoli e indipendenti, ma allo stesso tempo collegati fra loro. Dei film tassello in grado di formare un’opera mosaico. Che sarà completa il 4 maggio 2012, quando arriverà The Avengers.

Da vedere perché: personaggi costruiti bene e ironia avvicinano il film più ad Iron Man che al deludente Thor.  E la storia ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale ci conferma che l’America vuole ricollegarsi all’ultima volta che ha combattuto una guerra giusta.

 

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29
Apr
11

Thor. È roba di Tony Stark? No…

Voto: 5,5 (su 10)

 “È roba di Tony Stark?” sentiamo chiedere in una scena di Thor, quando il personaggio del Distruttore, fatto tutto di metallo, arriva sulla terra inviato da Asgard. Che cose c’entra Tony Stark, il protagonista di Iron Man, battuta a parte, in una recensione su Thor? C’entra eccome. Perché tutti i film prodotti dalla Paramount tratti dai fumetti Marvel sono collegati tra loro (anche qui non perdetevi la scena dopo i titoli di coda), e culmineranno in The Avengers, in uscita nel 2012, dove Iron Man, Thor e Capitan America (sarà questo il prossimo film in uscita quest’anno) si ritroveranno contro Hulk. E perché Iron Man è senz’altro il punto di riferimento di queste produzioni, una franchise che dimostrato di essere la terza via al comic movie, tra il realismo dark del Batman di Christopher Nolan e il pop dello Spider-man di Sam Raimi. È impossibile allora non fare confronti.

Ma partiamo dalla storia: Thor è il figlio di Odino, vive nel regno di Asgard, collocato su un altro pianeta ma chiaramente riferito al Walhalla, il regno dei cieli della mitologia nordica. Per un peccato di superbia, Thor viene punito dal padre, e condannato all’esilio in un posto miserabile (la Terra, e dove sennò?), dove incontra l’astrofisica Jane Foster, e se ne innamora. Ma le trame del fratellastro Loki, che vuole uccidere il padre e soffiare a Thor il ruolo di erede al trono, lo faranno tornare in azione. Strano caso di mitologia nordica applicata alla cultura pop, Thor è un caso a parte, piuttosto originale, nel mazzo dei fumetti Marvel. Siamo lontani dai supereroi con superproblemi, come Spider-Man e Iron Man. Thor è un dio, e i suoi problemi sono di altra natura rispetto ai protagonisti a cui siamo abituati. Proprio per questa sua particolarità, Thor ha una doppia anima: una naturalmente pop, dovuta al fumetto, veicolo pop per eccellenza. Un’altra più alta, classica, dovuta all’ispirazione mitologica del protagonista. Proprio per questa sua seconda anima, insolita per un comic movie, a dirigere Thor è stato chiamato Kenneth Branagh, autore shakespeariano per eccellenza: le trame di palazzo, i tradimenti in seno alla famiglia reale sembrano essere tratti da Shakespeare. Così la scelta di Branagh sembra naturale. Perché in Thor c’è un po’ dell’Enrico V e un po’ di Romeo e Giulietta, nella storia d’amore tra Thor e Jane.

Eppure non tutto torna. Primo perché queste due anime insite nel fumetto di Thor vengono proiettate anche nel film, e scisse nei due mondi tra i quali si divide la storia, la Terra e Asgard, a cui corrispondono due toni diversi di narrazione: più alto e tragico, da Shakespeare, appunto, quello sul mondo degli dei; più caciarone e ironico, da comic movie, quello sulla terra. Il problema è che questi due registri non si integrano mai, restando due anime separate, e stridono uno con l’altro. L’altro problema è che, nella parte shakespeariana i dialoghi non sono scritti da Shakespeare, non sono né brillanti né intensi, e finiscono per essere solo pomposi. Mentre quelli sulla parte terrestre sono troppo poveri. Thor allora è meno drammatico di Hulk e meno ironico di Iron Man, restando un film senza una sua personalità, a tratti più vicino al Beowulf di Zemeckis che a un film Marvel. Se il 3D non aggiunge niente al film (è uno di quei film convertiti in tre dimensioni dopo essere stato girato in due), anzi toglie luminosità a una fotografia dai toni già oscuri, affascina il design del mondo di Asgard, tutto oro e tenebre, con la magniloquenza di un Metropolis.

“È roba di Tony Stark?” si chiede qualcuno nel film. No, rispondiamo noi. Perché il difetto più grande del film è forse nella scelta del protagonista. Chris Hemsworth non solo non è al livello degli altri attori del film (Anthony Hopkins è Odino, Natalie Portman è Jane), ma soprattutto non si capisce come sia stato scelto come protagonista di un film di questo tipo. La Paramount aveva scelto grandi attori per gli altri supereroi che ha portato sullo schermo: Edward Norton e Robert Downey Jr. sono state le chiavi del successo di Hulk e Iron Man. Hemsworth è invece poco più di un Big Jim (o un He-Man, visti i capelli lunghi) palestrato e poco espressivo. E il confronto con Iron Man stride ancora di più.

Da vedere perché: non è un film dalla grande personalità, ma in attesa di The Avengers, dove molti supereroi Marvel si ritroveranno, può essere il complemento delle storie iniziate con Hulk e Iron Man

29
Apr
10

Robert Downey Jr. è Iron Man 2. Cinema Heavy Metal

Voto: 7,5 (su 10) 

Heavy Metal. Metallo pesante. Iron Man, l’uomo con l’armatura d’acciaio, è anche questo. Come il primo Iron Man, anche il secondo capitolo inizia con la musica degli AC/DC: dove c’era Back In Black c’è Shoot To Thrill. La franchise di Iron Man è rock, ha ritmo, è insieme scanzonata e profonda. È la terza via al comic movie, il cinema tratto dai supereroi dei fumetti, tra il realismo dark del Batman di Christopher Nolan e il pop dello Spider-man di Sam Raimi. E la chiave, al di là della regia ritmata e briosa di Jon Favreau e della sceneggiatura di Justin Theroux (Tropic Thunder) è nell’uomo che sta dietro la maschera, dentro la corazza. Robert Downey Jr. è uno dei pochi attori in grado di ritrarre un uomo ironico, beffardo, ma anche carico di debolezze e fragilità. Con il suo passato tormentato, è perfetto per dare un                volto umano a Tony Stark, un uomo che ha costruito attorno a sé una corazza per difendere il suo corpo, ma anche la sua anima, dal mondo.

Iron Man 2 prende una strada completamente nuova rispetto ai film di supereroi. Inizia dove finiva il primo. Con Tony Stark, industriale bellico, che ammette davanti alla stampa, in diretta tv, di essere Iron Man. Non c’è quindi l’elemento dell’identità segreta che caratterizza tutti i supereroi, l’uomo qui è l’eroe e l’eroe è l’uomo. Il che permette di analizzare il suo rapporto con la celebrità, con le pressioni di media, politica e opinione pubblica: tutto inedito. E tutto molto attuale. “Ho privatizzato la pace nel mondo con successo” dice ironico Stark a un processo, dove il governo degli Stati Uniti prova ad appropriarsi della sua tecnologia per fini militari, in una scena che cita i processi di Howard Hughes (il magnate dell’industria aerea ritratto da Scorsese in The Aviator), figura chiave a cui è ispirato Tony Stark. Il governo non ci riuscirà. Ma il subdolo Justin Hammer (Sam Rockwell), un suo invidioso concorrente, cerca di fregarlo coinvolgendo Ivan Vanko, alias Whiplash, criminale russo che ha un conto in sospeso con il padre di Stark. È Mickey Rourke, che porta nella saga di Iron Man una fetta della disperazione che ci aveva fatto vedere in The Wrestler.

Un po’ Howard Hughes, un po’ James Bond (accanto alla sua Monepenny la Pepper Potts di Gwyneth Paltrow, c’è un’altra Stark Girl, Nathalie, una sorprendente Scarlett Johansson inguainata in tutina nera), Tony Stark è una figura attualissima. Fate attenzione alla scena in cui, nella sua officina, toglie una sua effige in cui è raffigurato come Barack Obama nella famosa opera di Shepard Fairey, quella con la scritta “Hope”. Ascoltate i suoi discorsi sulla pace nel mondo. C’è anche Barack Obama nel Tony Stark di Iron Man 2: ci sono la speranza, le aspettative per un futuro di pace, per l’enorme ruolo che ha nel mondo. E anche tutti gli occhi e i fucili puntati addosso, e le critiche che aspettano una figura simile al primo passo falso. Iron Man 2 è una parabola sul successo, un film sul successo come parabola, nel senso che è una curva in cui si è destinati a salire e poi a scendere. In fondo, Tony Stark/Iron Man in questa storia è un uomo alle prese con la ricerca di un nuovo cuore, in senso fisico (quello attuale rischia di farlo morire) come in senso metaforico. Così come un nuovo cuore, fatto di nuove persone e nuovi valori, è quello che sta cercando l’America.

Leggermente più prolisso e meno coeso del primo film, Iron Man 2 ha comunque un ritmo Heavy Metal. È immediato, chiassoso, divertente, ma ricco di tecnica e contenuto. Con al centro un solista, un one man show come Robert Downey Jr., capace di reinventare di volta in volta la sceneggiatura improvvisando sul set, e garantendo lunga vita cinematografica al suo personaggio. La regia di Favreau è efficace, anche durante i combattimenti, nell’inquadrare il suo volto all’interno della corazza. E nel costruire un film in cui le scene d’azione non sono l’unica cosa. L’autostrada per l’inferno (Highway To Hell) degli AC/DC chiude il film. Ma quella di Iron Man è un’autostrada per il successo.

Da vedere perché: la franchise di Iron Man è rock, ha ritmo, è insieme scanzonata e profonda. È la terza via al comic movie, il cinema tratto dai supereroi dei fumetti, tra il realismo dark del Batman di Christopher Nolan e il pop dello Spider-man di Sam Raimi

Guarda il trailer ufficiale

 

 












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