Posts Tagged ‘recensione cinema

12
Mag
12

Dark Shadows. Tim Burton, così fuori moda come il suo vampiro…

Voto: 7 (su 10)

Demodè, fuori tempo, fuori moda. È così che si sente Barnaba Collins (Johnny Depp), giovane trasformato in vampiro da una strega innamorata di lui e sepolto vivo (o meglio, “non morto”) alla fine del Settecento, quando ritorna libero e in superficie in pieni anni Settanta, in America: una sua parente, quando va a fare visita ai suoi eredi, lo definisce “Swinging’ London”, mente impazza la cultura hippie. Fuori tempo e fuori moda come lo è sempre stato Tim Burton, sin da quando fu licenziato dalla Disney per un corto troppo estremo per lo stile della casa di Topolino (che ora rivivrà come film in stop-motion, Frankenweenie, in arrivo in autunno). Su questo essere fuori tempo e fuori moda Burton ci ha costruito sopra una carriera, e una serie di mondi dove “gli ultimi saranno i primi”, dove vediamo la realtà dal punto di vista dei diversi fino a sentirci come loro. E anche in un filmone come questo Dark Shadows, un blockbuster con cast stellare, grande budget e grande marketing, un film d’intrattenimento puro, Burton continua a seguire il filo blu notte della sua poetica.

Non è un caso che il suo alter ego Johnny Depp, sex symbol dallo sguardo penetrante, nelle mani di Tim Burton venga spogliato del suo sex appeal e della sua natura terrena per vestirsi di uno sguardo fragile e diventi sempre qualche personaggio indifeso e lievemente folle, dal suo Edward mani di forbice, fino al Cappellaio Matto di Alice In Wonderland. E fino al Barnaba Collins di questo film, vampiro che finalmente ci libera dell’immagine geneticamente modificata dei succhiasangue creata delle saghe di Twilight e Underworld per riportarli a quelli che erano negli anni Trenta e Quaranta: unghie acuminate, occhi contornati di nero profondi come crateri, sangue che dipinge le loro labbra. Depp riesce ancora una volta a creare un’interpretazione memorabile, fatta di movimenti impercettibili e un’austerità che evoca immediatamente epoche passate. Anche qui Depp diventa una creatura lontana, quasi incorporea. E proprio in questo film è evidente cosa Burton riesca a fare agli attori. Sembra togliere loro vita per ridarla in un’altra forma: nelle sue mani ogni attore diventa icona, si stacca dal nostro mondo per diventare irreale, astratto, come una bambola di porcellana pronta a essere mossa dal burattinaio Burton. Ma anche a rompersi. E attenzione a Angie, il personaggio di Eva Green, sexy e tremendamente inquietante nei panni di una strega, che finirà per farlo letteralmente… Depp e la Green sono gli aspetti più piacevoli di un cast perfetto, con una Michelle Pfeiffer che non ha paura di invecchiare e trae fascino dalle sue rughe, Helena Bonham Carter ancora una volta diversa, nei panni di una psicanalista gonfia e alcolizzata, e Chloe Moretz, che era stata già vampira in Let Me In e qui è perfetta, non più bambina, nel ruolo di adolescente inquieta. E non solo…

Ancora una volta, Depp è Burton, e Burton è Barnaba, il suo protagonista. Orgogliosamente fuori moda: Dark Shadows, tratto da una serie tv americana a cavallo tra i Sessanta e i Settanta, vive proprio del contrasto tra Settecento e anni Settanta, tra antichità e vintage, tra gotico e pop. È da questo conflitto che nasce la comicità. Burton, che nel 1972 aveva quattordici anni, coglie l’occasione per fare una propria operazione nostalgia, una propria “ricerca del tempo perduto” recuperando tutto ciò che di curioso c’era in quegli anni, dalla mirrorball agli organi Farfisa, da Love Story a Elton John, da Sapientino alla Lava Lamp, da Barry White a Scooby Doo. In quello che è un esercizio di stile, un divertissement volutamente superficiale (ma meno di quello che sembra), Burton approfitta anche per citare se stesso e fare una summa di tutto il suo cinema fino a oggi, da Ed Wood a Big Fish fino allo straniamento davanti alla tv de La fabbrica di cioccolato. Mancano la poesia e la commozione dei suoi capolavori, ma di questi tempi il suo tocco funziona anche in un prodotto apparentemente meno d’Autore. È come se qui facesse il punto della sua carriera, per chiudere un capitolo e cominciarla da un’altra parte. Perché, quello che è certo, che da Autore demodè oggi Burton sia diventato un regista di gran moda.

Da vedere perché: Esercizio di stile finissimo con cast in stato di grazia, Dark Shadows è una summa del cinema burtoniano. Più divertente che commovente, stavolta. Ma, per fortuna, riporta i vampiri a quello che erano un tempo…

12
Mag
12

Chronicle. Da grandi poteri derivano grandi responsabilità?

Voto: 7 (su 10)

Da grandi poteri derivano grandi responsabilità, ci insegna l’universo dei fumetti Marvel. Ma è vero così con chiunque sia dotato di poteri fuori dal normale, o è una cosa che avviene solo nell’universo Marvel? In poche parole: cosa accade se chi viene in possesso di superpoteri non ha la tempra morale per gestirli per il bene comune, e li usa per i propri fini personali? La novità di Chronicle, il film di Josh Trank (sceneggiata da Max Landis, figlio del grande John) è proprio questa. E così accade che tre ragazzi, Andrew, Matt e Steve, entrino in contatto con un meteorite, e arrivino così a possedere dei poteri fuori dal comune, dallo spostare gli oggetti fino al volare. Se due di loro sembrano gestirli in maniera responsabile, Andrew (Dane DeHaan, che ricorda il giovane Di Caprio), è un ragazzo frustrato, con la madre in fin di vita e il padre violento. Le sue frustrazioni hanno la meglio su di lui. E i poteri così finiscono per diventare uno sfogo per le proprie frustrazioni.

Supereroi amorali, o addirittura immorali: questa è la grande novità, già sperimentata da altri film, ma mai in maniera così chiara, di Chronicle. A ogni film che documenta la nascita di un supereroe, alla fase di scoperta dei poteri segue sempre una missione in cui usarli finalmente per un buon fine: qui la missione non inizia mai, e i nostri eroi finiscono per perdersi nelle loro storie personali, e non mettere mai quei poteri al servizio di qualcosa di più grande. La loro lotta non è contro qualcuno, ma contro se stessi. È per questo che Chronicle è una riflessione molto lucida su poteri e responsabilità, che porta a un altro livello il discorso della Marvel che ormai abbiamo imparato tutti a recitare come un mantra.

Chronicle si muove nella tendenza alla destrutturazione, alla svestizione e alla normalizzazione del supereroe. Da Unbreakable di Shyamalan fino alle serie tv Heroes e Misfits vediamo in scena super uomini con super poteri ma senza super vestiti, senza quell’aura colorata e gloriosa a cui ci hanno abituato i supereroi dei fumetti classici DC e Marvel, ma persone che accanto alla loro natura speciale devono pur sempre fare i conti con quella umana. Al cinema e in tv stiamo vedendo eroi inediti, che non provengono dalla mitologia dei fumetti classici (si pensi anche a Kick-Ass).

E la forma migliore per raccontare questi eroi nel quotidiano non può che essere quella del found footage, quella cioè delle riprese amatoriali, dei filmati trovati per caso, di The Blair Witch Project, Rec e Cloverfield. Che sembra piacere a tutti: ai cinefili, perché la soggettiva è sempre la soggettiva, alla generazione web 2.0, perché usa i loro codici di comunicazione, e ai produttori, perché costa poco. È una forma visiva che permette subito l’identificazione con il personaggio, perché usa il suo occhio. Qualcosa che saprebbe di già visto, se Josh Trank non usasse alcune variazioni sul tema: una ragazza che riprende con un’altra telecamera per il suo blog permette il gioco campo/controcampo classico del cinema, che nelle riprese in soggettiva andrebbe perso. E grazie alla telecinesi, il protagonista riesce a far volare la sua telecamera, e quindi a inquadrarsi. Insomma, Chronicle è qualcosa di nuovo – anche se non nuovissimo – nel panorama dei superhero movie. Lo spirito del film sta tutto in questo dialogo: “Pensi di farci di più?” “Con i poteri?” “No”.

Da vedere perché: grandi poteri senza grandi responsabilità: supereroi immorali, con la tecnica di Rec e Cloverfield.

11
Mar
12

Young Adult. Charlize Theron, bellissima anche quando non lo è. O proprio per questo

Voto: 7 (su 10)

Era dovuta diventare brutta, per farsi considerare una brava attrice. Era successo con Monster, il film che aveva impresso una svolta alla carriera di Charlize Theron, ex modella, considerata forse troppo bella per essere un’attrice credibile. Invece una brava attrice la Theron lo è diventata davvero, anche al di là dell’effettata interpretazione di Monster. Tanto che poi, pur scegliendo ruoli forti, come quelli in North Country e The Burning Plain, non ha dovuto più mortificare la sua bellezza. Ma qui è diverso: Mavis Gary, protagonista di Young Adult, è soprattutto brutta dentro. Ex reginetta di bellezza del liceo, con un matrimonio fallito alle spalle, Mavis, trentasette anni, ha lasciato la provincia per la città, e fa la “ghost writer” (scrive romanzi ma non li firma) per una serie di libri destinati al target “young adult” (in pratica, per adolescenti/ventenni). È alcolizzata, vive una vita disordinata, ha relazioni occasionali con uomini che non le piacciono davvero. E sì, è una stronza. Quando riceve una mail in cui si annuncia che il suo ex è diventato papà, decide di tornare al suo paesino, ed emotivamente ai tempi del liceo, per riconquistare la sua ex fiamma.

Per il ruolo di Mavis, la Theron non deve diventare brutta. Si stropiccia solo un po’, tra occhiaie da post sbornia e una trasandatezza di fondo che è sintomo di chi ha perso la voglia di vivere. “Young adult” non è solo il target di riferimento per i libri di Mavis: è ovviamente anche il suo status mentale, quello di un’eterna adolescente mai cresciuta, che vuole riconquistare il suo ex più per un suo puntiglio che perché lo ami davvero. In questo senso, quella maglietta di Hello Kitty che indossa è allo stesso tempo il simbolo di un modus vivendi – una certa emotività e un certo modo di ragionare adolescenziale – ma anche un’icona sfregiata. Perché in Mavis non c’è niente di dolce, di zuccheroso, di ammiccante, e nemmeno di sensuale, caratteristiche che sembrano per forza dover essere parte di qualsiasi personaggio femminile nelle commedie di Hollywood. Young Adult sceglie la strada, coraggiosa, di mettere in scena una donna invidiosa, antipatica, arida. E in fondo, depressa e infelice. Charlize Theron affronta tutto il film con un’espressione infastidita, anaffettiva, distaccata. E resterà così per tutto il film, senza alcuna catarsi.

Patetica, imbarazzata, e imbarazzante, la Mavis di Charlize Theron non riesce neanche a sedurre, nonostante la sua bellezza, proprio perché priva di slancio e di passione. Curiosamente, tenta per quasi tutto il film di abbellirsi, mentre la Theron in quasi tutta la sua carriera ha cercato proprio di limitare la sua bellezza. La sua bravura sta nell’attraversare il film con un’aria da sconfitta, con un’interpretazione atona fatta di sfumature e mezzi toni. Che culmina in una delle scene di sesso  più cariche di tristezza della storia del cinema. Perché Young Adult parla in fondo di una perdente, e abbatte il concetto americano della perfezione, della seconda occasione. Abbatte il Sogno Americano.

“Non sono cattiva, è che mi disegnano così” diceva Jessica Rabbit. E Mavis Gary ci piace proprio perché è disegnata benissimo da Diablo Cody, la sceneggiatrice di Juno, che da quel film in poi ci sta raccontando giovani donne lontanissime da ogni convenzione, da ogni perfezione e dai ruoli che sembrerebbero destinati a loro. Donne con percorsi sghembi, accidentati, disastrati. Insieme a lei, dopo Juno, alla regia c’è ancora Jason Reitman, bravissimo a raccontare l’America dei non luoghi, della provincia americana omologata dei centri commerciali e dei terminal aeroportuali (Tra le nuvole), dei grandi spazi e dei grandi vuoti dove personaggi irrisolti vagano alla ricerca di se stessi. Se i tratti del disegno sono firmati Cody e Reitman, il colore è tutto di Charlize Theron. Sì, è così brava, e così poco seducente, che è bellissima. Anche quando non lo è.

Da vedere perché: Young Adult sceglie la strada, coraggiosa, di mettere in scena una donna invidiosa, antipatica, arida. E in fondo, depressa e infelice. Charlize Theron affronta tutto il film con un’espressione infastidita, anaffettiva, distaccata. Ed è bravissima

02
Mar
12

The Woman In Black. La maledizione di Harry Potter

Voto: 5,5 (su 10)

C’è una doppia storia di possessioni al cento di The Woman In Black. La prima è quella di Daniel Radcliffe, posseduto dal suo alter ego Harry Potter, di cui è stato il corpo e il volto per dieci anni. Ora che Radcliffe sta iniziando una nuova carriera, il fantasma di Harry Potter sembra ancora aleggiare su di lui: è difficilissimo staccarsi da un personaggio così popolare, anche se Radcliffe ce la mette tutta. E The Woman In Black, horror prodotto dalla gloriosa casa inglese Hammer, è il suo primo tentativo. Il film inizia proprio con Radcliffe, che nel film è l’avvocato vedovo Arthur Kipps, nell’atto di radersi, e nel momento in cui viene chiamato dal figlioletto: due chiari simboli di un passaggio all’età adulta. E proprio la barba di qualche giorno è il nuovo look di Radcliffe nel suo nuovo ruolo, quella barba che doveva nascondere – ma qua e là affiorava in controluce – quando ancora vestiva i panni del maghetto di Hogwarts.

L’altra possessione è quella della casa che Kipps si trova a visitare per conto del suo studio legale, in vista della vendita dell’immobile. Una casa che tutti, in paese, considerano infestata dai fantasmi. Una signora in nero, infatti, appare a chi si reca alla casa. E ogni volta che lo fa, qualche bambino in paese, muore. La Hammer ha in sé il know-how dell’horror, e si vede. Alla messinscena del film non manca niente: la nebbia, i corvi, l’atmosfera raggelante. Tutto quello che ci deve essere in un classico del gotico e dell’horror. The Woman In Black è una ghost story girata bene, e gioca con i suoni, con il montaggio e le inquadrature (le brevi soggettive dell’entità che ci fanno capire che il protagonista è osservato da qualcuno). Riesce a creare qualche brivido, con l’immancabile effetto sobbalzo dell’horror di oggi (che consiste nell’apparizione improvvisa di qualcosa sottolineato dal sonoro).

L’anello debole della catena è proprio lui, Radcliffe. A tratti inespressivo, ingessato, non ancora pronto per andare oltre quella profondità minore che richiede un fantasy per ragazzi rispetto a un genere più maturo come l’horror. Se la cornice del film è creata ad hoc per mettere paura allo spettatore, per immergerlo totalmente in una dimensione di terrore, non funziona proprio quello che dovrebbe essere lo specchio dello spettatore, il medium in cui si identifica: provare quelle sensazioni è fondamentale per trasmetterle al pubblico. Radcliffe non è credibile né nelle sue reazioni davanti ai fantasmi, né nella sua preoccupazione di genitore, e nemmeno nel ruolo di padre, visto che per chi lo guarda è ancora un ragazzino che ha appena finito la scuola. Se la Hammer dimostra di avere le carte in regola per sfornare ancora degli horror in linea con il suo grande passato, Radcliffe è rimandato. La scuola di Hogwarts potrà laureare dei bravi maghi, non ancora dei grandi attori.

Da non vedere perché: Daniel Radcliffe non è credibile né nelle sue reazioni davanti ai fantasmi, né nella sua preoccupazione di genitore, e nemmeno nel ruolo di padre, visto che per chi lo guarda è ancora un ragazzino che ha appena finito la scuola.

 

09
Feb
12

Millennium – Uomini che odiano le donne. Questo non è cinema Ikea

Voto: 7 (su 10)

Ce l’ha proprio con l’Ikea, David Fincher. In Fight Club aveva fatto saltare in aria l’appartamento arredato Ikea del protagonista. Ora fa a pezzi il cinema Ikea, cioè le versioni svedesi, solide ma anonime come i famosi mobili, dei film tratti dalla trilogia Millennium di Stieg Larsson. Millennium – Uomini che odiano le donne è la versione americana del primo libro, e film, della serie. E in apparenza l’operazione è molto semplice: il cinema americano fa quello che ha sempre fatto, riscrive i film di altri paesi con i propri attori per renderli più accessibili e venderli meglio. Spesso il risultato non è all’altezza. Ma non stavolta. A dirigere c’è David Fincher, grande artigiano del cinema, e, sì, anche Autore, anche quando dirige un film su commissione. La differenza che passa tra lo Uomini che odiano le donne svedese e questo è quella tra la televisione e il cinema. O quella tra un mobile Ikea e un mobile di design.

Nascosto sotto l’impiallacciatura, come in un tavolo Ikea, c’è del marcio in Svezia. Sotto il perbenismo e l’apparente normalità borghese della famiglia Vagner, ci sono litigi, delitti, misteri. Come quello di Harriet, nipote prediletta del capostipite dei Vagner, scomparsa inspiegabilmente molti anni prima e mai più ritrovata. È proprio lui a ingaggiare il giornalista Mikael Blomqvist per fare luce sulla vicenda. Blomqvist si troverà ad essere affiancato dalla giovane hacker Lisbeth Salander, che si trova sotto tutela dopo una vita di abusi e soprusi. Fincher decide di lasciare l’azione nella Svezia di Larsson, ed è bravissimo a farci penetrare fin dentro le ossa il gelo di quelle terre (come vediamo nella scena dell’arrivo alla magione dei Vagner), un freddo che ovviamente è anche interiore. La Svezia di Fincher è colorata di un grigio che raramente tende al bianco e molto spesso sfuma verso il nero (grazie alla magistrale fotografia di Jeff Cronenweth), a cui aggiungono inquietudine e tensione i suoni di Trent Reznor e Atticus Ross (eccezionale la loro versione di Immigrant Song dei Led Zeppelin sui titoli di testa), rumori disturbanti accanto a quelli che sembrano dei carillon rotti. Suoni che colgono alla perfezione il carattere nervoso e malato del cinema di Fincher.

Nel suo film tutto è più spinto, più sboccato, più violento che nell’originale. Le situazioni sono le stesse, ma qui arriva tutto in maniera più diretta e indelebile. Questione di tocco, di talento, e anche di coraggio: Fincher non ha paura di fare un film per adulti. Millennium – Uomini che odiano le donne gli permette di continuare il suo viaggio nella perversione umana che aveva iniziato con Seven e proseguito con Zodiac. La storia di Larsson conferma di non avere una trama irresistibile, ma a Fincher interessano le persone, quello che hanno dentro. E riesce a farci capire meglio quelli a cui tiene maggiormente, i suoi protagonisti: Daniel Craig è qui de-bondizzato e de-eroicizzato, ed è un Blomqvist forte ma sensibile, un uomo con i suoi dubbi, e le sue paure, che Craig lascia trasparire sotto il suo volto e i suoi occhi apparentemente glaciali. Rooney Mara non fa rimpiangere Noomi Rapace nel ruolo di Lisbeth. Anzi, aggiunge delle sfumature, dei tratti di fragilità, di dolcezza (insita comunque nel suo volto): è più un cucciolo ferito e maltrattato che sfodera gli artigli per difendersi che un predatore.

Sotto l’impiallacciatura, insomma, c’è dell’altro. Il Millennium di Fincher non è un semplice remake o reboot. Il regista di Seven ci ha fatto capire perché l’opera di Stieg Larsson affascina così tanto. Millennium è Lisbeth Salander. E lei è il simbolo del nuovo millennio, dei tempi che viviamo: da un lato le illimitate possibilità informatiche e tecnologiche, e con esse la violabilità assoluta della privacy, dall’altro la continua violenza a cui i più fragili sono sottomessi. In questo senso, Fincher continua il discorso iniziato con The Social Network sui paradossi della nostra società. Siamo tutti più connessi e più informatizzati, ma sempre più soli e meno capaci di socializzare. Sconnessi nell’era della massima connessione.

Da vedere perché: La differenza che passa tra lo Uomini che odiano le donne svedese e questo è quella tra la televisione e il cinema. O quella tra un mobile Ikea e un mobile di design: dirige David Fincher, una garanzia.

19
Gen
12

Benvenuti al Nord. Anche i milanesi hanno un cuore grande

Voto: 6,5 (su 10)

C’è la nebbia, si mangia male, la gente è fredda e pensa solo a lavorare. Luoghi comuni, questi fidi compagni di viaggio: dopo quelli sul Sud, ecco quelli su Milano in Benvenuti al Nord, atteso sequel del fortunatissimo Benvenuti al Sud. Stavolta tocca a Mattia (Alessandro Siani), in crisi con la moglie Maria (Valentina Lodovini), trasferirsi da Castellabate a Milano. Ad aspettarlo ovviamente c’è Alberto Colombo (Claudio Bisio), anche lui in crisi coniugale con Silvia (Angela Finocchiaro), che, per ripararsi dalle polveri sottili prende una casa in montagna per i week end, ma non può andarci con il marito, troppo impegnato con il lavoro. Come da copione l’impatto di Mattia con il nuovo ambiente è duro: le colazioni sono scarne e solitarie, i divieti di sosta per il lavaggio delle strade vanno rispettati. E al lavoro tutti corrono. E proprio il lavoro è al centro di questo sequel: il fantomatico progetto pilota delle Poste Italiane, nome in codice E.R.P.E.S., tormenta Alberto. E sarà proprio Mattia a risolvergli i problemi. Ovviamente, come nel primo film, i luoghi comuni vengono superati, esorcizzati, sfatati. E capiremo che anche i milanesi hanno un cuore grande.

È un luogo comune, questo difficile da sfatare, che il cinema italiano rischi poco e osi nulla. Così, dopo i Cinepanettoni seriali con il format delle vacanze sempre uguali a se stesse, il 2012 inizia riproponendo i successi dell’anno precedente, Immaturi e Benvenuti al Sud. In questo caso la sfida è però diversa: se Benvenuti al Sud era il remake di un film francese (Giù al Nord), ed era costruito intorno a una trama solida, fluida e a delle gag riuscite, Benvenuti al Nord è un film completamente nuovo. La sfida è proprio costruire un film ex novo, seppur non partendo da zero, ma dal canovaccio del fortunato predecessore. Accanto a Luca Miniero in sceneggiatura c’è Fabio Bonifacci, e il suo tocco “sociale” si sente a tratti (i discorsi sullo spietato mondo del lavoro, sul mutuo). La sfida complessivamente è riuscita: il film è divertente e piacevole, e lascia in bocca un gusto dolce e consolante.

Rispetto al suo predecessore, però, Benvenuti al Nord sembra funzionare un po’ meno come racconto, e sembra procedere più per strappi e gag, sembra meno cinematografico e più cabarettistico. Non a caso, se si ride per le avventure di Bisio e Siani, ad essere irresistibili sono le caratterizzazioni di Paolo Rossi, immenso nel suo team leader simil Marchionne (con cui evidentemente ha un conto aperto) e di Angela Finocchiaro che interpreta, invecchiata ad arte, la madre di Silvia. A livello di script, invece, il vero colpo di genio è la gag della pantomima al contrario, nemesi e specchio della scena più riuscita del primo film, quella in cui i campani inscenavano una Castellabate da incubo a uso e consumo della moglie di Alberto. Si tratta comunque di un successo annunciato che al pubblico piacerà. E se ci piacerebbe ancora vedere Siani e Bisio insieme, stavolta in un progetto completamente nuovo, resta da riflettere su un cinema che prende le distanze, in stile e temi, dal Cinepanettone, ma che è pur sempre una “commedia italiana” e non ancora quella “Commedia all’italiana”, quella tagliente e amara dei Risi e dei Germi, quella a cui il cinema italiano dovrebbe ambire. Comunque, se si finisce con Emma che canta Nel blu dipinto di blu, il nostro inno nazionale non ufficiale, vuol dire che è proprio un bello spot per l’Unità d’Italia. Alla faccia di chi, proprio al Nord, non la vorrebbe…

Da vedere perché: è divertente e piacevole, e lascia in bocca un gusto dolce e consolante. E Paolo Rossi simil Marchionne e Angela Finocchiaro nei panni della suocera sono irresistibili

19
Gen
12

La talpa. Bentornata, spy-story

Voto: 6 (su 10)

Bentornata, spy-story. La talpa (presentato a Venezia con il titolo originale Tinker, Taylor, Soldier, Spy) si propone come il non plus ultra del genere. È tratto infatti da un libro di John Le Carré, il maestro dello spionaggio, già portato sugli schermi con una versione televisiva in sette puntate. È ambientato all’inizio degli anni Settanta, con i Sessanta gli “anni d’oro” della spy-story, e della Guerra Fredda. Tra Londra, Budapest e Istanbul, i servizi segreti inglesi, il leggendario MI6, dopo una missione andata a monte, vede le dimissioni del suo capo, Controllo (John Hurt) e del suo luogotenente, Smiley (Gary Oldman). Sarà proprio lui a cercare di smascherare la talpa che si dice si trovi nell’MI6. I candidati sono tanti…

La talpa è l’altro lato della spy-story: non è quello tutto eroi, uomini affascinanti e azione sfrenata (il genere lanciato da James Bond e proseguito dalle serie di Bourne e di Mission: Impossible), ma è fatto di esseri anonimi, “gente con gli occhiali sul naso” (come lo Smiley di Gary Oldman e come un bambino che fa amicizia con una delle spie), ometti grigi. Così come sono il grigio e il  marrone, colori piatti e uniformi, anonimi, le tinte del film. L’MI6 non appare così impeccabile come quello di 007. Non aspettatevi azione e gesta estreme, ma complotti, segreti e azioni sottobanco. Siamo più dalle parti de La casa Russia, per restare vicini a un altro film tratto da Le Carré.

E queste tinte retrò, scolorite e demodè sembrano essere davvero congeniali a Tomas Alfredson, regista svedese, perché le trovavamo anche nel suo film Lasciami entrare, così come quell’atmosfera fredda, raggelata che permea entrambi i film. Tutto, nei film di Alfredson, sembra evocare una senso di lontananza: fisica, temporale, emotiva. Lontananza che forse qui vuol dire nostalgia per un’epoca, quella della Guerra Fredda, in cui forse il lavoro di intelligence era più semplice, nel senso che era piuttosto chiaro chi era il nemico. La lontananza però qui sembra essere anche il limite del film. Se in Lasciami entrare il tono distaccato di Alfredson sembrava avvicinarsi allo sguardo di un entomologo, di qualcuno che guardava dall’esterno per analizzare al meglio caratteri e comportamenti, qui sembra essere quello di un professionista intento a realizzare al meglio un affresco d’epoca, e non sfigurare accanto ad altri classici della spy story. Ma troppi personaggi, di cui nessuno con cui sviluppare una certa empatia, una trama troppo macchinosa e veloce, rendono il film difficile da seguire, ma soprattutto da amare, anche se è indubbio che abbia un cast eccezionale e una pregevole fattura. Non a caso, il libro di Le Carré era stato adattato in una serie di sette puntate. E per una storia così complessa due ore sembrano poche….

Da vedere perché: ha un cast eccezionale e una pregevole fattura

 

16
Gen
12

Shame. Il sesso come prigione

Voto: 8 (su 10)

Shame come  vergogna. Quella della dipendenza da sesso, malattia figlia dei tempi che viviamo, bombardati come siamo oggi da input di tutti i tipi, ritmi di lavoro eccessivi, e spesso da una vita affettiva raggelata. È così per Brandon (Michael Fassbender), il protagonista del film, broker di Wall Street perduto in una New York tutta acciaio e vetro, dove tutto è lucido, tutto è solo una superficie su cui scivolare, pura apparenza. È una New York fatta di specchi, dove guardarsi con vergogna. Brandon, che sembra uscito da uno dei romanzi minimalisti sulla New York degli anni Ottanta, quelli di Brett Easton Ellis e Jay McInerney, è bello, elegante, ricco: può avere tutto, comprare tutto. Anche il sesso. I suoi comportamenti diventano sempre più compulsivi. E le cose sono destinate a complicarsi quando arriva in città la fragile sorella Sissy (una struggente Carey Mulligan), a incrinare il già fragilissimo equilibrio di Brandon. E ancora di più quando un’affascinante collega prova a imbastire con lui una relazione. A fare l’amore, invece che sesso.

Shame, opera seconda del videoartista inglese Steve McQueen, tanto raffinata quanto dolorosa, ha il pregio di non mostrare il sesso solo come depravazione, ma anche come fascino e seduzione.  Non è un film né moralista né pietista, ma drammatico e tragico. Ci attrae e poi ci fa sentire in colpa, mettendoci sullo stesso piano del protagonista. Facendoci capire che forse questa storia può riguardarci tutti. Perché riguarda la nostra società usa e getta. McQueen è bravo a trasmettere il desiderio e poi il vuoto. Lo fa sfruttando corpi eleganti e bellissimi e ambienti freddi e vuoti, a evocare animi raggelati e desolati.

Acciaio e vetro, come la New York in cui si muove, sembrano essere anche gli occhi di Michael Fassbender. A prima vista appaiono freddi, spietati, come quelli di un cacciatore. Ma il suo Brandon è un cacciatore suo malgrado. È un prigioniero, proprio come lo era in Hunger, opera prima di McQueen. Così su quegli occhi di vetro scivolano le lacrime, si legge la vergogna, il ghiaccio si scioglie e rimane la disperazione. Attore superdotato, nel senso di talento e non solo, visto che il suo nudo frontale ha fatto scalpore. Il nudo di Fassbender apre il film spiegandoci subito la sua condizione di essere indifeso di fronte al mondo. Fassbender, futura star del cinema mondiale, ha un volto da cinema d’altri tempi, da anni Quaranta o Cinquanta: la mascella quadrata, il volto perfetto, un contegno alla Cary Grant. Ma sotto quel contegno cova la passione. Ghiaccio fuori, fuoco dentro.

Da vedere perché: non è un film né moralista né pietista, ma drammatico e tragico. Ci attrae e poi ci fa sentire in colpa, mettendoci sullo stesso piano del protagonista. E Michael Fassbender è la futura star del cinema

20
Dic
11

Sherlock Holmes – Gioco d’ombre. Come destrutturare l’action movie

Voto: 6 (su 10)

Caffè, tabacco e foglie di coca. È questa la “dieta” con cui lo Sherlock Holmes di Robert Downey Jr. si nutre per restare sveglio durante i suoi esperimenti. Riferimenti al passato tossico di Downey Jr. a parte, è un mix che potrebbe definire la cifra stilistica di questo Sherlock Holmes – Gioco d’ombre, secondo episodio della fortunata franchise sul detective creato da Arthur Conan Doyle diretta da Guy Ritchie: adrenalinico, ipereccitato, eccessivo. Nelle recitazione, come nella regia. In questo secondo capitolo entra in scena l’acerrimo nemico di Holmes: il Professor Moriarty, qui trafficante d’armi che nel 1891 vuole creare una domanda alla sua offerta. Cioè far scoppiare una guerra tra Germania e Francia, per poi armarle a dovere. Per farlo organizza una serie di attentati da Parigi a Strasburgo. Holmes e il fido Watson (Jude Law) cercano di smascherarlo.

“Cosa vede?” “Tutto. È questa la mia condanna”. È quello che dice Sherlock Holmes a una cartomante, interpretata da Noomi Rapace, che avrà una parte importante nello snodo della storia. È la deduzione, bellezza. Guy Ritchie riesce a rappresentare efficacemente sullo schermo la proverbiale dote del detective londinese, come nel primo film, grazie al ralenti: ci fa vedere la stessa scena prima rallentata, con la voce off di Holmes a “leggere” ogni dettaglio dell’avversario che affronta, come se potesse pre-vedere lo scontro, e poi velocizzata, con lo scontro che avviene, secondo le mosse previste, a un ritmo sovraeccitato. È la stessa idea del primo film, qui portata avanti fino alla fine, che può stancare o meno, ma è interessante. In questo modo Ritchie destruttura l’action movie (perché di questo si tratta), lo disseziona, lo smonta e lo rimonta suo piacimento. Piaccia o no, ha uno stile.

E Ritchie lo sa, di avere uno stile, e a volte ne abusa, eccede in virtuosismi, fa vedere troppo quanto è bravo. Il risultato è che tutto scorre veloce, senza appassionare veramente, senza creare empatia con i personaggi. Perché, se l’ambizione è quella di creare un nuovo supereroe, una sorta di Batman vittoriano (Holmes e Watson come Batman e Robin), o un James Bond d’antan (le citazioni non mancano, dalla statura di villain megalomane del suo avversario alla costruzione di alcune scene), il rischio è che Downey Jr. e Law siano i nuovi Bud Spencer e Terence Hill, o i nuovi Clouseau e Cato, visto che di scazzottate e di travestimenti comunque si tratta. Sherlock Holmes, insomma è soprattutto un nome, un involucro, dentro cui Ritchie mette i caratteri del cinema che ama, e a cui aspira, citando anche il suo Snatch (la boxe, gli zingari), per quello che può essere il prequel ideale dei suoi gangster movie e del suo cinema british pulp. Operazione riuscita, ma non memorabile.

Da vedere perché: Ritchie destruttura l’action movie, lo disseziona, lo smonta e lo rimonta suo piacimento. Piaccia o no, ha uno stile

 

01
Dic
11

Il giorno in più. Fabio Volo all’americana

Voto: 6 (su 10)

Donne, è arrivato Fabio Volo. Fabio Volo, si sa, piace parecchio alle donne, per quel suo essere un po’ gattone, per il non prendersi sul serio, per la sua bellezza non aggressiva. Piace anche agli uomini, nel senso che è uno che ha successo essendo se stesso, grazie all’ironia, e non è un superman da pubblicità di intimo. Il giorno in più è forse un’occasione per capire qualcosa in più del fenomeno Volo. Già molto convincente per la sua naturalezza in alcune prove (su tutte Casomai e La febbre con D’Alatri), qui Volo per la prima volta interpreta un personaggio tratto da un suo libro, e quindi mette in scena ancora di più se stesso.

Così il protagonista della sua storia è un Peter Pan raccontato spesso dal cinema italiano: nella prima scena lo vediamo mentre viene lasciato dalla ragazza, è uno che fatica a impegnarsi, è molto preso dal lavoro, e anche dalle storie di una sera, forse un po’ codardo. Sta solo, e sta bene così. Per lui, che lavora nella finanza, quello della coppia è un investimento molto rischioso. Fino a che incontra una ragazza (Isabella Ragonese, perfetta nel ruolo di amore a prima vista) su un tram, la vede ogni mattina, senza sapere niente di lei. Quando si conoscono e, tra mille paure, sembrano piacersi, lei gli dice che deve partire per New York.

A Volo non piace la definizione di Peter Pan: dice che sono cambiati i ruoli, rispetto al tempo dei nostri genitori ci sono possibilità diverse, come è diverso il mondo del lavoro. Vedere Il giorno in più può aiutare a capire molte cose, di Volo e forse anche di noi. Nei suoi libri, e, in parte, in questo film, si può trovare una filosofia delle piccole cose, un tentativo di capire un po’ la vita, le sue dinamiche. In maniera forse ingenua, un po’ grossolana a volte. Ma è già qualcosa.

Il giorno in più (il titolo allude a quel giorno in più che dobbiamo concederci per qualcosa, come una storia d’amore, in cui può succedere qualunque cosa) diventato un film cambia leggermente rispetto al libro, e vira decisamente verso la Rom Com, la commedia romantica all’americana che abbiamo visto tante volte, da Harry ti presento Sally a quel Serendipity di cui quasi plagia il finale. Se il film scorre piacevolmente, diverte, è diretto con mano leggera da Massimo Venier (che viene dai film di Aldo, Giovanni e Giacomo), e sceglie degli ottimi comprimari (su tutti Camilla Filippi, e Pietro Ragusa, il “signor Fabio” di Si può fare), resta da chiedersi se il bicchiere sia mezzo pieno o mezzo vuoto. Se cioè sia un bene che un film italiano sia capace di fare così bene una commedia all’americana, o se sia un peccato che un prodotto nostrano segua dei codici esterofili invece di trovare una sua via. E resta anche da chiedersi se Il giorno in più, il film, sia riuscito effettivamente a raccontarci Fabio Volo come potrebbe fare un suo libro, o no.

Da vedere perché: Volo per la prima volta interpreta un personaggio tratto da un suo libro, e quindi mette in scena ancora di più se stesso

 












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