Posts Tagged ‘Twilight

12
Mag
12

Dark Shadows. Tim Burton, così fuori moda come il suo vampiro…

Voto: 7 (su 10)

Demodè, fuori tempo, fuori moda. È così che si sente Barnaba Collins (Johnny Depp), giovane trasformato in vampiro da una strega innamorata di lui e sepolto vivo (o meglio, “non morto”) alla fine del Settecento, quando ritorna libero e in superficie in pieni anni Settanta, in America: una sua parente, quando va a fare visita ai suoi eredi, lo definisce “Swinging’ London”, mente impazza la cultura hippie. Fuori tempo e fuori moda come lo è sempre stato Tim Burton, sin da quando fu licenziato dalla Disney per un corto troppo estremo per lo stile della casa di Topolino (che ora rivivrà come film in stop-motion, Frankenweenie, in arrivo in autunno). Su questo essere fuori tempo e fuori moda Burton ci ha costruito sopra una carriera, e una serie di mondi dove “gli ultimi saranno i primi”, dove vediamo la realtà dal punto di vista dei diversi fino a sentirci come loro. E anche in un filmone come questo Dark Shadows, un blockbuster con cast stellare, grande budget e grande marketing, un film d’intrattenimento puro, Burton continua a seguire il filo blu notte della sua poetica.

Non è un caso che il suo alter ego Johnny Depp, sex symbol dallo sguardo penetrante, nelle mani di Tim Burton venga spogliato del suo sex appeal e della sua natura terrena per vestirsi di uno sguardo fragile e diventi sempre qualche personaggio indifeso e lievemente folle, dal suo Edward mani di forbice, fino al Cappellaio Matto di Alice In Wonderland. E fino al Barnaba Collins di questo film, vampiro che finalmente ci libera dell’immagine geneticamente modificata dei succhiasangue creata delle saghe di Twilight e Underworld per riportarli a quelli che erano negli anni Trenta e Quaranta: unghie acuminate, occhi contornati di nero profondi come crateri, sangue che dipinge le loro labbra. Depp riesce ancora una volta a creare un’interpretazione memorabile, fatta di movimenti impercettibili e un’austerità che evoca immediatamente epoche passate. Anche qui Depp diventa una creatura lontana, quasi incorporea. E proprio in questo film è evidente cosa Burton riesca a fare agli attori. Sembra togliere loro vita per ridarla in un’altra forma: nelle sue mani ogni attore diventa icona, si stacca dal nostro mondo per diventare irreale, astratto, come una bambola di porcellana pronta a essere mossa dal burattinaio Burton. Ma anche a rompersi. E attenzione a Angie, il personaggio di Eva Green, sexy e tremendamente inquietante nei panni di una strega, che finirà per farlo letteralmente… Depp e la Green sono gli aspetti più piacevoli di un cast perfetto, con una Michelle Pfeiffer che non ha paura di invecchiare e trae fascino dalle sue rughe, Helena Bonham Carter ancora una volta diversa, nei panni di una psicanalista gonfia e alcolizzata, e Chloe Moretz, che era stata già vampira in Let Me In e qui è perfetta, non più bambina, nel ruolo di adolescente inquieta. E non solo…

Ancora una volta, Depp è Burton, e Burton è Barnaba, il suo protagonista. Orgogliosamente fuori moda: Dark Shadows, tratto da una serie tv americana a cavallo tra i Sessanta e i Settanta, vive proprio del contrasto tra Settecento e anni Settanta, tra antichità e vintage, tra gotico e pop. È da questo conflitto che nasce la comicità. Burton, che nel 1972 aveva quattordici anni, coglie l’occasione per fare una propria operazione nostalgia, una propria “ricerca del tempo perduto” recuperando tutto ciò che di curioso c’era in quegli anni, dalla mirrorball agli organi Farfisa, da Love Story a Elton John, da Sapientino alla Lava Lamp, da Barry White a Scooby Doo. In quello che è un esercizio di stile, un divertissement volutamente superficiale (ma meno di quello che sembra), Burton approfitta anche per citare se stesso e fare una summa di tutto il suo cinema fino a oggi, da Ed Wood a Big Fish fino allo straniamento davanti alla tv de La fabbrica di cioccolato. Mancano la poesia e la commozione dei suoi capolavori, ma di questi tempi il suo tocco funziona anche in un prodotto apparentemente meno d’Autore. È come se qui facesse il punto della sua carriera, per chiudere un capitolo e cominciarla da un’altra parte. Perché, quello che è certo, che da Autore demodè oggi Burton sia diventato un regista di gran moda.

Da vedere perché: Esercizio di stile finissimo con cast in stato di grazia, Dark Shadows è una summa del cinema burtoniano. Più divertente che commovente, stavolta. Ma, per fortuna, riporta i vampiri a quello che erano un tempo…

21
Nov
11

The Twilight Saga: Breaking Dawn. L’adolescenza, che horror…

Voto: 6 (su 10)

È arrivato finalmente sugli schermi Breaking Dawn – Parte I, la prima parte dell’episodio che concluderà l’amatissima saga di Twilight. Chi ha letto il libro sa già cosa succede: Edward (Robert Pattinson) e Bella (Kristen Stewart) si sposano, vanno in luna di miele, e Bella resta incinta. I due tornano in gran segreto dalla famiglia di lui. Le cose infatti non si mettono bene: Bella porta in grembo una creatura particolare, metà umana e metà vampiro, una creatura molto forte che crescendo rischia di uccidere Bella, che è ancora umana.

Breaking Dawn conferma quello che è uno dei fattori fondamentali del successo della saga di Twilight: l’identificazione. La storia pensata da Stephanie Meyer è narrata da un punto di vista femminile e mette in scena tutte quelle che sono le problematiche e i momenti chiave di un’adolescente prima e di una giovane donna, poi: il sentirsi incompresi, diversi da tutti, l’amore contrastato,  i primi turbamenti sentimentali e sessuali. E ora, in Breaking Dawn, c’è la crescita, l’impegno, il diventare adulti tutto in un colpo. E la gravidanza. È per questo che molte ragazze si sono identificate in Bella e nella saga di Twilight, è per questo che la saga ha successo, indipendentemente dai modi in cui è raccontata.

Sì, perché Twilight non è un horror, o almeno non lo è in senso classico. È essenzialmente un mélo adolescenziale, un romanzo di formazione. La cornice horror serve più che altro ad astrarre i personaggi, i sentimenti e le situazioni dalla realtà e in questo modo a isolarli e renderli più forti, evidenti, assoluti. Vampiri e licantropi sono importanti non tanto per essere tali, quanto per il fatto di essere dei diversi, dei personaggi appartenenti a schieramenti e quindi dai rapporti contrastati. Vampiri e licantropi, a differenza che in un horror, qui non creano tanto spavento e pericolo di per sé, quanto per i sentimenti che muovono. Il triangolo tra Edward, Bella e Jacob (Taylor Lautner) funzionerebbe anche se fossero tre ragazzi qualunque, ma in questo modo è enfatizzato.

Proprio pur non essendo un horror vero e proprio, in questo ultimo capitolo la saga svolta verso questo genere. Più che horror però si tratta di orrore: ancora una volta non sono vampiri o licantropi a creare paura – anche se questi ultimi decidono di attaccare la fazione rivale – ma la paura deriva dalla gravidanza di Bella, dall’essere che è dentro di lei e rischia di ucciderla. È la prima volta, nella saga, che il pericolo non arriva dall’esterno, ma è dentro la protagonista. E proprio per questo è più difficile da combattere. E per questo in Breaking Dawn tutto è più ambiguo, più sfumato, ed è più sottile il confine tra buoni e cattivi, e tra Bene e Male. E, rispetto agli altri film della saga, qui c’è più recitazione e meno azione, ci sono più primi piani. Kristen Stewart e Robert Pattinson insieme sono convincenti.

Breaking Dawn – Parte I potrebbe essere considerato allo stesso tempo il migliore e il peggior episodio della saga. È il migliore per i temi trattati, più adulti, più intensi, per una trama che finalmente vede delle svolte diverse dagli schemi narrativi degli altri film. È forse il peggiore per la continua ricerca del tono giusto per raccontare la storia, per le sue cadute di gusto, per il suo dividersi tra dramma sentimentale patinato e comicità (involontaria?). Breaking Dawn – Parte I non riesce ancora ad affrancarsi da quel suo taglio televisivo che ha caratterizzato fin dall’inizio la saga, più vicina a un teen movie che a un film horror. Fa un gran effetto la scena finale. Se vi chiedete dove l’avete già vista, è in Avatar

Da vedere perché: se avete visto i primi tre, non potete perderlo. Comunque vada, sarà un successo…

 

12
Ott
11

Blood Story. Horror? L’orrore dell’adolescenza

Voto: 6,5 (su 10)

È gelido, innevato, desolato l’ambiente dove si svolge Blood Story, in originale Let Me In, remake hollywoodiano di Lasciami entrare, finalmente uscito in Italia con questo nuovo titolo. Si tratta di un’operazione piuttosto attesa: un film molto particolare, un horror raggelato e raggelante arrivato dalla Svezia, e molto diverso dai prodotti in giro oggi, è stato rifatto dal regista di Cloverfield, che, raccontandoci una storia in soggettiva tramite l’occhio di un’handycam, ci aveva spaventato non poco. La storia è nota: un bambino di dodici anni, dai genitori perennemente assenti (il padre non c’è e la madre non si vede mai in viso), è vittima di episodi di bullismo a scuola, è solo ed insicuro. Un giorno arriva nel suo condominio una ragazzina della stessa età, accompagnata da un uomo più anziano, che potrebbe essere suo padre. Mentre i due ragazzini legano, l’uomo si rende protagonista di efferati delitti.

Dalla Svezia siamo passati a Los Alamos, New Mexico, Stati Uniti d’America. Matt Reeves rilegge bene l’opera originale, lasciando intatta la storia e l’atmosfera desolata e raggelata. Non ha senso vedere questa cosa come un difetto, perché Blood Story è destinato a un pubblico, quello americano, che non ha visto il film originale (gli yankee, si sa, non amano vedere film non nella loro lingua e sottotitolati) e assisterà alla storia per la prima volta nella versione di Reeves. A cambiare, come ci si poteva attendere, sono i momenti delle aggressioni, notevolmente più horror che nell’originale. La piccola protagonista si muove ha gli occhi malati e i movimenti velocissimi di un ragno indemoniato, a metà tra L’esorcista e i mostriciattoli di Cloverfield.

Se Reeves spinge sul pedale del sangue molto di più rispetto all’originale, riesce a trovare un suo stile personale, diverso sia da Lasciami entrare che dal suo Cloverfield. Il suo filmare con la macchina da presa addosso a corpi, volti e oggetti, dove l’originale prediligeva di più i campi lunghi e il fuoricampo è anche l’antitesi alla visione di Cloverfield, dove le immagini corrispondevano all’occhio umano e questo alla telecamera dei personaggi, e quindi spesso vedevamo con loro le immagini da lontano. Sembra invece un omaggio a Cloverfield la soggettiva all’interno della macchina nella scena dell’incidente, con una macchina da presa fissa che si capovolge insieme all’automobile.

Reeves ha accentuato, ma senza gli eccessi che ci si aspetterebbe da un film americano, il lato horror di un film che in fondo è horror fino a un certo punto. La cornice è quella, visto che si parla di vampiri e di efferati delitti. Ma sarebbe più corretto parlare di orrore, dell’orrore dell’adolescenza, di un’età in cui si è in trasformazione e capire la propria identità è sempre complicato. In fondo Blood Story è un romanzo di formazione, una storia d’amore e di amicizia.  Un po’ come Twilight, ma con una profondità e una delicatezza completamente diverse. Sì, perché qui l’horror è una metafora per raccontare due giovinezze abbandonate, due solitudini che non possono che avvicinarsi, le storie di due bambini emarginati e soli che non possono che aiutarsi.

Siamo nell’America del 1983, e in scena, attraverso le tv, vediamo spesso Ronald Reagan. Un personaggio che arriva dai ricordi del Reeves adolescente, ma che qui rappresenta anche l’impossibilità di distinguere il bene dal male. Cosa capiterebbe a un ragazzo se sentisse parlare un presidente di bene e male in maniera semplicistica come fa Reagan? Al centro di Blood Story c’è anche questo. Dei personaggi che compiono azioni cattive, ma a cui non possiamo che volere bene, perché quella è l’unica cosa che possono fare. Il loro destino è segnato, e per loro è anche l’unico possibile.

Da vedere perché: è un ottimo horror. Ma sarebbe più corretto parlare di orrore, quello dell’adolescenza

16
Mar
11

Dylan Dog. Il fumetto cult diventa un film. Però…

Voto: 4,5 (su 10)

Facciamo subito un po’ d’ordine. Un film su Dylan Dog non c’era ancora mai stato. Dylan Dog, di Kevin Munroe, in uscita in Italia in anteprima mondiale il 16 marzo, è la prima volta dell’investigatore dell’incubo creato da Tiziano Sclavi sul grande schermo. C’era stato un altro film, nel 1994, DellaMorte DellAmore, che era stato tratto da un romanzo di Sclavi, con protagonista un becchino, su cui era stato modellato il personaggio di Dylan Dog. In quel film, diretto da Michele Soavi, il protagonista era Rupert Everett, l’attore a cui Dylan Dog è dichiaratamente ispirato. E con cui ogni attore chiamato a interpretarlo deve necessariamente fare i conti. Così ora che arriva il primo Dylan Dog ufficiale sul grande schermo (non approvato da Sclavi e dall’editore Bonelli), il confronto è sì con il fumetto, ma anche con il film di Soavi.

Qui la produzione è americana, e gli americani non conoscono Dylan Dog. Allora perché non aggiornarlo agli standard americani? È questo che avranno pensato Munroe e i suoi autori, ma per il pubblico italiano è un altro discorso. Cominciamo col dire che accanto a Dylan Dog non c’è il fidato e iconico assistente Groucho. C’era tutta una serie di problemi di diritti d’autore, visto che l’aiutante di Dylan è la copia di Groucho Marx. Però… Non c’è la famosa automobile di Dylan. O meglio, è un po’ cambiata: carrozzeria nera con interni bianchi invece che bianca con interni neri. E qui c’era il rischio, secondo il regista, che ricordasse Herbie il maggiolino tutto matto. Vabbè, a parte che sarebbe venuto in mente solo a lui. Però… Da Londra l’azione è trasferita a New Orleans: città diabolica e misteriosa, certo. Però…  L’attore protagonista è Brandon Routh, già Superman in Superman Returns di Bryan Singer. Però… non è Rupert Everett, e lo vediamo in camicetta gialla, anche se solo per le prime scene. Se riuscite a superare tutti questi però, potreste anche vedervi Dylan Dog in pace. Però… è chiaro che non si tratta di un film da grandi fan di Dylan Dog.

Si tratta, lo dicevamo di un film per americani. La ricetta la dice lo stesso regista: due parti di Underworld, una parte di Zombieland, e una spruzzatina di Chinatown. Il regista pensa anche a Ghostbusters e Indiana Jones come commistione di generi, horror, thriller, action, commedia. Magari. Dylan Dog strizza sì l’occhio all’horror per adolescenti americano, ma i modelli sono più quelli televisivi, come Buffy, Angel e Streghe, Twilight se vogliamo avvicinarsi al cinema. Combattimenti, trasformazioni, salti. Munroe ha a disposizione l’immaginario enorme del cinema horror, dai licantropi ai morti viventi, ma li usa in maniera grossolana o usando i registri della farsa, in particolare per tutta la vicenda legata agli zombie. Se i morti viventi di Romero lo trovassero in giro, credo che farebbe una brutta fine.

Il confronto con DellaMorte DellAmore, allora, ci sta eccome. E Michele Soavi, non certo un regista dal tocco raffinato, aveva dimostrato con il suo film, per quanto ingenuo, di cogliere meglio le atmosfere di Tiziano Sclavi. Stile televisivo, registri narrativi mal integrati, attori scadenti: pur macabro, Dylan Dog non è un horror, perché non fa paura. Pur con la voce narrante, non è un noir, perché i personaggi non hanno la dolente profondità. Brandon Routh, poi, è un attore belloccio ma poco espressivo, e dopo aver demolito Superman, ora lo fa con un altro mito a strisce, Dylan Dog. Il film è un prodotto da multiplex da venerdì sera, under 20, ma sarebbe più adatto ad un’uscita straight to video. Abbiamo nostalgia di Soavi, ed è tutto dire.

Da non vedere perché: non si tratta di un film da grandi fan di Dylan Dog, troppe libertà rispetto al fumetto originale. È un action movie che ammicca all’horror per teenager americani, alla Underworld, ma è girato come una puntata di Buffy l’ammazzavampiri

 

17
Giu
10

The Twilight Saga. Ecco i primi 15 minuti di Eclipse

“Devo ancora decidere. Ho paura di cosa dirà la gente”. “Tra qualche decennio tutti quelli che conosci saranno morti”. Bella Swan ed Edward Cullen, alias Kristen Stewart e Robert Pattinson, sono distesi uno accanto all’altra sul letto. E parlano della scelta di lei. La scelta più importante della sua vita: diventare o meno un vampiro, diventare come l’uomo che ama. E sposarlo. È la prima scena di Eclipse, terzo episodio della amatissima Twilight Saga, che arriva dopo Twilight e New Moon. Quindici minuti del film, suddivisi in alcune brevi scene e ad alcune interviste dietro le quinte, sono stati svelati oggi a  Roma, al cinema Adriano. In attesa dell’incontro di oggi pomeriggio con i fan di Kristen Stewart e Taylor Lautner, all’Auditorium della Conciliazione.

“Conosco le conseguenze della scelta che stai per fare. Ci sono già passato. Tu credi che io abbia un’anima, ma non ce l’ho”. È ancora Edward Cullen a parlare, aria tormentata e look alla James Dean, a cui Robert Pattinson sembra ispirarsi. È proprio lui a mancare a Roma. Ma sono presenti Kristen Stewart e Taylor Lautner, alias Bella e il licantropo Jacob. Cioè due dei tre lati del triangolo amoroso che in questo episodio tocca il suo culmine. È proprio il triangolo, legato alla grande scelta di Bella, il primo fulcro narrativo del film. E nelle scene di Eclipse che abbiamo visto oggi è presente, eccome. Vediamo Edward e Jacob che litigano alla presenza di Bella, davanti alla casa di lei, con Jacob che ammette di averla baciata. I tre si ritrovano davanti alla scuola. Jacob dice a Bella, proprio davanti a Edward, che è lei che Victoria (la vampira rossa) vuole uccidere. E  Bella capisce che Edward le ha nascosto qualcosa. Così, arrabbiata, se ne va in moto con Jacob, che non nasconde la sua soddisfazione con un sorriso malizioso.

Amore e morte, Eros e Thanatos. Questo è Eclipse. Accanto all’amore, l’altro filo narrativo è quello della morte, della guerra. Bella è in pericolo: Victoria, come dicevamo, sta arrivando per uccidere Edward, ma soprattutto per uccidere lei. A proposito, dalle scene viste oggi, balza agli occhi una piacevole novità: a interpretare Victoria c’è una nuova attrice, Bryce Dallas Howard, figlia di Ron Howard e già apprezzata protagonista di The Village, Lady In The Water e Manderlay. Un’attrice di serie A che promette di dare alla saga un tocco di qualità in più. Ma Victoria non è l’unico problema di Bella ed Edward: un vero esercito di vampiri cattivi (li chiamano i “NeoNati”, nel senso che sono appena diventati vampiri), sta per dare vita a una vera e propria battaglia contro i vampiri buoni, i Cullen e il loro clan. La sorpresa è che i Licantropi, notoriamente avversi ai vampiri, si uniranno ai Cullen per sconfiggere i NeoNati e per salvare Bella. Sullo sfondo anche gli inquietanti Volturi, capitanati da Dakota Fanning. Più azione e più violenza, e narrazione che raggiunge un climax (prima del finale, Breaking Dawn, che sarà diviso in due capitoli): questa sembra essere la ricetta di Eclipse, che potrebbe essere l’episodio migliore della serie. Per dare un tocco più dark al tutto, è stato chiamato un nuovo regista: David Slade, il regista di 30 giorni di buio. Siamo in presenza di una (leggera, certo), svolta horror?

 

23
Nov
09

New Moon. Robert Pattinson e Kristen Stewart: cronaca di un successo annunciato. O cronaca di un amore?

È uno di quei successi annunciati, New Moon, uno di quei film da record di incassi prima ancora che siano usciti. È così ogni volta che intorno a un’opera si crea un alone che lo rende qualcosa di più di un semplice film. Così è il caso di soffermarsi sulle ragioni di un successo annunciato.

La prima è quella che in termini commerciali si definirebbe “fidelizzazione”. Tra la saga di Twilight e il suo pubblico si è creato un legame solido e inscindibile che nasce già dai libri. Come Harry Potter,  quella di Twilight è una saga, una serie di libri, che racconta una storia che non si esaurisce, ma prosegue attraverso i vari volumi. I lettori così si sposteranno da un libro all’altro, in modo che ogni libro verrà letto probabilmente più di quello precedente. Come per la saga del maghetto, i libri di Stephanie Meyer creano un mondo, che i lettori vogliono continuare a vivere andando al cinema, per vedere come prenderà forma sullo schermo quello che fino a quel momento era vissuto nella propria immaginazione. Così probabilmente i lettori del libro saranno i più appassionati spettatori del film. E a loro se ne aggiungeranno altri. Rispetto ai titoli della saga di Harry Potter, quella di Twilight potrebbe essere svantaggiata dal fatto che i libri non hanno un nome come comune denominatore (i titoli non iniziano ad esempio con Harry Potter e), ma dei titoli diversi. Twilight, New Moon, Eclipse, Breaking Dawn (e ne arriverà prima o poi un quinto). Così al cinema i titoli sono stati raccolti sotto il nome The Twilight Saga.

Ma perché una saga abbia successo devono esserci dei contenuti. In questo senso la chiave vincente è stata travestire da horror quello che in fondo è un perfetto romanzo sentimentale. Non a caso in New Moon assistiamo a una serie di battute sul cinema, con Bella che dice di detestare i film romantici, e vorrebbe andare a vedere film d’azione, quasi che il regista volesse prendersi un po’ in giro. Perché New Moon, come Twilight, di horror ha ben poco. Non punta certo a spaventare: pensiamo che uno degli stilemi più spaventosi e spettacolari dei film di licantropi, le transizioni da uomo a uomo-lupo, qui avvengono all’istante, e il “mostro” altri non è che un lupo più grande. Invece il modello della storia di New Moon è uno degli archetipi delle sofferenza amorose, quel Giulietta e Romeo scritto qualche secolo fa da uno dei migliori “sceneggiatori” di tutti i tempi, Sir William Shakespeare, e citato in una delle prime scene del film. Anche qui ci sono due amanti divisi, non dal fatto di appartenere a due famiglie rivali, ma a due “razze” diverse, umani e vampiri (in questo il racconto potrebbe diventare una metafora della difficoltà delle coppie miste di oggi, ma non sembra mai andare in quella direzione). E il finale, in cui Edward, come Romeo, cerca la morte perché crede che la sua Bella, come Giulietta, sia morta, richiama proprio la trama di Shakespeare.

Ispirazioni celebri a parte, la saga di Twilight piace perché spinge all’identificazione. È narrata da un punto di vista prettamente femminile, quello di Bella, e riesce a cogliere molti degli aspetti tipici dell’adolescenza: il non sentirsi capiti, il non avere amici, la tentazione e il rischio di prendere una cattiva strada e di perdersi, il sentirsi diversi da chi ci sta intorno, unici, e il bisogno di ribadire, anche con rabbia, la propria unicità e la propria personalità. Bella, in New Moon, è diversa da tutti. Tra i vampiri della famiglia Cullen è l’unica umana, accettata ma mai fino in fondo, in costante pericolo. Ma è diversa anche tra i suoi simili, avendo varcato ormai una soglia dalla quale non può tornare indietro. E poi in New Moon, dopo l’innamoramento di Twilight, c’è la scoperta del sesso, del corpo, e di quel confine sottile tra amicizia a amore, come si vede nell’avvicinamento di Bella a Jacob. Per questo i film della saga Twilight sono dei film rivolti soprattutto a un pubblico giovane e femminile (e sono piuttosto odiati da quello maschile, vedi la guerra dei sessi scoppiata in rete). Lo dimostra la grande attenzione per pettorali e bicipiti che c’è in New Moon. In questo senso la cornice horror data alla storia (perché di cornice, e niente di più, si tratta) serve ad astrarre sentimenti e situazioni dell’adolescenza dalla realtà, a isolarli e renderli così più evidenti, assoluti. Le storie di Stephanie Meyer riescono, in parte, in quello in cui non riesce Moccia.

Cosa resta dunque dell’horror nella saga di Twilight? Non molto, diciamo una serie di suggestioni che servono a creare un’atmosfera intorno a una storia d’amore e di crescita. Stephanie Meyer prende una serie di figure archetipiche del cinema horror, il vampiro e il licantropo, e le svuota, interessandosi ai sentimenti e ai rapporti tra i personaggi, più che alle peculiarità dei tipi in questione. Succede il contrario di quello che capita spesso al cinema horror, dove le figure mostruose sono il cuore del film, e sono di volta in volta inserite in cornici storiche, sociali o culturali diverse, per tornare comunque prepotentemente al centro. Qui i personaggi sono il centro della storia, e sono essenzialmente caratteri con problemi e reazioni umane: il loro essere mostri è solo un contesto, un contorno, un colore. Ma al centro ci sono sempre le caratteristiche umane del personaggio. Così i vampiri non hanno il problema di non potere vedere la luce, o di uccidere gli umani a tutti i costi. E i licantropi non si trasformano con la luna piena, ma in seguito a emozioni rabbiose. Entrambi non diventano tali perché “non morti”, o morsi da altre creature, ma fanno parte di famiglie in cui tutti sono così. Quanto ai vampiri, assistiamo a una “normalizzazione” estrema della figura del vampiro. I Cullen sono persone normalissime, lontanissime dalla figura agghiacciante del Nosferatu di Murnau o di Herzog, ma anche dal Dracula di Bram Stoker di Coppola, e dai vampiri affascinanti ed eleganti anni Ottanta di Myriam si sveglia a mezzanotte, o dei dandy d’altri tempi di Intervista col vampiro, tratta dai libri di Anne Rice, e portata sullo schermo da Neil Jordan. Per andare incontro al suo pubblico, la saga di Twilight si avvicina a certi prodotti televisivi ai cui codici espressivi è abituato, cioè a serie che hanno sdoganato l’horror come prodotto per tutti, cioè Buffy, Angel e il recente True Blood.

La saga di Twilight è un perfetto esempio di film a target. Il che è interessante anche dal punto di vista commerciale, visto che permette di investire su un pubblico ben preciso. Ne è un esempio l’accattivante colonna sonora assemblando pezzi di gruppi rock, tra l’indie, l’emo e il dark, perfetti per accattivarsi il pubblico giovanile e costruire un’atmosfera oscura attorno al film. Ma, si sa, il rock è universale, e il risultato in questo caso è apprezzabile anche dai non giovanissimi. Tra canzoni dei Death Cab For Cutie, Killers e i nipotini dei Joy Division, The Editors, le cose più interessanti vengono da Thom Yorke, che, senza i suoi Radiohead, canta la sua Hearing Damage su un tappeto elettronico e cupo, che fa risaltare la sua inconfondibile voce, e dai Muse, con I Belong To You, che ripropongono il loro tipico sound con un tocco leggermente retro, vicino alle atmosfere di Feeling Good, la loro cover del pezzo reso famoso da Nina Simone.  

Prendete tutte queste premesse e metteteci quella enorme arma in più che ha il cinema: quella di creare icone e fissarle nell’immaginario in maniera indelebile. Certo, è presto, e probabilmente ingeneroso di parlare di icona, viste le vere icone che ha creato il cinema, per Edward Cullen. Ma rispetto all’aura di culto creata tra le adolescenti dai libri della Meyer, il grande schermo ha aggiunto il volto e il corpo di Robert Pattinson, diventato un vero idolo delle ragazze di tutto il mondo. La saga di Twilight lo mette in scena con un’aria alla James Dean, dimostrando di non volersi togliere nulla in fatto di esempi di ribellione giovanile. Il suo aspetto fisico, unito all’aura romantica del suo personaggio, ha fatto centro nel cuore di molte ragazze. L’attore londinese ha scatenato una mania che, restando nel mondo del cinema, non si vedeva dai tempi del primo Leonardo Di Caprio. In rete e nei negozi si trova qualunque cosa con il volto o il nome di Robert Pattinson, o del suo personaggio, Edward Cullen: magliette, tazzine, ombrelli, cappelli, borse, tende per la doccia e persino le mutande vanno a ruba. Robsessed (cioè obsessed by Rob, ossessionate da Rob) è il titolo di un documentario sull’attore (il dvd si trova in vendita su Amazon). La mania è totale. E come se non bastasse, Pattinson è anche un cantante rock, e tra qualche anno vorrebbe incidere un disco. Chissà come prenderanno le sue ammiratrici la notizia della sua love story. Chi poteva conquistare il cuore del bel Pattinson? Ma ovviamente la sua Bella, l’attrice Kristen Stewart. Dal set l’amore si sarebbe trasferito nella realtà, Edward e Bella si sarebbero impadroniti di Pattinson e la Stewart, facendo innamorare i due. Negli ultimi due mesi i due sono stati spesso fotografati insieme, e i giornali inglesi e americani stanno cavalcando la notizia. Che, diversamente dal solito, non sembra la solita trovata pubblicitaria. Speriamo che il loro amore sia meno tormentato di quello dei due personaggi. E che magari questo riesca a portare nei prossimi film un po’ più di chimica, di passione, di pathos. Cioè un tocco in più di realtà.

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

 












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