Posts Tagged ‘film

28
Set
12

Elles. Denuncia o voyeurismo?

Voto: 5 (su 10)

In Francia ogni anno 40.000 studenti si prostituiscono per pagarsi gli studi. È da questo assunto sconvolgente che inizia Elles, il film di Malgoska Szumowska presentato allo scorso Festival di Berlino e ora in uscita nelle nostre sale. Anne, giornalista di un periodico femminile, sta lavorando ad un’inchiesta che parla appunto della prostituzione tra le giovani studentesse. Incontra così Alicja e Charlotte, due ragazze giovanissime che si prostituiscono. L’incontro con queste due ragazze turba parecchio la vita di Anne. La seguiamo durante una giornata normale, con l’articolo da consegnare, i figli da gestire, e una cena da preparare per il marito e i suoi colleghi. Mentre affronta questa routine, Anne ricorda l’incontro con le due ragazze, che riviviamo in flashback, e le immagina con i propri clienti, per quello che è un flashback nel flashback.

Elles è così un gioco di scatole cinesi, un film con dentro un altro e un altro ancora. Ed è costruito volutamente per giocare sul contrasto tra la banalità della routine quotidiana e familiare di Anne, un mondo consolidato, scontato e sicuro, e il mondo più avventuroso, pericoloso, imprevedibile delle due ragazze. Quello che colpisce, e sconvolge, Anne, è la loro vitalità, in contrasto con il suo ménage matrimoniale, ormai spento. Quello che colpisce lo spettatore, alle prime scene del film, è l’apparente naturalezza con cui queste giovanissime si prostituiscono. “Non è una cosa facile, ma non impegna troppo tempo” sentiamo dire ad una di loro.

Ma che cos’è Elles? Un film di denuncia o una pellicola voyeuristica? Parte come un film di denuncia, che non vuole essere moralistico, un film senza pregiudizi e che vuole vedere la questione dalla parte delle donne. Ma, dopo una mezz’ora, il tono cambia e tutto continua a diventare molto esplicito: non ascoltiamo solo le storie delle ragazze, ma cominciamo a vederle senza troppi pudori. La sensazione allora è che Elles rimanga sospeso tra queste due anime, quella che vuole denunciare il problema e quella che ammicca un po’ troppo allo spettatore. Così come Anne, la protagonista, subisce il fascino proibito delle sue intervistate, anche il film sembra subire la fascinazione della materia, e lasciarsi andare un po’ troppo. L’altro problema del film è che in fondo non ha una storia, una vera progressione narrativa. È composto da una serie di quadri, uniti dal passepartout delle azioni quotidiane di Anne, per una serie di scene che finiscono per essere ripetitive. Ma il vero problema di fondo è che Elles non approfondisce veramente come dovrebbe.

Resta la prestazione maiuscola di Juliette Binoche nella parte di Anne: convinta e convincente. E davvero intensa. Il suo personaggio è centrato e meriterebbe un contorno migliore, a partire dalla sceneggiatura. Lungi da noi aspettarci un film moralista, né tantomeno casto. Ma la sensazione è che il film, raccontando le dichiarazioni disincantate delle ragazze, e la fascinazione della protagonista per le loro vite, tenda, se non proprio a giustificarle e a mostrarle in una luce positiva, a rendere meno grave di quello che è il problema.

Da non vedere perché: rimane sospeso tra due anime, quella che vuole denunciare il problema e quella che ammicca un po’ troppo allo spettatore

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06
Set
12

The Bourne Legacy. Più che Matt Damon ci manca Paul Greengrass

Voto: 6 (su 10)

La curiosità, nell’avvicinarsi a questo nuovo film della saga di Bourne, è quello di capire come continua la storia senza il personaggio principale. Non c’è più Matt Damon, e non c’è più neanche il suo personaggio, Jason Bourne, quello che dava il nome alla saga. L’idea che permette alla storia di ripartire è quella che nel progetto Treadstone non ci fosse un solo Bourne. E infatti Aaron Cross (Jeremy Renner), il numero 5, è un altro tassello del mosaico che va fuori posto, che si ribella ai suoi capi, che vuole giustizia.

Insomma, quella di The Bourne Legacy è tutta  un’altra storia. Ma l’idea è quella di proseguire nella franchise, nel marchio, nel brand, come si direbbe nel marketing. E Bourne è ormai un marchio riconosciuto che può vivere anche senza il suo protagonista. Jason Bourne non c’è. Al suo posto c’è un altro agente, con una storia simile alla sua. Bourne così diventa un paradigma, una condizione esistenziale, quasi pirandelliana. E il marchio Bourne equivale a un nuovo modo, ormai consolidato e riconoscibile, di fare una spy-story, lontana dal mondo più fascinoso, iperbolico e pop dei Bond e delle Mission: Impossible: i film di Bourne sono più realistici, minimalisti, cupi.

In realtà quello che manca al film non è né Bourne né Damon: Jeremy Renner e il suo Aaron Cross se la cavano benissimo, e Renner è anche somaticamente simile a Damon, e forse è stato scelto proprio per questo. Quello che manca al film è la regia nervosa, cinetica, frenetica di Paul Greengrass, quella macchina da presa sempre nell’occhio del ciclone che è il suo marchio di fabbrica sin da Bloody Sunday e che ha caratterizzato nettamente il secondo e il terzo film della serie, ridefinendo i canoni dell’action movie. Gilroy invece punta più sul complotto, sulle trame delle stanze segrete della CIA. I suoi, da sempre, sono film di trama e di recitazione, giochi a incastro sapienti, ma anche noiosi.

Per questo The Bourne Legacy decolla tardi, e forse mai del tutto. Anche se si permette un grande cast (Rachel Weisz, nei panni di una scienziata, è vibrante e intensa, mentre Edward Norton, nei panni del cattivo, è forse un po’ sprecato e lasciato sullo sfondo). Ed è un film che vive di sequenze straordinarie, come lo scontro tra Cross e un lupo. Forse proprio questa scena è quella più simbolica della condizione degli agenti come Bourne e Cross: lupi solitari, cani sciolti e randagi, abbandonati a se stessi e condannati a vivere allo stato brado. The Bourne Legacy invece è un film simbolico di quella che è l’Hollywood di oggi: tutto ricomincia, tutto si rifà, tutto viene riprodotto all’infinito come nelle serigrafie di Andy Warhol. È pop art cinema. O povertà di idee?

Da vedere perché: la saga di Bourne riparte con un nuovo protagonista, Jeremy Renner, che non fa rimpiangere Matt Damon. Ma il nuovo regista, Tony Gilroy, non ha il tocco magico di Paul Greengrass

12
Mag
12

Dark Shadows. Tim Burton, così fuori moda come il suo vampiro…

Voto: 7 (su 10)

Demodè, fuori tempo, fuori moda. È così che si sente Barnaba Collins (Johnny Depp), giovane trasformato in vampiro da una strega innamorata di lui e sepolto vivo (o meglio, “non morto”) alla fine del Settecento, quando ritorna libero e in superficie in pieni anni Settanta, in America: una sua parente, quando va a fare visita ai suoi eredi, lo definisce “Swinging’ London”, mente impazza la cultura hippie. Fuori tempo e fuori moda come lo è sempre stato Tim Burton, sin da quando fu licenziato dalla Disney per un corto troppo estremo per lo stile della casa di Topolino (che ora rivivrà come film in stop-motion, Frankenweenie, in arrivo in autunno). Su questo essere fuori tempo e fuori moda Burton ci ha costruito sopra una carriera, e una serie di mondi dove “gli ultimi saranno i primi”, dove vediamo la realtà dal punto di vista dei diversi fino a sentirci come loro. E anche in un filmone come questo Dark Shadows, un blockbuster con cast stellare, grande budget e grande marketing, un film d’intrattenimento puro, Burton continua a seguire il filo blu notte della sua poetica.

Non è un caso che il suo alter ego Johnny Depp, sex symbol dallo sguardo penetrante, nelle mani di Tim Burton venga spogliato del suo sex appeal e della sua natura terrena per vestirsi di uno sguardo fragile e diventi sempre qualche personaggio indifeso e lievemente folle, dal suo Edward mani di forbice, fino al Cappellaio Matto di Alice In Wonderland. E fino al Barnaba Collins di questo film, vampiro che finalmente ci libera dell’immagine geneticamente modificata dei succhiasangue creata delle saghe di Twilight e Underworld per riportarli a quelli che erano negli anni Trenta e Quaranta: unghie acuminate, occhi contornati di nero profondi come crateri, sangue che dipinge le loro labbra. Depp riesce ancora una volta a creare un’interpretazione memorabile, fatta di movimenti impercettibili e un’austerità che evoca immediatamente epoche passate. Anche qui Depp diventa una creatura lontana, quasi incorporea. E proprio in questo film è evidente cosa Burton riesca a fare agli attori. Sembra togliere loro vita per ridarla in un’altra forma: nelle sue mani ogni attore diventa icona, si stacca dal nostro mondo per diventare irreale, astratto, come una bambola di porcellana pronta a essere mossa dal burattinaio Burton. Ma anche a rompersi. E attenzione a Angie, il personaggio di Eva Green, sexy e tremendamente inquietante nei panni di una strega, che finirà per farlo letteralmente… Depp e la Green sono gli aspetti più piacevoli di un cast perfetto, con una Michelle Pfeiffer che non ha paura di invecchiare e trae fascino dalle sue rughe, Helena Bonham Carter ancora una volta diversa, nei panni di una psicanalista gonfia e alcolizzata, e Chloe Moretz, che era stata già vampira in Let Me In e qui è perfetta, non più bambina, nel ruolo di adolescente inquieta. E non solo…

Ancora una volta, Depp è Burton, e Burton è Barnaba, il suo protagonista. Orgogliosamente fuori moda: Dark Shadows, tratto da una serie tv americana a cavallo tra i Sessanta e i Settanta, vive proprio del contrasto tra Settecento e anni Settanta, tra antichità e vintage, tra gotico e pop. È da questo conflitto che nasce la comicità. Burton, che nel 1972 aveva quattordici anni, coglie l’occasione per fare una propria operazione nostalgia, una propria “ricerca del tempo perduto” recuperando tutto ciò che di curioso c’era in quegli anni, dalla mirrorball agli organi Farfisa, da Love Story a Elton John, da Sapientino alla Lava Lamp, da Barry White a Scooby Doo. In quello che è un esercizio di stile, un divertissement volutamente superficiale (ma meno di quello che sembra), Burton approfitta anche per citare se stesso e fare una summa di tutto il suo cinema fino a oggi, da Ed Wood a Big Fish fino allo straniamento davanti alla tv de La fabbrica di cioccolato. Mancano la poesia e la commozione dei suoi capolavori, ma di questi tempi il suo tocco funziona anche in un prodotto apparentemente meno d’Autore. È come se qui facesse il punto della sua carriera, per chiudere un capitolo e cominciarla da un’altra parte. Perché, quello che è certo, che da Autore demodè oggi Burton sia diventato un regista di gran moda.

Da vedere perché: Esercizio di stile finissimo con cast in stato di grazia, Dark Shadows è una summa del cinema burtoniano. Più divertente che commovente, stavolta. Ma, per fortuna, riporta i vampiri a quello che erano un tempo…

12
Mag
12

Chronicle. Da grandi poteri derivano grandi responsabilità?

Voto: 7 (su 10)

Da grandi poteri derivano grandi responsabilità, ci insegna l’universo dei fumetti Marvel. Ma è vero così con chiunque sia dotato di poteri fuori dal normale, o è una cosa che avviene solo nell’universo Marvel? In poche parole: cosa accade se chi viene in possesso di superpoteri non ha la tempra morale per gestirli per il bene comune, e li usa per i propri fini personali? La novità di Chronicle, il film di Josh Trank (sceneggiata da Max Landis, figlio del grande John) è proprio questa. E così accade che tre ragazzi, Andrew, Matt e Steve, entrino in contatto con un meteorite, e arrivino così a possedere dei poteri fuori dal comune, dallo spostare gli oggetti fino al volare. Se due di loro sembrano gestirli in maniera responsabile, Andrew (Dane DeHaan, che ricorda il giovane Di Caprio), è un ragazzo frustrato, con la madre in fin di vita e il padre violento. Le sue frustrazioni hanno la meglio su di lui. E i poteri così finiscono per diventare uno sfogo per le proprie frustrazioni.

Supereroi amorali, o addirittura immorali: questa è la grande novità, già sperimentata da altri film, ma mai in maniera così chiara, di Chronicle. A ogni film che documenta la nascita di un supereroe, alla fase di scoperta dei poteri segue sempre una missione in cui usarli finalmente per un buon fine: qui la missione non inizia mai, e i nostri eroi finiscono per perdersi nelle loro storie personali, e non mettere mai quei poteri al servizio di qualcosa di più grande. La loro lotta non è contro qualcuno, ma contro se stessi. È per questo che Chronicle è una riflessione molto lucida su poteri e responsabilità, che porta a un altro livello il discorso della Marvel che ormai abbiamo imparato tutti a recitare come un mantra.

Chronicle si muove nella tendenza alla destrutturazione, alla svestizione e alla normalizzazione del supereroe. Da Unbreakable di Shyamalan fino alle serie tv Heroes e Misfits vediamo in scena super uomini con super poteri ma senza super vestiti, senza quell’aura colorata e gloriosa a cui ci hanno abituato i supereroi dei fumetti classici DC e Marvel, ma persone che accanto alla loro natura speciale devono pur sempre fare i conti con quella umana. Al cinema e in tv stiamo vedendo eroi inediti, che non provengono dalla mitologia dei fumetti classici (si pensi anche a Kick-Ass).

E la forma migliore per raccontare questi eroi nel quotidiano non può che essere quella del found footage, quella cioè delle riprese amatoriali, dei filmati trovati per caso, di The Blair Witch Project, Rec e Cloverfield. Che sembra piacere a tutti: ai cinefili, perché la soggettiva è sempre la soggettiva, alla generazione web 2.0, perché usa i loro codici di comunicazione, e ai produttori, perché costa poco. È una forma visiva che permette subito l’identificazione con il personaggio, perché usa il suo occhio. Qualcosa che saprebbe di già visto, se Josh Trank non usasse alcune variazioni sul tema: una ragazza che riprende con un’altra telecamera per il suo blog permette il gioco campo/controcampo classico del cinema, che nelle riprese in soggettiva andrebbe perso. E grazie alla telecinesi, il protagonista riesce a far volare la sua telecamera, e quindi a inquadrarsi. Insomma, Chronicle è qualcosa di nuovo – anche se non nuovissimo – nel panorama dei superhero movie. Lo spirito del film sta tutto in questo dialogo: “Pensi di farci di più?” “Con i poteri?” “No”.

Da vedere perché: grandi poteri senza grandi responsabilità: supereroi immorali, con la tecnica di Rec e Cloverfield.

12
Mag
12

Gli infedeli. Jean Dujardin non è un’icona anni Venti…

Voto: 6,5 (su 10)

Ma Jean Dujardin è un’icona uscita dagli anni Venti o un attore dei nostri tempi? Se a qualcuno, vedendo The Artist, e la sua interpretazione perfetta nei panni di un attore del muto, era venuto qualche dubbio, può andare a vedersi Gli infedeli. Ambientato nella Francia dei nostri giorni, il film è l’occasione per vedere Dujardin in borghese, cioè in abiti del XXI secolo. In un film a episodi, e in una serie di storie di uomini fedifraghi, più o meno a loro agio con l’adulterio, Dujardin (insieme all’altro protagonista, Gilles Lellouche) si muove in un universo contemporaneo e a colori.

Jean Dujardin è una faccia da paravento che funziona molto bene anche in storie dei giorni nostri. Forse meno mitologico e affascinante che nei panni di un attore del muto, Dujardin è altrettanto simpatico, ha lo stesso sguardo scaltro e tagliente, e il sorriso malandrino del personaggio del film che ce lo ha fatto amare. È un ottimo attore, che dimostra di saper spaziare da un’operazione più colta, e forse irripetibile, come The Artist, che in un film più popolare come questo.

A proposito di film popolari, guardare Gli infedeli significa anche confrontare la commedia più popolare e commerciale francese con la nostra. Perché Gli infedeli ha quel carattere di volgarità e superficialità che ha la commedia più scollacciata, ma è pur sempre alcune spanne sopra i nostri cinepanettoni. Il fatto è che all’estero, in Francia come in America, anche quando fanno film di questo tipo non si dimenticano mai che stanno facendo cinema – e quindi sceneggiatura, fotografia, regia e attori sono di un certo livello – e non qualche altro prodotto, tipo la televisione o il cabaret.

Tornando a Dujardin, il nostro eroe non ha paura neanche di mostrarsi goffo e impacciato, con tanto di monociglio, in quella che è la storia più interessante del film, La coscienza pulita, diretta proprio dal Michel Hazanavicius di The Artist, che racconta il lato più triste dell’infedeltà, il “voglio ma non posso”. Insieme a La domanda, diretto da Emmanuelle Bercot, in cui Dujardin recita accanto alla moglie Alexandra Lamy, che riprende le dinamiche di Eyes Wide Shut sulle confessioni reciproche del tradimento, è il momento in cui il film svolta di più verso l’analisi sociologica, e sul retrogusto amaro, mentre altri episodi sono poco più che barzellette illustrate.

In una struttura che sembra riprendere, senza raggiungerne i livelli, quella dei nostri I mostri, Gli infedeli non può che essere un film discontinuo e incostante, che a tratti diverte, a tratti fa pensare, ma non convince appieno. Le storie spesso mancano di quell’epifania che è fondamentale per un racconto breve, in letteratura come al cinema. Fa spesso leva su quel “sentimento del contrario” di cui parlava Pirandello e da cui nasce la comicità. Una comicità dal retrogusto amaro, dicevamo, a cui in certe commedie italiane non osiamo nemmeno pensare.

Da vedere perché: Dujardin è un attore che funziona anche svestito dei panni anni Venti di The Artist.

04
Apr
12

Romanzo di una strage. Un romanzo scritto con il sangue

Voto: 7,5 (su 10)

È un romanzo scritto con il sangue, quello della strage di Piazza Fontana. Non un “sanguepazzo”, ma una storia scritta dalla “peggio gioventù” alla fine degli anni Sessanta. La strage di Piazza Fontana ha distrutto molti di quei sogni della “meglio gioventù” del Sessantotto e aperto una ferita nell’Italia del tempo che è durata per oltre un decennio. È stato la prima frattura tra la gente e lo Stato, il momento in cui la gente ha cominciato a non fidarsi. Romanzo di una strage è il nuovo film di Marco Tullio Giordana, e prova a fare luce su una strage che ancora oggi non ha un colpevole.

Sin dalle prime scene, si capisce che cosa vuole fare il film: contestualizzare, incorniciare, mettere in relazione le diverse tessere di un mosaico per ricomporlo. Ma più che un mosaico è un puzzle, un rompicapo, un disegno in cui, dopo oltre quarant’anni le tessere non sono ancora tutte a posto. Stato, polizia, servizi segreti, anarchici, estrema destra. E nomi come Rumor, Moro, Feltrinelli, Calabresi, Pinelli, Valpreda, Delle Chiaie. In molti oggi sono troppo giovani per ricordare i fatti precisi di quegli anni, ma sono nomi che sono rimbombati come un’eco anche nei decenni seguenti a quel dicembre del ‘69. In cui una bomba, un venerdì pomeriggio, scoppiò alla Banca dell’Agricoltura nella centralissima Piazza Fontana, a due passi da Piazza Duomo, a Milano. La polizia, sviata ad arte, segue la pista anarchica, ferma ed interroga Pinelli, che muore in circostanza misteriose cadendo dalla finestra dell’ufficio del commissario Calabresi, che però in quel momento non c’era. A lui tocca la gogna mediatica e giudiziaria, ma anche l’intuizione di un disegno più grande del previsto dietro alla strage, e il compiersi di un tragico destino.

Marco Tullio Giordana riesce a creare un magnifico affresco d’epoca: gli anni a cavallo tra i Sessanta e Settanta vengono evocati alla perfezione. Quella tensione, quell’esasperazione del conflitto politico, quell’atmosfera cupa e buia che è seguita al sogno del Sessantotto pare di viverla come se fossimo in quegli anni. Non a caso Marco Tullio Giordana è l’Autore de La meglio gioventù, che iniziava proprio in quegli anni e li ricostruiva benissimo: ma se di quel periodo quel film evocava il bicchiere mezzo pieno, cioè la speranza, qui vede quello mezzo vuoto, l’impotenza, la frustrazione. Romanzo di una strage è un film teso, cupo, senza speranza. Giordana non cade nella tentazione di farne cinema di genere, come accade per tanti “romanzi criminali” oggi di moda, ma anzi gira un’opera tragica – nel  senso più nobile del termine, quello della tragedia greca o elisabettiana – divisa, come un romanzo letterario, in capitoli. A rendere Romanzo di una strage una grande tragedia (si veda il pianto della madre di Pinelli), oltre al tocco di Giordana, è l’apporto di alcuni grandi attori: su tutti Pierfrancesco Favino, volto da tragedia per eccellenza, che è un Pinelli convincente e naturalmente tragico (e perfettamente milanese, cosa sorprendente se pensiamo che Favino è di Roma). Ma anche Valerio Mastandrea, che impersona il commissario Calabresi, è la sobria nemesi del Pinelli/Favino, e porta il suo classico spleen in un personaggio che è molto lontano da quelli impersonati finora, quello di un poliziotto. Insieme a loro, in mezzo a un cast straordinario, spicca l’Aldo Moro mimetico e perfetto di Fabrizio Gifuni.

Meno male che c’è il cinema, oggi uno dei pochi custodi della memoria, oggi che, come sempre, in Italia si rimuove, si archivia, si derubrica. Si dimentica. Il cinema ha invece il potere di rievocare, di analizzare, di guardare dall’alto e dall’esterno e di spiegarci come eravamo e come siamo. Per questo Romanzo di una strage, che arriva sugli schermi poco prima di Diaz, storia di un’altra rimozione e di un altro buco nero nella storia d’Italia, è un film importante, da non perdere, che forse ha il solo difetto di mettere in scena troppi nomi e troppi volti, a volte senza spiegarli appieno, della storia politica italiana di quegli anni. Ma è un film che il peso di quel cinema civile italiano di degli anni d’oro, quello dei Rosi e dei Petri, e la tensione dei film d’inchiesta americani alla JFK. È un film senza un vero finale, perché un finale questa maledetta storia non ce l’ha.

Da vedere perché: è un film che il peso di quel cinema civile italiano di degli anni d’oro, quello dei Rosi e dei Petri, e la tensione dei film d’inchiesta americani alla JFK

04
Apr
12

The Lady. Besson, l’uomo che amava le donne

Voto: 6,5 (su 10)

L’uomo che amava le donne è anche Luc Besson. Magari non proprio come le amava Truffaut, ma in una maniera tutta sua. Se in Truffaut, le donne, amatissime, coccolate, valorizzate, erano pur sempre dei magnifici oggetti del desiderio, e in questo servivano soprattutto come specchio per le sensazioni dei personaggi maschili, e per le ossessioni del regista, le donne di Besson sono sempre donne soggetto, eroine, donne che scrivono da sole la propria storia, come Giovanna d’Arco, Nikita, Angel-A o la Leloo de Il quinto elemento. E come Aung San Suu Kyi, la leader birmana che da più di vent’anni, in maniera non violenta, ha lottato per la democrazia contro il regime militare. È lei la protagonista di The Lady, il nuovo film di Besson, che aveva aperto il Festival del Film di Roma e che ora arriva sui nostri schermi. Aung San Suu Kyi è una donna che combatte senza violenza, fragile come i fiori con cui ama acconciare i capelli, che si ispira a Gandhi. Fragile eppure restistente, imperterrita, dedita alla causa. Proprio come tanti eroi della Storia, Aung San Suu Kyi lo diventa quasi per caso, quasi senza sceglierlo: acclamata dal popolo alla morte del padre come la leader da cui vuole essere guidato, organizza in pochissimo tempo le elezioni, e finisce per vincerle. Ma il regime birmano la mette agli arresti domiciliari, la isola dalla famiglia e dal mondo, annulla le elezioni e continua a governare.

Per raccontare quella che è una bellissima storia vera, Besson annulla quasi se stesso, elimina tutti i virtuosismi e la potenza a cui ci aveva abituato nella sua carriera, e si mette al servizio della storia, del suo personaggio e della sua attrice, Michelle Yeoh, che, senza alcun trucco, “è” Aung San Suu Kyi, solo con il suo sguardo, con il suo portamento, con la sua luce. E infatti la storia non ha bisogno di altro. È una storia forte di per sé, una storia che va conosciuta. E per questo The Lady è un film da vedere. Besson utilizza anche un po’ di musica rock, tra cui quegli U2 che proprio alla leader birmana avevano dedicato la bellissima Walk On. Stranamente, però, Besson non usa quella canzone, ma una vecchia hit dei quattro di Dublino, When Love Comes To Town, e un piccolo gioiello nascosto della loro produzione, Slug, contenuto nel poco noto progetto Passengers (quello che conteneva Miss Sarajevo). Ma, come tutto, regia, fotografia, interpreti, anche la musica è funzionale alla storia. Quello che conta è questo. Specialmente in questo momento, dove nella vita di Aung San Suu Kyi e della Birmania (l’attuale Myanmar) il vento sta cambiando (il primo aprile ci saranno le elezioni e Aung San Suu Kyi è finalmente libera e candidata), e “l’orchidea d’acciaio” è finalmente pronta per l’appuntamento con la Storia. Quella con la S maiuscola.

Da vedere perché: Quella di Aung San Suu Kyi è una storia che va raccontata












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