Posts Tagged ‘nelle sale

28
Set
12

Elles. Denuncia o voyeurismo?

Voto: 5 (su 10)

In Francia ogni anno 40.000 studenti si prostituiscono per pagarsi gli studi. È da questo assunto sconvolgente che inizia Elles, il film di Malgoska Szumowska presentato allo scorso Festival di Berlino e ora in uscita nelle nostre sale. Anne, giornalista di un periodico femminile, sta lavorando ad un’inchiesta che parla appunto della prostituzione tra le giovani studentesse. Incontra così Alicja e Charlotte, due ragazze giovanissime che si prostituiscono. L’incontro con queste due ragazze turba parecchio la vita di Anne. La seguiamo durante una giornata normale, con l’articolo da consegnare, i figli da gestire, e una cena da preparare per il marito e i suoi colleghi. Mentre affronta questa routine, Anne ricorda l’incontro con le due ragazze, che riviviamo in flashback, e le immagina con i propri clienti, per quello che è un flashback nel flashback.

Elles è così un gioco di scatole cinesi, un film con dentro un altro e un altro ancora. Ed è costruito volutamente per giocare sul contrasto tra la banalità della routine quotidiana e familiare di Anne, un mondo consolidato, scontato e sicuro, e il mondo più avventuroso, pericoloso, imprevedibile delle due ragazze. Quello che colpisce, e sconvolge, Anne, è la loro vitalità, in contrasto con il suo ménage matrimoniale, ormai spento. Quello che colpisce lo spettatore, alle prime scene del film, è l’apparente naturalezza con cui queste giovanissime si prostituiscono. “Non è una cosa facile, ma non impegna troppo tempo” sentiamo dire ad una di loro.

Ma che cos’è Elles? Un film di denuncia o una pellicola voyeuristica? Parte come un film di denuncia, che non vuole essere moralistico, un film senza pregiudizi e che vuole vedere la questione dalla parte delle donne. Ma, dopo una mezz’ora, il tono cambia e tutto continua a diventare molto esplicito: non ascoltiamo solo le storie delle ragazze, ma cominciamo a vederle senza troppi pudori. La sensazione allora è che Elles rimanga sospeso tra queste due anime, quella che vuole denunciare il problema e quella che ammicca un po’ troppo allo spettatore. Così come Anne, la protagonista, subisce il fascino proibito delle sue intervistate, anche il film sembra subire la fascinazione della materia, e lasciarsi andare un po’ troppo. L’altro problema del film è che in fondo non ha una storia, una vera progressione narrativa. È composto da una serie di quadri, uniti dal passepartout delle azioni quotidiane di Anne, per una serie di scene che finiscono per essere ripetitive. Ma il vero problema di fondo è che Elles non approfondisce veramente come dovrebbe.

Resta la prestazione maiuscola di Juliette Binoche nella parte di Anne: convinta e convincente. E davvero intensa. Il suo personaggio è centrato e meriterebbe un contorno migliore, a partire dalla sceneggiatura. Lungi da noi aspettarci un film moralista, né tantomeno casto. Ma la sensazione è che il film, raccontando le dichiarazioni disincantate delle ragazze, e la fascinazione della protagonista per le loro vite, tenda, se non proprio a giustificarle e a mostrarle in una luce positiva, a rendere meno grave di quello che è il problema.

Da non vedere perché: rimane sospeso tra due anime, quella che vuole denunciare il problema e quella che ammicca un po’ troppo allo spettatore

06
Set
12

The Bourne Legacy. Più che Matt Damon ci manca Paul Greengrass

Voto: 6 (su 10)

La curiosità, nell’avvicinarsi a questo nuovo film della saga di Bourne, è quello di capire come continua la storia senza il personaggio principale. Non c’è più Matt Damon, e non c’è più neanche il suo personaggio, Jason Bourne, quello che dava il nome alla saga. L’idea che permette alla storia di ripartire è quella che nel progetto Treadstone non ci fosse un solo Bourne. E infatti Aaron Cross (Jeremy Renner), il numero 5, è un altro tassello del mosaico che va fuori posto, che si ribella ai suoi capi, che vuole giustizia.

Insomma, quella di The Bourne Legacy è tutta  un’altra storia. Ma l’idea è quella di proseguire nella franchise, nel marchio, nel brand, come si direbbe nel marketing. E Bourne è ormai un marchio riconosciuto che può vivere anche senza il suo protagonista. Jason Bourne non c’è. Al suo posto c’è un altro agente, con una storia simile alla sua. Bourne così diventa un paradigma, una condizione esistenziale, quasi pirandelliana. E il marchio Bourne equivale a un nuovo modo, ormai consolidato e riconoscibile, di fare una spy-story, lontana dal mondo più fascinoso, iperbolico e pop dei Bond e delle Mission: Impossible: i film di Bourne sono più realistici, minimalisti, cupi.

In realtà quello che manca al film non è né Bourne né Damon: Jeremy Renner e il suo Aaron Cross se la cavano benissimo, e Renner è anche somaticamente simile a Damon, e forse è stato scelto proprio per questo. Quello che manca al film è la regia nervosa, cinetica, frenetica di Paul Greengrass, quella macchina da presa sempre nell’occhio del ciclone che è il suo marchio di fabbrica sin da Bloody Sunday e che ha caratterizzato nettamente il secondo e il terzo film della serie, ridefinendo i canoni dell’action movie. Gilroy invece punta più sul complotto, sulle trame delle stanze segrete della CIA. I suoi, da sempre, sono film di trama e di recitazione, giochi a incastro sapienti, ma anche noiosi.

Per questo The Bourne Legacy decolla tardi, e forse mai del tutto. Anche se si permette un grande cast (Rachel Weisz, nei panni di una scienziata, è vibrante e intensa, mentre Edward Norton, nei panni del cattivo, è forse un po’ sprecato e lasciato sullo sfondo). Ed è un film che vive di sequenze straordinarie, come lo scontro tra Cross e un lupo. Forse proprio questa scena è quella più simbolica della condizione degli agenti come Bourne e Cross: lupi solitari, cani sciolti e randagi, abbandonati a se stessi e condannati a vivere allo stato brado. The Bourne Legacy invece è un film simbolico di quella che è l’Hollywood di oggi: tutto ricomincia, tutto si rifà, tutto viene riprodotto all’infinito come nelle serigrafie di Andy Warhol. È pop art cinema. O povertà di idee?

Da vedere perché: la saga di Bourne riparte con un nuovo protagonista, Jeremy Renner, che non fa rimpiangere Matt Damon. Ma il nuovo regista, Tony Gilroy, non ha il tocco magico di Paul Greengrass

12
Mag
12

Gli infedeli. Jean Dujardin non è un’icona anni Venti…

Voto: 6,5 (su 10)

Ma Jean Dujardin è un’icona uscita dagli anni Venti o un attore dei nostri tempi? Se a qualcuno, vedendo The Artist, e la sua interpretazione perfetta nei panni di un attore del muto, era venuto qualche dubbio, può andare a vedersi Gli infedeli. Ambientato nella Francia dei nostri giorni, il film è l’occasione per vedere Dujardin in borghese, cioè in abiti del XXI secolo. In un film a episodi, e in una serie di storie di uomini fedifraghi, più o meno a loro agio con l’adulterio, Dujardin (insieme all’altro protagonista, Gilles Lellouche) si muove in un universo contemporaneo e a colori.

Jean Dujardin è una faccia da paravento che funziona molto bene anche in storie dei giorni nostri. Forse meno mitologico e affascinante che nei panni di un attore del muto, Dujardin è altrettanto simpatico, ha lo stesso sguardo scaltro e tagliente, e il sorriso malandrino del personaggio del film che ce lo ha fatto amare. È un ottimo attore, che dimostra di saper spaziare da un’operazione più colta, e forse irripetibile, come The Artist, che in un film più popolare come questo.

A proposito di film popolari, guardare Gli infedeli significa anche confrontare la commedia più popolare e commerciale francese con la nostra. Perché Gli infedeli ha quel carattere di volgarità e superficialità che ha la commedia più scollacciata, ma è pur sempre alcune spanne sopra i nostri cinepanettoni. Il fatto è che all’estero, in Francia come in America, anche quando fanno film di questo tipo non si dimenticano mai che stanno facendo cinema – e quindi sceneggiatura, fotografia, regia e attori sono di un certo livello – e non qualche altro prodotto, tipo la televisione o il cabaret.

Tornando a Dujardin, il nostro eroe non ha paura neanche di mostrarsi goffo e impacciato, con tanto di monociglio, in quella che è la storia più interessante del film, La coscienza pulita, diretta proprio dal Michel Hazanavicius di The Artist, che racconta il lato più triste dell’infedeltà, il “voglio ma non posso”. Insieme a La domanda, diretto da Emmanuelle Bercot, in cui Dujardin recita accanto alla moglie Alexandra Lamy, che riprende le dinamiche di Eyes Wide Shut sulle confessioni reciproche del tradimento, è il momento in cui il film svolta di più verso l’analisi sociologica, e sul retrogusto amaro, mentre altri episodi sono poco più che barzellette illustrate.

In una struttura che sembra riprendere, senza raggiungerne i livelli, quella dei nostri I mostri, Gli infedeli non può che essere un film discontinuo e incostante, che a tratti diverte, a tratti fa pensare, ma non convince appieno. Le storie spesso mancano di quell’epifania che è fondamentale per un racconto breve, in letteratura come al cinema. Fa spesso leva su quel “sentimento del contrario” di cui parlava Pirandello e da cui nasce la comicità. Una comicità dal retrogusto amaro, dicevamo, a cui in certe commedie italiane non osiamo nemmeno pensare.

Da vedere perché: Dujardin è un attore che funziona anche svestito dei panni anni Venti di The Artist.

04
Apr
12

Romanzo di una strage. Un romanzo scritto con il sangue

Voto: 7,5 (su 10)

È un romanzo scritto con il sangue, quello della strage di Piazza Fontana. Non un “sanguepazzo”, ma una storia scritta dalla “peggio gioventù” alla fine degli anni Sessanta. La strage di Piazza Fontana ha distrutto molti di quei sogni della “meglio gioventù” del Sessantotto e aperto una ferita nell’Italia del tempo che è durata per oltre un decennio. È stato la prima frattura tra la gente e lo Stato, il momento in cui la gente ha cominciato a non fidarsi. Romanzo di una strage è il nuovo film di Marco Tullio Giordana, e prova a fare luce su una strage che ancora oggi non ha un colpevole.

Sin dalle prime scene, si capisce che cosa vuole fare il film: contestualizzare, incorniciare, mettere in relazione le diverse tessere di un mosaico per ricomporlo. Ma più che un mosaico è un puzzle, un rompicapo, un disegno in cui, dopo oltre quarant’anni le tessere non sono ancora tutte a posto. Stato, polizia, servizi segreti, anarchici, estrema destra. E nomi come Rumor, Moro, Feltrinelli, Calabresi, Pinelli, Valpreda, Delle Chiaie. In molti oggi sono troppo giovani per ricordare i fatti precisi di quegli anni, ma sono nomi che sono rimbombati come un’eco anche nei decenni seguenti a quel dicembre del ‘69. In cui una bomba, un venerdì pomeriggio, scoppiò alla Banca dell’Agricoltura nella centralissima Piazza Fontana, a due passi da Piazza Duomo, a Milano. La polizia, sviata ad arte, segue la pista anarchica, ferma ed interroga Pinelli, che muore in circostanza misteriose cadendo dalla finestra dell’ufficio del commissario Calabresi, che però in quel momento non c’era. A lui tocca la gogna mediatica e giudiziaria, ma anche l’intuizione di un disegno più grande del previsto dietro alla strage, e il compiersi di un tragico destino.

Marco Tullio Giordana riesce a creare un magnifico affresco d’epoca: gli anni a cavallo tra i Sessanta e Settanta vengono evocati alla perfezione. Quella tensione, quell’esasperazione del conflitto politico, quell’atmosfera cupa e buia che è seguita al sogno del Sessantotto pare di viverla come se fossimo in quegli anni. Non a caso Marco Tullio Giordana è l’Autore de La meglio gioventù, che iniziava proprio in quegli anni e li ricostruiva benissimo: ma se di quel periodo quel film evocava il bicchiere mezzo pieno, cioè la speranza, qui vede quello mezzo vuoto, l’impotenza, la frustrazione. Romanzo di una strage è un film teso, cupo, senza speranza. Giordana non cade nella tentazione di farne cinema di genere, come accade per tanti “romanzi criminali” oggi di moda, ma anzi gira un’opera tragica – nel  senso più nobile del termine, quello della tragedia greca o elisabettiana – divisa, come un romanzo letterario, in capitoli. A rendere Romanzo di una strage una grande tragedia (si veda il pianto della madre di Pinelli), oltre al tocco di Giordana, è l’apporto di alcuni grandi attori: su tutti Pierfrancesco Favino, volto da tragedia per eccellenza, che è un Pinelli convincente e naturalmente tragico (e perfettamente milanese, cosa sorprendente se pensiamo che Favino è di Roma). Ma anche Valerio Mastandrea, che impersona il commissario Calabresi, è la sobria nemesi del Pinelli/Favino, e porta il suo classico spleen in un personaggio che è molto lontano da quelli impersonati finora, quello di un poliziotto. Insieme a loro, in mezzo a un cast straordinario, spicca l’Aldo Moro mimetico e perfetto di Fabrizio Gifuni.

Meno male che c’è il cinema, oggi uno dei pochi custodi della memoria, oggi che, come sempre, in Italia si rimuove, si archivia, si derubrica. Si dimentica. Il cinema ha invece il potere di rievocare, di analizzare, di guardare dall’alto e dall’esterno e di spiegarci come eravamo e come siamo. Per questo Romanzo di una strage, che arriva sugli schermi poco prima di Diaz, storia di un’altra rimozione e di un altro buco nero nella storia d’Italia, è un film importante, da non perdere, che forse ha il solo difetto di mettere in scena troppi nomi e troppi volti, a volte senza spiegarli appieno, della storia politica italiana di quegli anni. Ma è un film che il peso di quel cinema civile italiano di degli anni d’oro, quello dei Rosi e dei Petri, e la tensione dei film d’inchiesta americani alla JFK. È un film senza un vero finale, perché un finale questa maledetta storia non ce l’ha.

Da vedere perché: è un film che il peso di quel cinema civile italiano di degli anni d’oro, quello dei Rosi e dei Petri, e la tensione dei film d’inchiesta americani alla JFK

04
Apr
12

Magnifica presenza. Questi fantasmi di Ozpetek

Voto: 5 (su 10)

È ossessionato dalla morte, Ferzan Ozptek, l’ha ammesso più volte. E su questa paura della morte, sul tentativo di esorcizzarla, ha costruito molti dei suoi film, da La finestra di fronte a Saturno contro, che è quello che l’affronta in modo più diretto. In Magnifica presenza, prende la Nera Signora da un altro punto di vista, quello della commedia. Pietro (Elio Germano) arriva a Roma con il sogno di fare l’attore, e intanto lavora di notte sfornando cornetti. Trova casa a Monteverde vecchio: è un appartamento d’epoca, appartenuto a una nobile, dal fascino molto rétro. Tutto, in quella casa, sembra avere una vita propria, ricordare il passato. Ma Pietro non può immaginare che in quella casa “vive” qualcuno. Presenze che, all’inizio, spaventano Pietro, ma che poi lo coinvolgono nelle loro storie, nei loro segreti.

È un Questi fantasmi alla Ozpetek, Magnifica presenza, o un The Others a Monteverde, se preferite. Ma noi preferiamo la prima definizione, perché il tono è leggero, divertito. Se il cinema di Ozpetek è sempre stato un misto tra commedia e mélo, qui inizialmente sembra convincere questo nuovo tono più da commedia, ma più misurata rispetto a quella comicità un po’ forzata che caratterizzava Mine vaganti. Qui Ozpetek sembrerebbe, almeno inizialmente, prendersi meno sul serio, e declinare, in chiave di commedia surreale, quei temi a cui da sempre tiene: l’importanza del passato e la sua influenza sul presente (La finestra di fronte), e quella delle persone che non ci sono più (Cuore sacro, Saturno contro e ancora La finestra di fronte). Oltre alla consapevolezza del proprio io e della propria natura: Pietro è omosessuale, ma forse è ancora troppo timido e chiuso per vivere fino in fondo la sua natura. Non mancano i marchi di fabbrica Ozpetek: le tavolate conviviali, i dolci, le musiche rètro e latine.

Ma questo tono così azzeccato della prima parte finisce per perdersi lungo il film. Non si capisce perché Ozpetek inserisca nel film altri toni e altri racconti, come quell’incursione nel mondo sommerso dei transessuali e del loro lavoro, che non si inserisce nella storia di Pietro e nel messaggio del film: il tono cupo e oscuro stride con il resto del racconto, e la scena culmina con un’improbabile e incomprensibile comparsa di Mauro Coruzzi, alias Platinette senza trucco, nei panni della badessa, una sorta di colonnello Kurtz a capo di chissà quale carboneria sconosciuta. Così come stridono i momenti della rivelazione del mistero legato alle presenze nella casa, con Pietro che, davanti a una vecchia attrice, capisce tutto grazie a un colpo di mano che schiaccia un insetto. Si tratta di cambi di tono e di sviluppi della storia poco comprensibili, che finiscono per allentare quell’atmosfera leggera che caratterizzava l’inizio del film.

Se nel ruolo di Pietro Elio Germano sembra una scelta azzeccata (è bravo nel raffigurare una fragilità diversa da quella, più rabbiosa, dei suoi tipici personaggi), sembrano in parte anche le “presenze” Giuseppe Fiorello, Andrea Bosca e Vittoria Puccini. Solo Margherita Buy sembra un po’ fuori luogo, donna troppo contemporanea nei suoi tic per sembrare una donna degli anni Trenta/Quaranta. Come avevamo scritto per Mine vaganti, ad Ozpetek non riesce quello che riesce ad Almodovar: trasformare l’eccesso in poesia, rendere l’assurdo verità. Così alcuni personaggi rischiano di ridursi a macchiette. Ozpetek sembra aver detto veramente tutto sull’omosessualità e sulla libertà di espressione, sull’importanza del passato, su cui ha girato degli ottimi film. Il risultato è che non ci commuove più, e che non ci diverte poi tanto. Nei suoi prossimi film il suo talento e la sua sensibilità potrebbero essere messi al servizio di storie e temi completamente nuovi.

Da non vedere perché: Ozpetek sembra aver esaurito il suo discorso. Sta cercando un nuovo tono, ma non ci commuove più, e non ci diverte poi tanto

23
Mar
12

GHOST RIDER: SPIRIT OF VENGEANCE

Da oggi nelle sale Ghost Rider: Spirit of Vengeance, il nuovo capitolo della saga diretto da Mark Neveldine e Brian Taylor.

Nicolas Cage ritorna a calarsi nei panni di Johnny Blaze, ancora alle prese con la maledizione del cacciatore di taglie del diavolo…

Ma dopo l’incontro con il leader di un gruppo di monaci ribelli (Idris Elba) sembra disposto a tutto pur di salvare un ragazzino dalle grinfie del diavolo – e liberarsi una volta per tutte dalla maledizione che lo perseguita.

Guarda il backstage.

11
Mar
12

Young Adult. Charlize Theron, bellissima anche quando non lo è. O proprio per questo

Voto: 7 (su 10)

Era dovuta diventare brutta, per farsi considerare una brava attrice. Era successo con Monster, il film che aveva impresso una svolta alla carriera di Charlize Theron, ex modella, considerata forse troppo bella per essere un’attrice credibile. Invece una brava attrice la Theron lo è diventata davvero, anche al di là dell’effettata interpretazione di Monster. Tanto che poi, pur scegliendo ruoli forti, come quelli in North Country e The Burning Plain, non ha dovuto più mortificare la sua bellezza. Ma qui è diverso: Mavis Gary, protagonista di Young Adult, è soprattutto brutta dentro. Ex reginetta di bellezza del liceo, con un matrimonio fallito alle spalle, Mavis, trentasette anni, ha lasciato la provincia per la città, e fa la “ghost writer” (scrive romanzi ma non li firma) per una serie di libri destinati al target “young adult” (in pratica, per adolescenti/ventenni). È alcolizzata, vive una vita disordinata, ha relazioni occasionali con uomini che non le piacciono davvero. E sì, è una stronza. Quando riceve una mail in cui si annuncia che il suo ex è diventato papà, decide di tornare al suo paesino, ed emotivamente ai tempi del liceo, per riconquistare la sua ex fiamma.

Per il ruolo di Mavis, la Theron non deve diventare brutta. Si stropiccia solo un po’, tra occhiaie da post sbornia e una trasandatezza di fondo che è sintomo di chi ha perso la voglia di vivere. “Young adult” non è solo il target di riferimento per i libri di Mavis: è ovviamente anche il suo status mentale, quello di un’eterna adolescente mai cresciuta, che vuole riconquistare il suo ex più per un suo puntiglio che perché lo ami davvero. In questo senso, quella maglietta di Hello Kitty che indossa è allo stesso tempo il simbolo di un modus vivendi – una certa emotività e un certo modo di ragionare adolescenziale – ma anche un’icona sfregiata. Perché in Mavis non c’è niente di dolce, di zuccheroso, di ammiccante, e nemmeno di sensuale, caratteristiche che sembrano per forza dover essere parte di qualsiasi personaggio femminile nelle commedie di Hollywood. Young Adult sceglie la strada, coraggiosa, di mettere in scena una donna invidiosa, antipatica, arida. E in fondo, depressa e infelice. Charlize Theron affronta tutto il film con un’espressione infastidita, anaffettiva, distaccata. E resterà così per tutto il film, senza alcuna catarsi.

Patetica, imbarazzata, e imbarazzante, la Mavis di Charlize Theron non riesce neanche a sedurre, nonostante la sua bellezza, proprio perché priva di slancio e di passione. Curiosamente, tenta per quasi tutto il film di abbellirsi, mentre la Theron in quasi tutta la sua carriera ha cercato proprio di limitare la sua bellezza. La sua bravura sta nell’attraversare il film con un’aria da sconfitta, con un’interpretazione atona fatta di sfumature e mezzi toni. Che culmina in una delle scene di sesso  più cariche di tristezza della storia del cinema. Perché Young Adult parla in fondo di una perdente, e abbatte il concetto americano della perfezione, della seconda occasione. Abbatte il Sogno Americano.

“Non sono cattiva, è che mi disegnano così” diceva Jessica Rabbit. E Mavis Gary ci piace proprio perché è disegnata benissimo da Diablo Cody, la sceneggiatrice di Juno, che da quel film in poi ci sta raccontando giovani donne lontanissime da ogni convenzione, da ogni perfezione e dai ruoli che sembrerebbero destinati a loro. Donne con percorsi sghembi, accidentati, disastrati. Insieme a lei, dopo Juno, alla regia c’è ancora Jason Reitman, bravissimo a raccontare l’America dei non luoghi, della provincia americana omologata dei centri commerciali e dei terminal aeroportuali (Tra le nuvole), dei grandi spazi e dei grandi vuoti dove personaggi irrisolti vagano alla ricerca di se stessi. Se i tratti del disegno sono firmati Cody e Reitman, il colore è tutto di Charlize Theron. Sì, è così brava, e così poco seducente, che è bellissima. Anche quando non lo è.

Da vedere perché: Young Adult sceglie la strada, coraggiosa, di mettere in scena una donna invidiosa, antipatica, arida. E in fondo, depressa e infelice. Charlize Theron affronta tutto il film con un’espressione infastidita, anaffettiva, distaccata. Ed è bravissima

02
Mar
12

Cesare deve morire. Le tragedie nella Tragedia

Voto: 8 (su 10)

“A me sembra che questo Shakespeare abbia vissuto tra le strade della mia città”. Sono parole pronunciate da Salvatore “Sasà” Striano, ex detenuto di Rebibbia e protagonista di Cesare deve morire, il film dei Fratelli Taviani che ha vinto l’Orso d’Oro al Festival di Berlino. A Rebibbia viene messo in scena il Giulio Cesare di Shakespeare. Il teatro è un’occasione per i detenuti di “evadere”, se non letteralmente, almeno idealmente, dalla loro condizione. Il laboratorio teatrale di Fabio Cavalli si tiene ogni anno a Rebibbia e i Taviani, fulminati da uno spettacolo, hanno deciso di farci un film. Che si apre e chiude con lo spettacolo sul palco, ma filma le prove, il work in progress degli attori, e così facendo crea una doppia storia: quella della preparazione dello spettacolo, e la storia stessa del Giulio Cesare.

Si parte dai provini. Gli attori devono dire il loro nome e la loro provenienza, esprimendo prima disperazione e poi rabbia. Rabbia e disperazione, sentimenti provati chissà quante volte nella loro vita fuori e dentro il carcere: ecco perché per loro non sembra per niente difficile tirare fuori questi sentimenti. Non serve fingere, a loro. Tanto più che recitano il Giulio Cesare nel loro dialetto d’origine. Cosimo, Salvatore, Giovanni, Antonio, Juan e gli altri, i detenuti di Rebibbia sono dei talenti naturali. Il loro talento viene dalla profonda umanità, da quell’esperienza terribile che è stata la loro vita. Quel “Cesare deve morire” è una sentenza di morte dedicata a un tiranno dell’antica Roma, ma potrebbe anche essere stata pronunciata in un regolamento di conti mafioso. I tradimenti, le esecuzioni, i “Cesari” sono già stati nelle loro vite. Per questo i personaggi degli attori si sovrappongono  a quelli shakespeariani, a volte calzano a pennello, a volte fagocitano e soffocano i personaggi originali. In un gioco pirandelliano, i personaggi del Giulio Cesare trovano nuovi autori, anche se non li stavano cercando. Trovano nuova vita, un nuovo senso. E la vita si sovrappone al teatro.

Cesare deve morire è teatro, è cinema, è vita vissuta. I Taviani, che alla loro veneranda età filmano con una forza da opera prima, trovano un linguaggio originalissimo, un ibrido tra un impianto neorealista e il teatro elisabettiano, tra la vulgata e lo stile alto-tragico. Cosimo, Salvatore, Giovanni, Antonio e gli altri sono a tutti gli effetti Autori, perché le loro storie entrano prepotentemente in quella di Shakespeare, perché le loro tragedie di mescolando alla Tragedia. Il bianco e nero impietoso di Simone Zampagni (incredibilmente girato in digitale) scruta ogni ruga, ogni segno del volto dei protagonisti, dentro il quale c’è una storia. Mentre gli squallidi interni di Rebibbia diventano, nella loro verità, scenografie degne dell’Edoardo II di Derek Jarman. La musica e un sonoro eccezionali contribuiscono a creare l’atmosfera della storia, sottolineando la forza di volti unici e indelebili. Crediamo a loro, credendoli i personaggi che interpretano. Ma non ci scordiamo mai che sono dei detenuti. E allora parole come libertà, indipendenza, riscatto, dette dalle loro voci  acquistano un significato tutto nuovo. Non ci dimentichiamo della loro condizione anche perché uno di loro, a fine film, pronuncia una frase che è una sentenza. “Da quando ho conosciuto l’arte sta cella è diventata una prigione”.

Da vedere perché: Cesare deve morire è teatro, è cinema, è vita vissuta. I Taviani, che alla loro veneranda età filmano con una forza da opera prima, trovano un linguaggio originalissimo, un ibrido tra un impianto neorealista e il teatro elisabettiano, tra la vulgata e lo stile alto-tragico.

 

02
Mar
12

The Woman In Black. La maledizione di Harry Potter

Voto: 5,5 (su 10)

C’è una doppia storia di possessioni al cento di The Woman In Black. La prima è quella di Daniel Radcliffe, posseduto dal suo alter ego Harry Potter, di cui è stato il corpo e il volto per dieci anni. Ora che Radcliffe sta iniziando una nuova carriera, il fantasma di Harry Potter sembra ancora aleggiare su di lui: è difficilissimo staccarsi da un personaggio così popolare, anche se Radcliffe ce la mette tutta. E The Woman In Black, horror prodotto dalla gloriosa casa inglese Hammer, è il suo primo tentativo. Il film inizia proprio con Radcliffe, che nel film è l’avvocato vedovo Arthur Kipps, nell’atto di radersi, e nel momento in cui viene chiamato dal figlioletto: due chiari simboli di un passaggio all’età adulta. E proprio la barba di qualche giorno è il nuovo look di Radcliffe nel suo nuovo ruolo, quella barba che doveva nascondere – ma qua e là affiorava in controluce – quando ancora vestiva i panni del maghetto di Hogwarts.

L’altra possessione è quella della casa che Kipps si trova a visitare per conto del suo studio legale, in vista della vendita dell’immobile. Una casa che tutti, in paese, considerano infestata dai fantasmi. Una signora in nero, infatti, appare a chi si reca alla casa. E ogni volta che lo fa, qualche bambino in paese, muore. La Hammer ha in sé il know-how dell’horror, e si vede. Alla messinscena del film non manca niente: la nebbia, i corvi, l’atmosfera raggelante. Tutto quello che ci deve essere in un classico del gotico e dell’horror. The Woman In Black è una ghost story girata bene, e gioca con i suoni, con il montaggio e le inquadrature (le brevi soggettive dell’entità che ci fanno capire che il protagonista è osservato da qualcuno). Riesce a creare qualche brivido, con l’immancabile effetto sobbalzo dell’horror di oggi (che consiste nell’apparizione improvvisa di qualcosa sottolineato dal sonoro).

L’anello debole della catena è proprio lui, Radcliffe. A tratti inespressivo, ingessato, non ancora pronto per andare oltre quella profondità minore che richiede un fantasy per ragazzi rispetto a un genere più maturo come l’horror. Se la cornice del film è creata ad hoc per mettere paura allo spettatore, per immergerlo totalmente in una dimensione di terrore, non funziona proprio quello che dovrebbe essere lo specchio dello spettatore, il medium in cui si identifica: provare quelle sensazioni è fondamentale per trasmetterle al pubblico. Radcliffe non è credibile né nelle sue reazioni davanti ai fantasmi, né nella sua preoccupazione di genitore, e nemmeno nel ruolo di padre, visto che per chi lo guarda è ancora un ragazzino che ha appena finito la scuola. Se la Hammer dimostra di avere le carte in regola per sfornare ancora degli horror in linea con il suo grande passato, Radcliffe è rimandato. La scuola di Hogwarts potrà laureare dei bravi maghi, non ancora dei grandi attori.

Da non vedere perché: Daniel Radcliffe non è credibile né nelle sue reazioni davanti ai fantasmi, né nella sua preoccupazione di genitore, e nemmeno nel ruolo di padre, visto che per chi lo guarda è ancora un ragazzino che ha appena finito la scuola.

 

09
Feb
12

Millennium – Uomini che odiano le donne. Questo non è cinema Ikea

Voto: 7 (su 10)

Ce l’ha proprio con l’Ikea, David Fincher. In Fight Club aveva fatto saltare in aria l’appartamento arredato Ikea del protagonista. Ora fa a pezzi il cinema Ikea, cioè le versioni svedesi, solide ma anonime come i famosi mobili, dei film tratti dalla trilogia Millennium di Stieg Larsson. Millennium – Uomini che odiano le donne è la versione americana del primo libro, e film, della serie. E in apparenza l’operazione è molto semplice: il cinema americano fa quello che ha sempre fatto, riscrive i film di altri paesi con i propri attori per renderli più accessibili e venderli meglio. Spesso il risultato non è all’altezza. Ma non stavolta. A dirigere c’è David Fincher, grande artigiano del cinema, e, sì, anche Autore, anche quando dirige un film su commissione. La differenza che passa tra lo Uomini che odiano le donne svedese e questo è quella tra la televisione e il cinema. O quella tra un mobile Ikea e un mobile di design.

Nascosto sotto l’impiallacciatura, come in un tavolo Ikea, c’è del marcio in Svezia. Sotto il perbenismo e l’apparente normalità borghese della famiglia Vagner, ci sono litigi, delitti, misteri. Come quello di Harriet, nipote prediletta del capostipite dei Vagner, scomparsa inspiegabilmente molti anni prima e mai più ritrovata. È proprio lui a ingaggiare il giornalista Mikael Blomqvist per fare luce sulla vicenda. Blomqvist si troverà ad essere affiancato dalla giovane hacker Lisbeth Salander, che si trova sotto tutela dopo una vita di abusi e soprusi. Fincher decide di lasciare l’azione nella Svezia di Larsson, ed è bravissimo a farci penetrare fin dentro le ossa il gelo di quelle terre (come vediamo nella scena dell’arrivo alla magione dei Vagner), un freddo che ovviamente è anche interiore. La Svezia di Fincher è colorata di un grigio che raramente tende al bianco e molto spesso sfuma verso il nero (grazie alla magistrale fotografia di Jeff Cronenweth), a cui aggiungono inquietudine e tensione i suoni di Trent Reznor e Atticus Ross (eccezionale la loro versione di Immigrant Song dei Led Zeppelin sui titoli di testa), rumori disturbanti accanto a quelli che sembrano dei carillon rotti. Suoni che colgono alla perfezione il carattere nervoso e malato del cinema di Fincher.

Nel suo film tutto è più spinto, più sboccato, più violento che nell’originale. Le situazioni sono le stesse, ma qui arriva tutto in maniera più diretta e indelebile. Questione di tocco, di talento, e anche di coraggio: Fincher non ha paura di fare un film per adulti. Millennium – Uomini che odiano le donne gli permette di continuare il suo viaggio nella perversione umana che aveva iniziato con Seven e proseguito con Zodiac. La storia di Larsson conferma di non avere una trama irresistibile, ma a Fincher interessano le persone, quello che hanno dentro. E riesce a farci capire meglio quelli a cui tiene maggiormente, i suoi protagonisti: Daniel Craig è qui de-bondizzato e de-eroicizzato, ed è un Blomqvist forte ma sensibile, un uomo con i suoi dubbi, e le sue paure, che Craig lascia trasparire sotto il suo volto e i suoi occhi apparentemente glaciali. Rooney Mara non fa rimpiangere Noomi Rapace nel ruolo di Lisbeth. Anzi, aggiunge delle sfumature, dei tratti di fragilità, di dolcezza (insita comunque nel suo volto): è più un cucciolo ferito e maltrattato che sfodera gli artigli per difendersi che un predatore.

Sotto l’impiallacciatura, insomma, c’è dell’altro. Il Millennium di Fincher non è un semplice remake o reboot. Il regista di Seven ci ha fatto capire perché l’opera di Stieg Larsson affascina così tanto. Millennium è Lisbeth Salander. E lei è il simbolo del nuovo millennio, dei tempi che viviamo: da un lato le illimitate possibilità informatiche e tecnologiche, e con esse la violabilità assoluta della privacy, dall’altro la continua violenza a cui i più fragili sono sottomessi. In questo senso, Fincher continua il discorso iniziato con The Social Network sui paradossi della nostra società. Siamo tutti più connessi e più informatizzati, ma sempre più soli e meno capaci di socializzare. Sconnessi nell’era della massima connessione.

Da vedere perché: La differenza che passa tra lo Uomini che odiano le donne svedese e questo è quella tra la televisione e il cinema. O quella tra un mobile Ikea e un mobile di design: dirige David Fincher, una garanzia.












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