Posts Tagged ‘ultime uscite cinema

11
Feb
11

Gianni e le donne. Quando invecchiare è naturale…

Voto: 7 (su 10)

Sembra di essere ancora in Pranzo di ferragosto quando inizia Gianni e le donne, l’opera seconda di Gianni Di Gregorio, che segue il fortunato exploit di due anni fa. In scena ci sono ancora lui, Gianni (che si chiama così anche nei suoi film), e lei, Valeria Bendoni De Franciscis, ancora nei panni di sua madre, davanti a un notaio. È come rientrare nella vita di alcune persone che avevamo lasciato due anni fa e che ci sembra di conoscere da una vita, invece che solo da ottanta minuti. Gianni ha sessant’anni, una moglie e una figlia, il fidanzato della figlia eternamente parcheggiato a casa, una mamma che lo chiama per ogni quisquilia. E una pazienza da competizione. Un bel giorno il suo amico Alfonso gli fa notare che tutti i suoi coetanei hanno l’amante. Così Gianni prova a rimettersi in gioco, guarda le donne con altri occhi. E vorrebbe che anche queste lo guardassero con altri occhi.

Anche Gianni e le donne, come Pranzo di ferragosto, prende spunto dalla realtà: Di Gregorio ha osservato i suoi amici tormentati dalla paura di invecchiare. Chi si tinge i capelli, chi si fa l’amante, chi si compra la moto. Tanto di quello che vediamo è vero: oltre a Gianni, è vera la figlia, e sono veri anche i discorsi che padre e figlia fanno la mattina sul ragazzo da mollare o no. Il ragazzo non è il vero fidanzato della figlia, invece, sarebbe stato troppo. È vera la Roma di Trastevere dove vive Di Gregorio, una Roma mai banale. Il suo asso nella manica è Valeria Bendoni De Franciscis, attrice unica: è un peccato che non sia in scena per tutto il film come in Pranzo di ferragosto, perché quando appare lei il film si accende.

A modo suo, quello di Di Gregorio è un cinema 3D: è così vero da avvolgere e da far entrare nella storia, la profondità e la tridimensionalità sono dati dallo spessore dei personaggi, dall’umanità, dalla verità, dagli affetti speciali. Quello di Di Gregorio è un cinema ad Alta Definizione: quella dei dettagli, piccoli gesti, piccoli sguardi, sfumature. E spazio all’improvvisazione. Certo, la storia è esile esile, come quella di Pranzo di ferragosto, e qui non riesce completamente il miracolo dell’improvvisazione delle quattro protagoniste che fa di quel film qualcosa di unico e irripetibile, un piccolo capolavoro. Qui tutto è più controllato e costruito, e il risultato non è così irresistibile come nel primo film. Quello che è sicuro è che siamo di fronte a un talento, di scrittura, direzione e interpretazione.

Gianni è una maschera, quella dell’uomo stremato dalla vita e dalla gente, il bicchiere come amico e sostegno, qualche piccola fantasia per andare avanti. È una maschera universale e senza tempo. Gianni è un antidoto a certi anziani tipici dell’Italia di oggi giovani e “potenti” a tutti i costi. Nell’Italia di Gianni gli uomini hanno bisogno di affetto e di un sorriso, al massimo di un bacio sulla guancia. E se incontrano una ragazza giovane le fanno il baciamano.

Da vedere perché: quello di Di Gregorio è un cinema 3D: è così vero da avvolgere e da far entrare nella storia. La profondità e la tridimensionalità sono dati dallo spessore dei personaggi, dall’umanità, dalla verità, dagli affetti speciali

 

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12
Nov
10

The Social Network. Le regole dell’attrazione virtuale

Voto: 7,5 (su 10)

A cosa stai pensando? Il peccato originale. La guerra di Troia. Molte cose nella storia del mondo sono nate per una donna. E, che vi piaccia o no, anche Facebook è nato per questo. “Probabilmente diventerai un mago dei computer, ma passerai la vita a pensare che non piaci alle ragazze perché sei un nerd. Non piaci perché sei un grande stronzo”.

È così che nella prima scena di The Social Network la ragazza pianta Mark Zuckerberg. Lui, per vendicarsi, la sera stessa comincia a postare frasi terribili contro di lei sul suo blog, e crea un sito con tutte le ragazze più carine del campus universitario, chiedendo agli utenti chi di confrontarle a due a due per scegliere la migliore. Nasce così Facemash. Ma la vera intuizione deve ancora arrivare: la gente vuole andare su internet per vedere i propri amici. Ecco l’idea: si dovrà conoscere la persona per andare oltre la sua pagina iniziale. E gli utenti stessi forniranno le foto, così non servirà nessun hackeraggio. Un ragazzo che chiede se un’amica è single o meno fa nascere un’altra idea chiave: quella dello status. Ecco Thefacebook.com, che poi diventerà Facebook.com su consiglio di Sean Parker, l’inventore di Napster. Anche lui aveva inventato quel sito per far colpo su una ragazza… Mentre Facebook si diffonde a macchia d’olio e diventa un’azienda, Eduardo Saverin, un amico che aveva fornito il capitale iniziale per la società,  e i gemelli Vinklevoss, che avevano coinvolto Zuckerberg in un progetto simile a Facebook, gli fanno causa.

Amici. Bell’amico, Mark Zuckerberg. Proprio la causa intentata dai suoi ex amici fa sì che entrino nel racconto le versioni degli altri. Per questo il film è stato accostato a Rashomon, nel senso che si tratta di una storia narrata da più punti di vista. Il riferimento ci può stare, ma la struttura è molto diversa: la storia non viene raccontata più volte da capo, e i punti di vista di tutti si intersecano, grazie all’espediente narrativo delle cause legali che riuniscono i contendenti a un tavolo, contribuendo a un unico, frastagliato, racconto. La storia di The Social Network è come l’informazione sulla rete di oggi: pluralista e libera. Il riferimento a Quarto potere è ancora meno pertinente: sì, è la storia di un’ascesa e di una scalata a una posizione di potere, è raccontata in flashback e ricostruita attraverso un’indagine, ma la portata e l’impatto delle due opere sono completamente diversi. Forse come i tempi che raccontano.

Mi piace. Siamo alla fine del 2003, in un campus universitario. Feste, birre, ragazzi e ragazze. Atmosfera eccessiva e sovraeccitata. The Social Network, con i suoi personaggi amorali, sembra un film tratto da Bret Easton Ellis (Le regole dell’attrazione). C’è il sesso, ma al posto della droga ci sono i pixel di internet, l’ossessione per la vita virtuale e per il successo. Ironico, sfacciato, sexy, veloce, The Social Network è comunque a tutti gli effetti un film di David Fincher. Il ritmo è quello tachicardico dei suoi primi film. È il ritmo della vita on line di oggi, quello dei click con cui si sceglie e si scarta, si passa da una pagina all’altra, si naviga entrando e uscendo nei siti come nelle vite delle persone. È il ritmo di una vita virtuale che le persone riportano nella vita reale. Alla tachicardia contribuisce la musica di Trent Reznor, cioè Mr. Nine Inch Nails: i suoni elettronici e industriali si adattano alla perfezione a  una storia a base di tecnologia e computer. E hanno l’effetto di aumentare il senso di ossessione del film.

Condividi. Perché è di ossessione che parliamo, in fondo. Come in tutto il cinema di David Fincher. Zuckerberg è l’ennesimo personaggio fincheriano ossessionato da un’idea al punto di farne la sua unica ragione di vita. In questo senso il cinema di Fincher si è spostato da una macro follia, quella plateale degli assassini di Seven e Zodiac e dell’io schizofrenico di Fight Club, a una micro follia, un’ossessione per la comunicazione da parte di una persona totalmente incapace di comunicare. Fateci caso: dalla prima conversazione con la sua ragazza, in cui Zuckerberg parla senza mai interagire veramente, alle discussioni durante i processi e gli appuntamenti con gli investitori, il protagonista di The Social Network si estranea dai rapporti, dimostrandosi incapace di socializzare. È proprio questo il senso del titolo, ed è per questo che suona beffardo. Così com’è beffardo il finale, sulle note di Baby, I’m A Rich Man dei Beatles. Zuckerberg, ormai miliardario, clicca in maniera compulsiva per aggiornare ogni due secondi la pagina di Facebook per vedere se la sua ex ragazza ha accettato la sua amicizia. Ci è venuto in mente il finale di The Aviator, in cui Di Caprio/Howard Hughes ripete le parole “il mezzo del futuro”. Entrambi creatori di grandi imperi, entrambe persone sole. Ma Fincher sembra volerci far notare la piccolezza degli uomini di successo di oggi rispetto a quelli di un tempo. Quelli di oggi sono ben poca cosa: gli imperi odierni in fondo non nascono da grandi visioni, ma da piccole ripicche. Chi ha fondato il più famoso network sociale, in fondo lo ha fatto perché è un asociale. Commenta.

Da vedere perché: con i suoi personaggi amorali, sembra un film tratto da Bret Easton Ellis. C’è il sesso, ma al posto della droga ci sono i pixel di internet, l’ossessione per la vita virtuale e per il successo. Ironico, sfacciato, sexy, veloce, The Social Network è a tutti gli effetti un film di David Fincher.

 

06
Ago
10

L’ultimo dominatore dell’aria in 3D. Ecco l’Avatar di Shyamalan

Voto: 5,5 (su 10)

Il 2010 è stato l’anno di Avatar. E l’anno del 3D, come confermano i dati di incasso che vedono ai primi posti tutti film di questo tipo. Ora anche M. Night Shyamalan gira il suo film 3D. Anzi, gira proprio il suo Avatar. Perché L’ultimo dominatore dell’aria è tratto da una serie animata (di Nickelodeon Tv) dal titolo Avatar: La leggenda di Aang, che racconta la storia di un mondo formato da quattro nazioni in guerra tra loro, che corrispondono ai quattro elementi, acqua, aria, terra e fuoco. Un giorno la giovane dominatrice dell’acqua Katara e suo fratello scoprono un giovane ragazzo di nome Aang: quando i suoi poteri diventano evidenti, si rendono conto di aver trovato non solo l’ultimo dominatore dell’aria. Potrebbe essere l’Avatar profetizzato, il solo che può controllare tutti e quattro gli elementi.

Shyamalan ci aveva abituato a fare di ogni film un genere a sé. Ma tutti i film avevano un segno riconoscibile: un ritmo lento e assorto, carico di attesa e di mistero, protagonisti profondi e sfaccettati (oltre al twist ending, il finale a sorpresa che per i primi film è stato un suo marchio di fabbrica). Il suo nuovo film è un fantasy puro, un La storia infinita all’orientale. Ed è qui che viene a mancare il senso di questo film all’interno della cinematografia di Shyamalan. L’elemento fantasy, inteso come mistero, magia, affascinava nei precedenti film del regista di origine indiana (Il sesto senso, Unbreakable, Signs, The Village), perché calato nel quotidiano, nell’ordinario, nella vita di tutti i giorni. Qui siamo già in un mondo fantastico, e la poetica e il talento di Shyamalan appaiono ridotti, costretti, sprecati. Se tutto è già fantastico, ultraterreno, non c’è modo di sorprendere, di stupire: è come se ogni gioco sia svelato dall’inizio, ogni carta sia subito in tavola.

Shyamalan paga un tributo verso le sue origini orientali. E tratta la materia con grande rispetto, come forse solo qualcuno che viene dall’India può fare. Ma proprio quella che dovrebbe essere la forza del film è invece il suo principale difetto. Al film manca un’anima, proprio l’elemento chiave per una storia come questa, basata sull’interiorità. Il film non avvince mai, non approfondisce i personaggi, e si risolve in una serie di coreografie che appaiono sterili e fini a se stesse. A Shyamalan il mix di elementi della serie, avventura epica sostenuta da una grande spiritualità, aveva ricordato Guerre stellari. Ma al film manca quell’emotività che faceva della creatura di George Lucas un grande film.

Rimane poi da capire a chi si rivolga questo film. Per la sua natura dovrebbe essere un prodotto per bambini, ma è poco giocoso e divertente per un pubblico di questo tipo. Gli spettatori adulti che hanno amato sin qui Shyamalan non ritroveranno forse le caratteristiche dei suoi altri film. L’ultimo dominatore dell’aria non è Shyamalan, non quello che siamo abituati a vedere al cinema. Al massimo, questo è il suo avatar.

Da non vedere perché: non avvince mai, non approfondisce i personaggi, e si risolve in una serie di coreografie che appaiono sterili e fini a se stesse. Al film manca quell’emotività che faceva di Guerre stellari un grande film.

 

29
Mag
10

Sex And The City 2. Ridateci New York

Voto: 5 (su 10)

Empire State Building. Chrysler Building. Central Park. Quinta Avenue. Times Square. E poi Carrie, Samantha, Charlotte e Miranda. Sì, le quattro ragazze di Sex And The City sono ormai un simbolo di New York, lo dimostrano anche i vari tour legati alla serie organizzati nella grande mela. Per questo, Sex And The City 2 inizia con una ripresa mozzafiato della città, accompagnata dall’immancabile Empire State Of Mind di Jay-Z e Alicia Keys. E per questo appare un mezzo delitto allontanare le quattro ragazze dal loro luogo naturale. Tutta la seconda metà del film, ambientata ad Abu Dhabi (in realtà è il Marocco) è imbarazzante e fiacca. Come un supereroe che, lontano da un certo luogo, perde i superpoteri, così le quattro lontano da NY non funzionano affatto.

Non a caso parliamo di supereroi. Perché se i due film tratti dalla famosa serie tv della HBO hanno un senso, è quello di far vedere il tempo che passa. Nella serie tv, le nostre sembravano eternamente giovani, immutabili, single e invincibili. Proprio come per i supereroi, per loro il tempo sembrava non passare. Ora il tempo passa, le nostre stanno invecchiando, e stanno diventando più sagge (insomma…). Soprattutto tre di loro non sono più single, e sono sposate a tre impiastri (gli uomini non sono mai stati alla loro altezza, scelta voluta?). Due di loro hanno figli. Proprio i figli, l’abitudine, le rivali più giovani sono le insidie per le nostre care (ex? ) ragazze.

Lo spunto sarebbe anche interessante. Ma al cinema Sex And The City, sia nel primo che nel secondo film, sembra proprio non trovare il passo: gli sceneggiatori non riescono a superare lo scoglio dei venti minuti della puntata televisiva, e, se pensiamo che il film dura intorno alle due ore e mezza, capirete come il gioco possa mostrare facilmente la corda. Rispetto al primo film, piuttosto fiacco, sono stati apportati dei correttivi. E così si è spinto sul pedale della volgarità e dei doppi sensi, con il risultato di far apparire dozzinale e greve quella che era una serie ironica e maliziosa. Per fare un esempio il livello dei dialoghi è questo: “Di cosa ti occupi?” “Infilo tubi”. E le gag più divertenti dovrebbero essere quelle di Samantha che fuma il narghilè muovendo la bocca con dei gesti che appaiono inequivocabili. Non mancano ragazze con magliette bagnate e ragazzi con costumi da bagno attillati. Avessimo fatto un film così in Italia (e ne facciamo, per carità), sai le critiche.

Se funziona il gioco di citazioni di cultura pop (si va da Liza Minnelli, presente in un cameo a un matrimonio gay, a Jude Law e Madonna, fino ad Accadde una notte), non piace quel misto di politicamente corretto e scorretto della parte girata in Medio Oriente, dove lo “scontro di civiltà” è trattato in un modo piuttosto indelicato, o grossolano. Sex And The City, inteso come franchise cinematografica, ha un suo senso e un suo tema di fondo (il tempo che passa, la crescita, i cambiamenti), ma continua a non avere un filo narrativo, una sceneggiatura, una trama. Il pubblico ama le ragazze, sorride alle loro battute e andrà a vedere il film. Ma dal cinema è lecito aspettarsi qualcosa di più.

Da non vedere perché: Sex And The City al cinema ha un suo senso, ma continua a non avere un filo narrativo. Il pubblico ama le ragazze e andrà a vedere il film. Ma dal cinema è lecito aspettarsi qualcosa di più. 

25
Mag
10

The Road. La strada verso la fine…

Voto: 7 (su 10)

Ogni giorno è una bugia. Ma sto morendo lentamente. E questa non è una bugia. Sono le parole del protagonista di The Road (interpretato da Viggo Mortensen), il film di John Hillcoat tratto dal romanzo di Cormac McCarthy presentato in concorso all’ultimo Festival di Venezia, che ha finalmente trovato una distribuzione qui in Italia (è Videa Cde, che aveva portato in Italia anche The Hurt Locker, il trionfatore degli Oscar), mentre in America è ancora in attesa di essere distribuito. E possiamo capire il perché: The Road è uno dei film più cupi e inquietanti visti sullo schermo negli ultimi tempi. E il pessimismo spaventa sempre esercenti e distributori, che credono che il pubblico, una volta in sala, aspiri solo a staccare il cervello.

Lo fa tenere acceso, il cervello, The Road. Lo fa lavorare. Lo fa viaggiare avanti nel tempo, verso un medioevo prossimo venturo. Lo scenario più vicino alla fine del mondo che abbiamo mai visto. Ogni giorno diventa più grigio e freddo: non c’è più raccolto, non ci sono più animali, non c’è più cibo. Gli alberi muoiono e cadono da soli, all’improvviso. È un mondo virato in grigio, un grigio sporco. Senza un filo di luce, se non un pallido arcobaleno che compare grazie ai vapori di una cascata. La terra è solcata da bande armate, uomini che sono costretti a cibarsi di altri uomini. C’è ancora chi, come un padre e un figlio che si muovono da soli verso il mare e verso il sud, non vogliono ridursi a diventare cannibali, che ci tengono a “essere quelli buoni”. “Mantenere il fuoco acceso” è l’imperativo che si sono dati. Mantenere il fuoco dove si accampano e che li scalda. Ma mantenere anche il fuoco dentro se stessi.

È molto diverso dal solito cinema catastrofico, The Road. Perché al contrario di film come L’alba del giorno dopo non spettacolarizza il disastro, ma inizia in medias res, quando l’inevitabile è già accaduto. E al contrario di Io sono leggenda non cerca luoghi famosi da distruggere, o momenti di azione che alzino il ritmo del film. E non dà spiegazioni. Perché non serve: in un modo o nell’altro siamo arrivati a un collasso ambientale (e i modi per arrivarci non ci mancano), e immedesimarsi è immediato. È impossibile non chiederci cosa faremmo in determinate situazioni,

The Road è a suo modo un film epocale. Un monito verso il futuro, ma anche la metafora del mondo di oggi, senza più risorse, nel nostro caso economiche. Non sono poche le persone che a cause della crisi hanno perso la propria abitazione e sono stati costretti a improvvisarla. Per questo l’atmosfera del film sembra essere in sintonia con lo stato d’animo di molti in questo delicato momento storico. Sono in momenti come questi che l’uomo – metaforicamente parlando – può diventare cannibale, un lupo verso gli altri uomini – homo homini lupus – come teorizzava Hobbes. Non è stato apprezzato da tutta la critica, The Road. È stato considerato piatto, monocorde. Ma le giornate di chi è rimasto senza niente, nemmeno la speranza, sono inevitabilmente così. Si tratta di  un film importante, in questi tempi bui. Perché ci insegna a tenere acceso il fuoco.

Da vedere perché: è il film simbolo dei tempi bui di oggi, della crisi che sta lasciando il mondo senza speranza

 

19
Mag
10

Prince Of Persia. Avanti veloce, e riavvolgimento

Voto: 5 (su 10)

Avanti veloce, e poi riavvolgimento. Si può riassumere così la storia e anche il senso di questo Prince Of Persia: Le sabbie del tempo, il nuovo giocattolo prodotto da Jerry Bruckheimer, papà della saga de Pirati dei Caraibi (ma anche delle cose più fracassone di Michael Bay), diretto da Mike Newell. Se i film del capitano Jack Sparrow nascevano da un’attrazione di Disneyland, Prince Of Persia nasce da un famoso videogioco “vintage”, nato nel 1989 e che vanta tredici edizioni. Avanti veloce  e riavvolgimento, dicevamo: la storia di Prince Of Persia è questa: una serie di corse e combattimenti a perdifiato, senza sosta, in cui il principe Dastan (Jake Gyllenhaal) e la principessa Tamina (Gemma Arterton) devono difendere, o riconquistare dopo averlo perso, un prezioso e magico pugnale, in grado di liberare le sabbie del tempo. Una volta azionato, il pugnale è capace di cambiare il corso del tempo: di riavvolgerlo, in pratica, permettendo di rivivere gli eventi. Proprio per questo il malvagio Nizam (Ben Kingsley), fratello del Re e zio di Dastan, vuole impossessarsene per ordire la sua trama e prendere il potere.

Avanti veloce, e riavvolgimento è anche il senso dell’operazione Prince Of Persia. Non è tanto curioso che un medium antico e nobile come il cinema si sposti in avanti nel tempo, per raggiungere il videogioco, un medium più recente (lo ha fatto spesso, e il linguaggio del secondo ha influenzato il primo, ma ne è anche stato influenzato). È curioso che lo faccia non per cercare un nuovo linguaggio, quanto per riavvolgersi su se stesso e tornare a un linguaggio antico, quello del cinema di avventura che risale agli anni Trenta e Quaranta. Anzi, nemmeno questo è esatto: Prince Of Persia torna sì all’antico cinema di avventura, ma a quella versione più deleteria e cialtrona che era la sua rilettura negli anni Ottanta. Per intenderci, quella delle brutte copie di Indiana Jones. Il ritmo, i toni, la sceneggiatura elementare e ripetitiva, le ambizioni sono quelle. È già capitato, in questa stagione, che il vecchio cinema di avventura sia stato riletto: Avatar e Up lo hanno fatto, ma grazie a tecnologie all’avanguardia (come il 3D, la computer grafica, la performance capture), il risultato è stato un prodotto completamente nuovo. Prince Of Persia invece fa sì sfoggio di effetti speciali, ma quello che ne esce sembra uno di quei filmetti che passano su Italia 1 la domenica pomeriggio. Ci si chiede insomma che senso abbia ispirarsi a un videogioco se poi gli standard del prodotto sono inferiori anche agli standard stessi del cinema.

È un peccato, perché lo schema che è alla base del pugnale sarebbe anche un’interessante metafora del cinema stesso, come del videogioco. La possibilità di riavvolgere è tipica dei supporti che negli ultimi anni hanno permesso di fruire del mezzo cinema anche al di fuori del cinema inteso come luogo: la videocassetta e poi il dvd permettono di riavvolgere l’immagine, di rivivere più volte ciò che accade, e quindi le vite dei personaggi. Così anche il videogioco può finire e ricominciare più volte, potenzialmente all’infinito. Si può completare il gioco, attraverso una serie di schemi, e ricominciarlo. Ma si può anche continuare il gioco dopo essere “morti”, perché un personaggio di un videogame ha più “vite”. E allora è possibile ripetere un’azione dopo averla fallita. Proprio come fanno i personaggi del film.

Nonostante qualche riferimento alla realtà odierna (il primo attacco dei persiani è una pretestuosa ricerca di armi, che in realtà non ci sono, vedi guerra all’Iraq) e al cinema della Guerra dei Sessi anni Quaranta (il rapporto tra Dastan e Tamina), Prince Of Persia non è un film riuscito. Anche se fosse voluta, cosa di cui non saremmo così sicuri, la citazione del cinema d’avventura anni Ottanta banalizza e appiattisce un film con ben altre possibilità, e la sceneggiatura è davvero povera. Se Bruckheimer aveva in mente un nuovo Pirati dei Caraibi dovrà ripensare all’operazione: Gyllenhaal (convincente in ruoli drammatici come in Brothers) non ha il carisma di Johnny Depp (e passi), ma nemmeno quello di Orlando Bloom (e qui ce ne vuole), la sceneggiatura non possiede l’ironia degli script dei pirati (tra ironia e farsa c’è una bella differenza), e lo stesso impianto scenico appare meno curato e originale. Difficile che un film come questo possa aprire le porte di una nuova franchise. In questo caso, il tasto da premere non sarà avanti veloce, ma solo riavvolgimento.

Da non vedere perché: Prince Of Persia torna all’antico cinema di avventura, ma a quella versione più deleteria e cialtrona che era la sua rilettura degli anni Ottanta. Per intenderci, quella delle brutte copie di Indiana Jones

 

 

19
Mag
10

Copia conforme. Uomini e donne, siamo le copie di Adamo ed Eva

Voto: 6,5 (su 10)

Un uomo e una donna. Si incontrano in paesino della Toscana. Lui, inglese, sta presentando un libro, Copia conforme, che analizza il rapporto tra originale e copia nelle opere d’arte. Lei, francese, è un’antiquaria e rimane affascinata da lui, tanto da volerlo incontrare di nuovo per una gita in un paese vicino. È lo spunto di Copia conforme, l’ultimo film di Abbas Kiarostami, presentato all’ultimo Festival di Cannes e subito uscito nelle nostre sale.

I due iniziano a parlare in macchina. E partono dal libro dello scrittore. Il dialogo tra i due parte allora come una lunga riflessione filosofica sull’opera d’arte, la sua unicità e la sua ripetibilità. Per “originale” ci si riferisce a una cosa autentica, genuina, affidabile, che si riferisce alla nascita. Per “copia” intendiamo qualcosa che si riferisce alla riproduzione. E che si può riferire anche alla razza umana: non siamo forse tutti noi delle copie del dna dei nostri antenati? Si parla di opere d’arte, come la Coca Cola di Jasper Johns: basta mettere un oggetto in un museo e cambia il modo della gente di guardarlo.

Visto che assistiamo a queste disquisizioni sullo schermo di una sala cinematografica, è impossibile non riflettere anche sul concetto di originale e copia nel cinema. Il cinema è un’arte che vive già di copie: il film originale infatti non è il suo negativo, ma vive in tutte le copie che vengono realizzate per la sua diffusione. Tutte le copie del film sono l’originale. Ed è così anche per gli altri modi di fruizione del film: le copie del dvd, la “copia digitale” da vedere sul computer, sono tutti originali. Semmai il cinema vive la dialettica tra originale e copia in quella tra l’opera originale e i remake, i rifacimenti e le riletture che possono venire fatte di essa. Ma in questo caso ci allontaniamo dal concetto di copia tipica dell’arte: non possiamo parlare di copia conforme.

Mentre ci perdiamo in queste riflessioni, e crediamo di aver capito a che film stiamo assistendo, ecco che quest’opera “originale” riesce a stupirsi. All’improvviso il discorso tra i due cambia. In un bar, dove i due vengono creduti marito e moglie, lei comincia a parlare con lui come se fosse veramente suo marito, e a rinfacciargli le sue assenze, le sue dimenticanze, le sue colpe per un rapporto che è appassito dopo quindici anni di matrimonio. E lui risponde: non sappiamo se anche lui ha una moglie, e parla come se rispondesse a lei, oppure recita una scena prendendo le parti dell’uomo. Già, perché in fondo la scena che vivono è qualcosa di universale, che forse è già capitata a loro, e può capitare a tutti. Qualcosa di archetipico. In questo senso, i due sono le copie di uomini e donne che sono già passati da questa situazione. Sono le copie di Adamo ed Eva.

Kiarostami firma un film alla Rohmer, uno di quei film tutti parlati, che nascono da un incontro tra due sconosciuti e scorrono leggeri e naturali come dei pezzi di vita colti in medias res. Con una sensualissima e intensa Juliette Binoche. È un film lontano dal suo Iran, che trae leggerezza e sollievo dall’ambientazione toscana. In fondo, come ha scritto Mereghetti, anche questo suo film italiano non è altro che una copia di quello che di solito faceva in patria.

Da vedere perché: è un film alla Rohmer, uno di quei film tutti parlati, che nascono da un incontro tra due sconosciuti e scorrono leggeri e naturali come dei pezzi di vita

 












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