Posts Tagged ‘Brad Pitt

28
Mag
10

La regina dei castelli di carta. Il cinema Ikea colpisce ancora

Voto: 6 (su 10)

Lo avevamo definito cinema Ikea, guardando i due capitoli precedenti. I film tratti dai libri di Stieg Larsson, made in Svezia come i famosi mobili, sono un po’ così: basati su un’idea di successo, consolidata e riconoscibile, sono prodotti in serie per essere diffusi in tutto il mondo,

 

e sono in ogni caso dei prodotti standard, lineari e con pochi fronzoli. E si uniformano a un’idea ormai globalizzata del prodotto thriller: non una via svedese al genere, ma una serie di opere sulla falsariga dei thriller americani. In ogni caso, come i mobili in questione, i film Ikea hanno una loro solidità. E anche una certa prevedibilità. Non fa eccezione La regina dei castelli di carta, terzo e ultimo film (a meno che non salti fuori il fantomatico quarto romanzo di Larsson) della trilogia Millennium. La regina dei castelli di carta vive su uno schema leggermente diverso: Lisbeth Salander, la hacker punk, è in ospedale, ferita per gran parte del film, in attesa di processo. Mentre il giornalista Mikael Blomkvist (direttore di Millennium, l’unica rivista al mondo senza tempi di chiusura e di uscita…) tesse la tela di un’indagine che punta a incastrare la Sezione, una sorta di società segreta che opera dal 1970 tra le pieghe del governo svedese (una sorta di P2 scandinava), e a scagionare Lisbeth dalle accuse che gravano su di lei.

Stieg Larsson cattura, non c’è dubbio. Non siamo fan dei suoi libri. Non abbiamo trovato particolarmente interessanti i primi due film. Ma una certa voglia di sapere come va a finire la storia c’è. Non ci si aspetta molto a livello artistico dal terzo film, diretto come il secondo, La ragazza che giocava con il fuoco, da Daniel Alfredson, e in realtà come quello nato per essere un film tv. Dalla regia agli attori, dalla fotografia al montaggio, questa impostazione televisiva si vede tutta, ed è il vero limite del film, oltre alla oggettiva difficoltà di ridurre oltre mille pagine di romanzo in due ore di pellicola. Non aiuta nemmeno la struttura del film, che parte lento e macchinoso, intricato e difficile da seguire. Il cinema Larsson non vive di particolari valori aggiunti, da nessun punto di vista. L’unico picco di eccellenza è proprio Noomi Rapace, l’attrice che interpreta Lisbeth Salander, il cui volto e il cui corpo sono ormai iconici, e sono entrati nell’immaginario visivo di oggi. È normale che in tutta la prima parte, dove non è quasi mai in scena, il film non decolli. Perché tutto si accende solo quando appare lei. Così il film decolla solo alla fine, durante il processo, virando verso il legal thriller.

Pur non essendo dei capolavori, generalmente i film tratti da Larsson hanno soddisfatto abbastanza i lettori dei suoi libri, ma non sono stati dei successi clamorosi al box office italiano. Evidentemente c’è chi vuole vedere se le visioni su grande schermo corrispondono a quelle create dalla propria mente leggendo i libri, e chi preferisce conservare solo queste ultime, e non vedere il film. Ma c’è un altro intento con cui ci si può avvicinare a queste opere. È appena arrivata la notizia che Uomini che odiano le donne, primo libro della serie, sarà portato sul grande schermo in America da David Fincher (si chiamerà The Girl With The Dragon Tattoo, titolo internazionale del libro). Ed è inevitabile pensare a cosa diventerà nelle  mani del visionario regista, che sicuramente riuscirà a dare all’opera quel tocco di malattia e di adrenalina che erano la carta vincente di Seven e Fight Club. Nei panni di Blomkvist ci sarà probabilmente Brad Pitt (che nelle mani di Fincher ha sempre fatto grandi prove), e la battaglia con l’imbambolato Mikael Nyqvist è già vinta. Più difficile sarà trovare qualcuno che renda al meglio Lisbeth Salander. Un po’ perché le varie candidate (Carey Mulligan, Natalie Portman) sono forse troppo bambine. E un po’ perché Noomi Rapace ci è ormai entrata nel cuore. Perché non riproporre lei? Una cosa è sicura: il film di Fincher lo andremo a vedere. D’altra parte, se ci pensate, in Fight Club se la prendeva proprio con l’Ikea…

Da vedere perché: Se avete amato i libri di Larsson, se avete visto i primi due film, non potete perdere il terzo. Coscienti che si tratta di un buon film tv. E aspettando la versione Fincher

 

15
Ott
09

Bastardi senza gloria. Pillole Nazi Pop

diane okPulp Fetish Fiction

 Ormai lo sapete, Tarantino è un feticista. Il suo amore per i piedi delle donne è noto sin da Pulp Fiction, quando un lungo dialogo sui massaggi ai piedi (sono sesso o privi di sensualità?) introduceva Uma Thurman/Mia Wallace che girava a piedi nudi per casa, e ballava a piedi nudi al Jack Rabbit Slim’s. Poi i piedi di Uma, nei panni della Sposa, sono stati al centro di un primo piano insistito in Kill Bill Vol.1. E poi è stata la volta di Grindhouse, con i piedi di Rosario Dawson solleticati da Stuntmen Mike. Anche Bastardi senza gloria ha il suo momento fetish: al centro ci sono gli arti di Diane Kruger. Ma la sua gamba stavolta è martoriata: il tenente Aldo Raine di Brad Pitt infila addirittura un dito nel foro di una pallottola. Rivediamo i piedi di Diane Kruger più tardi, quando, come Cenerantola, le viene fatta provare una scarpa che aveva perso. Ma non c’è un principe a portargliela, e l’esito non è “e vissero tutti felici e contenti”. 

 

 

 

   

inglouriousbasterds74

 Tracce di rosso

 In ogni film di Tarantino c’è una scena completamente ammantata di luce rossa, di solito ambientata in qualche night club o locale notturno. Qui, nonostante ci siano molti bar, nessuno è a “luci rosse”. Il rosso però campeggia, negli addobbi del Terzo Reich che decorano il cinema per la première del film di propaganda nazista che viene organizzata a Parigi. Rosso è anche il vestito di Shosanna, e rossi sono i segni di guerra, come quelli di una pellerossa, che traccia sul volto con il suo rossetto. Rosso fuoco come il vestito che indossa, premonizione del fuoco che appiccherà al cinema. “Guarda questi occhi così rossi/Rossi come una giungla in fiamme” recita Cat People (Putting Out The Fire) di David Bowie (tratta dalla colonna sonora di Cat People, nota da noi come Il bacio della pantera) che fa da colonna sonora alla scena.

 

 

lucSerial killer

Tutti sappiamo della fluvialità tarantiniana in fase di scrittura. Così Kill Bill è diventato un film doppio. Ma Bastardi senza gloria ha rischiato di diventare una serie tv. Tarantino non riusciva a smettere di scrivere, tanto che a un certo punto ha cominciato a considerare l’idea di produrlo come serial. A dissuaderlo pare sia stato Luc Besson, che si è detto deluso, in quanto i film di Tarantino erano una delle poche cose ancora in grado di spingerlo ad andare al cinema. L’idea di vedersi il nuovo Tarantino a casa in tv non gli andava proprio. E così Tarantino ci ha ripensato. Allora, grazie Luc!

 

 

trenoItalia Mon Amour

La passione di Tarantino per il cinema italiano è evidente. È noto ormai che l’ispirazione di Bastardi senza gloria arriva da Quel maledetto treno blindato di Enzo G. Castellari. Oltre che con un cammeo, Castellari è omaggiato con il nome di Enzo Gorlami, l’identità italiana che si inventa Brad Pitt/Aldo Raine alla premiere del film tedesco: è la storpiatura di Enzo Girolami, il vero nome di Enzo G. Castellari. Ma gli omaggi al cinema italiano non finiscono qui. Il generale inglese che dà l’incarico al tenente Hicox si chiama Ed Fenech, omaggio alla diva del cinema italiano anni Settanta Edwige Fenech, già omaggiata da Eli Roth con un cammeo nel suo Hostel 2. Antonio Margheriti, nome di copertura dell’Orso Ebreo di Eli Roth, è un regista italiano, noto con il nome d’arte di Anthony M. Dawson, famoso per i suoi film di genere (tra questi Space Men, del 1960).

 

 

quentin-tarantino-s-inglourious-basterds-motion-picture-soundtrackIl titolo

Inglourious Basterds è il titolo americano di Quel maledetto treno blindato. Il titolo originale si scrive proprio così, con due errori, e non Inglorious Bastards: sembra che Tarantino abbia scelto questo titolo storpiato proprio per differenziarsi dall’altro film.

Ma la leggenda vuole che il film di Castellari fosse catalogato così, con il nome sbagliato, nella videoteca in cui lavorava Tarantino. 

 

 

Bastardi-senza-gloria-Til-Schweiger_midStiglitz, chi era costui?

Hugo Stiglitz è il nome di uno dei bastardi guidati dal tenente Aldo Raine. È un ufficiale tedesco famoso per aver ammazzato vari componenti delle SS. E per questo è assoldato di diritto tra i bastardi.

Il nome è preso da quello di un attore messicano, Hugo Stiglitz, appunto, che tra gli anni Settanta e Ottanta ha girato parecchi horror. Tra cui, in Italia, Il triangolo delle Bermude, e Incubo sulla città incontaminata di Umberto Lenzi.

Tarantino non intendeva fare un omaggio all’attore e al genere, ma ha scelto questo nome proprio perché gli piaceva come lo pronunciavano gli attori tedeschi che interpretavano i nazisti.

 

 

Quentin%20TarantinoCapitoli (de)generi

Come molti dei suoi film, anche Bastardi senza gloria è diviso in capitoli, come se fosse un’opera letteraria. Stratagemma che permette a Tarantino di spaziare tra i generi. Ecco come viaggia tra i generi Bastardi senza gloria. “È Sergio Leone e Lubitsch per i primi due capitoli, poi diventa un noir alla francese e poi si ispira ai film della metà degli anni Sessanta” ha raccontato Tarantino.

“Il finale è macho-sanguinolento-tarantiniano”.

 

 

(Pubblicato su Movie Sushi

 

 

01
Ott
09

Bastardi senza gloria. Essere violenti non è mai stato così bello…

Voto: 9 (su 10)

GLORIAPuò il cinema cambiare la Storia? Forse no. Ma forse può farlo “un” cinema. Un cinema che si trova al centro di Parigi, durante la Seconda Guerra Mondiale, e dove tutti i pezzi da novanta del Terzo Reich, da Hitler a Goebbels, si stanno riunendo per assistere alla prima di un film di propaganda nazista. E dove un manipolo di soldati ebrei americani, i “bastardi senza gloria” guidati dal tenente Aldo Raine (un Brad Pitt con le guance gonfie come Il padrino Brando) e Shosanna (Mélanie Laurent), una giovane ebrea scampata a un eccidio, che ora gestisce il cinema, cercheranno di appiccare il fuoco. E cambiare la Storia. È Bastardi senza gloria, l’ultimo grande film di Quentin Tarantino. Deus ex machina per eccellenza, burattinaio capace come nessun altro di giocare con i suoi personaggi, e con lo spettatore, Tarantino ora si permette di manipolare la Storia, riuscendoci alla perfezione.

Per aspera ad astra. Tarantino parte come al solito dal basso, dal B Movie per eccellenza, un sottogenere come il film bellico italiano (ma è attento a tutto il nostro cinema, vedi l’ufficiale inglese che si chiama Ed Fenech…), che definisce Maccheroni Combat, per arrivare a un film d’autore allo stesso tempo colto e divertente. Lo spunto arriva da Quel maledetto treno blindato di Enzo G. Castellari, e dall’idea che degli ebrei americani praticassero la resistenza degli Apache, operando dietro le linee e prendendo gli scalpi ai nemici. E la presa degli scalpi è il vero momento pulp del film, che, contrariamente a quanto ci si aspetta, vive di pochi e brevi momenti di violenza, introdotti da lunghi dialoghi carichi di ironia e tensione: Bastardi senza gloria è come una doccia scozzese, caldo e poi improvvisamente freddo e ancora caldo. È il Tarantino che più amiamo, quello dai dialoghi da culto.

Ma è soprattutto il Tarantino che ama giocare con il cinema. E quale occasione migliore che quella di confrontarsi con il cinema tedesco, e parlare della sua storia, di Goebbels e della propaganda nazista, confrontarlo con i produttori hollywoodiani, e raccontare come la propaganda abbia abbassato la qualità del cinema, ma alzato gli incassi. Leni Riefenstahl, la regista di regime per eccellenza, l’autrice del famigerato Olympia, è stata una delle più grandi registe di sempre secondo Tarantino. E allora uccidere i nazisti con il cinema (letteralmente, attenti alle pellicole) significa allo stesso tempo ritorcer loro contro quella che hanno usato come un’arma impropria e liberare il cinema come Arte, lasciare gli artisti, come la Riefenstahl, liberi dal giogo di un potere che li ha per sempre marchiati. Non usa le parole mai a caso, Tarantino: così quando parla di King Kong gioca sì sul cinema degli anni Trenta, ma smaschera anche l’anima profondamente razzista dei nazisti.

Parole, parole, parole. È un film parlato, quello di Tarantino. Ma mai i suoi dialoghi erano stati così carichi di tensione. Pensiamo al primo incontro tra il terribile ufficiale nazista Hans Landa (l’eccezionale poliglotta Christoph Waltz) e un contadino francese, dove la lingua in cui parlano cambia più volte. Sembra un virtuosismo, ma capiremo presto il perché. È la prima volta che Tarantino in un suo film gioca veramente con la suspence. E lo fa come lo faceva il maestro, Sir Alfred Hitchcock. Il quale raccontava che se sappiamo che sotto al tavolo c’è una bomba che sta per scoppiare, assistiamo alla conversazione delle persone che vi sono sedute in modo diverso, perché sappiamo che da un momento all’altro la bomba può esplodere. In Bastardi senza gloria ci sono almeno tre scene a un tavolo, e la bomba che conosciamo sono gli ufficiali nazisti, pronti a esplodere e a uccidere da un momento all’altro. Come Hitchcock Tarantino crea suspence con gli oggetti: quel bicchiere di latte riproposto da Landa a Shosanna, o la scarpa fatta indossare all’attrice Bridget Von Hammersmark (Diane Kruger), Cenerentola al contrario, sono come le tazze de Il sospetto e Notorious.

È la prima volta che il regista di Pulp Fiction affronta una storia dichiaratamente ambientata nel passato e in un preciso periodo storico. Ed è la prima volta che la sua violenza, puramente estetica, surrealista e iperbolica, si confronta con quella reale, storica e documentata. Quello che ne esce è un cortocircuito che rende la sua violenza più sobria e meno divertita, per quanto possa esserlo quella di un suo film. Ma è una violenza coinvolgente e liberatoria. Bastardi senza gloria è un film catartico, perché la violenza tipica delle “iene” e delle “vipere” tarantiniane è rivolta contro chi se la merita, i peggiori di sempre, i nazisti. Ed essere violenti non è mai stato così bello. C’è, nel film, la voglia di tornare, in chiave pulp-pop (a proposito di pop, godetevi lo splendido anacronismo delle note di Cat People (Putting Out Fire) di David Bowie, a un’America che combatteva le guerre dalla parte dei giusti. E, a dispetto del titolo del film, era gloriosa.

Da vedere perché: il film Nazi-pop di Tarantino è catartico: la sua violenza estetica si confronta con quella reale, il Nazismo, e si scatena contro i peggiori di sempre.

 (Pubblicato su Effetto Notte On Line)

 

 

24
Feb
09

Il curioso caso di Benjamin Button

Voto: 8

(su 10)

Un orologio costruito per andare al contrario. Così forse sarebbero potuti tornare indietro molti dei ragazzi mandati a morire  durante la Prima Guerra Mondiale. È forse proprio per questo strano caso

che a New Orleans ne accade uno ancora più singolare: nasce un bambino già vecchio. È a tutti gli effetti un bambino, anche se non lo dimostra. Solo chi lo conosce bene sa cosa c’è dentro di lui. Come la madre adottiva. O come Daisy, la bambina di cui si innamora subito. Benjamin percorre la sua vita al contrario, proprio come quell’orologio: man mano che il tempo passa ringiovanisce e, una volta più giovane, potrà amare finalmente quella bambina.

loc_benjaminbutton_72dpiIl curioso caso di Benjamin Button di David Fincher, nato da una novella di Francis Scott Fitzgerald e sceneggiato da Eric Roth, autore dello script di Forrest Gump, lavora sull’iperbole  per raccontarci una verità incontrovertibile. Non aspettiamo forse tutti di cogliere l’attimo fuggente? Non dobbiamo forse aspettare molto per raggiungere degli attimi di felicità che non dureranno a lungo? Fincher affronta tutto questo in modo lieve, con una dolcezza e una serenità figlie proprio di Forrest Gump, di cui possiamo considerare Il curioso caso di Benjamin Button un film gemello/speculare. Anche qui attraversiamo diverse decadi e fatti storici, con un amore tormentato ma grandissimo, e un protagonista inconsapevole di sé e del mondo, ma destinato a lasciare un segno (non mancano citazioni del film, dalla barca nel mare in tempesta, o il colibrì, che ha la funzione della famosa piuma, i Beatles invece di Elvis e Lennon).  I  due film sono vicini per come affrontano le coincidenze della vita (vedi la magistrale scena dell’incidente di Daisy, una grande Cate Blanchett).

 È un film sui casi della vita e sull’amore, Il curioso caso di Benjamin Button, prima ancora di essere un film su vecchiaia e giovinezza. Ma è curioso che il protagonista sia proprio Brad Pitt, attore che ha puntato molto sulla sua bellezza ed eterna giovinezza. Qui viene usato contro ruolo, e per lui sembra essere quasi una nemesi. Ma se gli effetti speciali per invecchiare il suo volto sono portentosi (per ricostruirlo in digitale è stata utilizzata una nuova motion capture, con una polvere a ricoprire completamente il viso invece dei classici sensori), è davvero notevole la sua interpretazione. Quella di Pitt è una sorta di schizofrenia attoriale: il suo volto va in una direzione, le espressioni di un bambino, la voce in un’altra, quella di un anziano. Dietro agli effetti, molto si deve ai suoi occhi.


Gli occhi di Fincher dimostrano invece di avere affinato ulteriormente la loro vista: la maturazione del regista di Fight Club, già assaporata con Zodiac, è definitivamente avvenuta. Per la prima volta Fincher, oltre ai muscoli e alla testa, mette in un film il cuore. Dimostra di sapersi mettere al servizio della storia: in questo senso va la scelta della fotografia, dai toni seppia e dorati in modo da ammantare il film con una patina d’altri tempi (si riserva qualche vezzo di montaggio, come l’inserimento delle sequenze da cinema muto). Ed è proprio in questo senso che vanno lette le 13 nomination agli Oscar: in quella voglia di cinema d’altri tempi, fatto di storie lunghe e di tramonti in cinemascope. C’è tanta voglia della vecchia Hollywood. E forse anche di riportare indietro il tempo, come con quell’orologio, e di evitare le guerre e gli errori/orrori made in U.S.A. di questi anni.

Da vedere perchè: grande cinema dal respiro classico, come non se ne fanno più. Che incita alla vita e a cogliere l’attimo. Sarà il nuovo Forrest Gump?

 

 












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