Posts Tagged ‘Bastardi senza gloria

21
Lug
11

Captain America. Quando l’America combatteva le guerre giuste

Voto: 6,5 (su 10)

Uno scudo rotondo, con la stella e le strisce della bandiera americana. E dietro un uomo. Ecco di cosa è fatto il fumetto di Capitan America, che ora arriva al cinema con il film Captain America: il primo vendicatore. C’è una Storia più grande, quella di un intero paese in conflitto, la Seconda Guerra Mondiale: Capitan America nacque proprio in quel periodo, come strumento di propaganda e di sostegno all’America nella dura lotta contro Hitler e il Nazismo. Ed è proprio in quegli anni, nel 1941, che è ambientato Captain America.

Con un affascinante gioco di rimandi, sullo schermo vediamo proprio il fumetto di Capitan America nascere e diffondersi nelle strade, come accadde nella realtà. Dentro la Storia dell’America in guerra c’è la storia di Steve Rogers (Chris Evans, “indebolito” grazie agli effetti speciali), ragazzo troppo gracile per essere arruolato, che entra a far parte di un programma sperimentale, diventando il super soldato noto come Capitan America, che sfiderà i nazisti e il temibile Teschio Rosso.

La storia di Capitan America nasce durante la Seconda Guerra Mondiale, e il film è ambientato in quel periodo. Ma non sembra che sia così solo per questo. Si sente, nel cinema americano di oggi, una voglia di dare un colpo di spugna a tutte le guerra sbagliate, dal Vietnam all’Iraq, che sono state combattute negli ultimi sessant’anni, per tornare alla Seconda Guerra Mondiale, e riannodare i fili con l’ultima guerra giusta, l’ultima volta che l’America combatteva dalla parte dei buoni. È così in Captain America, ed è stato così anche in Bastardi senza gloria. Il film si chiude con un aereo lanciato a tutta velocità verso New York, che il nostro eroe prova a dirigere in un’altra direzione. E il rimpianto per non aver evitato l’11 settembre 2001, vero nervo scoperto dell’America di oggi insieme alla guerra sbagliata in Iraq, si sente tutto.

Il Nazismo, l’11 settembre, l’Iraq: questa è la Storia, che in un modo o nell’altro entra nel film. Poi c’è la storia, quella dell’uomo dietro lo scudo, dello Steve Rogers che diventa Capitan America: una storia drammatica, quella di un individuo con un corpo e con delle capacità che non sono all’altezza della sua volontà e delle sue ambizioni: storia attualissima nel mondo di oggi, quello dell’apparenza e dei corpi costruiti. È una storia raccontata bene, grazie a una sceneggiatura che, seppur con semplicità, rende bene il dramma del protagonista. Certo, è difficile oggi per un film di supereroi trovare una sua via tra il dark di Batman, il pop di Spider-man e il rock heavy metal irriverente di Iron Man, per citare i fumetti più riusciti nelle loro trasposizioni cinematografiche. Eppure Captain America ha quell’ironia sottile che ci era piaciuta in Iron Man, lontana dall’umorismo becero che intervallava i toni seriosi di Thor. Captain America non è un film memorabile, ma scorre piacevolmente e funziona. Merito anche del cast: se con Chris Evans, ormai abituato ai supereroi dopo I fantastici 4, e Hugo Weaving, natural born villain dopo l’agente Smith di Matrix, si va sul sicuro, è una piacevole conferma Hayley Atwell (La Duchessa), viso da cerbiatto e corpo da pin up (che negli abiti anni Quaranta sta benissimo), nei panni di Peggy, l’amore di Rogers. Per non parlare di Tommy Lee Jones, Stanley Tucci e Toby Jones.

Il sottotitolo di Captain America: il primo vendicatore ci ricorda che è in arrivo The Avengers, in cui Capitan America, arrivato ai giorni nostri dopo essere stato ibernato, combatterà al fianco di Iron Man e Thor. Si tratta di un progetto interessante, diverso dalle saghe e dai sequel: una serie di film singoli e indipendenti, ma allo stesso tempo collegati fra loro. Dei film tassello in grado di formare un’opera mosaico. Che sarà completa il 4 maggio 2012, quando arriverà The Avengers.

Da vedere perché: personaggi costruiti bene e ironia avvicinano il film più ad Iron Man che al deludente Thor.  E la storia ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale ci conferma che l’America vuole ricollegarsi all’ultima volta che ha combattuto una guerra giusta.

 

02
Nov
09

Il nastro bianco. Il terreno fertile per i semi del Male

Voto: 8 (su 10)

nastroChe cos’è il nastro bianco? È un segnale, un simbolo, un monito di innocenza e purezza. Viene applicato ai bambini quando rompono le regole, quando peccano, per ricordare loro di tornare sulla retta via. È un nastro bianco, ma è come una lettera scarlatta. Siamo nel 1913/14, in un villaggio protestante della Germania del Nord, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. Nella comunità, dedita all’agricoltura e all’osservanza di rigide regole morali e religiose, cominciano ad accadere strani avvenimenti. Il medico cade da cavallo dopo che una fune è stata tesa appositamente. L’uccellino del pastore viene trovato trafitto da delle forbici. Il figlio del barone viene trovato ferito. E poi capita anche a un bambino handicappato. È una serie di “funny games”, di giochi per nulla divertenti. Parliamo di giochi perché dietro potrebbero esserci i bambini del paese…

E parliamo di “funny games” perché Il nastro bianco è l’ultimo film di Michael Haneke, l’autore austriaco che in questi anni, da Funny Games a La pianista a Niente da nascondere, ci ha abituato a ogni tipo di sadismo. Che qui va indietro nel tempo e scava nel profondo, per raccontarci le radici di quel male e i semi di quella cattiveria che ci ha mostrato così spesso nelle sue opere. Dietro la facciata puritana della comunità protestante c’è una crudeltà profonda, che appare lontanissima dal messaggio di Cristo di eguaglianza e solidarietà. “Ne ho abbastanza di un ambiente dominato dalla malignità, dall’invidia, dalla stupidità, dalla brutalità, da violenze, minacce, da perverse vendette” sentiamo dire a un personaggio del film. È una donna, una categoria che nel villaggio in questione è trattata nella maniera peggiore. Quello di Haneke è un racconto morale importantissimo. Perché spiega come e quando è nata e cresciuta la Germania più cattiva, quali sono state le idee e i comportamenti che hanno costituito il terreno fertile nel quale sono stati seminati i semi del Male, cioè del Nazismo. I bambini crudeli di oggi, cresciuti a pane e castigo, saranno i Nazisti di domani, creature ai quali un sistema fatto di ordini, obbedienze e punizioni sembrerà la prosecuzione naturale della loro vita.

È un film rigoroso, incredibilmente sobrio ed estremamente cupo e inquietante, Il nastro bianco. Una storia in cui la violenza è quasi sempre fuori campo, mai mostrata come in altre opere di Haneke. È una violenza soprattutto psicologica, che nella confezione raggelata che il bianco e nero di Haneke contribuisce a creare risalta ancora di più. È un bianco e nero di altri tempi (sembra di essere un film di Dreyer, o di Bergman), un bianco e nero classico, con i contrasti poco accentuati, ma con infinite sfumature di grigio. Quasi a voler affermare con forza la volontà di avvicinarsi al cinema d’un tempo, un cinema dal forte afflato morale e spirituale. Haneke gira con maestria, alternando inquadrature fisse del paesaggio, che sembrano quadri, a sequenze in cui la macchina da presa è mobilissima, come nella sequenza del valzer, in cui (come in Eyes Wide Shut di Kubrick) si muove insieme e intorno ai due danzatori, quasi a raccontare la leggerezza dell’unico momento spensierato di una storia opprimente, che si apre e si chiude con una lunghissima dissolvenza da e al nero.

È curioso che proprio quest’anno, e proprio partendo dal Festival di Cannes, due autori come Haneke e Tarantino (Bastardi senza gloria), che hanno fatto della violenza uno dei punti salienti della loro poetica, rappresentandola in maniere estetica, o intellettuale, si siano confrontati con una violenza “storica”, effettiva, come quella della Germania pre-nazista e nazista. Con due opere tra loro agli antipodi (classica contro pop, bianco e nero contro colore, controllo contro passionalità), la loro riflessione sul Male e la violenza, incontrando la realtà, è assunta a livelli ancora più alti. Come spesso accade quando l’Arte incontra la vita.

Da vedere perchè: E’ un grande film, rigoroso, incredibilmente sobrio ed estremamente cupo e inquietante

 

 

19
Ott
09

Festival di Roma. Le concert. Il concerto delle beffe

Voto: 7 (su 10)

concertÈ un’altra storia di brillante travestimento e di clamorosa beffa Le Concert, proprio come quel Train de vie che aveva rivelato qualche anno fa il regista Radu Mihaileanu. Dopo averci raccontato la storia di alcuni ebrei che organizzavano un finto treno di deportati, con tanto di finti soldati nazisti a guidarlo, oggi ci racconta la storia di un gruppo di musicisti ebrei che si fingono l’orchestra del Bolshoj di Mosca e accettano l’invito di un prestigioso teatro di Parigi per un concerto. Un ex direttore d’orchestra del Bolshoj, che era stato allontanato da Breznev, in epoca comunista, per non aver licenziato dei musicisti ebrei, ora fa il custode allo stesso teatro. E intercetta la lettera con l’invito per il concerto. Così decide di chiamare il suo vecchio gruppo, più alcuni improbabili nuovi acquisti.

Le Concert ha la stessa struttura di Train De Vie, un crescendo che parte dall’idea geniale, per continuare con i preparativi, passando per gli inevitabili intoppi, fino ad arrivare al momento clou. Con qualche momento sentimentale che, se rallenta un po’ il film, gli dà anche un’anima più profonda. Come Train de vie, anche Le Concert è un film fatto di caratteri irresistibili, interpretati da attori in stato di grazia, godibili soprattutto nelle scene d’insieme. Nel casti spicca Mélanie Laurent, la bellissima Shosanna di Bastardi senza gloria (anche qui, casi della vita, il suo personaggio ha origini ebree), un’attrice capace di illuminare ogni scena con la sua sola presenza.

È un film catartico, liberatorio, Le Concert. Quelli di Mihaileanu sono ancora una volta degli eroi dell’arte dell’arrangiarsi. È un film ottimista, che si affianca a Soul Kitchen, presentato a Venezia (e sempre distribuito da Bim), come film anti-crisi: un’opera che celebra la forza di sopravvivere in anni bui, di adattarsi all’ambiente e trovare le mosse per sfangarla. In un modo o nell’altro.

Si parla tanto di soldi, nervo scoperto di questi anni, nel film. Anche in un ambiente come la musica classica, in cui non si parla quasi mai di mercato. Invece anche qui regna il Dio Denaro, non si scappa. La domanda che sentiamo fare più spesso è “quanto?” Con il suo inconfondibile “jewish humour” Le Concert si fa beffe di tante realtà della Russia di oggi, dai nostalgici del Partito Comunista, fino agli oligarchi russi economicamente onnipotenti, forti dei soldi del gas (“dobbiamo tagliare le forniture di gas all’Europa?” sentiamo dire) e che investono nel calcio (“compra il Paris Saint Germain, compra Messi e mettilo in attacco” dice la madre a uno di loro). Ma la comicità all’ebrea piace anche perché sa prendere in giro il proprio popolo (è impagabile la scena dei due ebrei che anche a teatro riescono a vendere qualcosa). Ci piace questo concerto delle beffe di Mihaileanu. Perché se il mondo in cui viviamo sembra farsi beffe di noi, forse è il caso di farsi beffe del mondo. E se la vita è finzione, ormai l’abbiamo capito, tanto vale fingere.

Da vedere perché: se la vita è finzione, ormai l’abbiamo capito, tanto vale fingere. Catartico e ottimista

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

15
Ott
09

Bastardi senza gloria. Pillole Nazi Pop

diane okPulp Fetish Fiction

 Ormai lo sapete, Tarantino è un feticista. Il suo amore per i piedi delle donne è noto sin da Pulp Fiction, quando un lungo dialogo sui massaggi ai piedi (sono sesso o privi di sensualità?) introduceva Uma Thurman/Mia Wallace che girava a piedi nudi per casa, e ballava a piedi nudi al Jack Rabbit Slim’s. Poi i piedi di Uma, nei panni della Sposa, sono stati al centro di un primo piano insistito in Kill Bill Vol.1. E poi è stata la volta di Grindhouse, con i piedi di Rosario Dawson solleticati da Stuntmen Mike. Anche Bastardi senza gloria ha il suo momento fetish: al centro ci sono gli arti di Diane Kruger. Ma la sua gamba stavolta è martoriata: il tenente Aldo Raine di Brad Pitt infila addirittura un dito nel foro di una pallottola. Rivediamo i piedi di Diane Kruger più tardi, quando, come Cenerantola, le viene fatta provare una scarpa che aveva perso. Ma non c’è un principe a portargliela, e l’esito non è “e vissero tutti felici e contenti”. 

 

 

 

   

inglouriousbasterds74

 Tracce di rosso

 In ogni film di Tarantino c’è una scena completamente ammantata di luce rossa, di solito ambientata in qualche night club o locale notturno. Qui, nonostante ci siano molti bar, nessuno è a “luci rosse”. Il rosso però campeggia, negli addobbi del Terzo Reich che decorano il cinema per la première del film di propaganda nazista che viene organizzata a Parigi. Rosso è anche il vestito di Shosanna, e rossi sono i segni di guerra, come quelli di una pellerossa, che traccia sul volto con il suo rossetto. Rosso fuoco come il vestito che indossa, premonizione del fuoco che appiccherà al cinema. “Guarda questi occhi così rossi/Rossi come una giungla in fiamme” recita Cat People (Putting Out The Fire) di David Bowie (tratta dalla colonna sonora di Cat People, nota da noi come Il bacio della pantera) che fa da colonna sonora alla scena.

 

 

lucSerial killer

Tutti sappiamo della fluvialità tarantiniana in fase di scrittura. Così Kill Bill è diventato un film doppio. Ma Bastardi senza gloria ha rischiato di diventare una serie tv. Tarantino non riusciva a smettere di scrivere, tanto che a un certo punto ha cominciato a considerare l’idea di produrlo come serial. A dissuaderlo pare sia stato Luc Besson, che si è detto deluso, in quanto i film di Tarantino erano una delle poche cose ancora in grado di spingerlo ad andare al cinema. L’idea di vedersi il nuovo Tarantino a casa in tv non gli andava proprio. E così Tarantino ci ha ripensato. Allora, grazie Luc!

 

 

trenoItalia Mon Amour

La passione di Tarantino per il cinema italiano è evidente. È noto ormai che l’ispirazione di Bastardi senza gloria arriva da Quel maledetto treno blindato di Enzo G. Castellari. Oltre che con un cammeo, Castellari è omaggiato con il nome di Enzo Gorlami, l’identità italiana che si inventa Brad Pitt/Aldo Raine alla premiere del film tedesco: è la storpiatura di Enzo Girolami, il vero nome di Enzo G. Castellari. Ma gli omaggi al cinema italiano non finiscono qui. Il generale inglese che dà l’incarico al tenente Hicox si chiama Ed Fenech, omaggio alla diva del cinema italiano anni Settanta Edwige Fenech, già omaggiata da Eli Roth con un cammeo nel suo Hostel 2. Antonio Margheriti, nome di copertura dell’Orso Ebreo di Eli Roth, è un regista italiano, noto con il nome d’arte di Anthony M. Dawson, famoso per i suoi film di genere (tra questi Space Men, del 1960).

 

 

quentin-tarantino-s-inglourious-basterds-motion-picture-soundtrackIl titolo

Inglourious Basterds è il titolo americano di Quel maledetto treno blindato. Il titolo originale si scrive proprio così, con due errori, e non Inglorious Bastards: sembra che Tarantino abbia scelto questo titolo storpiato proprio per differenziarsi dall’altro film.

Ma la leggenda vuole che il film di Castellari fosse catalogato così, con il nome sbagliato, nella videoteca in cui lavorava Tarantino. 

 

 

Bastardi-senza-gloria-Til-Schweiger_midStiglitz, chi era costui?

Hugo Stiglitz è il nome di uno dei bastardi guidati dal tenente Aldo Raine. È un ufficiale tedesco famoso per aver ammazzato vari componenti delle SS. E per questo è assoldato di diritto tra i bastardi.

Il nome è preso da quello di un attore messicano, Hugo Stiglitz, appunto, che tra gli anni Settanta e Ottanta ha girato parecchi horror. Tra cui, in Italia, Il triangolo delle Bermude, e Incubo sulla città incontaminata di Umberto Lenzi.

Tarantino non intendeva fare un omaggio all’attore e al genere, ma ha scelto questo nome proprio perché gli piaceva come lo pronunciavano gli attori tedeschi che interpretavano i nazisti.

 

 

Quentin%20TarantinoCapitoli (de)generi

Come molti dei suoi film, anche Bastardi senza gloria è diviso in capitoli, come se fosse un’opera letteraria. Stratagemma che permette a Tarantino di spaziare tra i generi. Ecco come viaggia tra i generi Bastardi senza gloria. “È Sergio Leone e Lubitsch per i primi due capitoli, poi diventa un noir alla francese e poi si ispira ai film della metà degli anni Sessanta” ha raccontato Tarantino.

“Il finale è macho-sanguinolento-tarantiniano”.

 

 

(Pubblicato su Movie Sushi

 

 

08
Ott
09

Bastardi senza gloria. Kill Goebbels: il cinema si libera dalla propaganda

olympiaOgni film di Tarantino, ormai lo sappiamo, è un grosso gioco sul cinema. Le iene giocava con tutto l’immaginario del genere gangster, dai Poliziotteschi italiani, ai Polar francesi, fino ai film di yakuza giapponesi, e agli abiti eleganti di James Bond. Jackie Brown era un omaggio al genere Blaxploitation, il cinema afroamericano di serie B degli anni Settanta. E Kill Bill un cocktail di generi che andava dai film di Kung Fu agli Anime fino allo Spaghetti Western di Sergio Leone. Grindhouse, poi, era dichiaratamente un film di serie B, uno Slasher come si giravano tra gli anni Sessanta e i Settanta.

Quale occasione migliore poteva esserci, allora, che un film di guerra ambientato nella Francia occupata dai nazisti, per confrontarsi (oltre che con il cinema italiano di guerra, che all’estero chiamano Maccheroni Combat: lo spunto arriva da Quel maledetto treno blindato di Enzo G. Castellari) con il cinema tedesco? Un cinema che è parte della storia della Settima Arte, e che fino all’avvento del Nazismo era all’avanguardia a livello mondiale. In Germania sono nati l’Espressionismo, e autori come Lang, Pabst e Lubitsch. Poi arrivò Goebbels, e fece del cinema un mezzo della propaganda nazista: i grandi autori scapparono in America, facendo grande Hollywood, e il cinema tedesco fu soffocato dall’ideologia. Bastardi senza gloria è stato girato a Berlino, nei leggendari studi Babelsberg, dove Fritz Lang girò Metropolis nel 1927. La cosa deve aver ispirato non poco Tarantino, che fin da piccolo si nutre di pane e cinema. Tutto il cinema. “Sono sempre stato affascinato dall’idea di ritrarre Goebbels come direttore di uno studio cinematografico, cosa che fra l’altro era una delle sue principali attività” ha dichiarato Tarantino. “Visto che il film ha come tema il cinema tedesco sotto il Terzo Reich, mi pareva fosse interessante incentrarlo proprio sulla figura di Goebbels, a capo dello studio cinematografico, che realizza il suo capolavoro e gli dedica addirittura una première”. E infatti, nel film Tarantino gioca molto su questo aspetto: gustatevi il dialogo tra il generale inglese Ed Fenech e il luogotenente Archie Hicox, che prima di arruolarsi era un critico cinematografico. Hicox gli racconta come il cinema tedesco dopo l’avvento del Terzo Reich abbia perso moltissimo in qualità, ma guadagnato negli incassi (inutile che noi critici ci si accanisca, è così da sempre…), e poi racconta come secondo lui Goebbels si senta una sorta di David O. Selznick (il leggendario produttore di Via col vento) tedesco.

Se è molto divertito dall’idea di vedere Goebbels come un produttore cinematografico, Tarantino non ha nascosto il suo amore per Lenitrionfo Riefenstahl, la regista di regime per eccellenza, l’autrice del famigerato Olympia. “È stata la più grande regista mai esistita” ha dichiarato Tarantino. “Per rendersene conto basta vedere il suo film sulle Olimpiadi”. Per scrivere il suo film, Tarantino ha anche ammesso di aver letto i diari della Riefenstahl. La omaggia direttamente, nel suo ultimo film: nella scena in cui vediamo Shosanna per la prima volta a Parigi, mentre armeggia con le insegne del suo cinema, vediamo che in quel cinema viene proiettato L’inferno bianco del Piz Palu, un film del 1929 diretto da Pabst, in cui c’era Leni Riefenstahl come attrice. È un film tedesco pre-Reich e pre-Goebbels.

L’ammirazione per i cineasti tedeschi di Tarantino e sincera e priva di pregiudizi. Ma anche consapevole di cosa avrebbe potuto continuare ad essere il cinema tedesco senza l’avvento del regime. E allora uccidere i nazisti con il cinema (letteralmente, visto che nel film le pellicole diventano un combustibile vero e proprio, e molto efficace) significa allo stesso tempo ritorcere loro contro quella che hanno usato come un’arma impropria. Significa liberare il cinema come Arte, liberare un’artista come Leni Riefenstahl dal giogo di un potere che l’ha per sempre marchiata. Significa liberare le immagini di Olympia dal sottotesto e dal messaggio al quale sono sempre state collegate. Per diventare così puro cinema, da ammirare solo per la sua bellezza. Guardate le scene del film di propaganda nazista Nation’s Pride, ispirato a Il trionfo della volontà (Triumph Of The Will) di Leni Riefenstahl (considerato un prodigio a livello tecnico): è stato girato su quello stile da Eli Roth, un regista ebreo. Un’ulteriore beffa ai nazisti. E guardate anche le sequenze inserite da Shosanna, girate in puro stile tedesco, con cui annuncia il suo attentato ai nazisti. È come se avesse preso un fucile a una guardia delle SS e glielo avesse puntato contro. Ancora una volta un film di Tarantino è un sanguinoso atto d’amore, per i registi. E per il cinema.

(Pubblicato su Movie Sushi)

01
Ott
09

Bastardi senza gloria. Essere violenti non è mai stato così bello…

Voto: 9 (su 10)

GLORIAPuò il cinema cambiare la Storia? Forse no. Ma forse può farlo “un” cinema. Un cinema che si trova al centro di Parigi, durante la Seconda Guerra Mondiale, e dove tutti i pezzi da novanta del Terzo Reich, da Hitler a Goebbels, si stanno riunendo per assistere alla prima di un film di propaganda nazista. E dove un manipolo di soldati ebrei americani, i “bastardi senza gloria” guidati dal tenente Aldo Raine (un Brad Pitt con le guance gonfie come Il padrino Brando) e Shosanna (Mélanie Laurent), una giovane ebrea scampata a un eccidio, che ora gestisce il cinema, cercheranno di appiccare il fuoco. E cambiare la Storia. È Bastardi senza gloria, l’ultimo grande film di Quentin Tarantino. Deus ex machina per eccellenza, burattinaio capace come nessun altro di giocare con i suoi personaggi, e con lo spettatore, Tarantino ora si permette di manipolare la Storia, riuscendoci alla perfezione.

Per aspera ad astra. Tarantino parte come al solito dal basso, dal B Movie per eccellenza, un sottogenere come il film bellico italiano (ma è attento a tutto il nostro cinema, vedi l’ufficiale inglese che si chiama Ed Fenech…), che definisce Maccheroni Combat, per arrivare a un film d’autore allo stesso tempo colto e divertente. Lo spunto arriva da Quel maledetto treno blindato di Enzo G. Castellari, e dall’idea che degli ebrei americani praticassero la resistenza degli Apache, operando dietro le linee e prendendo gli scalpi ai nemici. E la presa degli scalpi è il vero momento pulp del film, che, contrariamente a quanto ci si aspetta, vive di pochi e brevi momenti di violenza, introdotti da lunghi dialoghi carichi di ironia e tensione: Bastardi senza gloria è come una doccia scozzese, caldo e poi improvvisamente freddo e ancora caldo. È il Tarantino che più amiamo, quello dai dialoghi da culto.

Ma è soprattutto il Tarantino che ama giocare con il cinema. E quale occasione migliore che quella di confrontarsi con il cinema tedesco, e parlare della sua storia, di Goebbels e della propaganda nazista, confrontarlo con i produttori hollywoodiani, e raccontare come la propaganda abbia abbassato la qualità del cinema, ma alzato gli incassi. Leni Riefenstahl, la regista di regime per eccellenza, l’autrice del famigerato Olympia, è stata una delle più grandi registe di sempre secondo Tarantino. E allora uccidere i nazisti con il cinema (letteralmente, attenti alle pellicole) significa allo stesso tempo ritorcer loro contro quella che hanno usato come un’arma impropria e liberare il cinema come Arte, lasciare gli artisti, come la Riefenstahl, liberi dal giogo di un potere che li ha per sempre marchiati. Non usa le parole mai a caso, Tarantino: così quando parla di King Kong gioca sì sul cinema degli anni Trenta, ma smaschera anche l’anima profondamente razzista dei nazisti.

Parole, parole, parole. È un film parlato, quello di Tarantino. Ma mai i suoi dialoghi erano stati così carichi di tensione. Pensiamo al primo incontro tra il terribile ufficiale nazista Hans Landa (l’eccezionale poliglotta Christoph Waltz) e un contadino francese, dove la lingua in cui parlano cambia più volte. Sembra un virtuosismo, ma capiremo presto il perché. È la prima volta che Tarantino in un suo film gioca veramente con la suspence. E lo fa come lo faceva il maestro, Sir Alfred Hitchcock. Il quale raccontava che se sappiamo che sotto al tavolo c’è una bomba che sta per scoppiare, assistiamo alla conversazione delle persone che vi sono sedute in modo diverso, perché sappiamo che da un momento all’altro la bomba può esplodere. In Bastardi senza gloria ci sono almeno tre scene a un tavolo, e la bomba che conosciamo sono gli ufficiali nazisti, pronti a esplodere e a uccidere da un momento all’altro. Come Hitchcock Tarantino crea suspence con gli oggetti: quel bicchiere di latte riproposto da Landa a Shosanna, o la scarpa fatta indossare all’attrice Bridget Von Hammersmark (Diane Kruger), Cenerentola al contrario, sono come le tazze de Il sospetto e Notorious.

È la prima volta che il regista di Pulp Fiction affronta una storia dichiaratamente ambientata nel passato e in un preciso periodo storico. Ed è la prima volta che la sua violenza, puramente estetica, surrealista e iperbolica, si confronta con quella reale, storica e documentata. Quello che ne esce è un cortocircuito che rende la sua violenza più sobria e meno divertita, per quanto possa esserlo quella di un suo film. Ma è una violenza coinvolgente e liberatoria. Bastardi senza gloria è un film catartico, perché la violenza tipica delle “iene” e delle “vipere” tarantiniane è rivolta contro chi se la merita, i peggiori di sempre, i nazisti. Ed essere violenti non è mai stato così bello. C’è, nel film, la voglia di tornare, in chiave pulp-pop (a proposito di pop, godetevi lo splendido anacronismo delle note di Cat People (Putting Out Fire) di David Bowie, a un’America che combatteva le guerre dalla parte dei giusti. E, a dispetto del titolo del film, era gloriosa.

Da vedere perché: il film Nazi-pop di Tarantino è catartico: la sua violenza estetica si confronta con quella reale, il Nazismo, e si scatena contro i peggiori di sempre.

 (Pubblicato su Effetto Notte On Line)

 

 












Archivi


Cerca


Blog Stats

  • 106,534 Visite

RSS

Iscriviti al feed di

    Allucineazioni (cos'è?)




informazioni

Allucineazioni NON e' una testata giornalistica ai sensi della legislazione italiana.

Scrivimi

Creative Commons License

Questo blog è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.