04
Apr
12

The Lady. Besson, l’uomo che amava le donne

Voto: 6,5 (su 10)

L’uomo che amava le donne è anche Luc Besson. Magari non proprio come le amava Truffaut, ma in una maniera tutta sua. Se in Truffaut, le donne, amatissime, coccolate, valorizzate, erano pur sempre dei magnifici oggetti del desiderio, e in questo servivano soprattutto come specchio per le sensazioni dei personaggi maschili, e per le ossessioni del regista, le donne di Besson sono sempre donne soggetto, eroine, donne che scrivono da sole la propria storia, come Giovanna d’Arco, Nikita, Angel-A o la Leloo de Il quinto elemento. E come Aung San Suu Kyi, la leader birmana che da più di vent’anni, in maniera non violenta, ha lottato per la democrazia contro il regime militare. È lei la protagonista di The Lady, il nuovo film di Besson, che aveva aperto il Festival del Film di Roma e che ora arriva sui nostri schermi. Aung San Suu Kyi è una donna che combatte senza violenza, fragile come i fiori con cui ama acconciare i capelli, che si ispira a Gandhi. Fragile eppure restistente, imperterrita, dedita alla causa. Proprio come tanti eroi della Storia, Aung San Suu Kyi lo diventa quasi per caso, quasi senza sceglierlo: acclamata dal popolo alla morte del padre come la leader da cui vuole essere guidato, organizza in pochissimo tempo le elezioni, e finisce per vincerle. Ma il regime birmano la mette agli arresti domiciliari, la isola dalla famiglia e dal mondo, annulla le elezioni e continua a governare.

Per raccontare quella che è una bellissima storia vera, Besson annulla quasi se stesso, elimina tutti i virtuosismi e la potenza a cui ci aveva abituato nella sua carriera, e si mette al servizio della storia, del suo personaggio e della sua attrice, Michelle Yeoh, che, senza alcun trucco, “è” Aung San Suu Kyi, solo con il suo sguardo, con il suo portamento, con la sua luce. E infatti la storia non ha bisogno di altro. È una storia forte di per sé, una storia che va conosciuta. E per questo The Lady è un film da vedere. Besson utilizza anche un po’ di musica rock, tra cui quegli U2 che proprio alla leader birmana avevano dedicato la bellissima Walk On. Stranamente, però, Besson non usa quella canzone, ma una vecchia hit dei quattro di Dublino, When Love Comes To Town, e un piccolo gioiello nascosto della loro produzione, Slug, contenuto nel poco noto progetto Passengers (quello che conteneva Miss Sarajevo). Ma, come tutto, regia, fotografia, interpreti, anche la musica è funzionale alla storia. Quello che conta è questo. Specialmente in questo momento, dove nella vita di Aung San Suu Kyi e della Birmania (l’attuale Myanmar) il vento sta cambiando (il primo aprile ci saranno le elezioni e Aung San Suu Kyi è finalmente libera e candidata), e “l’orchidea d’acciaio” è finalmente pronta per l’appuntamento con la Storia. Quella con la S maiuscola.

Da vedere perché: Quella di Aung San Suu Kyi è una storia che va raccontata

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