Posts Tagged ‘George

03
Feb
12

Hugo Cabret. Scorsese, Melies, e il cinema che cattura i sogni

Voto: 8 (su 10)

Venite a sognare con noi. È l’invito che George Méliés (Ben Kingsley), dal palco di un teatro, rivolge al pubblico. Méliés, fa dire Scorsese a uno dei suoi personaggi, è stato il primo a capire che il cinema poteva catturare i sogni. E una storia che ruota attorno a Méliés e alla grandezza del cinema come quella del libro La straordinaria invenzione di Hugo Cabret di Brian Selznick non poteva che affascinare Martin Scorsese. Hugo Cabret, un ragazzino per cui l’avventura è andare al cinema, è Scorsese stesso. Hugo (Asa Butterfield), rimasto orfano del padre orologiaio, vive in una stazione di Parigi riparando gli orologi. Il padre gli aveva lasciato un automa, un robot d’antan, una sorta di manichino meccanico che si muove grazie a degli ingranaggi molto sofisticati. Per metterlo in moto serve una chiave, e ce l’ha proprio una ragazzina che Hugo incontra (Chloe Grace Moretz).

Ed è proprio per una ragazzina, la propria figlia, che Scorsese ha deciso di fare questo film, apparentemente lontano dalla sue corde. Ha scelto di girare un fantasy sui generis, e ha scelto la tecnica oggi più sofisticata, il 3D. E Hugo Cabret è vero 3D, pensato per essere girato in questo modo: ed è il miglior film 3D dai tempi di Avatar. Ha una profondità di campo eccezionale, e ogni tanto qualcosa esce anche dallo schermo. Un cinefilo compulsivo come Scorsese non poteva che buttarsi a capofitto in questa nuova opportunità, come un ragazzino appassionato. Hugo Cabret è un sogno dentro un sogno, ed è mille film dentro un unico film: sullo schermo scorrono Chaplin, Buster Keaton, Louise Brooks e Il gabinetto del Dr. Caligari, le immagini a colori in 3D diventano all’improvviso piatte e in bianco e nero. Dimostrando (come fa anche il successo di The Artist) che non sono due mondi opposti ma complementari. Quello che conta è la passione del cinema.

In Scorsese la profondità di campo è anche profondità di cuore. Perché ci racconta la storia di qualcuno che vuole aggiustare le cose, e capisce che nello stesso modo si possono aggiustare le persone. I macchinari rotti gli fanno tristezza perché non possono fare il loro lavoro. E così è per le persone. Per Scorsese Hugo Cabret è l’occasione perfetta per dimostrare il suo amore per il cinema: da cinefilo accanito deve essersi divertito da matti a far rivivere i set di Méliés, occasione straordinaria per omaggiare il primo autore di effetti speciali del cinema, con un gran film di effetti speciali. È un cerchio che si chiude.

E in quell’automa che sta al centro della storia, c’è il senso di tutto il cinema di Scorsese: meccanismi ad orologeria perfetti, ingranaggi complicati e costruiti maniacalmente, dove tutto si incastra alla perfezione. I film di Scorsese sono così, costruiti con la pazienza e l’amore per il lavoro di un artigiano, come gli automi del film. E come in essi, al centro c’è un cuore. Trovare la chiave del nostro cuore è sempre stata la missione di Scorsese. Se Méliés era stato il primo a capire che il cinema poteva catturare i sogni, anche Scorsese l’ha capito benissimo da tempo.

Da vedere perché: è il miglior film in 3D dai tempi di Avatar. È un appassionato atto d’amore per il cinema. Ed è Martin Scorsese

 

Annunci
20
Dic
11

Le idi di marzo. La disillusione dell’era Obama

Voto: 7,5 (su 10)

Avrebbe comunque vinto sempre il Diavolo. Sì, perché in molti avrebbero voluto che il Leone d’Oro del Festival di Venezia andasse a Le idi di marzo, il film di George Clooney che aveva aperto la kermesse. Il Leone d’Oro è andato a Faust, ma, avesse vinto Clooney, sarebbe stato comunque il trionfo del Diavolo. Anche Le idi di marzo, thriller politico e opera morale, è la storia di un uomo che vende l’anima al Diavolo: Stephen Meyers (Ryan Gosling) è uno spin doctor, l’addetto alla comunicazione del governatore Mike Morris (George Clooney), candidato alle primarie del Partito Democratico per le elezioni presidenziali (le vere primarie e il vero Partito Democratico, quelli americani). Il Diavolo è la politica, è l’ambizione. Partito con grandi ideali, Meyers scoprirà che nella vita del governatore non è tutto oro quel che luccica. C’è del marcio in America. E c’è del marcio anche in Meyers, che non esiterà a “pugnalare” metaforicamente il suo candidato, e l’altro addetto alla comunicazione (Philip Seymour Hoffman) per farsi strada nel mondo di cui ha scelto di fare parte. Di qui il titolo Le idi di marzo, che fa riferimento all’uccisione di Giulio Cesare. Come insegna la cronaca, anche qui c’è di mezzo una stagista. Ma, potere del cinema, è alta, bionda e bellissima (è Evan Rachel Wood), tutto il contrario di Monica Lewinsky.

Ci piace George Clooney quando recita in questi ruoli (il suo Morris è un ritratto del perfetto democratico, del politico pulito, tra Kennedy e un Obama in bianco), ci piace ancora di più quando dirige film impegnati come questi, e come Good Night, and Good Luck. Il suo cinema ha sempre raccontato storie che hanno a che fare con lo iato tra realtà e apparenza, in tutte le sue declinazioni. Dalla mitomania (Confessioni di una mente pericolosa) alla censura (Good Night, And Good Luck), fino alle tattiche della comunicazione politica (Le idi di marzo), in tutti i film di Clooney si racconta di come la verità possa essere distorta per fini personali o politici. In questo senso, Le idi di marzo è un film complementare e opposto a Good Night, and Good Luck. È complementare perché racconta come la politica stessa filtri, nasconda, organizzi i flussi dell’informazione prima ancora che arrivi ai mass media, dove il film sul maccartismo parlava di come i mezzi di comunicazione, sotto le pressioni della politica, scelgano come e quando l’informazione debba fluire. Allo stesso tempo, questo è un film opposto, perché racconta la storia di un uomo che si lascia corrompere, dove l’altro mostrava una strenua resistenza al nemico, in nome di una profonda integrità professionale.

E se Good Night, And Good Luck era il film dell’era Bush, in cui era evidente il disgusto per la censura e il controllo ossessivo dell’informazione, Le idi di marzo è il film dell’era Obama, e della disillusione arrivata dopo la speranza, dei compromessi arrivati dopo gli ideali. Il Morris di Clooney è immortalato come Obama nella celebre effige/icona di Shepard Fairey. Ovviamente Clooney non vuole lanciare strali né contro l’attuale Presidente U.S.A. né contro i Democratici. Vuole solo metterci in guardia sul fatto che la politica sia un gioco sporco, e chi ci entra finisce per sporcarsi. E su come non ci si possa illudere mai troppo. In un film teso e lucidissimo, dalla sceneggiatura perfetta, girato come un classico che sembra uscito dagli anni Settanta (potrebbe essere stato girato da Pollack), spiccano un Clooney attore dalla perfetta faccia imperturbabile da politico e un Ryan Gosling ormai lanciatissimo, ed eccezionale nel passare dall’innocenza all’esperienza. In un mondo fatto di chiaroscuri – come sottolineato dalla fotografia del film – dove tutti entrano ed escono continuamente dall’ombra, Clooney sembra volerci dire che in politica vediamo solo quello che appare sotto i riflettori, quando sono accesi. Chissà cosa succede fuori dal cono di luce degli spot, o quando la luce è spenta. Buona notte, e buona fortuna.

Da vedere perché: se Good Night, And Good Luck era il film dell’era Bush, in cui era evidente il disgusto per la censura, Le idi di marzo è il film dell’era Obama, e della disillusione arrivata dopo la speranza

 












Archivi


Cerca


Blog Stats

  • 112.389 Visite

RSS

Iscriviti al feed di

    Allucineazioni (cos'è?)




informazioni

Allucineazioni NON e' una testata giornalistica ai sensi della legislazione italiana.

Scrivimi

Creative Commons License

Questo blog è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.


Annunci