Posts Tagged ‘da Venezia

21
Set
09

Venezia 66. Il Piccolo. Piccolo grande teatro

Voto: 7 (su 10) 

piccoloÈ un bel viaggio, quello dentro al Piccolo Teatro di Milano, lo storico teatro fondato da Giorgio Strehler e Paolo Grassi nel 1966, raccontato da Il Piccolo, documentario di Maurizio Zaccaro presentato a Venezia nella sezione Controcampo Italiano. È un bel viaggio perché Il Piccolo nasce con un’idea ben precisa, quella di essere  un teatro di protesta, non di consenso, ma di dissenso. Il suo pubblico era, è sempre stato, ed è ancora, un pubblico diverso da quello, ad esempio, del Teatro Manzoni. Ed è un bel viaggio perché a raccontarci la sua storia ci sono persone come il compianto Tullio Kezich, storico critico cinematografico, nonché produttore e autore teatrale, e Maurizio Porro, uno dei più preparati e garbati tra i critici cinematografici italiani.

Ci si commuove a vedere Kezich sul grande schermo. E ci si diverte, perché il critico triestino si dimostra ancora un grande narratore di aneddoti. È spassoso il racconto delle sere passate a casa di Strehler, dopo che dal mattino alla sera avevano parlato di teatro: una sera, alle undici, mentre Kezich voleva solamente dormire, Strehler bussò alla sua stanza per continuare a parlare, e gli fece una lezione su Goldoni, con una grande interpretazione. C’è una grande umanità, una grande arte, dentro alla storia del Piccolo. È un posto che ha un’atmosfera senza pari: quando si entra si sentono i fantasmi, e i silenzi sono ricchi di presenze, come racconta Mariangela Melato a Maurizio Porro.piccolo 2

È un documentario piacevolissimo, Il Piccolo, che si segue come se a raccontarci la storia del teatro ci fosse un gruppo di amici. Più che interviste quelle che vediamo nel film sono chiacchierate. Ci sono Branciaroli, Giuseppe Battiston, Paolo Rossi (che suggerisce di vendere i biglietti del teatro in edicola, come si faceva un tempo), Leo Gullotta. E poi Toni Servillo. Allora, per chi ama il cinema, questo film può servire per capire da dove arrivano le interpretazioni dei nostri più grandi attori. E Servillo è ancora una volta straordinario, quando ci parla della maschera, e ci racconta come l’attore cambi i propri gesti quando deve riferirsi a questa. Perché la maschera non sopporta la concretezza del gesto reale. La maschera è rituale. Lo vediamo anche in quel successo mondiale che è stata la Trilogia della villeggiatura di Goldoni.

Parlare del Piccolo significa parlare di Milano. E guardare inevitabilmente indietro. Ed è bellissima la scena in cui, in una via del centro, si accendono tutte le insegne dei cinema che c’erano e non ci sono più. E l’insegna del Piccolo riluce ancora. Nel film c’è tutta la Milano del Piccolo, la Milano intorno al Piccolo. Ed è una Milano bellissima.

Da vedere perché: Il Piccolo è la storia del teatro in Italia. E anche del cinema (vedi Servillo). Ed è come se ce la raccontassero un gruppo di amici.

Annunci
09
Set
09

Venezia 66. Il grande sogno. Sogno o son desto?

Voto: 5 (su 10) 

locandina sognoSogno o son desto? Son desto. Dai sogni del Sessantotto l’Italia si è svegliata ormai da tempo. E dal sogno di un grande cinema italiano anche. Il grande sogno di Michele Placido si inserisce nel solco del cinema italiano di oggi, vicino a forme televisive, e poco capace di osare. Il grande sogno, presentato a Venezia in concorso, è un film autobiografico, o quasi. Nicola (Riccardo Scamarcio), il protagonista del film, è un ragazzo pugliese che arriva a Roma per fare il poliziotto. Ma ha il sogno di fare l’attore. Proprio come Placido. Incontra Laura (Jasmine Trinca), una giovane studentessa di fisica all’Università La Sapienza, proprio mentre scoppia la contestazione del Sessantotto. Infiltrato dalla polizia, partecipa all’occupazione e si innamora di lei. Ma, tornato a lavorare in divisa, si troverà a sedare una manifestazione, dall’altra parte della barricata. Come i fratelli de La meglio gioventù. Laura allora si avvicinerà a Libero (Luca Argentero), leader del movimento studentesco.

Chissà se è una coincidenza che, proprio come Tornatore con Baarìa, anche Placido scivoli su quello che dovrebbe essere il film della sua vita, quello più sentito perché parla di sé e dei suoi valori, e, come Tornatore, non riesca a emozionare con un racconto in cui l’elemento emozionale è proprio la base della storia. Come Tornatore, anche Placido vuole raccontare tutto, e così va di fretta, corre avanti senza soffermarsi sulle cose. E per andare veloce, inevitabilmente, semplifica. Così Il grande sogno è un bignami del Sessantotto, che mette in scena tanti fatti storici, tanti personaggi chiave (da Che Guevara a Martin Luther King), senza che nessuno riesca a fissarsi, a rimanere. Ci sembra più che altro un problema di sceneggiatura, che schematizza ogni personaggio e ogni ruolo cristallizzandolo, e rende prevedibile ogni scena. Siamo lontani da La meglio gioventù (certo, bisogna riconoscere che lì c’erano sei ore, eppure il Sessantotto era solo un capitolo). Proprio rispetto a quel film, sembra che i personaggi non si evolvano mai. O meglio: li vediamo cambiare per le azioni che fanno, ma non sembrano dare l’idea di una vera crescita.

È un peccato, perché alcune scene (come le scene di massa e degli scontri) sono girate bene, con mano decisa. E gli attori sono bravi. Se Scamarcio offre quello che ci aspettiamo (sguardi carichi d’ardore), ancora una volta è una sorpresa Luca Argentero: da padre single dolcissimo (e borghese) a gay convincente e fuori dai clichè, a questo leader comunista macho e carismatico, il passo non è breve. Eppure ancora una volta ce la fa. Accanto a lui Jasmine Trinca, che proprio La meglio gioventù ci aveva rivelato, e che, oltre a recitare col volto, ora recita con il corpo: è diventata finalmente donna, intensa e sensuale.

Il grande sogno era quello di un mondo senza ingiustizie. Il grande sogno era quello di Placido di diventare un attore. Il primo è ancora lontano dal realizzarsi. Il secondo è realtà. E Placido ha dimostrato anche di essere un bravo regista (Un eroe borghese, Romanzo criminale). I sogni son desideri. E speriamo che si avveri uno dei desideri di Placido, il film su Craxi che qualche anno fa dichiarò di voler fare. Sarebbe un occasione di parlare del passato per parlare del presente.

Da non vedere perché: è un bignami del Sessantotto, che mette in scena tante cose senza che nessuna riesca a fissarsi

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

 

08
Set
09

Venezia 66. The Men Who Stare At Goats. Fiori nei cannoni? Meglio l’LSD nelle uova…

Voto: 7 (su 10) 

gostsPensate a una scena di Full Metal Jacket in cui al posto del sergente Hartman di R. Lee Ermey a impartire gli ordini ai marines ci sia Drugo de Il grande Lebowsky. Avrete un’idea di quello che è The Men Who Stare At Goats, presentato a Venezia fuori concorso. Jeff Bridges qui non è Drugo, ma gli somiglia molto. Il suo Bill Django ha la stessa filosofia: è un ex soldato del Vietnam che, dopo aver frequentato i movimenti hippy ha creato il manuale dell’esercito del nuovo mondo. Per cambiare il mondo bisogna cambiare gli eserciti. E l’esercito del nuovo mondo non combatte con le armi, ma con la mente. Come i cavalieri Jedi. Nel film di Grant Heslov l’esperimento risale agli anni Ottanta. Ma il migliore dei soldati, Lyn Cassady (George Clooney) è ancora in giro, e incontra il giornalista Bob Wilton (Ewan McGregor, che è stato proprio uno Jedi sullo schermo…)

È lo strampalato mondo creato da Grant Heslov, lo sceneggiatore di Good Night, And Good Luck, la seconda prova alla regia di George Clooney. Heslov confeziona ancora un film con protagonista un giornalista, e ancora un film politico, anche se completamente diverso nei toni. Se nel film ambientato durante il maccartismo la chiave era la libertà di stampa e di espressione, in quest’opera, ambientata durante la guerra in Iraq, è interessato alla libertà dagli eserciti e dalla guerra. Heslov non sceglie lo stile della satira pungente, quanto una sorta di farsa sfrenata e liberatoria, vicina al M.A.S.H. di Altman, ai Fratelli Coen e a Three Kings, in cui sempre Clooney si trovava nella prima guerra all’Iraq. Heslov si conferma però sempre attento alla realtà. Lo dimostrano i personaggi torturati, nelle ormai tragicamente celebri tute arancio di Guantanamo, e i servizi di intelligence e guerra appaltati a società private.

È uno a cui piace spiazzare, Heslov. Riesce a farlo con dei giochi di regia molto semplici, come quando parte da un’inquadratura molto stretta e la allarga per mostrare lo sguardo d’insieme e svelare l’ambiente in cui si svolge l’azione. Fa ridere con accostamenti assurdi, come nel campo/controcampo in cui un concentrato Clooney è alternato a un’altrettanto espressiva capra, mentre cerca di ucciderla guardandola (da qui il titolo “gli uomini che fissano le capre”). The Men Who Stare At Goats diverte con una comicità nonsense e stralunata, ma avvince come una spy-story.

Come Good Night, And Good Luck era un film simbolo di un’epoca (il maccartismo come l’era Bush), The Men Who Stare At Goats è un’opera che la chiude. L’esercito non violento rappresenta la spallata definitiva all’era Bush e alla sua politica guerrafondaia. Mettere l’LSD nelle uova della colazione dei soldati (per liberare tutti dalla base in Iraq) è come mettere i fiori nei cannoni. L’ultimo sberleffo a Bush e alla guerra in Iraq. La guerra è finita. Ma ora più che mai abbiamo bisogno dei Jedi.

Da vedere perché: è l’ultimo sberleffo a Bush e alla guerra in Iraq.

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

08
Set
09

Venezia 66. Brooklyn’s Finest. Comprensione per il Diavolo

brroklinVoto: 7 (su 10)

Piacere di conoscerti, spero che indovinerai il mio nome. Ma cosa ti rende perplesso? È la natura del mio gioco. Si sente Sympathy For The Devil a un certo punto di Brooklyn’s Finest, il nuovo film di Antoine Fuqua, presentato fuori concorso al Festival di Venezia. È un nuovo racconto di polizia corrotta, ideale seguito ed evoluzione di quel Training Day che aveva rivelato il regista qualche anno fa. Non è un caso che si senta la canzone degli Stones. Perché Brooklyn’s Finest ha il pregio di parlarci del Diavolo (i poliziotti corrotti o falliti) ma anche di farci capire le loro ragioni.

C’è il poliziotto che ruba i soldi delle retate agli spacciatori e li tiene per sé, perché deve comprare una nuova casa per la moglie (che aspetta due gemelli) e i suoi figli (Ethan Hawke). C’è l’infiltrato tra gli spacciatori, che è diventato uno di loro e per fare carriera dovrà catturare quello che ormai è un amico (Don Cheadle). E c’è il poliziotto a un passo dalla pensione, depresso e alcolista, e con una carriera con pochi onori (Richard Gere). È come se il personaggio di Ethan Hawke in Training Day, che era un novellino puro e ingenuo, con il tempo si sia lasciato corrompere. È lui il personaggio chiave del film, quello più complesso e sfaccettato. È lui il Diavolo. Non lo giustifichiamo, né l’assolviamo. Ma sta facendo qualcosa per la sua famiglia, e possiamo capirlo. È proprio lui che all’inizio sentiamo fare un discorso su quello che è giusto e quello che è sbagliato. O al confessionale mentre dice al prete “sono un cattivo ragazzo”.

C’è un forte racconto morale dietro la facciata da poliziesco di Brooklyn’s Finest. Una storia di delitto e castigo che riesce a conquistare. Il film di Fuqua ha tutto quello che ci si aspetta da un film del genere: è sboccato, violento, spinto, scorretto. Tra le scene destinate a colpire c’è quella di una fellatio che una prostituta fa al personaggio di Richard Gere. È un film solidissimo, muscolare ma anche profondo, che fa pienamente il suo dovere, e ha solo il difetto di essere troppo lungo e prolisso (140 minuti), di girare troppo intorno ai fatti prima di arrivare al dunque. Tutti i nodi vengono al pettine, e il Diavolo si manifesta come tale. Ma rimane la com-passione per dei personaggi destinati a perdere, consapevoli di valere “più da morti che da vivi”.  

Da vedere perché: dietro la facciata da poliziesco c’è un forte racconto morale. Ci parla del Diavolo (la polizia corrotta) ma ci fa capire le sue ragioni.

(Pubblicato su Movie Sushi)

08
Set
09

Venezia 66. Napoli Napoli Napoli. Ridateci Gomorra!

Voto: 4 (su 10) 

la-locandina-di-napoli-napoli-napoli-128024I panni sporchi si lavano in famiglia? Le mille polemiche legate a Gomorra (libro e film) sarebbero destinate a riproporsi anche in occasione di Napoli Napoli Napoli, il film di Abel Ferrara presentato a Venezia fuori concorso. Se non fosse che, per qualità artistica e portata dell’operazione, è difficile che il documentario del regista newyorchese varchi i nostri confini. Perché un regista americano – seppur di origine italiana – dovrebbe raccontare una realtà nostrana? I risultati potrebbero andare in due direzioni: da esterno potrebbe cogliere degli aspetti che noi, dall’interno, non riusciamo a vedere. Oppure, da persona che vuole informarsi, andrebbe a cercare le prime cose evidenti del fenomeno, fermandosi a questi aspetti.

Come direbbe il Quelo di Guzzanti: la seconda che hai detto. Napoli Napoli Napoli non dice niente di nuovo sulla Camorra, niente che già non si sappia. Il filo conduttore del film è una serie di interviste a delle detenute, quasi tutte dentro per droga, che sono la struttura portante e la costante del film. A esse si intrecciano interviste a esperti, immagini di repertorio, e degli inserti di fiction che mostrano vita criminale e prostituzione.

Il risultato è un affresco senza speranza. Si parla di un posto in cui si respira violenza, di una tensione continua, di persone che appena possono vorranno portare via i loro figli. La novità è una teoria sociologica che dice che a Napoli esisterebbe ancora un ceto sociale, la “plebe”, che i napoletani chiamano i Mao Mao, che sarebbe addirittura un’etnia diversa, che parla una propria lingua, che gli altri non capiscono. Se lo dicono i sociologi, per carità… però è un discorso che lascia piuttosto perplessi. Così come il fatto che il discorso sia così totalmente negativo. Gomorra era senza speranza perché parlava di Camorra. Questo è un film che si chiama Napoli, e parla di una città: identificarla totalmente con la criminalità, generalizzare in questo modo sembra piuttosto semplicistico.

A chiudere il cerchio con Gomorra entrano in scena le Vele di Scampia, il non luogo per eccellenza della malavita campana, costruito, sentiamo dire, “per abitare ma non per vivere”, una struttura di tipo penitenziario che fa sentire la gente in carcere anche se non lo è. Il messaggio è lo stesso di Gomorra: l’impossibilità di uscire da questo circolo vizioso. Ma vale la pena di analizzare il rapporto tra i due film. Gomorra è un film di finzione che nasce da fatti veri (quelli raccontati del libro) li drammatizza ma li riporta ai luoghi originari, fotografandoli in modo tale da coglierne l’essenza e, grazie a  un alto senso artistico, rendendo tutto più reale del vero. Napoli Napoli Napoli è un documentario che riprende direttamente la realtà, innestando – a tratti – elementi di finzione che dovrebbero risultare realistici, semplicemente perché girati nello stile del documentario. In realtà i momenti di fiction sono semplicemente scritti e girati male, inutili, avulsi e mal integrati nel film. Vince Gomorra, ma Napoli Napoli Napoli si rivela un film inutile e fastidioso al di là della sconfitta. Anche se ci ricorda, come sentiamo dire, che “la negazione dei sogni è ancora più grave di un morto per terra”. 

Da non vedere perché: non ci dice niente di nuovo sulla Camorra, e dipinge Napoli come se fosse solo Camorra. Perdendo la sfida del racconto del reale contro Gomorra.

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

 

08
Set
09

Venezia 66. Questione di punti di vista. Rivette e lo splendore del vero

Voto: 7 (su 10) 

locandina_del_film_Questione_di_punti_di_vista---01“Il clown è tutto trucco. Nient’altro. Il clown è un po’ tutto e un po’ niente”. È ambientato in un circo, Questione di punti di vista, l’ultimo film del maestro Jacques Rivette. Ci sono i clown, certo. Ma un po’ tutti, in questa storia, sono clown. Perché sono tristi. E in qualche modo indossano una maschera.

Il cinema di Rivette, come quello del suo amico Rohmer, è un cinema fatto di incontri. Quelli che avvengono per caso, sembrano poco importanti, ma invece lo diventano. Così Vittorio (Sergio Castellitto) incontra Kate (Jane Birkin) sul ciglio di una strada: lei ha la macchina in panne. Lui la ripara e riparte subito. Ma poco dopo i due si ritrovano sulla piazza di un paesino. Kate, dopo aver lasciato per anni il circo, ci è appena tornata dopo la scomparsa del padre, per prendere in mano la compagnia e cercare di salvare la stagione.

Tutti hanno una maschera, nel film di Rivette. Kate non esterna con nessuno il suo dispiacere, e quel qualcosa che la tormenta. Ma nemmeno Vittorio parla molto di sé. Ogni personaggio cerca il proprio senso della vita. Per Vittorio è viaggiare, cercare. Odia le vocazioni, e ama le coincidenze, le cose nuove. E forse ora il senso della sua vita è salvare Kate. Ma da cosa? “Kate è prigioniera di quello che è successo, ha bisogno di uno shock” dice Vittorio. È come un angelo, Vittorio. O come il Candido di Voltaire.

Maestro della Nouvelle Vague francese con Rohmer e Truffaut, Rivette nei suoi film mette la vita, cerca di catturare quello “splendore del vero” di cui scriveva Godard. Gira con una luce naturale (la maggior parte delle scene sono esterno, giorno) che avvicina la sua opera alla vita. Di questa il film ha i colori, i ritmi, né troppo veloci, né troppo lenti. Anche il circo è reale, normalissimo. Non ha niente di felliniano, chapliniano o burtoniano. È piccolo, semplice. Quasi sempre mezzo vuoto. Un posto vero e non immaginifico.

E accanto alla vita c’è l’arte. Il circo come la pittura ne La bella scontrosa. E anche qui arte e vita, rappresentazione e sentimenti si mescolano e si confondono. Come quando Vittorio il trucco lo indossa sul serio, e sale sul palco con il suo amico Alexandre. E nel loro dialogo i due si chiamano Alexandre e Vittorio, scordandosi di essere i loro personaggi, Rom e Pipo. Ed è in scena, sulla pista del circo, che avviene lo shock, la catarsi e la riconciliazione di Kate con la vita.

Da vedere perché: è un film che ha i colori e ritmi della vita, che coglie lo “splendore del vero”.

(Pubblicato su Movie Sushi

 

 

07
Set
09

Venezia 66 Capitalism: A Love Story. La scena del crimine

Voto: 8 (su 10)

capitalismQuesto film contiene scene sconsigliate ai malati di cuore. Un giovanotto preso da qualche tv degli anni Sessanta ci avverte nella prima scena di Capitalism: A Love Story, il nuovo film di Michael Moore, presentato a Venezia in concorso. Subito dopo scorrono immagini di varie rapine. Ma le immagini forti non sono queste: sono quelle che mostrano tutte le persone che in seguito alla crisi sono costrette con la forza ad abbandonare le proprie case. Soli, sulla strada, senza più risorse. E senza un futuro. È Capitalism: A Love Story il vero film catastrofico della Mostra di Venezia, perché se The Road lavora sull’ipotetico e il metaforico, il film di Moore lavora sul reale. La catastrofe è già qui. E quello di Moore ancora una volta è il racconto di un’epoca.

Ma non si tratta di una fatalità. È una truffa studiata ad arte. È il Capitalismo, bellezza. Un sistema di prendere e dare. Prendere, soprattutto. Ognuno approfitta della sfortuna di qualcun altro. Homo homini lupus, come in The Road. Per raccontarci la crisi, Moore parte da lontano, dal boom economico del dopoguerra, quando l’industria americana volava dopo aver distrutto quella giapponese e quella tedesca, all’avvento di Ronald Reagan, il più grande portavoce delle aziende mai visto sulla scena politica. Con lui il paese diventa un’impresa, i ricchi si vedono diminuite le tasse e la gente viene incoraggiata a prendere denaro in prestito. Fino all’arrivo di Alan Greenspan, colui che convince gli americani ad attingere i soldi dalla propria casa, impegnandola per avere i prestiti. Basta distruggere ogni regolamentazione sui mutui ed ecco la frode perfetta orchestrata per far perdere la casa alla gente.

È riduttivo chiamare documentari i film di Michael Moore. Si tratta ormai di un genere a sé, che potremmo chiamare MMM, Michael Moore Movie. Un mix perfetto di satira e denuncia, con una lucidità di analisi rara. Diffidate dalle imitazioni: c’è stato chi ha provato a essere divertente come lui (Morgan Spurlock, Larry Charles), ma si è scordato l’obiettivo principale: quello di informare. Moore lo fa sempre benissimo. Così scopriamo di 6500 giovani condannati per le connivenze tra un giudice e i riformatori privati, dove più resti rinchiuso più frutti. O che molte aziende stipulano polizze vita sui loro dipendenti, per guadagnare anche sulla loro morte.  

Moore ancora una volta mette in scena un’umana commedia dove si ride e si piange. E si combatte il nemico facendosi beffe di lui. Il Robin Hood con cappello da baseball affila sempre più le armi del montaggio e del doppiaggio. Dalle immagini di un documentario sull’antica Roma usate in analogia alla caduta di un altro impero, agli inserti che ridicolizzano ogni apparizione di quello che è ormai il suo feticcio, George W. Bush (sono al terzo film insieme…). Per arrivare agli inserti del Gesù di Nazareth di Zeffirelli doppiati in modo che Gesù/Robert Powell elargisca insegnamenti pro capitalismo (Il denaro è il male, guai a voi ricchi, si legge invece nel Vangelo secondo Luca).

A proposito di attori protagonisti. A fine film entra in scena l’eroe: Barack Obama. Colui che sarà chiamato a raccogliere una delle sfide di Moore, quella riforma sanitaria invocata in Sicko. Come in ogni grande storia, l’arrivo dell’eroe cambia le cose. E comincia ad apparire qualche segnale positivo. Sarà curioso vedere come diventerà il cinema di Moore ora che il suo nemico giurato, Bush, è ormai sconfitto. Per ora ci piace rivederlo caricare a testa bassa seguito dalla camera a mano andando a sbattere contro le security mentre tenta di andare a parlare con qualcuno. Seguirlo ci dà quella sensazione di “arrivano i nostri” che ci dà coraggio. È fazioso, ma ci piace esserlo con lui. E siamo tutti con lui nella scena finale, quando circonda Wall Street e le banche con il tipico nastro giallo della polizia. Sopra c’è scritto: scena del crimine.

Da vedere perché: è il film di un’epoca. Un’umana commedia dove si ride e si piange. E si combatte il nemico facendosi beffe di lui.

(Pubblicato su Movie Sushi)












Archivi


Cerca


Blog Stats

  • 107,321 Visite

RSS

Iscriviti al feed di

    Allucineazioni (cos'è?)




informazioni

Allucineazioni NON e' una testata giornalistica ai sensi della legislazione italiana.

Scrivimi

Creative Commons License

Questo blog è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.