Posts Tagged ‘novità commedie

12
Mag
12

Gli infedeli. Jean Dujardin non è un’icona anni Venti…

Voto: 6,5 (su 10)

Ma Jean Dujardin è un’icona uscita dagli anni Venti o un attore dei nostri tempi? Se a qualcuno, vedendo The Artist, e la sua interpretazione perfetta nei panni di un attore del muto, era venuto qualche dubbio, può andare a vedersi Gli infedeli. Ambientato nella Francia dei nostri giorni, il film è l’occasione per vedere Dujardin in borghese, cioè in abiti del XXI secolo. In un film a episodi, e in una serie di storie di uomini fedifraghi, più o meno a loro agio con l’adulterio, Dujardin (insieme all’altro protagonista, Gilles Lellouche) si muove in un universo contemporaneo e a colori.

Jean Dujardin è una faccia da paravento che funziona molto bene anche in storie dei giorni nostri. Forse meno mitologico e affascinante che nei panni di un attore del muto, Dujardin è altrettanto simpatico, ha lo stesso sguardo scaltro e tagliente, e il sorriso malandrino del personaggio del film che ce lo ha fatto amare. È un ottimo attore, che dimostra di saper spaziare da un’operazione più colta, e forse irripetibile, come The Artist, che in un film più popolare come questo.

A proposito di film popolari, guardare Gli infedeli significa anche confrontare la commedia più popolare e commerciale francese con la nostra. Perché Gli infedeli ha quel carattere di volgarità e superficialità che ha la commedia più scollacciata, ma è pur sempre alcune spanne sopra i nostri cinepanettoni. Il fatto è che all’estero, in Francia come in America, anche quando fanno film di questo tipo non si dimenticano mai che stanno facendo cinema – e quindi sceneggiatura, fotografia, regia e attori sono di un certo livello – e non qualche altro prodotto, tipo la televisione o il cabaret.

Tornando a Dujardin, il nostro eroe non ha paura neanche di mostrarsi goffo e impacciato, con tanto di monociglio, in quella che è la storia più interessante del film, La coscienza pulita, diretta proprio dal Michel Hazanavicius di The Artist, che racconta il lato più triste dell’infedeltà, il “voglio ma non posso”. Insieme a La domanda, diretto da Emmanuelle Bercot, in cui Dujardin recita accanto alla moglie Alexandra Lamy, che riprende le dinamiche di Eyes Wide Shut sulle confessioni reciproche del tradimento, è il momento in cui il film svolta di più verso l’analisi sociologica, e sul retrogusto amaro, mentre altri episodi sono poco più che barzellette illustrate.

In una struttura che sembra riprendere, senza raggiungerne i livelli, quella dei nostri I mostri, Gli infedeli non può che essere un film discontinuo e incostante, che a tratti diverte, a tratti fa pensare, ma non convince appieno. Le storie spesso mancano di quell’epifania che è fondamentale per un racconto breve, in letteratura come al cinema. Fa spesso leva su quel “sentimento del contrario” di cui parlava Pirandello e da cui nasce la comicità. Una comicità dal retrogusto amaro, dicevamo, a cui in certe commedie italiane non osiamo nemmeno pensare.

Da vedere perché: Dujardin è un attore che funziona anche svestito dei panni anni Venti di The Artist.

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02
Set
11

Bad Teacher. Non è cattiva, la disegnano così…

Voto: 6,5 (su 10)

“Non sai quanto sia difficile competere con queste bambole tipo Barbie!” Lo dice Elizabeth, cioè Cameron Diaz, nel film Bad Teacher. Elizabeth è un’insegnante da insufficienza: è sboccata, beve, è in cerca di marito per sistemarsi. Anche perché è appena stata lasciata dal suo fidanzato e si è vista “costretta” a tornare a lavorare alla scuola media. E per conquistare chi vuole, e proprio per competere con le Barbie, pensa anche di rifarsi il seno.

Ecco, Cameron Diaz era proprio una di quelle attrici a rischio Barbie: alta, bionda, occhi azzurri, poteva benissimo scivolare in una carriera di eterna bambola, magari mantenendosi giovane con qualche ritocco. Invece non lo è diventata: è invecchiata, non lo nasconde (qualche ruga sul volto si vede), ma è invecchiata bene, fiera, naturale, e più sexy di prima. E se non è una Barbie non lo si deve solo alla sua rinuncia a chirurgia e botox. Lo si deve soprattutto a ruoli come questo, scorretti e un po’ dark.

Non è cattiva, è che la disegnano così, la Elizabeth di Cameron Diaz. E ci piace. Perché Bad Teacher è un film originale non solo perché sceglie come protagonista una bad girl, e non la solita ragazza virtuosa in cerca d’amore. Ma anche perché non ha la solita svolta e si ravvede: è stronza, e resta stronza. Ma almeno è se stessa. Che poi, se stronza significa vera, sincera, anticonformista, e i buoni sono così conformisti, perbenisti, mielosi, non si può che fare il tifo per Elizabeth. Bad Teacher ci invita a guardare dietro le apparenze,  e segue la scia dei film politicamente scorretti alla Judd Apatow, un po’ scomodi, ma in fondo veri. Visto che siamo a scuola, Bad Teacher non perde l’occasione di giocare con tutti i film ambientati nelle scuole, da Dangerous Minds a Scream. Se Cameron Diaz non è diventata una Barbie è anche merito di film come questo. Adesso proviamo a salvare tutte le altre attrici a rischio bambola.

Da vedere perché: finalmente la protagonista è una donna scorretta e fuori dagli stereotipi. Che non si redime.

 

01
Giu
11

Una notte da leoni 2. Il branco di lupi è tornato…

Voto: 7 (su 10)

I lupi perdono il pelo ma non il vizio. Il branco di lupi, il Wolfpack, come lo chiamano in America, sulla falsariga dei vari Ratpack (i gruppi di Sinatra, Dean Martin & co. prima e Clooney, Pitt e compagnia bella dopo) è quello formato da Bradley Cooper, Zach Galifianakis e Ed Helms, rispettivamente Phil, Alan e Stu, i protagonisti di Una notte da leoni, film campione di incassi di qualche stagione fa e Golden Globe a sorpresa come miglior commedia.

Uno dei lupi ha perso il pelo – Galifianakis si risveglia rasato a zero – ma tutti non hanno perso il vizio: in Una notte da leoni 2 si risvegliano ancora una volta ubriachi e privi di qualsiasi ricordo di cosa sia successo. Stavolta siamo in Thailandia, e a sposarsi, con una bellissima thailandese, è Stu.

Memore di quello che era successo nel precedente addio al celibato, si concede solo una birretta, venti minuti e un falò sulla spiaggia. Ma i tre si risvegliano in una sordida stanza. Stu ha un tatuaggio alla Mike Tyson (ci sarà anche lui, ma non vi sveliamo dove…) intorno all’occhio.

C’è una scimmietta con un giubbetto con il logo dei Rolling Stones. E c’è il dito mozzato del fratello della sposa nel secchiello del ghiaccio… Non ci sono dubbi: è successo di nuovo.

La formula è quella collaudata del primo episodio. E, come ogni sequel, si alza il tiro, in ogni senso: location, budget, trovate. E anche volgarità.

Il regista Todd Phillips è l’erede della commedia fracassona americana, quella alla Animal House per intenderci. Ma nella formula vincente di Una notte da leoni, alla commedia si aggiunge una parte di detection da film giallo. Il fatto che i protagonisti, causa sbornia, non ricordino cosa è successo, e non lo sappia nemmeno lo spettatore, scatena l’investigazione, il percorso a ritroso nella nottata, la ricerca degli indizi. E la curiosità.

Così il film non è solo un accumulo di gag, alcune delle quali irresistibili, ma anche una storia con una struttura che tiene sempre viva l’attenzione dello spettatore. Qui, oltre alle foto, la notte è ricostruita con filmati di telefonini. E anche con la meditazione… Una notte da leoni 2, insomma, è Addio al celibato che incontra Memento (prendete con le pinze queste definizioni, mi raccomando).

È la storia di una discesa agli inferi e ritorno. Apocalypse Now: The Comedy, come l’ha definita il protagonista Bradley Cooper.

È proprio questa la differenza con alcuni film nostrani, a cui queste commedie vengono avvicinate per una certa volgarità. Che differenza c’è tra Una notte da leoni e un Cinepanettone? C’è, eccome. E sta proprio nel non voler puntare tutto sulla volgarità di alcune gag, ma su una storia strutturata, e una confezione, sceneggiatura, attori e regia, di qualità.

Certe gag sono un condimento piccante alla storia. E non la storia stessa. In questo senso Todd Phillips ci piace per come sceglie le colonne sonore dei suoi film, rock da fm americano, che riesce a dare corpo e un leggero senso epico alle sue storie. Il suo cinema è anche fatto di amicizia: il branco di lupi di Una notte da leoni (The Hangover, in originale) è anche un gruppo di amici che non vede l’ora di rivedersi sul set. E siamo certi che lo farà ancora per un terzo episodio.

Una delle regole del cinema è che quando gli attori si divertono troppo sul set, il pubblico si diverte molto meno. Ma non è proprio questo il caso. A parte l’idea di partenza, che non può più sorprendere come nel primo film, Una notte da leoni 2 scorre alla perfezione, e diverte molto. Il branco di lupi è orgoglioso di essere tale. E ha ragione.

Da vedere perché: è Addio al celibato che incontra Memento (prendete con le pinze questa definizione, mi raccomando)

 

01
Apr
11

Mia moglie per finta. L’eterno Adam Sandler colpisce ancora

Voto: 6 (su 10)

C’è una puntata di South Park in cui Eric Cartman viene assunto da una produzione cinematografica che gli chiede di sfornare soggetti per film: il ragazzino, esaltato, comincia a buttare lì centinaia di soggetti in cui Adam Sandler fa questo, Adam Sandler fa quest’altro. All’infinito. L’iperbole non è poi così lontana dalla realtà. Sandler al cinema fa sempre, o quasi, lo stesso ruolo. È il bruttino ma simpatico, ricco di fantasia, humour, trovate, un po’ paravento ma con in fondo un cuore grande, che, dopo mille stratagemmi, riesce a conquistare la bella di turno. Come nei soggetti di Cartman, Sandler è l’attore del “what if”, del “cosa accadrebbe se”. Cosa accadrebbe se incontrassi di una donna che perde la memoria ogni giorno (50 volte il primo bacio)? Cosa accadrebbe se avessi un telecomando per mandare avanti veloce la vita come un dvd (Cambia la tua vita con un click)? Cosa accadrebbe se un uomo indossa la fede, fingendosi sposato, per rimorchiare più facilmente le ragazze, raccontando la storia del marito infelice? È questo lo spunto di Mia moglie per finta, didascalico titolo italiano di Just Go With It. Danny, così si chiama Sandler in questo film, usa questo trucco da anni. Il giorno che incontra la donna della sua vita si toglie la fede, ma lei nota comunque il segno dell’anello sull’abbronzatura e trova la fede nella tasca dei jeans. Così vuole incontrare la moglie di Danny. Che non esiste. Allora Danny chiede alla sua assistente Katherine di impersonare sua moglie per finta.

Katherine è Jennifer Aniston, anche lei, come Sandler, destinata a ripetere in eterno lo stesso personaggio, la Rachel di Friends, la serie tv dalla quale sembra non essere mai uscita, nonostante sia l’unica tra gli attori del serial a frequentare con successo il cinema. Lei è sempre la nevrotica un po’ stressata, anticonformista, non bellissima ma molto attraente grazie al suo fisico e al suo carattere. Anche lei, in fondo, con un cuore d’oro. Qui, ovviamente, dovendo recitare nel ruolo dell’amica, è volutamente dimessa all’inizio, per poi prendere quota in un secondo momento. Dalla combinazione di questi due attori, in quell’eterno gioco delle coppie che è la Rom Com americana, potete capire cosa sia Mia moglie per finta, uno di quei film simile a tanti altri.

A dirigere c’è Dennis Dugan, regista di tanti film di Sandler, anche se forse non i migliori. Sempre indeciso tra il becero e il tenero, esagera nel primo senso nella prima parte, (il protagonista è un chirurgo plastico), tra nasoni posticci, volti di plastica, interventi agli occhi e al seno non riusciti. E riprende quota nella seconda, quando svolta sul tenero, complici i bimbi di Katherine (due attori bravissimi). È scontato, sì, Mia moglie per finta, ma a tratti funziona, come nello scambio di battute da cinema della guerra dei sessi anni Quaranta tra Danny e Katherine che fingono di odiarsi. Se il cameo di Nicole Kidman in un film sulla chirurgia estetica è sì autoironico, ma anche triste, aiuta il film una colonna sonora con ben dieci pezzi di Sting e i Police. Il messaggio, edificante, è che contano più l’affinità e le cose in comune che l’avvenenza e l’attrazione di un momento. Se Jennifer Aniston è più in palla che nelle sue ultime prove, Sandler porta a casa il risultato facendo quello che sa fare meglio, facendo eternamente Adam Sandler come nelle idee di Cartman. E se film come Funny People ci avevano fatto intuire che è qualcosa di più di questo, invochiamo, nel continuo gioco delle coppie, dopo The Wedding Singer e 50 volte il primo bacio, un terzo film con Drew Barrymore, l’attrice con cui forse finora ha funzionato meglio.

Da vedere perché: Adam Sandler, basta la parola

 

27
Gen
11

Immaturi. Nostalgia, nostalgia canaglia…

Voto: 5,5 (su 10)

A un certo punto di Immaturi ascoltiamo una versione acustica di Born To Be Alive, classico dance degli anni Settanta. A cantarla è, a sorpresa, Paolo Kessisoglu, uno dei protagonisti del film. Rallentata e spogliata dei suoi orpelli kitsch e disco, la canzone è veramente bella. Se ci pensiamo, la nostalgia è questo: qualcosa che toglie alle cose passate quello che hanno di brutto, di ridicolo o di patetico, e ce le restituisce nella loro veste più bella, più pulita, più pura. È la nostalgia del passato il sentimento al centro di Immaturi, il nuovo film di Paolo Genovese. Un gruppo di ex compagni di scuola, vicini ai quarant’anni, riceve una comunicazione: il loro esame di maturità non risulta valido, e dovranno ripetere la prova a quasi vent’anni di distanza. Quello che è l’incubo di tutti noi (chi non ha mai davvero sognato la notte di non dover ripetere il fantomatico esame?) prende insomma forma sullo schermo per un gruppo di persone. Lo spunto del film, se ci riflettete, è davvero improbabile. Ma tanto vale stare al gioco e vedere cosa succede.

E così ha via la riunione di ex compagni di scuola. C’è Francesca, la dipendente dal sesso che frequenta i gruppi di sostegno e ha paura di avvicinarsi a qualsiasi uomo (Ambra Angiolini), Piero,  che si finge sposato con un figlio per dedicare pochissimo tempo alla fidanzata, facendole credere di essere l’amante (Luca Bizzarri), Lorenzo, che vive ancora con i genitori (no, non lo chiameremo bamboccione: ora che l’ex ministro Padoa Schioppa è passato a miglior vita è il caso che il termine vada in disuso) interpretato da Ricky Memphis, Giorgio, lo psicologo che capisce tutti ma non se stesso, e vive da eterno fidanzato con la propria compagna (Raoul Bova), Luisa, la madre divorziata e donna in carriera (Barbora Bobulova). E poi Virgilio (Paolo Kessisoglu), che Giorgio non vuole nemmeno vedere, perché tra loro deve essere successo qualcosa nel passato. Qualcosa che forse ha a che fare con Eleonora (Anita Caprioli), l’ex ragazza di Giorgio, che non vediamo fino alla fine.

C’era una volta la premiata ditta Genovese e Miniero (Questa notte è ancora nostra). Se Luca Miniero è passato con successo alla commedia italiana (attenzione: non “all’italiana”) con Benvenuti al Sud, operazione piuttosto riuscita, Paolo Genovese, oltre ad aver diretto l’ultimo film di Aldo, Giovanni e Giacomo, La banda dei Babbi Natale, qui punta sulla commedia generazionale e nostalgica. I temi sono quelli di Gabriele Muccino, ma i cambiano i toni: escono le ansie, le urla e i drammi, ed entrano le battute e i sorrisi. Il gioco potrebbe anche funzionare, se non fosse che i personaggi sembrano disegnati più secondo luoghi comuni e tipi raccontati da riviste di costume che cercando di creare delle persone vere. E alcuni sviluppi della trama, come lo spunto di partenza, sembrano davvero poco credibili: va bene evitare le scene madri alla Muccino, ma creare tensioni e conflitti, per poi scioglierli in un attimo non giova alla storia. Immaturi è un film che scorre veloce e piacevole, ma dove ogni sviluppo è prevedibile e telefonato. E dove tutto è leggero, troppo leggero. Questo Grande freddo all’italiana è insomma un freschetto settembrino e nulla di più.

Resta la nostalgia, i ricordi di quelle cose che ci toccano sempre. È una lista che piacerebbe a Fazio: il Subbuteo, le biglie con i volti dei ciclisti, Gioca Jouer, Ufo Robot, Maledetta primavera, i Rockets, Ah, nostalgia, nostalgia canaglia…

Da non vedere perché: i personaggi sembrano disegnati più secondo luoghi comuni e tipi raccontati da riviste di costume che cercando di creare delle persone vere. E alcuni sviluppi della trama, come lo spunto di partenza, sembrano davvero poco credibili

19
Gen
11

Tamara Drewe – Tradimenti all’inglese. Le relazioni pericolose di Gemma Arterton

Voto: 7 (su 10)

Le relazioni pericolose che ci racconta oggi Stephen Frears, regista arrivato al grande successo proprio con il film tratto dal libro omonimo di Pierre Choderlos de Laclos, sono quelle di una giovane giornalista inglese. Tamara Drewe ritorna a casa, nel suo paesino della campagna inglese, tutto cottage, vacche e vecchi pub, dopo essersi trasferita a Londra e aver fatto carriera. Oltre alla carriera, Tamara si è fatta, anzi rifatta, anche il naso: la vita è più facile per i belli, e allora perché non provarci? Il suo arrivo sconvolge la sonnacchiosa comunità di campagna: dal famoso scrittore fedifrago che ha creato un Bed And Breakfast per autori in cerca d’ispirazione, alla rockstar che ha appena rotto con la sua band, fino al primo amore. Sono tutti pazzi per Tamara.

Tratto da una graphic novel, Tamara Drewe – Tradimenti all’inglese ha il ritmo, l’irriverenza e lo humour dei fumetti, ma è cinema a tutti gli effetti. È british all’ennesima potenza: Gemma Arterton fa l’ingresso in scena su una Mini, ascoltando Lily Allen, c’è una band che litiga e si scioglie nel mezzo di un concerto come gli Oasis dei fratelli Gallagher, a un festival in campagna che sembra Glastonbury o Reading, altre istituzioni della cultura pop inglese. Stephen Frears non è stato mai così leggero e spensierato, ma allo stesso tempo il microcosmo che riesce a creare è vivido e vivace. Ci si troverebbe bene anche la regina Elisabetta di Elen Mirren, The Queen dell’ultimo grande film di Frears (e anche il Tony Blair di Michael Sheen, perché no), se passasse di qua per una vacanza.

Come nella migliore tradizione delle commedie inglesi, il film di Frears diverte senza sembrare mai vacuo, resta piacevolmente in superficie pur avendo una sua profondità. Tamara Drewe potrebbe anche essere il personaggio di una franchise, e diventare la nuova Bridget Jones. E Gemma Arterton potrebbe diventare la nuova eroina della commedia sentimentale, inglese e non solo. La sua apparizione al cottage in hot pants e canottiera rossa ha lo stesso effetto che ha sulla gente del paesino: stupore. È come se rivedessimo una nostra compagna di scuola che non vedevamo da tempo, e la trovassimo all’improvviso cambiata, più donna, più sexy. Gemma Arterton non era mai stata così nei film precedenti: una breve apparizione come comprimaria, e poi subito via ricoperta di petrolio in 007 Quantum Of Solace, o bardata  e petulante (nonché poco credibile) principessa in Prince Of Persia. Ora è finalmente la protagonista assoluta, e recita non solo con il suo volto, ma con tutto il corpo. Un corpo del reato che sarà bene seguire, perché promette altre nuove relazioni pericolose

Da vedere perché: Tratto da una graphic novel, Tamara Drewe – Tradimenti all’inglese ha il ritmo, l’irriverenza e lo humour dei fumetti, ma è cinema a tutti gli effetti. E Gemma Arterton potrebbe diventare la nuova eroina della commedia sentimentale, inglese e non solo.

 












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