Posts Tagged ‘Johnny Depp

05
Ago
11

L’arte di cavarsela. Bentornato, teen movie!

Voto: 6,5 (su 10)

Non ci sono più i teen movie di una volta. Quelli che divoravamo, e che seguivamo un po’ come una guida sentimentale. Oggi i teen movie sono quasi tutti paratelevisivi, tra cheerleader e prom night, con squinzie e bellocci. Ma forse c’è ancora qualche eccezione. Ecco L’arte di cavarsela, che spicca soprattutto per la presenza di due nipotini d’arte. Lui è il “nipotino” putativo di Johnny Depp, Freddy Highmore, il bambino di Neverland e La fabbrica di cioccolato, più volte lodato dall’attore feticcio di Tim Burton. È cresciuto, ed è un adolescente con un volto e uno spleen interessante, lontanissimo dai belloni fisicati di oggi: potrebbe diventare il nuovo Ethan Hawke. Lei è la nipote (vera) di Julia Roberts, Emma Roberts, l’abbiamo vista in Appuntamento con l’amore e Scream 4, ha un volto pulito e un sorriso e uno sguardo che conquistano: potrebbe diventare la nuova Natalie Portman. Qui sono due adolescenti che frequentano il liceo in attesa di diploma: lui è misantropo, nichilista, affetto da deficit motivazionale. O, a seconda dei punti di vista, uno sfaticato. Ma è bravo a dipingere. Lei è una ragazza normale, ma con una madre dalla vita sentimentale movimentata. Si incontrano sul terrazzo della scuola, quando lui la salva da un rimprovero, prendendosi la colpa per aver fumato una sigaretta. Sarà amore? A quell’età non è mai semplice.

L’arte di cavarsela è un Prima dell’alba in versione teen, un romanzo di formazione per adolescenti in cerca di un proprio posto nel mondo. È un film adolescenziale, di quelli che ormai non se ne fanno più, profondo anche se fino a un certo punto. Non ha i dialoghi di Prima dell’alba, certo, ma lo ricorda per come racconta uno di quegli incontri destinati a segnare, ma anche a rimanere sospesi. Non aspettatevi un lieto fine, quanto un “quieto” fine: perché spesso la vita è così. Forse il discorso sull’arte moderna, che attraversa il film, e la cornice borghese newyorchese, rendono il film un po’ più snob e più freddo di quello che potrebbe essere. Con qualche intellettualismo in meno sarebbe stato perfetto.

A proposito di teen movie, se Highmore e la Roberts hanno un futuro davanti a sé, c’è chi un futuro ce l’aveva e non l’ha sfruttato appieno. È Alicia Silverstone, star dei teen movie anni Novanta (Ragazze a Beverly Hills) nonché di storici video degli Aerosmith (Crying, Amazing, Crazy) e del peggiore Batman della storia (Batman e Robin). È invecchiata male, e vederla nel ruolo di una scialba prof di lettere fa sentire un po’ più vecchi anche noi. Poco male: c’è una nuova generazione di star. Benvenuti, Highmore e Roberts. Bentornato, teen movie!

Da vedere perché: è un Prima dell’alba in versione teen, un romanzo di formazione per adolescenti in cerca di un proprio posto nel mondo. È un film adolescenziale, di quelli che ormai non se ne fanno più

 

10
Mar
11

Rango. L’animation western più per grandi che per piccini…

Voto: 5,5 (su 10)

L’animazione non è un genere, è un mezzo. Parole di Gore Verbinski. Parole che fanno riflettere e che possono cambiare il nostro modo di vedere le cose. Rango, nelle sale dall’11 marzo, la nuova creatura di Verbinski, è sì un film d’animazione, girato in computer grafica e con personaggi di fantasia, ma è a tutti gli effetti un film western. Rango è un camaleonte, che vive una vita tranquilla (e finta!) in una teca. Per un incidente, mentre è trasportato da una macchina, cade dalla teca e viene catapultato nella vita reale. In pieno deserto del Mojave, nella cittadina di Dirt (cioè sporcizia, spazzatura), dove per un equivoco viene creduto capace di essere un valido vice sceriffo e nominato tale. In città non c’è acqua: Rango scoprirà un intrigo dietro a questo problema e con personaggi molto pericolosi. Dovrà trovare il coraggio. E quindi trovare se stesso.

Fin dalle prime scene capiamo che ci troviamo dentro a qualcosa di molto particolare. Rango è il tentativo di un film d’animazione d’autore. La narrazione è più rarefatta e onirica, il ritmo è più compassato rispetto ai film d’animazione a cui siamo abituati. Verbinski è bravissimo a costruire mondi (The Ring e la saga I Pirati dei Caraibi sono opera sua). Il mondo del West che ha ricostruito in Rango è eccezionale: vedere per credere movimenti, inquadrature e uso delle luci che accompagnano l’ingresso del nuovo arrivato nel saloon della città. O la scena del duello. Lo schema narrativo è quello di tanti film di Sergio Leone, quello dello sconosciuto che arriva in città, desta sospetti, si batte con coraggio e cambia le cose. Solo che qui lo sconosciuto è un cialtrone mascherato da eroe. Un altro personaggio nella galleria di Johnny Depp, che ha dato movimenti e voce (che purtroppo nel doppiaggio italiano non sentiremo) al personaggio di Rango (le altre voci originali sono quelle di Isla Fisher, Abigail Breslin, Bill Nighy, Alfred Molina e Harry Dean Stanton). A proposito di Johnny Depp, non mancano le citazioni del suo Duke di Paura e delirio a Las Vegas. E altre citazioni colte, da 2001: Odissea nello spazio ad Apocalypse Now, omaggiate con la Cavalcata delle GValchirie e Sul bel Danubio blu nella scena d’azione più bella del film.

Nonostante tutti questi ingredienti, però, Rango non convince appieno. Proprio la scelta di un ritmo più riflessivo e di una narrazione più rarefatta, lontana da quella scoppiettante dell’animazione americana di oggi (Pixar in primis), che evidentemente ci ha assuefatto, rende il film noioso, con una storia che stenta a decollare. I personaggi sono volutamente non belli né carini come quelli Pixar. Ma non hanno neanche quel carattere dei brutti che diventano belli dei mostri d’animazione di Burton e Selick. Non scattano, insomma, né la simpatia né l’empatia, caratteristiche fondamentali per catturare lo spettatore. Rango, insomma, è un film troppo adulto per piacere al pubblico principale dei film d’animazione. E non raggiunge nemmeno le vette d’autore necessarie a diventare qualcos’altro. Che Verbinski volesse fare qualcos’altro da un film per bambini è evidente: ma poi chi produce e distribuisce il film si aspetta gli incassi dati dal pubblico delle famiglie. Certo, se pensiamo all’animazione come mezzo e non come genere, nuovi orizzonti si aprono davanti a noi. Per ora, Rango rimane a metà tra un film Pixar e i capolavori d’animazione in stop motion di Tim Burton. Tutti pensano che il gap con la Pixar sia a livello tecnologico, ma questo è ormai colmato da molti (qui la ILM di George Lucas fa un lavoro eccezionale sulle superfici dei personaggi). Il gap è ancora sulle storie, sulle trovate. In una parola, sulla fantasia.

Da non vedere perché: è un film troppo adulto per piacere al pubblico principale dei film d’animazione. E non raggiunge nemmeno le vette d’autore necessarie a diventare qualcos’altro. Rango rimane a metà tra un film Pixar e i capolavori d’animazione in stop motion di Tim Burton

 

19
Dic
10

The Tourist. Volevo essere Hitchcock…

Voto: 5 (su 10)

Sarà che per gran parte della sua durata è ambientato a Venezia, ma The Tourist, il nuovo film con Johnny Depp e Angelina Jolie, fa acqua da tutte le parti. Trama, sceneggiatura, scelte di casting. The Tourist, remake del thriller francese Anthony Zimmer, capitato, dopo una serie di rinvii e rinunce (tra cui quelle di Lasse Hallstrom e Alfonso Cuaron), nelle mani del regista tedesco Florian Henckel Von Donnersmarck (premio Oscar per Le vite degli altri), dovrebbe essere il tentativo di girare un film di quelli che ormai non se ne fanno più, uno di quei film alla Hitchcock che mescolavano storia d’amore, azione e thriller. Caccia al ladro, o Intrigo internazionale, insomma. E l’assunto di partenza del film è chiaramente hitchcockiano: un uomo comune e ignaro, innocente, coinvolto in un complotto più grande di lui. È Frank Tupelo (Johnny Depp), uomo qualunque, anonimo professore di matematica in un’università americana. Su un treno, diretto da Parigi a Venezia, viene abbordato da Elise (Angelina Jolie), donna affascinante ed elegantissima. Poco prima l’avevamo vista ricevere un biglietto in cui un uomo le chiedeva di scegliere un tale della sua stessa corporatura e avvicinarlo. L’uomo misterioso che manda questo messaggio è un certo Alexander Pearce.

Un nome, uno scambio di persona, un tourbillon di eventi che scaturiscono da questo equivoco. Pearce come Kaplan: lo spunto è quello di Intrigo internazionale. Lo sviluppo è diverso, con una sorpresa finale che non vi sveliamo (sappiate solo che siamo dalle parti del Mission: Impossible di Brian De Palma). Ma da qui a farne un film alla Hitchcock ce ne passa. La prima cosa che balza agli occhi è la scelta del cast, con due attori bravissimi se utilizzati nel loro campo, ma difficilmente credibili in una storia simile (sono entrati a progetto iniziato, all’inizio dovevano esserci Charlize Theron e Tom Cruise o Sam Worthington). Anche se vestita in abiti fascinosamente rètro, tra gli anni Cinquanta e  i Sessanta, Angelina Jolie continua ad essere una donna troppo dura, troppo “fisica” e attiva per essere una donna hitchcockiana, il cui modello sono le algide Grace Kelly e Tippi Hedren. Allo stesso modo, anche Johnny Depp non è Cary Grant, ma soprattutto risulta poco credibile, lui che è un istrione e un uomo dal carisma straordinario, costretto nei panni di un uomo comune, quasi dimesso. Il risultato è che ci sembra di guardare i due divi insieme, e non i loro personaggi. La chimica tra due dei personaggi più sexy del pianeta, poi, non funziona: restano due corpi estranei, due particelle separate che non si combinano mai per diventare un unico elemento.

È proprio questo il difetto maggiore di un film che non può che essere il risultato di questa scelta sbagliata. Le vicende non ci sembrano quasi mai credibili, tra scene d’azione impacciate e passaggi della sceneggiatura – compreso il finale a sorpresa – che non convincono per niente. A proposito di cast, poi, non sappiamo dire come alcune scelte possano apparire all’estero: ma per noi vedere a un certo punto della storia comparire Christian De Sica, Nino Frassica o Raul Bova contribuisce a creare un effetto straniante e a togliere verità alla storia, facendoci uscire ulteriormente dal film. Attori italiani meno conosciuti e caratterizzati avrebbero contribuito a rendere più credibile l’insieme. L’eccezione è Neri Marcorè, impeccabile.

Per essere un film che si avvicini ad Hitchcock mancano anche scene veramente memorabili, quelle scene madri su cui costruiva il suo cinema. Florian Henckel Von Donnersmarck (se non pronunciate il nome completo non si gira, come Luca Cordero di Montezemolo…), che ha il gusto per un certo cinema classico, era stato a suo agio ne Le vite degli altri, un thriller interessante per la ricostruzione storica, che però era soprattutto un kammerspiel psicologico e girato in interni. Una macchina ad alto budget come questa, con molte scene d’azione, è qualcosa di diverso. Certo, se vi manca l’atmosfera dei film degli anni d’oro di Hitchcock, il film potrà darvi qualche soddisfazione per un attimo, ma allora è meglio che vi rivediate Intrigo internazionale o Caccia al ladro.

Da non vedere perché: se vi manca l’atmosfera dei film di Hitchcock è meglio che vi rivediate Intrigo internazionale o Caccia al ladro

 

19
Mar
10

Speciale Alice nel paese delle meraviglie. Burton in Wonderland

“È meglio se tieni per te le tue visioni. Se sei in dubbio rimani in silenzio”. “Perché sprechi tempo a sognare cose impossibili?” Sono domande rivolte – nel mondo reale – ad Alice. Ma chissà quante volte, quando era ancora un genio incompreso, Tim Burton si sarà sentito rivolgere domande come queste. Colui che all’inizio della carriera, quando lavorava ai film d’animazione della Disney, se ne andò perché il suo lavoro non era in linea con le direttive della casa di Topolino, e i suoi personaggi erano troppo poco rassicuranti, torna alla Disney per rileggere a modo suo una di quelle opere che proprio grazie a un cartoon della Disney è fissata nell’immaginario collettivo di tutti. E farne qualcosa di proprio. L’identificazione tra Burton e Alice è proprio una delle chiavi di lettura del suo nuovo Alice In Wonderland. Entrambi anticonformisti, restii all’omologazione, entrambi capaci di sognare grazie a una fantasia sfrenata. Ed entrambi capaci di costruire, grazie ad essa, mondi dove ogni cosa è impossibile solo se pensi che lo sia. In una parola, Alice e Tim Burton sono dei diversi.

Ed è naturale che Burton sia affascinato dal Sottomondo. È lo stesso mondo che Alice aveva visitato da bambina, e che ora visita nuovamente a 19 anni. Aveva confuso il termine “Underland” con “Wonderland” e pensava che invece che Sottomondo avessero detto “Paese delle meraviglie”. Il Sottomondo è l’essenza stessa del cinema di Burton. È l’Underground che diventa Over-ground. Quello di Burton è un mondo capovolto. In The Nightmare Before Christmas, il suo capolavoro di animazione in Stop Motion, la sua simpatia va al mondo di Halloween, che preferisce a quello del Natale. Ne La sposa cadavere il mondo dei vivi è freddo, grigio, ingessato nei rituali borghesi, e quello dei morti è chiassoso, colorato e allegro. Come a dire che solo liberandoci dalle convenzioni possiamo essere liberi, senza freni. Ne Il pianeta delle scimmie gli uomini sono gli animali, e gli animali sono gli uomini. Come a dire gli ultimi saranno i primi, i diversi sono gli eroi. È naturale che Burton/Alice ami questo Sottomondo, così bizzarro e così inusuale. E in fondo, il Cappellaio Matto, la Regina Rossa, la Regina Bianca, il Fante di Cuori, Pinco Panco e Panco Pinco, il Bianconiglio, il Brucaliffo, lo Stregatto e tutte le altre incredibili creature cosa sono se non gli ennesimi Freaks cantati da Burton? Non starebbero forse bene nel circo di Big Fish? La stessa Alice, nel film, viene spesso fatta sentire inadatta, inadeguata: viene definita “l’Alice sbagliata”, è prima troppo piccola, poi troppo alta.

“Mi piacciono le persone che hanno un aspetto strano, non so perché” ha dichiarato a Venezia, quando ha ritirato il Leone d’Oro alla carriera. Tim Burton è diventato famoso per Batman, ma se dovessimo scommettere sul suo supereroe preferito, punteremmo sul bimbo Supermacchia, una creatura del suo libro di favole Morte del bambino ostrica e altri racconti. Un bambino che a ogni movimento si sporca, diventando un’enorme macchia nera. Sì, perché Burton ha un’anima pop e un’anima gotica. È a volte colorato e a volte oscuro. E anche il Wonderland, che qui diventa Underland, è a tratti colorato. Ma è anche grigio e oscuro, vista la dittatura instaurata dalla Regina Rossa. L’ex Paese delle meraviglie con Tim Burton diventa horror, fatto di rami aggrovigliati, cieli plumbei, creature pericolose. A momenti somiglia al mondo de Il mistero di Sleepy Hollow. È stato Burton a volerlo così. Man mano che infatti i suoi collaboratori cominciavano a creare un mondo molto colorato, Burton correggeva questo portandolo verso il suo gusto. Così Sottomondo è diventato un universo opprimente. La chiave è stata una vecchia fotografia scattata durante la Seconda Guerra Mondiale, che mostrava una famiglia britannica mentre prendeva un tè nel proprio giardino. Sullo sfondo si vede il cielo di Londra, decisamente grigio. Da qui sono partiti Burton e il suo staff per creare questo mondo.

È invece una creazione di Johnny Depp, amico, sodale e alter ego di Tim Burton, il Cappellaio Matto. Depp lo interpreta in maniera ancora una volta straordinaria, ma ha contribuito anche a crearlo. Ha scoperto infatti che i cappellai dell’epoca di Carroll soffrivano spesso di avvelenamento da mercurio. Il detto inglese “matto come un cappellaio” non è campato in aria: i cappellai usavano una colla ad alto contenuto di mercurio che macchiava le loro mani. Depp ha immaginato un cappellaio dall’intero corpo, e non solo la mente, colpito dal mercurio. E per questo ha dipinto un Cappellaio dai capelli arancioni, dal volto da clown e dai grandi occhi verdi. A vedere il Cappellaio di Depp e i suoi colori accesi sembra di avere una visione da trip di LSD. E non a caso Carroll è stato spesso accostato all’LSD. Non perché ne abbia fatto uso, i tempi non erano quelli. Ma perché la sua scrittura immaginifica e “lisergica” è servita a molti artisti per raccontare i viaggi procurati dall’uso di droghe. Si pensi a John Lennon e ai Beatles di Lucy In The Sky With Diamonds e I Am The Walrus o ai Jefferson Airplaine di White Rabbit. Quel Cappellaio Matto dai colori da trip allucinogeno allora è come un cerchio che si chiude. Burton e Depp, con la loro follia, sembrano ridare a Carroll quell’aura lisergica, allucinata e liberatoria che già Lennon e altri artisti trovavano nelle sue parole. È come se Burton fosse rientrato alla Disney per rapire Carroll e liberarlo. È quello che accade quando artisti che parlano lo stesso linguaggio si incontrano. Quando si trovano insieme menti come Carroll, Lennon e Burton, persone che da sempre abitano in un loro Paese delle meraviglie. Pardon, in un loro Sottomondo.

 

03
Mar
10

Alice In Wonderland. Johnny Depp, quel cappellaio all’LSD…

Voto: 7 (su 10) 

È impossibile solo se pensi che lo sia. È il motto di Alice In Wonderland. Ma potrebbe essere anche il motto della carriera di Tim Burton, il visionario regista che riporta sullo schermo il libro di Lewis Carroll. Proprio colui che a inizio carriera se n’era andato dalla Disney, perché i personaggi che creava erano troppo poco rassicuranti, ritorna da Topolino per rileggere un libro che proprio grazie a un cartoon Disney è stato fissato nell’immaginario collettivo. Quello tra Burton e Carroll, menti fervide e immaginifiche, è un matrimonio che s’ha da fare, che pare naturale, anzi, ci si chiede come non sia avvenuto prima. L’identificazione tra Burton e Alice è la cosa che balza agli occhi sin dalle prime scene del film. “È meglio se tieni per te le tue visioni. Se sei in dubbio rimani in silenzio”. “Perché sprechi tempo a sognare cose impossibili?”. Sono parole che si sente dire Alice nel mondo reale. Ma chissà quante volte se le sarà sentite dire Burton da piccolo. Burton è Alice e Alice è Burton: anticonformisti, sognatori, creatori di mondi incredibili grazie alla loro fantasia.

Mescolando due libri di Carroll, Alice nel paese delle meraviglie e Oltre lo specchio, Burton racconta la storia di Alice, ormai diciannovenne e prossima al matrimonio, che viene richiamata nel Paese delle meraviglie, che in realtà si chiama Sottomondo (è stata lei, da piccola, a confondere Underland con Wonderland), per uccidere il drago e liberare il mondo dalla dittatura della Regina Rossa. Alice è Burton stesso, dicevamo. Ma è tutto il Sottomondo a essere la terra ideale della poetica di Burton, in cui da sempre tutto è capovolto e gli ultimi sono i primi. Dal mondo colorato dei morti de La sposa cadavere che vince nettamente su quello dei vivi, al mondo di Halloween che suscita più simpatia di quello del Natale in The Nightmare Before Christmas, fino alla storia de Il pianeta delle scimmie dove gli animali sono gli  uomini e gli uomini sono animali. Quel sottomondo dove “ogni cosa è leggermente strana, anche le brave persone”, come ha dichiarato Burton, sembra proprio piacere al regista. E il Cappellaio Matto, la Regina Rossa, la Regina Bianca, il Fante di Cuori, il Bianconiglio, il Brucaliffo e lo Stregatto non sono altro che gli ennesimi Freaks cantati da Burton, che starebbero benissimo nel circo di Big Fish.

Ma la dialettica/scontro tra due mondi, tema tipico di Burton, in questo Alice In Wonderland è doppio. Perché a quello tra mondo e Sottomondo, si aggiunge lo scontro tra il Sottomondo che era e quello che è. Se il Sottomondo è liberatorio e sfrenato rispetto al mondo reale, deve a sua volta liberarsi dal giogo della Regina Rossa, che ha instaurato una dittatura e oppresso e ingrigito quello che una volta era il Paese delle meraviglie. Che oggi è colorato e grigio insieme: a colori sono i personaggi, e grigia è l’atmosfera che li circonda. Così, a momenti il Paese delle meraviglie di Burton diventa horror, tra rami aggrovigliati, cieli plumbei e nebbie che lo fanno sembrare Sleepy Hollow. Burton forse esagera con il 3D (ma il film è stato girato in 2D e poi adattato), andando un po’ in controtendenza con quelle che sono le scelte del 3D di oggi, e ci fa arrivare parecchie cose addosso, facendoci chiudere gli occhi più di una volta. Ma da un ragazzaccio come lui ci può anche stare. Quello che manca al film è sorprendentemente l’aspetto emotivo, che è preponderante in ogni suo film. Alice In Wonderland lascia freddi, non emoziona mai, è come una serie di abili mosse su una scacchiera, tutte corrette ma tutte anche troppo studiate o prevedibili. Il problema è forse la sceneggiatura di Linda Woolverton, autrice de Il re leone e La bella e la bestia, film dall’impianto narrativo piuttosto classico. Lo script di Alice In Wonderland, se da un lato reinventa bene la storia di Alice, dall’altro scorre un po’ schematico e prevedibile. E il nuovo film di Burton rischia di colpire solo l’occhio e non il cuore, al contrario di quanto avviene nell’altra meraviglia in 3D di oggi, Avatar.

C’è però ancora uno sberleffo al mondo Disney. E a firmarlo, insieme a Burton, è Johnny Depp. Il suo Cappellaio Matto è un’altra figura da ricordare nella galleria dei suoi personaggi. È un parente stretto di Willy Wonka, ma anche di Sweeney Todd. E negli occhi ha la tristezza e la malinconia di alcuni personaggi di Chaplin. Ma il Cappellaio di Depp ha soprattutto i colori allucinati/allucinogeni di un trip da lsd, la sostanza stupefacente che molti artisti, da John Lennon e i Beatles (Lucy In The Sky With Diamonds, I Am The Walrus) ai Jefferson Airplane (White Rabbit) hanno associato alle parole di Carroll, così immaginifiche e lisergiche da rappresentare, senza volerlo, meglio di chiunque altro i viaggi procurati da quella droga. Con i colori del Cappellaio Matto, Burton e Depp sembrano liberare Carroll dall’edulcorato mondo dei cartoon Disney e restituirlo a quella controcultura degli anni Sessanta che aveva scorto significati ulteriori e nuove chiavi di lettura alla sua opera. Può succedere anche questo, quando si incontrano menti come Carroll, Burton e Lennon, che parlano la stessa lingua e abitano nello stesso mondo. Anzi, nello stesso Sottomondo.

Da vedere perché: Anche se stupisce più gli occhi che il cuore, quello di Burton e il Paese delle meraviglie è un connubio naturale. E il film che ne esce è un viaggio allucinogeno

Guarda il trailer italiano

 

23
Nov
09

Luci della città: il senso di Mann per la realtà

Dillinger è morto. Anzi, no. Dillinger è vivo. Ma è meglio dire vivido. È questo l’aggettivo che più si addice all’immagine che Michael Mann confeziona per il suo Nemico pubblico, ritratto di un uomo, il rapinatore gentiluomo John Dillinger (Johnny Depp) e di un’epoca, gli anni Trenta della Grande Depressione post 1929. Le immagini che raccontano questa storia così antica sono in realtà modernissime, nitide. Vivide, appunto. Il film è girato in digitale, un mezzo che nessun altro oggi sa usare come Michael Mann, che di questa tecnica può essere considerato il precursore, e uno dei più agguerriti sostenitori. Uno dei maestri, insomma.

Michael Mann per Nemico pubblico ha cercato la realtà. Ha voluto fare un film ambientato negli anni Trenta che non sembrasse un film d’epoca, senza filtri nostalgici. Come se ci si svegliasse e si trovasse lì, in quel tempo. Il digitale in Alta Definizione è uno dei fattori che hanno portato il film in questa direzione. Mann e il suo operatore Dante Spinotti, hanno usato vari tipi di telecamere HD per quasi tutte le scene: quattro nuove HDC-F23 della Sony e la XDCAM-EX1s. Le riprese sono una combinazione di macchina a mano, addosso ai volti degli attori, e di riprese in campo lungo sull’intera scena, realizzate contemporaneamente. La sensazione è quella di vedere quello che succede in tempo reale, un senso di immediatezza. Come se, pur se l’azione si svolge in un’epoca lontana, stessimo assistendo a un film verità. In questo senso sono state fatte le scelte per illuminare le scene: non dovevano essere illuminati solo gli attori, ma tutto l’ambiente circostante. “Abbiamo sempre tenuto a mente il realismo estremo della situazione” ha dichiarato Dante Spinotti. “Volevamo rappresentare, in modo aggressivo e vero, che cosa era quel tempo e che cos’è la scena. Così abbiamo illuminato tutta la scena e raramente solo l’inquadratura. Gli attori devono sembrare giusti, perfetti quando finiscono in primo piano e questo è stato girato con una telecamera per i primi piani, mentre un’altra riprende i primi piani opposti di altri attori o attrici”. Il risultato lascia sorpresi: è forse la prima volta che un ritratto d’epoca viene proposto con un’immagine così moderna e nitida, perfettamente definita, invece che con la classica fotografia più sgranata che siamo soliti associare alla patina d’epoca. L’immagine di Nemico pubblico è antica e moderna allo stesso tempo.

L’altra “sfida” di Mann per avvicinarsi al maggior grado possibile di realismo è stato girare nel maggior numero di luoghi reali possibile. Molti dei luoghi visitati da John Dillinger esistono ancora oggi. Quando vediamo il carcere di Lake County a Crown Point, nell’Indiana, o la pensione Little Bohemia a Manitowish Waters, in Wisconsin, vediamo i veri luoghi nei quali è stato Dillinger, e che sono stati teatro della sua sfida alla legalità. Anche il fatale cinema Biograph in Lincoln Avenue, di Chicago, che ha visto la sua fine, dopo che aveva visto Manhattan Melodrama (Le due strade), è quello vero. Il carcere  di Lake County, dove Dillinger fuggì con l’auto dello sceriffo, è dunque quello vero, non è stato inventato niente. Evidentemente non poteva essere nelle condizioni in cui si trovava negli anni Trenta, ma è stato ricostruito accuratamente in base alle foto scattate all’epoca (mentre per le celle, di cui non c’erano foto, si è lavorato d’immaginazione). Nella pensione Little Bohemia gli agenti dell’FBI circondarono Dillinger ma furono beffati dalla sua fuga. La pensione è un luogo turistico e ora è diventata un ristorante. È stato fatto un lavoro particolare per riportarle a quell’epoca, piantando degli arbusti sul terreno, e lavorando sulle camere. Che però sono proprio quelle in cui dormirono i gangster. “Come si può immaginare, per Johnny Depp c’è una sorta di magia nello sdraiarsi sul letto in cui aveva davvero dormito Dillinger” ha dichiarato Michael Mann. Quando mette la mano e apre la porta, è la stessa maniglia sulla quale Dillinger aveva messo la sua mano”. Little Bohemia porta ancora oggi i segni di quella giornata, come i buchi delle pallottole, le finestre rotte e parte del bagaglio che la gang lasciò fuggendo. Il cinema Biograph, davanti al quale Dillinger viene tradito e ucciso, aveva perso le pensiline per le insegne dei film, ma Mann lo ha fatto restaurare.

Cogliere la realtà circostante, l’anima di un luogo, le luci della città, e con esse la sua essenza, è stata la chiave espressiva degli ultimi lavori di Mann, Collateral e Miami Vice, con cui Nemico pubblico costituisce un’ideale trilogia, e di cui è un ideale prequel. Il rapporto tra la città e il male che vive al suo interno, e da cui è inscindibile, è alla base di tutti e tre i film. E la chiave per rendere tutto questo in immagini è proprio il digitale. Proprio in questo modo, l’unico modo possibile, in Collateral Mann era riuscito a cogliere i colori della notte e le vere luci di Los Angeles: le luci al neon, in primo piano, sfocate, o riflesse su vetri e superfici metalliche in affascinanti riverberi, annegate nel blu notte della città. Los Angeles è una delle protagonista di Collateral, come Chicago è un’assoluta protagonista di Nemico pubblico. E come Miami è protagonista di Miami Vice, discesa agli inferi nelle tentazioni di una città tentacolare, peccaminosa, sensuale e pericolosa. Anche qui i colori della notte sono colti alla perfezione dalla macchina da presa digitale. Pensiamo alla prima scena, al suono di Linkin Park e Jay-Z, nella discoteca, che ci fa capire subito la cifra stilistica del film. Anche in Miami Vice Mann ha scelto la direzione del realismo, operando un taglio netto con l’edonismo pop della serie originale, e cercando di trasmettere le vere azioni della polizia, con cui i protagonisti si sono addestrati prima di girare. Los Angeles, Miami, Chicago. Tre città, le loro luci, la loro aria, i loro uomini. Sempre troppo piccoli di fronte a una città che finisce per schiacciarli. Anche questo è Michael Mann.  

 

 

03
Nov
09

Nemico pubblico. L’ennesima “sfida” di Michael Mann

Voto: 8 (su 10) 

nemico 1È ancora una volta “la sfida”, come recitava il sottotitolo italiano di Heat, per Michael Mann. E come quasi sempre è accaduto nei suoi film ci sono due “duellanti” pronti a sfidarsi all’ultimo sangue. Johnny Depp e Christian Bale come Al Pacino e Bob De Niro (e forse sono i Pacino e De Niro della loro generazione), come Tom Cruise e Jamie Foxx in Collateral.

Qui Depp e Bale sono rispettivamente John Dillinger, rapinatore di banche la cui fama gli ha procurato la carica di “nemico pubblico numero uno” e Melvin Purvis, l’agente dell’FBI che lo insegue. Siamo negli anni della Grande Depressione, gli anni Trenta. E Nemico pubblico è un ideale prequel di tutte gli altri film di Mann, da Manhunter a Heat – La sfida, da Collateral a Miami Vice. C’è dentro il seme del crimine che arriverà fino ai giorni nostri.

C’è la sfida ossessiva e assoluta tra due uomini. C’è la città grande e tentacolare che avvolge i personaggi. Il confronto tra Dillinger e Purvis inizia subito, a distanza, in montaggio alternato. E i due si incontreranno dopo molto tempo. Tra i due non ci sarà il tavolo di un ristorante come avveniva per Pacino e De Niro, ma le sbarre di una cella. Comunque una barriera, comunque il simbolo di due esistenze da due parti diverse della barricata.

Nemico pubblico è uno strano incontro tra passato e futuro. Mann ricopre la sua immagine di una patina d’antan, con una fotografia seppiata che siamo abituati ad associare a film ambientati in un’epoca lontana.

Ma contemporaneamente gira in digitale ad alta definizione, una materia in cui è maestro: oggi nessuno sa usare come lui questo mezzo.

L’effetto è straniante, antico e modernissimo allo stesso tempo: l’immagine è pura e nitida, definita. E non è quella sgranata a cui siamo abituati ad associare una fotografia con una patina di antico.

È un’immagine che da colorata/desaturata diventa bianco e nero e si sporca per diventare quella dei cinegiornali che raccontano al cinema le gesta di Dillinger.

Nemico pubblico ci racconta anche questo: Dillinger è uno dei primi esempi – forse il primo – di criminale mediatico. Viene citato dai media, la folla accorre copiosa per assistere al suo arresto, la polizia rilascia proclami alla radio e si fa fotografare con la sua preda. Ogni mossa viene resa pubblica. Ed è curioso che, mentre il cinegiornale lo mostra, il pubblico, che si guarda in giro, non riconosca il vero Dillinger che è al cinema. Curioso, ma normale. È la distanza tra il cinema e la realtà.

Tra l’icona, l’immagine che è grande e sta in alto, e l’uomo, piccolo e seduto in basso sulla sua poltrona. Vince sempre la prima. E l’immagine di un uomo famoso è destinata sempre a prevalere sull’uomo stesso.

Ma il cortocircuito mediatico più affascinante, che per un attimo fa entrare Nemico pubblico nel meta cinema, è Dillinger che vede al cinema Clark Gable, in Manhattan Melodrama (Le due strade nel titolo italiano). Il look di Depp/Dillinger, cappello e baffi, è uguale a quello di Gable. Come se i due si trovassero allo specchio Johnny Depp può essere anche Clark Gable. Anzi, forse è Gable che può essere Depp. Così bravo che non si può non parteggiare per lui. Per chi scappa. Alla sua cattura, la città è in festa e noi abbiamo la morte nel cuore.

Da vedere perché: l’ennesima “sfida” di Mann, tra passato e futuro, fotografia d’antan e digitale hd. Dillinger è il primo criminale mediatico e pubblico

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

 












Archivi


Cerca


Blog Stats

  • 106,499 Visite

RSS

Iscriviti al feed di

    Allucineazioni (cos'è?)




informazioni

Allucineazioni NON e' una testata giornalistica ai sensi della legislazione italiana.

Scrivimi

Creative Commons License

Questo blog è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.