Posts Tagged ‘commedia

11
Mar
12

Young Adult. Charlize Theron, bellissima anche quando non lo è. O proprio per questo

Voto: 7 (su 10)

Era dovuta diventare brutta, per farsi considerare una brava attrice. Era successo con Monster, il film che aveva impresso una svolta alla carriera di Charlize Theron, ex modella, considerata forse troppo bella per essere un’attrice credibile. Invece una brava attrice la Theron lo è diventata davvero, anche al di là dell’effettata interpretazione di Monster. Tanto che poi, pur scegliendo ruoli forti, come quelli in North Country e The Burning Plain, non ha dovuto più mortificare la sua bellezza. Ma qui è diverso: Mavis Gary, protagonista di Young Adult, è soprattutto brutta dentro. Ex reginetta di bellezza del liceo, con un matrimonio fallito alle spalle, Mavis, trentasette anni, ha lasciato la provincia per la città, e fa la “ghost writer” (scrive romanzi ma non li firma) per una serie di libri destinati al target “young adult” (in pratica, per adolescenti/ventenni). È alcolizzata, vive una vita disordinata, ha relazioni occasionali con uomini che non le piacciono davvero. E sì, è una stronza. Quando riceve una mail in cui si annuncia che il suo ex è diventato papà, decide di tornare al suo paesino, ed emotivamente ai tempi del liceo, per riconquistare la sua ex fiamma.

Per il ruolo di Mavis, la Theron non deve diventare brutta. Si stropiccia solo un po’, tra occhiaie da post sbornia e una trasandatezza di fondo che è sintomo di chi ha perso la voglia di vivere. “Young adult” non è solo il target di riferimento per i libri di Mavis: è ovviamente anche il suo status mentale, quello di un’eterna adolescente mai cresciuta, che vuole riconquistare il suo ex più per un suo puntiglio che perché lo ami davvero. In questo senso, quella maglietta di Hello Kitty che indossa è allo stesso tempo il simbolo di un modus vivendi – una certa emotività e un certo modo di ragionare adolescenziale – ma anche un’icona sfregiata. Perché in Mavis non c’è niente di dolce, di zuccheroso, di ammiccante, e nemmeno di sensuale, caratteristiche che sembrano per forza dover essere parte di qualsiasi personaggio femminile nelle commedie di Hollywood. Young Adult sceglie la strada, coraggiosa, di mettere in scena una donna invidiosa, antipatica, arida. E in fondo, depressa e infelice. Charlize Theron affronta tutto il film con un’espressione infastidita, anaffettiva, distaccata. E resterà così per tutto il film, senza alcuna catarsi.

Patetica, imbarazzata, e imbarazzante, la Mavis di Charlize Theron non riesce neanche a sedurre, nonostante la sua bellezza, proprio perché priva di slancio e di passione. Curiosamente, tenta per quasi tutto il film di abbellirsi, mentre la Theron in quasi tutta la sua carriera ha cercato proprio di limitare la sua bellezza. La sua bravura sta nell’attraversare il film con un’aria da sconfitta, con un’interpretazione atona fatta di sfumature e mezzi toni. Che culmina in una delle scene di sesso  più cariche di tristezza della storia del cinema. Perché Young Adult parla in fondo di una perdente, e abbatte il concetto americano della perfezione, della seconda occasione. Abbatte il Sogno Americano.

“Non sono cattiva, è che mi disegnano così” diceva Jessica Rabbit. E Mavis Gary ci piace proprio perché è disegnata benissimo da Diablo Cody, la sceneggiatrice di Juno, che da quel film in poi ci sta raccontando giovani donne lontanissime da ogni convenzione, da ogni perfezione e dai ruoli che sembrerebbero destinati a loro. Donne con percorsi sghembi, accidentati, disastrati. Insieme a lei, dopo Juno, alla regia c’è ancora Jason Reitman, bravissimo a raccontare l’America dei non luoghi, della provincia americana omologata dei centri commerciali e dei terminal aeroportuali (Tra le nuvole), dei grandi spazi e dei grandi vuoti dove personaggi irrisolti vagano alla ricerca di se stessi. Se i tratti del disegno sono firmati Cody e Reitman, il colore è tutto di Charlize Theron. Sì, è così brava, e così poco seducente, che è bellissima. Anche quando non lo è.

Da vedere perché: Young Adult sceglie la strada, coraggiosa, di mettere in scena una donna invidiosa, antipatica, arida. E in fondo, depressa e infelice. Charlize Theron affronta tutto il film con un’espressione infastidita, anaffettiva, distaccata. Ed è bravissima

19
Gen
12

Benvenuti al Nord. Anche i milanesi hanno un cuore grande

Voto: 6,5 (su 10)

C’è la nebbia, si mangia male, la gente è fredda e pensa solo a lavorare. Luoghi comuni, questi fidi compagni di viaggio: dopo quelli sul Sud, ecco quelli su Milano in Benvenuti al Nord, atteso sequel del fortunatissimo Benvenuti al Sud. Stavolta tocca a Mattia (Alessandro Siani), in crisi con la moglie Maria (Valentina Lodovini), trasferirsi da Castellabate a Milano. Ad aspettarlo ovviamente c’è Alberto Colombo (Claudio Bisio), anche lui in crisi coniugale con Silvia (Angela Finocchiaro), che, per ripararsi dalle polveri sottili prende una casa in montagna per i week end, ma non può andarci con il marito, troppo impegnato con il lavoro. Come da copione l’impatto di Mattia con il nuovo ambiente è duro: le colazioni sono scarne e solitarie, i divieti di sosta per il lavaggio delle strade vanno rispettati. E al lavoro tutti corrono. E proprio il lavoro è al centro di questo sequel: il fantomatico progetto pilota delle Poste Italiane, nome in codice E.R.P.E.S., tormenta Alberto. E sarà proprio Mattia a risolvergli i problemi. Ovviamente, come nel primo film, i luoghi comuni vengono superati, esorcizzati, sfatati. E capiremo che anche i milanesi hanno un cuore grande.

È un luogo comune, questo difficile da sfatare, che il cinema italiano rischi poco e osi nulla. Così, dopo i Cinepanettoni seriali con il format delle vacanze sempre uguali a se stesse, il 2012 inizia riproponendo i successi dell’anno precedente, Immaturi e Benvenuti al Sud. In questo caso la sfida è però diversa: se Benvenuti al Sud era il remake di un film francese (Giù al Nord), ed era costruito intorno a una trama solida, fluida e a delle gag riuscite, Benvenuti al Nord è un film completamente nuovo. La sfida è proprio costruire un film ex novo, seppur non partendo da zero, ma dal canovaccio del fortunato predecessore. Accanto a Luca Miniero in sceneggiatura c’è Fabio Bonifacci, e il suo tocco “sociale” si sente a tratti (i discorsi sullo spietato mondo del lavoro, sul mutuo). La sfida complessivamente è riuscita: il film è divertente e piacevole, e lascia in bocca un gusto dolce e consolante.

Rispetto al suo predecessore, però, Benvenuti al Nord sembra funzionare un po’ meno come racconto, e sembra procedere più per strappi e gag, sembra meno cinematografico e più cabarettistico. Non a caso, se si ride per le avventure di Bisio e Siani, ad essere irresistibili sono le caratterizzazioni di Paolo Rossi, immenso nel suo team leader simil Marchionne (con cui evidentemente ha un conto aperto) e di Angela Finocchiaro che interpreta, invecchiata ad arte, la madre di Silvia. A livello di script, invece, il vero colpo di genio è la gag della pantomima al contrario, nemesi e specchio della scena più riuscita del primo film, quella in cui i campani inscenavano una Castellabate da incubo a uso e consumo della moglie di Alberto. Si tratta comunque di un successo annunciato che al pubblico piacerà. E se ci piacerebbe ancora vedere Siani e Bisio insieme, stavolta in un progetto completamente nuovo, resta da riflettere su un cinema che prende le distanze, in stile e temi, dal Cinepanettone, ma che è pur sempre una “commedia italiana” e non ancora quella “Commedia all’italiana”, quella tagliente e amara dei Risi e dei Germi, quella a cui il cinema italiano dovrebbe ambire. Comunque, se si finisce con Emma che canta Nel blu dipinto di blu, il nostro inno nazionale non ufficiale, vuol dire che è proprio un bello spot per l’Unità d’Italia. Alla faccia di chi, proprio al Nord, non la vorrebbe…

Da vedere perché: è divertente e piacevole, e lascia in bocca un gusto dolce e consolante. E Paolo Rossi simil Marchionne e Angela Finocchiaro nei panni della suocera sono irresistibili

07
Dic
11

Midnight in Paris. Il passato è una terra incantata

Voto: 7 (su 10)

“Dico sempre che sono nato troppo tardi”. Sono le parole di Gil (Owen Wilson), protagonista del nuovo film di Woody Allen, Midnight in Paris, ed ennesimo alter ego del regista sul grande schermo. Gil, in vacanza a Parigi con la fidanzata Inez (Rachel McAdams), una sera sceglie di passeggiare da solo per la Ville Lumière, fino a che, al rintocco della mezzanotte, come una Cenerentola al contrario, viene prelevato da una macchina che lo porta nella Parigi degli anni Venti. Così incontra Francis Scott Fitzgerald e la moglie Zelda, Hemingway, Cole Porter, Picasso, Dalì, Man Ray. E un Bunuel incredulo a cui suggerisce il soggetto de L’angelo sterminatore. Incoraggiato da Gertrude Stein, forse deciderà di inseguire il suo sogno di fare lo scrittore, abbandonato per il lavoro più remunerativo di sceneggiatore a Hollywood.

Arrivato a Parigi, che sul grande schermo coccola come la sua Manhattan, durante quello che ormai è un tour europeo, che da Londra a Barcellona lo ha portato fino a Roma, Allen ritrova l’ispirazione dei suoi vecchi film e firma la sua opera migliore dai tempi di Match Point. Come nel suo precedente Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni, dove ironizzava sul suo divorzio e la sua relazione con una donna più giovane, e sul fallimento della psicanalisi, qui, con un personaggio che scrive film ma vorrebbe scrivere libri, ci parla del suo senso di inadeguatezza e di inferiorità di fronte ai grandi della scrittura e dell’arte. Che poi è l’inadeguatezza e la povertà dei tempi che viviamo rispetto ai tempi passati. Allen, eterno insicuro, probabilmente vorrebbe creare altre opere e vivere in un altro periodo.

Ma la sorpresa avviene quando Gil, accompagnato dall’affascinante Adriana (una splendida Marion Cotillard), musa di Picasso ed Hemingway che vive negli anni Venti, fa un ulteriore salto nel tempo, e arriva nella Parigi della Belle Epoque, incontrando Degas, Gaugin e Toulouse Lautrec (Monet era stato evocato prima con un’inquadratura che ricreava le sue ninfee). Capisce che per Adriana la vera età dell’oro è quella, mentre per loro è addirittura precedente. Insomma, Gil diventa consapevole che per ognuno gli anni in cui sta vivendo non sono all’altezza delle epoche precedenti, così ammantate dalla mitologia da sembrare irraggiungibili, incantate. Allen, il cui pessimismo ormai è sereno e pacificato, ci dice che pensare che avere una vita diversa ci renderebbe più felici è una pura illusione.

È un Allen più leggero, più divertito e divertente rispetto agli ultimi film, tanto che Midnight In Paris starebbe bene accanto ai suoi classici di un tempo. E parte del merito, oltre alla scrittura, sta in un cast perfetto dove spicca Owen Wilson. Con quella sua faccia stralunata, sghemba, attonita, Wilson sembra frequentare il cinema di Allen da sempre; con quegli occhi tristi, l’espressione smarrita, e quella balbuzie mutuata proprio dalle prestazioni dell’Allen attore, si candida a essere il suo perfetto alter ego anche nei prossimi film. Con i suoi tic e la sua aria riesce a portare immediatamente nel film uno stile Allen, inconfondibile anche quando parla di ipocondrie (nell’Ottocento non c’erano gli antibiotici…) e di tranquillanti: memorabile la scena in cui salva Zelda Fitzgerald dal suicidio grazie al Valium, la pillola del futuro…  Ma se il passato è una terra incantata, è nel presente che possiamo cambiare il nostro futuro, con le nostre scelte.

Da vedere perché: È un Allen più leggero, più divertito e divertente rispetto agli ultimi film, tanto che Midnight In Paris starebbe bene accanto ai suoi classici di un tempo

01
Dic
11

Il giorno in più. Fabio Volo all’americana

Voto: 6 (su 10)

Donne, è arrivato Fabio Volo. Fabio Volo, si sa, piace parecchio alle donne, per quel suo essere un po’ gattone, per il non prendersi sul serio, per la sua bellezza non aggressiva. Piace anche agli uomini, nel senso che è uno che ha successo essendo se stesso, grazie all’ironia, e non è un superman da pubblicità di intimo. Il giorno in più è forse un’occasione per capire qualcosa in più del fenomeno Volo. Già molto convincente per la sua naturalezza in alcune prove (su tutte Casomai e La febbre con D’Alatri), qui Volo per la prima volta interpreta un personaggio tratto da un suo libro, e quindi mette in scena ancora di più se stesso.

Così il protagonista della sua storia è un Peter Pan raccontato spesso dal cinema italiano: nella prima scena lo vediamo mentre viene lasciato dalla ragazza, è uno che fatica a impegnarsi, è molto preso dal lavoro, e anche dalle storie di una sera, forse un po’ codardo. Sta solo, e sta bene così. Per lui, che lavora nella finanza, quello della coppia è un investimento molto rischioso. Fino a che incontra una ragazza (Isabella Ragonese, perfetta nel ruolo di amore a prima vista) su un tram, la vede ogni mattina, senza sapere niente di lei. Quando si conoscono e, tra mille paure, sembrano piacersi, lei gli dice che deve partire per New York.

A Volo non piace la definizione di Peter Pan: dice che sono cambiati i ruoli, rispetto al tempo dei nostri genitori ci sono possibilità diverse, come è diverso il mondo del lavoro. Vedere Il giorno in più può aiutare a capire molte cose, di Volo e forse anche di noi. Nei suoi libri, e, in parte, in questo film, si può trovare una filosofia delle piccole cose, un tentativo di capire un po’ la vita, le sue dinamiche. In maniera forse ingenua, un po’ grossolana a volte. Ma è già qualcosa.

Il giorno in più (il titolo allude a quel giorno in più che dobbiamo concederci per qualcosa, come una storia d’amore, in cui può succedere qualunque cosa) diventato un film cambia leggermente rispetto al libro, e vira decisamente verso la Rom Com, la commedia romantica all’americana che abbiamo visto tante volte, da Harry ti presento Sally a quel Serendipity di cui quasi plagia il finale. Se il film scorre piacevolmente, diverte, è diretto con mano leggera da Massimo Venier (che viene dai film di Aldo, Giovanni e Giacomo), e sceglie degli ottimi comprimari (su tutti Camilla Filippi, e Pietro Ragusa, il “signor Fabio” di Si può fare), resta da chiedersi se il bicchiere sia mezzo pieno o mezzo vuoto. Se cioè sia un bene che un film italiano sia capace di fare così bene una commedia all’americana, o se sia un peccato che un prodotto nostrano segua dei codici esterofili invece di trovare una sua via. E resta anche da chiedersi se Il giorno in più, il film, sia riuscito effettivamente a raccontarci Fabio Volo come potrebbe fare un suo libro, o no.

Da vedere perché: Volo per la prima volta interpreta un personaggio tratto da un suo libro, e quindi mette in scena ancora di più se stesso

 

21
Nov
11

Scialla! Conflitto intergenerazionale su battiti hip hop

Voto: 7 (su 10)

Eccola, la strana coppia. Lui è un ragazzo di quindici anni, quello che a prima vista si direbbe un coatto, felpa con cappuccio e musica hip hop costantemente nelle orecchie, anche durante le lezioni, che dire che segue distrattamente sarebbe un eufemismo. Un coatto che però ha qualcosa dentro, una sua dignità, sembra di capire fin dalle prime scene. L’altro è un quarantenne che non definiremmo splendido, (ex?) scrittore in bolletta che vive facendo lezioni private e scrivendo, come ghost writer, le memorie di un ex pornostar. Sembra aver abdicato dalla vita, Bruno, così si chiama il personaggio di Fabrizio Bentivoglio, declinato in irresistibile accento veneto. Sembra non esserci ancora entrato per niente, Luca (lo splendido esordiente Fabrizio Scicchitano), a cui manca una figura paterna: crede di essere figlio di un criminale, e per questo crede che il modello di vita da seguire sia quello. In realtà suo padre è proprio Bruno, che aveva incontrato la madre di Luca quindici anni prima a una manifestazione letteraria. Ora la madre sta per partire per l’Africa e decide di affidare Luca proprio a Bruno.

Romanzo di formazione misto a un buddy movie intergenerazionale, Scialla! (l’espressione significa “stai sereno”, un po’ il take it easy americano) è l’esordio alla regia di Francesco Bruni, fin qui ottimo sceneggiatore di Paolo Virzì, che porta in scena un suo script. Una sceneggiatura che il produttore Beppe Caschetto gli ha proposto di scrivere senza alcun vincolo, senza pensare a nessun regista. Così che Bruni ha deciso che non poteva affidare questo figlio così amato a qualcun altro, e di passare dietro alla macchina da presa. Scialla! piace proprio perché Bruni ha deciso di raccontare quello che conosceva e amava di più, il mondo dei propri figli, dei quindicenni (sono loro ad avergli fatto conoscere la parola scialla). E lo ha fatto in modo amorevole e sincero. Scialla! non è un film a target, né il film finto giovanilista alla Moccia, né il film collettivo alla Notte prima degli esami. E punta a essere una terza via tra il cinema comico scollacciato dei cinepanettoni e la commedia d’autore alla Moretti o alla Virzì.

La strana coppia funziona, sulla carta come sullo schermo. Fabrizio Bentivoglio, attore consumato, interagisce alla perfezione con Fabrizio Scicchitano, esordiente che porta in scena la sua naturalezza. Bentivoglio riesce a disegnare un personaggio memorabile, un Drugo all’italiana, come è stato descritto, pensando al protagonista de Il grande Lebowski. Aggiungete al mix la fiera pornostar interpretata da una sorprendente Barbora Bobulova e il risultato è eccellente. Scialla! è un film spassoso, a tratti irresistibile, ma anche amaro, e commovente. Mette in scena il conflitto intergenerazionale tra padri e figli senza le tesi precostituite e gli schemi fissi che di solito troviamo in questi film, e creando uno spleen metropolitano, un batticuore scandito da battiti hip hop, che appassiona e conquista.

Da buon sceneggiatore, Bruni scherza con il cinema e la cultura. Come quando ironizza sul successo delle storie di malavita come Romanzo criminale (l’occasione è il personaggio di uno spacciatore interpretato proprio da quel Vinicio Marchioni protagonista della serie tv in questione), sull’ignoranza (“I 400 colpi? È un film di guerra?”) e sulle nuove icone del cinema contemporaneo (“La pasticca io me la sparo subito”. “Così torni a casa con gli occhi di Avatar!”). Sì, la cultura. È in questo modo che Bruno cerca di appassionare alla scuola e alla vita Luca. Facendolo studiare. E insegnandogli a rispettare il padre, a portarlo in spalla, come Enea con il padre Anchise.

Da vedere perché: è un film spassoso, irresistibile, commovente. Mette in scena il conflitto intergenerazionale senza le tesi precostituite e gli schemi fissi che troviamo in questi film, e creando uno spleen metropolitano, un batticuore scandito da battiti hip hop

15
Nov
11

Lezioni di cioccolato 2. Matrimonio all’egiziana

Voto: 6,5 (su 10)

Come un buon cioccolatino, Lezioni di cioccolato 2 è un film croccante fuori, e con un sorprendente ripieno dolceamaro dentro. È un progetto che si può leggere in due modi: fermandosi al guscio, cioè alla prima apparenza. O gustarsi più lentamente il ripieno, e fermarsi a riflettere su questo. In questo senso, la prima impressione è quella di una commedia gradevole, anche se dal ritmo discontinuo, e di una raffinata e riuscita operazione di product placement. L’impressione più profonda è quella di un film d’autore mascherato da commedia. Ci spieghiamo meglio: Lezioni di cioccolato 2 è l’ultimo di una serie di progetti girati da Cattleya e distribuiti dalla major Universal, un modo nuovo di fare una commedia raffinata in Italia, una commedia quasi all’americana, distante dal Cinepanettone. Come il primo Lezioni di cioccolato e Diverso da chi?, vengono scelti registi esordienti, si punta su un attore bravo e di richiamo (Luca Argentero) e soprattutto su uno sceneggiatore, Fabio Bonifacci, che è il vero Autore del film.

Gli script di Bonifacci (autore anche del bellissimo Si può fare) non sono mai banali e fini a se stessi, ma sono sempre calati nella nostra realtà, vogliono raccontare il nostro paese, sono a loro modo “politici”. In questo senso la storia di Mattia (Argentero), che si innamora di Nawal (Nabiha Akkari), senza sapere che è la figlia del suo amico egiziano Kamal (Hassani Shapi), diventato cioccolataio, è l’occasione per riflettere ancora una volta sul nostro rapporto con gli stranieri, con le loro tradizioni, e parlare di aspirazioni e problemi delle seconde generazioni: ragazzi italiani, ma comunque legati al loro paese, spesso in contrasto con i propri genitori. Mattia e Kamal, in questo modo, si confrontano sulla questione femminile. Come vedono la donna un italiano e un egiziano copto? Entrambi pensano di stabilire il ruolo della donna, vedendo le cose sempre da un punto di vista maschile. E le idee egiziane sul matrimonio non sono poi così diverse da quelle italiane di cinquant’anni fa…

Lo scontro di civiltà, insomma, c’è, ma è rivestito di una doppia glassa di cioccolato. La prima è quella di un film gradevole, anche se a tratti un po’ macchinoso, e che non decolla subito, una commedia degli equivoci di sapore americano, un Indovina chi viene a cena al contrario. Se Luca Argentero e Hassani Shapi – al terzo film insieme – bravo e misurato il primo, spassoso ed esplosivo il secondo, sono una tipica coppia da Buddy Movie (due uomini diversissimi che si trovano insieme per forza), Argentero e la luminosa Nabiha Akkari (vista in Che bella giornata con Checco Zalone) potrebbero essere usciti da una commedia della Guerra dei Sessi anni Quaranta. Il tocco di cultura pop è dato poi da Nostalgia canaglia di Al Bano e Romina Power, uno di quei pezzi che, se messi al punto giusto, fanno decollare una scena (per gli amanti della musica vera: c’è anche una versione di I Heard It Through The Grapevine dei Creedence Clearwater Revival). La seconda glassa di cioccolato, il guscio esterno che fa cric croc, è il senso dell’operazione, un modo nuovo di fare product placement, per un noto marchio di cioccolato: non inserendo il marchio a forza nel film, ma inserendo il film nel marchio, costruendo e ambientando la storia proprio a casa sua. In tempi in cui finanziare il cinema non è mai facile, un’operazione del genere è sempre ben accetta. Se il matrimonio tra un italiano e un’egiziana può funzionare, può farlo anche quello tra cinema e mercato.

Da vedere perché: una commedia gradevole, un script (di Fabio Bonifacci) che racconta lo scontro di civiltà nell’Italia di oggi, un’operazione commerciale riuscita. E attori in gran forma.

17
Set
11

Crazy, Stupid Love. Non è un’altra stupida commedia americana

Voto: 6,5 (su 10)

Non è un’altra stupida commedia americana, recitava anni fa il titolo italiano di un film targato U.S.A. Prendiamo in prestito questo titolo, sperando che nessuno s’arrabbi, perché definisce bene questo Crazy, Stupid Love, commedia americana che, almeno in apparenza, potrebbe sembrare simile a tante altre. È un altro film sull’amore, un’altra commedia corale. Un altro Love, Actually o un altro Appuntamento con l’amore? Non proprio.. Si tratta di un film imprevedibile. Come non era prevedibile per Cal (Steve Carell), quarant’anni, di essere lasciato dalla moglie, e amore di una vita, Emily (Julianne Moore), che lo ha appena tradito. Com’è imprevedibile l’incontro di Cal, ritornato bruscamente nel mondo dei single, con Jacob (il lanciatissimo Ryan Gosling, che vedremo presto ne Le idi di marzo e Drive), playboy che prende il suo caso a cuore e lo aiuta a uscire dai primi impacci. Così come saranno imprevisti gli incontri di Cal con le sue nuove conquiste e quelli di Jacob. Tra cui c’è Jessica (la fresca e luminosa Emma Stone, a cui Jim Carrey ha dedicato di recente una – non si sa quanto seria – dichiarazione d’amore on line). Mentre il figlio di Cal nel frattempo si è innamorato della sua baby sitter.

C’è un qualcosa di “altmaniano” in Crazy, Stupid Love, quel qualcosa che racconta le storie di mondi diversi destinati poi a confluire in qualche modo in un unico punto. E, anche se questa definizione è da prendere con le molle, è qualcosa che non è per nulla scontato nel prevedibile mondo della commedia americana. Crazy, Stupid Love è un film che decolla lentamente, che si segue chiedendosi dove vada a parare. Un film che cresce via via fino ad arrivare a una serie di colpi di scena e di fuochi d’artificio finale. Una storia dove bisogna che tutto cambi perché tutto resti uguale. Un Manuale d’amore, questo sì riuscito bene, delicato e profondo, dove “ognuno ha qualcosa da imparare a volte”, come diceva la canzone di Beck in Se mi lasci ti cancello.

Anche lo spettatore avrà qualcosa da imparare. Avviso agli uomini: non sottovalutate il potere di Dirty Dancing sull’immaginario femminile. Fa sempre centro, come ci ricordava anche il simpatico film francese Il truffacuori. Certo, rimane il dubbio sul fatto che nei film americani (ma anche nei nostri non si scherza) tutti abbiano tantissimi soldi per conquistare la propria amata, alla faccia della crisi. Un’altra crisi, quella di mezza età, qui è raccontata in maniera opposta alla goliardia di Libera uscita dei Fratelli Farrelly. E, se rimane ancora qualche dubbio sulla capacità di fare presa di un attore come Steve Carell nel nostro mercato, rimane il fatto che Crazy, Stupid Love lasci in bocca un sapore amarognolo, gradevole proprio perché non è il solito, scontato, sapore dolciastro, dopo la visione. Perché non si chiude proprio con un lieto fine, ma più con un quieto fine.

Da vedere perché: la caratteristica di Crazy, Stupid Love è di essere imprevedibile, e di lasciare in bocca un sapore amarognolo, gradevole proprio perché non è il solito, scontato, sapore dolciastro.












Archivi


Cerca


Blog Stats

  • 106,124 Visite

RSS

Iscriviti al feed di

    Allucineazioni (cos'è?)




informazioni

Allucineazioni NON e' una testata giornalistica ai sensi della legislazione italiana.

Scrivimi

Creative Commons License

Questo blog è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.