Archive for the 'Uncategorized' Category

20
Dic
16

Rogue One. In The Name Of The (Darth) Vader

nullL’uomo che non c’era. Star Wars: Episodio VII – Il risveglio della Forza, secondo chi scrive, era davvero un buon film. Ma aveva quel grande problema. Che non c’era Lui. Non c’era Darth Vader, da qualunque lato della Forza vogliate stare, senza dubbio il personaggio più iconico dell’intera saga di Star Wars. Tanto che quel film provava ad evocarlo in ogni modo, con la sua maschera bruciata, con i dubbi del nuovo cattivo Kylo Ren, con il suo look e la sua spada. Rogue One: A Star Wars Story, il nuovo film dell’immortale franchise creata da George Lucas, diretto da Gareth Edwards, ha dalla sua parte la possibilità di giocarsi questa nera, nerissima carta: e lo fa molto bene. Ma riavvolgiamo il nastro: per chi ancora non lo sapesse Rogue One, già dal sottotitolo che recita “A Star Wars Story” non è il film che continua la saga, cioè l’ottavo episodio, ma uno spin off, o meglio, una storia “laterale” che non continua la storia della famiglia Skywalker, ma fa luce su un altro episodio legato alla storia principale. In Rogue One si parla della costruzione della Morte Nera, la gigantesca astronave capace di distruggere un intero pianeta. C’è un ingegnere in crisi d’identità, Galen Erso (Mads Mikkelsen), costretto dall’Impero a proseguire il suo lavoro, una figlia, Jyn Erso (Felicity Jones) per cui vuole una vita migliore, tanto da lasciarla in custodia a un vecchio combattente della Resistenza, Saw Gerrera (Forest Whitaker), a cui invia anche un messaggio su quella fantomatica falla del sistema per cui la Morte Nera ha un punto debole. Jyn ci crede, e prova a impadronirsi dei piani della Morte Nera con un gruppo di ribelli, guidati dal capitano Cassian (Diego Luna), a cui si uniscono un monaco non vedente e un guerrigliero.

 

nullL’uomo che non c’era ne Il risveglio della forza in Rogue One c’è, non vi sveliamo niente di nuovo se avete visto i trailer. Siamo infatti tra l’Episodio III, La vendetta dei Sith, e il leggendario Episodio IV, Una nuova speranza, il primo in assoluto, quello che tutti conosciamo come Guerre stellari. Avevamo lasciato Darth Vader appena risorto dalle ceneri di Anakin Skywalker nel terzo episodio, lo ritroviamo pienamente in carica. La sua apparizione, anzi le sue due apparizioni, saggiamente centellinate da Gareth Edwards, valgono da sole il proverbiale prezzo del biglietto. D’altra parte, Edwards è un regista che fa dell’attesa e del non visto uno dei suoi marchi di fabbrica. Anche nel suo Godzilla, insolito e intrigante monster movie, la creatura era evocata, attesa, nominata, prima di fare il suo ingresso in scena dopo circa un’ora di film. Più o meno quello che tocca attendere per vedere lo Jedi passato al lato oscuro. Abbastanza per accontentare qualunque fan, e per lasciare il segno profondo della Saga di Star Wars su Rogue One. Ma non troppo, in modo che Rogue One sia comunque un film autonomo, il primo “stand-alone”, non pensato per una trilogia, che infatti ha una storia che si apre e si chiude nell’arco delle due ore (poco più) del film. Un’opera che non è la storia principale di Star Wars, ma che si muove nel suo mondo, un mondo creato talmente bene che è possibile ambientarci storie, interessanti e coerenti, potenzialmente all’infinito. Rogue One lo mette in chiaro subito: si parte con la scritta “tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana”, ma non ci sono le scritte oblique che scorrono sullo schermo sui titoli di testa, né la famosa musica di John Williams. Quanto ai punti di contatto, oltre a Vader e alla trama, ce ne sono molti: c’è un droide imperiale riprogrammato, la protagonista è più una Han Solo al femminile che una Leia o una Rey, e con il droide mette in scena i classici siparietti leggeri della Saga. Sono personaggi nuovi, e all’inizio si fatica a entrare in sintonia con loro. Ma si impara ad amarli prestissimo.

 

nullC’è una falla nella progettazione della Morte Nera. E probabilmente c’era una falla, nel senso di un buco, uno spazio vuoto, ancora da riempire, anche nella linearità del racconto. Se, una volta passata la Lucasfilm alla Disney, il mondo di Star Wars è ridiventato un nuovo filone aureo da sfruttare – film ogni anno, quando eravamo abituati ad aspettarne parecchi – e un universo espanso come quello del mondo Marvel, i produttori sono stati bravi a non voler dotare la saga principale di infiniti episodi, ma di andare a illuminare alcuni lati oscuri che non erano entrati nel racconto principale (un altro film, in arrivo nel 2018, sarà sulla vita di Han Solo). I fantomatici piani della Morte Nera ognuno se li era immaginati come voleva: credevamo in qualche incuria da parte dei progettisti dell’Impero, per fretta o per umana fallibilità. Così come non avevamo saputo molto di come la principessa Leia fosse entrata in possesso di quei progetti, e saputo del punto debole. Ora impariamo che dietro ci sono stati un duro lavoro, crisi di coscienza, famiglie separate (altro tema caro a Edwards come agli sceneggiatori di Star Wars), coraggio e temerarietà, vite sacrificate. Una storia che chi ha amato Star Wars, anche solo la trilogia originale, non può non vedere. Nel mondo di Star Wars ci siamo cresciuti. E sì, ci fa piacere tornarci ogni volta che possiamo.

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06
Ago
10

Allucineazioni vi augura vacanze da film!

 

 

 

 

 

Oggi Allucineazioni va in vacanza.

In questo anno ne sono passati di film sotto i ponti e le vostre visite hanno continuato ad aumentare, quindi…grazie!

 Ora non ci resta che lasciarvi al solleone e alle granite (e magari ai buoni cinema con l’aria condizionata, da non dare mai per scontata!)

 Vi aspettiamo a settembre e vi lasciamo con una curiosità: qual è il film che aspettate con ansia, quello per cui vi state strappando il costume?

Il nostro? È difficile, ma che ne dite di  Black Swan? E di Machete?

 

 

 

 

 

  

25
Mag
10

Speciale Lost Stagione 6. This Is The End

E quindi uscimmo a riveder le stelle. Non è proprio questo il finale di Lost, appena andato in onda con la doppia puntata The End, ma poco ci manca. Potremmo riscrivere il celeberrimo finale dell’Inferno dantesco in questo modo: e quindi uscimmo a riveder la luce. (ATTENZIONE: CONTIENE SPOILER). È verso la luce, in tutti i sensi, che i protagonisti di Lost si dirigono nel commovente finale che Damon Lindelof e Carlton Cuse hanno pensato per la serie più amata della tv degli ultimi anni, e forse di tutti i tempi. È avvolto dalla luce Jack, nella famosa fonte nel cuore dell’Isola, dopo aver richiuso il tappo dal quale stava uscendo tutto il Male del mondo, dopo aver chiuso la porta dell’Inferno ed essersi sacrificato, accentuando sempre di più il carattere cristologico della sua figura. Vanno verso la luce tutti i protagonisti, che si riuniscono nella realtà alternativa, in quella che credevamo Los Angeles, in quelli che credevamo i flash-sideways, e che invece sono qualcos’altro. La Los Angeles che credevamo fosse il luogo dove i naufraghi arrivano nell’ipotesi in cui il volo Oceanic 815 non si sia schiantato sull’Isola è invece un mondo ideale, dove i personaggi devono fare un ultimo percorso, capire qual è stata la loro vita e qual è il loro destino. “Lasciar andare” è la parola che sentiamo dire più spesso. Accettare. E una volta che ognuno capisce qual è il proprio destino, nel suo volto appare un senso di pace, di felicità assoluta.

Il Paradiso, probabilmente. È lì che stanno andando i nostri eroi, e ormai, dopo sei anni passati insieme, nostri amici. E la Los Angeles dei flash-sideways è probabilmente una sorta di Purgatorio, un luogo dove compiere l’ultima purificazione prima di passare a una nuova vita. Finora credevamo che il Purgatorio fosse l’Isola. Non è proprio così. L’Isola c’è stata, nella vita reale dei protagonisti. E infatti nella Los Angeles dei flash-sideways, tramite una serie di dejà-vù, tutti i protagonisti prima o poi ricordano. L’Isola è stata una sorta di Purgatorio in terra, un luogo dove fare i conti con i propri peccati e i propri limiti, con i propri fantasmi e le proprie paure. Un luogo di crescita, di espiazione, di purificazione. Lo capiamo completamente solo adesso. L’Isola, lo sapevamo da qualche puntata, è una sorta di tappo che tiene chiuso il Male. Una sorta di porta, sia per l’Inferno che per il Paradiso. Un luogo dove l’uomo è messo alla prova. Ma, ora capiamo meglio anche questo, l’Isola non è un fine, ma un mezzo. Qualcosa che ci permette di arrivare altrove.

Paradiso, Inferno, Purgatorio. Questi sono i nomi legati alla religione cristiana che utilizziamo per semplicità. Ma la grandezza di Lost è quella di aver superato le religioni (anche se il padre di Jack, che gli dà la fatidica notizia, si chiama Christian Sheperd, che suona come pastore cristiano), di offrire una visione laica e concreta dell’aldilà. Lost prova a dare una risposta al senso della vita, a ipotizzare la possibilità di un’altra vita per la quale quella che viviamo ora, e che ci sembra tutto, può essere solo una preparazione. Abbiamo scritto che Lost è come un grande poema epico, Iliade e Odissea insieme (la guerra e il viaggio senza fine). Ma Lost è anche una Divina Commedia 2.0, una Divina Commedia pop e realista, aggiornata alla forma visiva e al sentire comune dei nostri tempi. Lost prova a fare domande e a risposte a

temi su cui le religioni e la filosofia lavorano da sempre. E lo fa nel modo migliore, senza citare mai una religione dominante. Parliamo del Paradiso per comodità, ma l’illuminazione a cui arrivano i nostri personaggi può essere anche il Nirvana, la liberazione dalle pene terrene, a cui si arriva alla fine di un percorso di reincaranzioni, di cui parla il Buddismo. E potremmo andare avanti ancora a lungo. Quello che è efficace di Lost è che riesce a regalarci una visione molto concreta, “terrena”, semplice e attuale della vita eterna: ritrovare chi amiamo, smettere di scappare e di nascondersi, trovare il proprio posto nel mondo. Forse sarà banale. Ma a noi basta così.

Quella Stagione 6 che sembrava girare a vuoto, in cui forse qualche situazione sembrava stiracchiata, finisce nel migliore dei modi (tornando al punto di partenza: con un occhio che si chiude dove si era aperto) e consegna Lost alla storia della fiction televisiva, accanto a Twin Peaks di David Lynch. Come la storica serie creata dal maestro del cinema, anche qui non sempre bisogna seguire la logica, ma conta seguire le emozioni. Come Twin Peaks anche Lost va seguita di cuore e di pancia, prima ancora che di testa. Non conta capire, ma credere. È proprio “credere” la chiave per la crescita dei protagonisti. Grazie a una scrittura che crea costantemente mistero e attesa, grazie a un approfondimento psicologico creato dalla dialettica tra i vari piani temporali, grazie a una sceneggiatura sempre debitrice della cultura pop (vedi il riferimento a Yoda e a Star Wars, passione del papà di Lost J.J. Abrams, proprio nell’ultima puntata), Lost ha rivoluzionato il mondo delle serie tv. E forse ha cambiato anche la nostra vita. Proprio grazie a una grande sceneggiatura, quello che sarebbe un finale tragico diventa quasi un lieto fine. Allora potrebbe esserlo anche quello di tutte le nostre vite. Forse abbiamo capito che quando sarà il momento, potremmo “lasciar andare” con tranquillità. Nel posto dove andremo, e nella nuova vita che ci aspetta, troveremo chi ci ama.

 

02
Nov
09

Ciao Alda

alda

 

Io sono certa che nulla più soffocherà la mia rima,

il silenzio l’ho tenuto chiuso per anni nella gola

come una trappola da sacrificio,

è quindi venuto il momento di cantare

una esequie al passato.

 (Alda Merini, da “La Terra Santa”)

È morta Alda Merini. Per lei è questo pensiero, per la forza della sua vita. E per noi, che possiamo non perderla mai.

Ciao “poeta che grida e che gioca con le sue grida”.

 

 

 

 

21
Ott
09

Allucineazioni raggiunge 10mila visite. Grazie!

cinema blog

 

 

Allucineazioni è nato dalla semplice passione per il cinema. Dalla voglia di parlarne, di respirarlo, di sentirlo, di divertirsi.

Abbiamo iniziato per gioco e un giorno ci siamo detti che quando avremmo raggiunto le 10mila visite avremmo festeggiato, pensandoci come se fosse un traguardo grande e lontano.

 E invece ce lo siamo perso: ci avete letto in tanti, evidentemente, perché a un certo punto, a meno di un anno dalla nascita di Allucineazioni, ci troviamo con 10.348 visite.

 E siccome non vogliamo fare quelli che sembravano aspettarselo e darlo per scontato, GRAZIE!

 Noi continuiamo a parlare di cinema, a respirarlo, a sentirlo, e continuiamo a divertirci. Speriamo di far divertire anche voi.

Ci vediamo su queste pagine.

 

 

 

 

 

 

15
Ott
09

Bastardi senza gloria. Pillole Nazi Pop

diane okPulp Fetish Fiction

 Ormai lo sapete, Tarantino è un feticista. Il suo amore per i piedi delle donne è noto sin da Pulp Fiction, quando un lungo dialogo sui massaggi ai piedi (sono sesso o privi di sensualità?) introduceva Uma Thurman/Mia Wallace che girava a piedi nudi per casa, e ballava a piedi nudi al Jack Rabbit Slim’s. Poi i piedi di Uma, nei panni della Sposa, sono stati al centro di un primo piano insistito in Kill Bill Vol.1. E poi è stata la volta di Grindhouse, con i piedi di Rosario Dawson solleticati da Stuntmen Mike. Anche Bastardi senza gloria ha il suo momento fetish: al centro ci sono gli arti di Diane Kruger. Ma la sua gamba stavolta è martoriata: il tenente Aldo Raine di Brad Pitt infila addirittura un dito nel foro di una pallottola. Rivediamo i piedi di Diane Kruger più tardi, quando, come Cenerantola, le viene fatta provare una scarpa che aveva perso. Ma non c’è un principe a portargliela, e l’esito non è “e vissero tutti felici e contenti”. 

 

 

 

   

inglouriousbasterds74

 Tracce di rosso

 In ogni film di Tarantino c’è una scena completamente ammantata di luce rossa, di solito ambientata in qualche night club o locale notturno. Qui, nonostante ci siano molti bar, nessuno è a “luci rosse”. Il rosso però campeggia, negli addobbi del Terzo Reich che decorano il cinema per la première del film di propaganda nazista che viene organizzata a Parigi. Rosso è anche il vestito di Shosanna, e rossi sono i segni di guerra, come quelli di una pellerossa, che traccia sul volto con il suo rossetto. Rosso fuoco come il vestito che indossa, premonizione del fuoco che appiccherà al cinema. “Guarda questi occhi così rossi/Rossi come una giungla in fiamme” recita Cat People (Putting Out The Fire) di David Bowie (tratta dalla colonna sonora di Cat People, nota da noi come Il bacio della pantera) che fa da colonna sonora alla scena.

 

 

lucSerial killer

Tutti sappiamo della fluvialità tarantiniana in fase di scrittura. Così Kill Bill è diventato un film doppio. Ma Bastardi senza gloria ha rischiato di diventare una serie tv. Tarantino non riusciva a smettere di scrivere, tanto che a un certo punto ha cominciato a considerare l’idea di produrlo come serial. A dissuaderlo pare sia stato Luc Besson, che si è detto deluso, in quanto i film di Tarantino erano una delle poche cose ancora in grado di spingerlo ad andare al cinema. L’idea di vedersi il nuovo Tarantino a casa in tv non gli andava proprio. E così Tarantino ci ha ripensato. Allora, grazie Luc!

 

 

trenoItalia Mon Amour

La passione di Tarantino per il cinema italiano è evidente. È noto ormai che l’ispirazione di Bastardi senza gloria arriva da Quel maledetto treno blindato di Enzo G. Castellari. Oltre che con un cammeo, Castellari è omaggiato con il nome di Enzo Gorlami, l’identità italiana che si inventa Brad Pitt/Aldo Raine alla premiere del film tedesco: è la storpiatura di Enzo Girolami, il vero nome di Enzo G. Castellari. Ma gli omaggi al cinema italiano non finiscono qui. Il generale inglese che dà l’incarico al tenente Hicox si chiama Ed Fenech, omaggio alla diva del cinema italiano anni Settanta Edwige Fenech, già omaggiata da Eli Roth con un cammeo nel suo Hostel 2. Antonio Margheriti, nome di copertura dell’Orso Ebreo di Eli Roth, è un regista italiano, noto con il nome d’arte di Anthony M. Dawson, famoso per i suoi film di genere (tra questi Space Men, del 1960).

 

 

quentin-tarantino-s-inglourious-basterds-motion-picture-soundtrackIl titolo

Inglourious Basterds è il titolo americano di Quel maledetto treno blindato. Il titolo originale si scrive proprio così, con due errori, e non Inglorious Bastards: sembra che Tarantino abbia scelto questo titolo storpiato proprio per differenziarsi dall’altro film.

Ma la leggenda vuole che il film di Castellari fosse catalogato così, con il nome sbagliato, nella videoteca in cui lavorava Tarantino. 

 

 

Bastardi-senza-gloria-Til-Schweiger_midStiglitz, chi era costui?

Hugo Stiglitz è il nome di uno dei bastardi guidati dal tenente Aldo Raine. È un ufficiale tedesco famoso per aver ammazzato vari componenti delle SS. E per questo è assoldato di diritto tra i bastardi.

Il nome è preso da quello di un attore messicano, Hugo Stiglitz, appunto, che tra gli anni Settanta e Ottanta ha girato parecchi horror. Tra cui, in Italia, Il triangolo delle Bermude, e Incubo sulla città incontaminata di Umberto Lenzi.

Tarantino non intendeva fare un omaggio all’attore e al genere, ma ha scelto questo nome proprio perché gli piaceva come lo pronunciavano gli attori tedeschi che interpretavano i nazisti.

 

 

Quentin%20TarantinoCapitoli (de)generi

Come molti dei suoi film, anche Bastardi senza gloria è diviso in capitoli, come se fosse un’opera letteraria. Stratagemma che permette a Tarantino di spaziare tra i generi. Ecco come viaggia tra i generi Bastardi senza gloria. “È Sergio Leone e Lubitsch per i primi due capitoli, poi diventa un noir alla francese e poi si ispira ai film della metà degli anni Sessanta” ha raccontato Tarantino.

“Il finale è macho-sanguinolento-tarantiniano”.

 

 

(Pubblicato su Movie Sushi

 

 

13
Ott
09

Bastardi senza gloria. Non sono cattivi. È che li disegnano così…

landa 1Il suo nome è Landa, Hans Landa. È un ufficiale delle SS nell’ultimo film di Tarantino, Bastardi senza gloria. Lo chiamano il cacciatore di ebrei. Un essere così tremendo che dovremmo odiarlo. Eppure no, l’Hans Landa di Christoph Waltz, l’attore austriaco premiato a Cannes per la migliore interpretazione maschile, fa un lavoro che è agli antipodi dell’ufficiale nazista di Ralph Fiennes visto in Schindler’s List. La cattiveria è la stessa, ci mancherebbe. Ma in Landa ci sono molte più sfumature. È un essere multiforme, come le lingue che parla nel film (tedesco, francese, inglese, italiano). Non a caso abbiamo aperto con delle parole che di solito associamo a James Bond: Hans Landa, infatti è cool, è freddo, controllato, ha delle maniere eleganti. Ama la cucina, lo strudel e il latte. È cattivo, cattivissimo. Ma a modo suo – si prenda con le pinze quest’espressione, visto che si tratta di un nazista – è cortese. È cortese con le donne, fino a quando non deve ammazzarle, certo. Hans Landa è cool come lo era il Wolf di Pulp Fiction. Una figura anch’essa ispirata a James Bond.

Questo aspetto ci porta a riflettere su tutti i cattivi di Tarantino. Che in fondo non ci hanno mai spaventato, ma quasi sempre fatto sorridere. In realtà, se ci pensiamo, nei primi film di Tarantino, non ci sono veri e propri cattivi, almeno per come siamo abituati a considerarli negli schemi classici del cinema. Nel contesto a-morale de Le iene e Pulp Fiction, non ci sono cattivi perché non ci sono buoni. Perché tutti i personaggi del film sono impegnati in azioni negative. Ne Le iene, tutti hanno preso parte a una rapina. C’è chi ha un po’ più di cuore, il Mr. Orange di Tim Roth, (ma è un poliziotto infiltrato) e chi è una vera bestia, il Mr. Blond (che si chiama Vic Vega, ed è il fratello del Vincent Vega di Pulp Fiction) di Michael Madsen, protagonista della scena cult, la sadica tortura a un poliziotto sulle note di Stuck In The Middle With You degli Stealer’s Wheel. Ma è proprio questa sequenza che ci ha messo subito in guardia: è tutta ironia, e la cattiveria è solo apparente. Anche i cattivi sono qui per divertirci.

Anche in Pulp Fiction lo scenario non cambia. E infatti Vincent Vega e Jules Winnfield sono vestiti come le iene del film precedente. Li vediamo entrare in scena mentre parlano di massaggi ai piedi e di patatine e maionese. Potranno mai farci paura? Certo, sono dei killer, e nel film uccidono pure. Ma l’interpretazione di John Travolta e Samuel L. Jackson è ironica, sopra le righe, molto meno realistica rispetto al tono de Le iene. E così i due ci sono subito simpatici. Chi spaventa, per la perfidia con cui si parla di lui, è il boss dei boss, il Marsellus Wallace di Ving Rhames. Ma, dopo aver visto come è uscito dalla cantina del sadico Zed, ci fa quasi tenerezza. Forse il personaggio meno cattivo è il Butch di Bruce Willis, ma si tratta sempre di qualcuno che ha truccato un incontro di boxe.landa 2

Stesso discorso per la Jackie Brown, che dà il titolo al film omonimo, interpretata da Pam Grier. È forse la prima “buona” del cinema di Tarantino, il primo personaggio con il quale lo spettatore prova una certa empatia. Ma è pur sempre una hostess che fa il corriere della droga. Accanto a lei ci sono dei cattivi: l’Ordell di Samuel L. Jackson, il Louis di Robert De Niro, e il poliziotto di Michael Keaton. Tutti troppo ridicoli, fessi, rintronati o stanchi per far paura. Così come Stuntman Mike, interpretato dalla “iena” per eccellenza, Kurt Russell, villain di Grindhouse, è una figura che ci ispira simpatia: osservate il suo sguardo in macchina e il suo sorriso, e ditemi se non è così.

Non sono cattivi, i “villain” di Tarantino. È che li disegnano così. E solo un gran disegnatore di personaggi come Tarantino può creare figure simili.

A dire il vero, forse, i veri cattivi stanno in Kill Bill, il suo film più crudo e, in fondo, meno giocoso. Bill e le sue vipere sono gli unici veri cattivi del cinema di Tarantino: un uomo capace di uccidere la sua ex compagna, per di più incinta, nel giorno del suo matrimonio, è la vera iena.

Uno che è capace di tentare ancora di ucciderla, dopo un ameno discorso sui supereroi, con la figlia a pochi metri di distanza.

David Carradine, nel ruolo di Bill, è il vero “bastardo senza gloria” del cinema di Tarantino. E le sue vipere non sono da meno O-Ren Ishii (Lucy Liu), Vernita Green (Vivica Fox), Elle Driver (Daryl Hannah) e Budd (di nuovo Michael Madsen), sono tutte persone efferate, che siamo contenti di veder morire.

Non come Vincent Vega, che si fa beffare come un fessacchiotto uscendo dal cesso. Ma come Goebbels, Hitler e tutti i nazisti. Sì, tra i cattivi di Tarantino c’è anche un Hitler caricaturale e pop, che il regista raffigura come un simbolo. Del male. Ma anche della stupidità.

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

 












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